venerdì 27 febbraio 2009

Le conseguenze economiche di Silvio Berlusconi (sesta parte)


Nonostante le dimensioni nel frattempo raggiunte, non vi è dubbio alcuno che il Monte dei Paschi di Siena rappresenti l’ultimo esempio di banca molto attenta alle esigenze del territorio senese, non indifferente alle esigenze degli abitanti della Toscana, ma ancora non del tutto consapevole di quel ruolo di banca nazionale che pure ha raggiunto da lungo tempo, una contraddizione destinata a divenire stridente dopo l’onerosissima e fulminea acquisizione di Antonveneta al prezzo record di nove miliardi di euro per una banca oramai lontana dai livelli di attività e radicamento vantati solo pochi anni orsono, peraltro privata di una importante partecipata bancaria, venduta a parte dall’abile Don Emilio Botin.

Quando mi sono ripetutamente occupato della questione, l’azione del gruppo senese quotava a un multiplo di quanto vale oggi, mentre l’assorbimento del patrimonio della Fondazione nella sua maggiore partecipata continua a mantenersi intorno alla stratosferica percentuale del 90 per cento, il che renderà molto problematico rispondere alle indiscrete ma puntuali domande contenute nella missiva ricevuta dal per la terza volta ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, una lettera circolare a tutte le fondazioni di origine bancaria che chiede risposte dettagliate su questioni quali i rischi finanziari, la redditività, l’eventuale utilizzo del fondo di stabilizzazione e via discorrendo, domande delle quali, almeno nel caso di Siena, conosce già, almeno per sommi capi, le risposte.

Come si sa, nella non troppo remota tentata scalata della Banca Nazionale del Lavoro da parte del rinomato duo Consorte-Sacchetti, con Caltagirone e furbetti del quartierino al seguito, Unipol si trovò in rotta di collisione proprio con il Monte dei Paschi di Siena e alcune importanti cooperative, il che ha poi portato a sciogliere i nodi societari che da tempo legavano le due entità, anche se, almeno limitandosi a vedere i corsi di borsa, non sta andando troppo bene neanche per Unipol Gruppo Finanziario, come da qualche tempo è stata ribattezzata la compagnia assicurativa di Via Stalingrado in quel di Bologna.

Una delle letture più interessanti della mia gioventù era intitolata Magnati e popolani nella Firenze dei Ciompi, un libro che mi fornì uno squarcio sul carattere particolare dei toscani, anche se devo dire che l’anno di studi trascorso in quella città nell’anno dell’alluvione mi fornì qualche impressione più di prima mano, per cui non trovo del tutto strana l’ostinazione dei contradaioli senesi a ritenere la banca fondata nel XV secolo un affare di loro esclusiva pertinenza, una convinzione alla quale l’impresa corsara del giovane avvocato Mussari, calabrese di nascita ma senese di adozione, ha inferto un colpo che credo proprio si rivelerà mortale, anche per la coincidenza della presenza, nell’azionariato e nel consiglio di amministrazione, di quello stesso Caltagirone che tanta parte ebbe nell’infrangere le ambizioni della Bilbao Vizcaya y Argentaria che BNL la voleva proprio tanto!

Quale potrebbe realisticamente essere la soluzione lo ho scritto tempo fa e continuo a essere convinto che il destino dei senesi e quello di Unipol torneranno a incontrarsi, anche a suggello del patto di non aggressione tra la Lega delle Cooperative e Berlusconi, ma che occorrerà per completare l’operazione la partecipazione di un importante gruppo creditizio francese che in Italia è oramai di casa, proprio attraverso quella BNL che tanti lutti addusse agli assicuratori bolognesi, conditio sine qua non perché la Fondazione di Rocca Sansedoni possa scendere, ricevute le opportune garanzie, a quel 30 per cento prescritto a suo tempo per legge da Tremonti, ma poi cancellato dal suo infido successore dopo l’agguato di Palazzo (Chigi) ordito ai danni di Giulio dalla strana coppia formata da Fini e Casini, complice l’assenza per grave malattia di Umberto Bossi che a Tremonti è legato da un patto di acciaio.

Non mi soffermo sulle caratteristiche tecniche connesse all’operazione da me soltanto, ovviamente, immaginata, se non per dire che sarebbero certamente molto più significative sul piano industriale di quelle che hanno caratterizzato ‘tutte’ le aggregazioni fatte sull’onda della paura degli azionisti stranieri e potrebbe anche rappresentare, alla luce degli ottimi rapporti tra berlusconi e Sarkozy, una valida compensazione della diluizione potenzialmente patita da Bollorè e compagni in Mediobanca e, di riflesso, in Generali, ove né Innominati, né Don Rodrighi di turno dovessero frapporre ostacoli ai promessi sposi Mediobanca e Unicredit Group!

Da tutto questo Ambaradan ai piani alti del sistema finanziario italiano, resterebbero al momento estranee le entità che, pur presenti tra i primi cinque gruppi bancari e pienamente ammesse al listino di Piazza Affari, continuano a definirsi di credito cooperativo, un nome che fa venire l’orticaria a Berlusconi e Tremonti e che, non del tutto a caso, l’ex segretario generale di Palazzo Chigi, poi divenuto presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, della stranezza si è lungamente occupato nella recente indagine conoscitiva sulla corporate governance di banche e compagnie di assicurazione, un testo che è stato opportunamente inviato, per le determinazioni del caso, a Governo e Parlamento e che prevede che quanto previsto per le piccole e medie banche popolari, o per le singole banche di credito cooperativo (già il discorso cambia, secondo l’Antitrust, per le federazioni regionali delle stesse BCC) non può valere per colossi del calibro di UBI Banca, Banco Popolare, Banca Popolare di Milano o Banca Popolare dell’Emilia Romagna.

Pur trovandoci in pieno mare in tempesta, non vi è dubbio che le eventuali modifiche sul piano legislativo e regolamentare riguardanti le banche popolari di maggiori dimensioni verranno precedute o seguite da ulteriori processi di aggregazione che dovrebbero ridurre almeno della metà il numero delle stesse, cosa peraltro già tentata in passato dalla BPER e dalla Banca Popolare di Milano, anche se non realizzata per lo sfilamento, in extremis, di una delle due entità coinvolte, anche se il recente cambiamento dello statuto della stessa, fortemente voluto dalla Banca d’Italia e il mutamento degli equilibri interni potrebbero favorire il riavvio di questa o di altra operazione di aggregazione, anche perché, essendo quattro le entità potenzialmente coinvolte, le combinazioni possibili possono essere le più svariate, sino a quella Superpopolare di cui qualcuno ha parlato in passato, un’entità di dimensioni talmente grandi che potrebbe tranquillamente permettersi di perdere i benefici derivanti dalle norme realtive al credito cooperativo e competere ad armi pari con gli altri colossi del credito.

Immaginando per un attimo di essere al giorno dopo della riorganizzazione in corso al vertice della classifica dei gruppi creditizi italiani, risulterebbe evidente che, senza necessariamente passare per alcuna nazionalizzazione, l’influenza del Governo sulle principali banche italiane potrebbe davvero definirsi compiuta e consentire più agevolmente la realizzazione di quei progetti relativi all’economia reale su cui mi soffermerò domani.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

giovedì 26 febbraio 2009

Le conseguenze economiche di Silvio Berlusconi (quinta parte)


Al di là della proliferazione dei vertici tra capi di Stato e di Governo riscontrabile dall’autunno del 2007, è certo che gli alti marosi della tempesta perfetta in corso da oltre un anno e mezzo hanno messo in evidenza quel che manca nel progetto di edificazione degli Stati Uniti d’Europa, un processo che dalla visione iniziale dei padri fondatori ha certamente compiuto significativi passi in avanti, in particolare sul piano monetario, con la progressiva adesione di ben sedici paesi su ventisette alla moneta unica, il rafforzamento del parlamento e delle istituzioni europee, ma al quale mancano passaggi significativi e fondamentali che rischiano seriamente di allontanarsi di molto nel tempo, se non di finire per non realizzarsi più, in primis la possibilità di giungere ad un Governo unico, con precise competenze almeno in materia di difesa, politica economica e rapporti con l’estero.

Mentre la crisi finanziaria ha reso molto più probabile l’adesione all’euro dei paesi che hanno sinora utilizzato la clausola dell’opting out, non vi è dubbio che l’impossibilità di giungere alla definizione di un piano di salvataggio unitario ha ridato fiato a quelle spinte mai sopite a favorire gli interessi nazionali, anche a scapito degli altri paesi membri, accresciuto la tendenza al rafforzamento e alla difesa dei cosiddetti ‘campioni nazionali’, nonché la tentazione di eliminare, spesso via aggregazioni successive, qualsiasi presenza ‘straniera’ ingombrante nel settore finanziario.

Se questa è una peculiarità francese, in parte legata a motivi storici, non vi è dubbio che nel settore creditizio italiano questa logica abbia avuto un ruolo prevalente nelle motivazioni che hanno portato all’acquisizione fulminea del San Paolo-IMI da parte di Banca Intesa e di Capitalia da parte di Unicredit, mentre non è stato risolto in Mediobanca che è, e intende rimanere, l’azionista di riferimento di quelle Assicurazioni Generali che hanno non del tutto a caso appena deciso l’incorporazione delle controllate Alleanza e Toro.

Non dispongo di alcun elemento di conoscenza in merito ai rapporti esistenti tra Giulio Tremonti e l’anziano banchiere di Marino, Cesare Geronzi, mentre è certo che quest’ultimo intrattiene rapporti cordialissimi sia con Silvio Berlusconi che con il suo braccio destro Gianni Letta, nel cui ufficio di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio si svolgono quotidianamente incontri bilaterali, riunioni e conciliaboli, una sorta di stanza di compensazione tra le strategie da tempo delineate e l’applicazione pratica delle stesse.

Ho l’impressione che Alessandro Profumo non si sia accorto di quanto accadeva in questi mesi a Palazzo Chigi e dintorni, forse confidando troppo nella difficoltà di conciliare la visione tremontiana e le dichiarate ambizioni nutrite da Geronzi, nonché sull’attiva attività di interdizione svolta dal Governatore della Banca d’Italia che, in più di un caso, ha promulgato disposizioni che sembravano rispondere più che criteri di carattere generale alla volontà di sbarrare la strada verso quegli incarichi di vertice nelle Generali cui Geronzi sembrava aspirare, una sottovalutazione dei rapporti di forza che è deflagrata in occasione della conversione ad u sul modello di governance fortemente voluta da Geronzi e ostacolata sia da Profumo che da Draghi.

Tutto è divenuto più chiaro quando un cronista che in Unicredit Group è di casa ha anticipato, sull’organo ufficiale della Confindustria, un resoconto ampio una pagina sulla possibile fusione tra Mediobanca e Unicredit Group, un vero e proprio fulmine a ciel sereno, con ovvio seguito di smentite imposte dalla CONSOB ai due gruppi interessati, ma che altrettanto ovviamente nulla dicevano sulle intenzioni degli azionisti di riferimento dei rispettivi gruppi, in particolare di quelli di parte italiana, di alcuni dei quali è più che nota l’insoddisfazione per la situazione attuale, con particolare riferimento al progressivo squagliamento dell’azione di Unicredit.

Mentre è del tutto difficile, se non impossibile, dire quale sarebbe il senso industriale di una simile aggregazione, anche se di ciò non ci si è troppo preoccupati nelle due mega aggregazioni citate di sopra, o chi guiderebbe le danze, per non parlare poi della governance prossima ventura dell’aggregato risultante, quello che è certo è il cui prodest, anche alla luce dei nomi che sono circolati per le cariche di presidente e di amministratore delegato che i più hanno visto corrispondere, rispettivamente, a quelli di Cesare Geronzi e di Alberto Nagel, mentre, in base ai numeri, la presenza di Bolloré e degli altri soci francesi di Mediobanca si sarebbe diluita in modo drastico e così la loro influenza su quella che è forse la principale ragione di esistere dell’istituto di Piazzetta Cuccia: la partecipazione nelle Generali!

Con la benedizione di Berlusconi e la guida di Geronzi, non vi è dubbio che sia la componente bancaria che quella industriale di origine italiana del patto di sindacato che governa Mediobanca esprimerebbero a larga maggioranza parere favorevole all’operazione, anche se per le banche azioniste si tratterebbe solo di realizzare un capital gain, in quanto, alla luce della recente indagine conoscitiva dell’Antitrust in materia di governance, non sarebbe loro consentito di fare parte degli organi collegiali dell’aggregato risultante, mentre l’operazione rappresenterebbe una boccata di ossigeno per le fondazioni azioniste di Unicredit che, fatta eccezione per Cariverona, non hanno colto il messaggio implicito contenuto nella lettera circolare loro inviata da Tremonti.

Sarà un caso, ma la puntata che ho dedicato a suo tempo a questa operazione è stata una delle più lette sia dall’Italia che dall’estero, così come quelle dedicate al male oscuro che affligge Unicredit da quando è divenuto Group, anche se credo che difficilmente si procederà al solo fine di allontanare Profumo e Rampl dalle loro rispettive poltrone, anche perché credo che l’obiettivo dei padrini dell’operazione sia molto più ambizioso e molto più omogeneo a quel desiderio di controllare che siano garantiti, almeno dai due principali gruppi creditizi italiani, i flussi di impieghi essenziali per quello sterminato numero di imprese che già vede in Berlusconi una sorta di novello Re Mida, mentre fornirà un concreto motivo di fede per quelle che ancora mantengono un atteggiamento agnostico.

Se l’eventuale matrimonio tra Mediobanca e Unicredit Group è una pratica direttamente gestita da Berlusconi e Letta, delle prospettive del Monte dei Paschi di Siena se ne occupa direttamente Tremonti, sia perché l’attuale proprietario è una fondazione di origine bancaria, sia perché il tempo concesso a Rocca Sansedoni per ravvedersi è, per il poco paziente ministro, oramai pressoché scaduto, con il rischio che la complessa operazione che avrebbe dovuto fare nascere il terzo polo bancario e assicurativo italiano potrebbe essere divenuta più difficile da realizzare, ma di questo mi occuperò nella puntata di domani!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

mercoledì 25 febbraio 2009

Le conseguenze economiche di Silvio Berlusconi (quarta parte)


Prima di proseguire, mi vedo costretto a rivolgere lo sguardo a quanto sta accadendo in queste ore sulle due sponde dell’Atlantico, in quanto nel week end, come era largamente prevedibile, si sono consumati alcuni avvenimenti che incideranno, e parecchio anche, sulle questioni che ho affrontato nelle tre precedenti puntate sulle conseguenze economiche di Silvio Berlusconi!

La prima è rappresentata dall’anomalo vertice dei capi di Stato e di Governo dei principali quattro paesi dell’Unione Europea, Italia, ovviamente, inclusa, a cui partecipavano anche il presidente della UE, Barroso, il premier olandese, quello spagnolo e quello della Repubblica Ceca, causa presidenza di turno semestrale, una riunione tutt’altro che effimera e nella quale è stata messa giù una molto impegnativa agenda in vista del G20/G21 previsto per il 2 aprile prossimo venturo in quel di Londra, un’agenda che prevede, tra l’altro, la lotta senza quartiere ai paradisi fiscali rei di essere base di quei 7 mila miliardi di euro che non solo sono in gran parte sottratti agli oneri fiscali previsti nei paesi di appartenenza, ma vengono anche visti, a torto o a ragione, come la hot money che imperversa, a fini altamente speculativi sul mercato finanziario globale travolto dai sempre più alti marosi della tempesta perfetta in corso.

Ma nell’agenda è previsto anche quanto sta già avvenendo negli Stati Uniti d’America, la nazionalizzazione di fatto di larga parte del sistema bancario e finanziario a stelle e strisce, un’operazione iniziata già in ottobre con Fannie Mae, Freddie Mac, Ginnie Mae e il colosso assicurativo AIG che è tornato ieri a bussare cassa, ma che da ieri sta coinvolgendo Citigroup, Bank of America, attraverso la conversione della montagna di preferred shares già acquisite in common shares, azioni ordinarie, previa immissione di altre decine e decine di miliardi di dollari direttamente sotto forma di azioni ordinarie, mentre sarebbe prevista la conversione di tutti gli interventi previsti dalla prima parte del TARP in altrettante azioni ordinarie delle entità a suo tempo beneficiate, incluse Wells Fargo, J.P. Morgan-Chase, Goldman Sachs e Morgan Stanley, sempre che le stesse non restituiscano quanto ricevuto (sic)!

E’ ora molto più comprensibile la recente esternazione di Silvio Berlusconi dopo l’incontro a Roma con il “salvatore del mondo” Gordon Brown” svoltosi in vista del vertice sopra menzionato, così come è chiaro che anche i governi dei maggiori paesi europei stanno seriamente considerando l’opzione statunitense, indubbiamente la più efficace per mettere in sicurezza i rispettivi mercati finanziari, anche se, quando tutto ciò si verificherà, stuoli di giornalisti e commentatori alquanto emebedded si sgoleranno a giurare che si tratterà soltanto di misure temporanee, peccato che nessuno di loro sarà in grado di indicare la data di conclusione dell’esperimento, anche perché è chiaro a tutti che non vi è nulla che piaccia di più ai governanti di turno come l’esercizio del potere pressoché assoluto sulla distribuzione del credito, che ovviamente sarà effettuata da persone da loro direttamente indicate o a loro certamente gradite!

Chiarito lo scenario internazionale che farà da cornice alle scelte di politica economica e ai piani di salvataggio delle entità protagoniste del mercato finanziario italiano, possiamo riprendere il filo del ragionamento esposto nelle tre puntate precedenti, ricordando che ci eravamo fermati a quanto è emerso nell’intervento del Governatore della Banca d’Italia alla riunione annuale del Forex e delle altre associazioni degli operatori impegnati nel mercato finanziario, un intervento nel quale Draghi ha evitato accuratamente di criticare il Governo per la scarsa entità dei provvedimenti, soprattutto se raffrontati alle cifre multiple messe in campo da Brown, da Sarkozy e dalla Merkel, mentre ha invitato i banchieri presenti (e i tanti stranamente assenti) a valutare molto attentamente il testo che prevede i cosiddetti Tremonti Bonds, che molti, a torto o a ragione, vedono come una sorta di cavallo di Troia di Bermonti per espugnare le alquanto traballanti mura di difesa dei primi cinque gruppi creditizi italiani.

Pur di cacciare dalla sua poltrona l’odiato Antonio Fazio, fu proprio Tremonti a indicare a Berlusconi il nome dell’allora uomo di vertice di Goldman Sachs, ma per un decennio Direttore Generale del ministero del Tesoro, Mario Draghi appunto, pur avendo perfettamente a mente il ruolo fondamentale svolto dal designato Governatore nel processo di privatizzazione di parte del sistema bancario e di aziende del calibro di Telecom, ENI ed ENEL, un ruolo che lo poneva indubitabilmente come elemento di punta del disegno europeista fortemente propugnato da Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi, Carlo De Benedetti e compagnia cantante e che rappresentò una vera e propria festa per le più importanti Investment Banks del mondo, inclusa quella potente e ancor più preveggente Goldman Sachs che molto opportunamente lo cooptò al termine della sua esperienza in Via XX Settembre, affidandogli importanti incarichi in Europa e ammettendolo al proprio comitato esecutivo mondiale!

Non voglio assolutamente entrare nel pur vivace dibattito che vede in quella fase del processo di privatizzazione un’occasione mancata per valorizzare l’esperienza delle Partecipazioni Statali, un regalo a Mediobanca e al capitalismo delle grandi famiglie, ma quello che è certo è che i medi, piccoli e piccolissimi imprenditori restarono, per così dire, a bocca assolutamente asciutta e fecero fatica a comprendere la strategia dei noccioli e nocciolini duri applicata a realtà quali la Banca Commerciale Italiana, il Credito Italiano, e le importanti utilities sopra citate, un’opposizione sorda e muta che non fu estranea alla prima grande avventura imprenditoriale di Roberto Colaninno e dei suoi compagni di avventura, primo indizio della forma economica che stava assumendo quel partito del Nord che allora era soltanto in ‘mente dei’.

Così come non mi pare il caso di ricordare la doppia presidenza dell’IRI opportunamente affidata a Romano Prodi o che, nella doppia disfida di Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti, la prima avvenne, ancora ai tempi del pentapartito e quando Bettino Craxi godeva fama di grande statista, proprio su quella SME della quale il Professore si voleva a tutti i costi liberare, come, tanti anni dopo, dell’Alitalia, tutte occasioni nelle quali venne affidato a un allora giovane Berlusconi il compito di fare il guastafeste, anche se nel mezzo vi è la grande battaglia sulla proprietà della Arnoldo Mondadori Editore, una battaglia di grande e strategica importanza, anche alla luce del fatto che la Rizzoli era già saldamente controllata, via Roberto Calvi, dai padrini del tempo dell’uomo di Arcore.

Allora come oggi, Mediobanca rappresenta uno snodo troppo importante per accettare la presenza di Bolloré e dei francesi, qualcosa che ricorda molto da vicino la situazione esistente in Banca Intesa ai tempi in cui il Credit Agricole ne era l’azionista di riferimento e che fu risolta attraverso la fulmine e più volte ricordata acquisizione del San Paolo-IMI, il che apre al discorso relativo a Profumo e a Unicredit Group che affronterò domani!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

martedì 24 febbraio 2009

Le conseguenze economiche di Silvio Berlusconi (terza parte)


L’approccio di Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti allo strategico snodo rappresentato dal credito è stato da me illustrato in decine di puntate del Diario della crisi finanziaria, ma credo che sia necessario osservare le mosse dell’ibrido Bermonti da un’ottica leggermente diversa se si vuole comprendere il nesso tra la loro posizione sul controllo, diretto o indiretto non fa, in realtà, grande differenza, di quella parte del settore bancario italiano costituita dai primi cinque gruppi creditizi, che hanno accorpato, nell’arco di un quindicennio, centinaia di istituti di ogni dimensione.

Per quanto riguarda le fragilità e i ritardi dei primi cinque gruppi bancari italiani, rinvio alle cinque puntate del Diario della crisi finanziaria apparse nel mese di luglio del 2008, anche perché è proprio da questi ritardi e da queste fragilità che è possibile comprendere più agevolmente le ragioni della facilità con la quale Giulio Tremonti è riuscito a mettere sotto scacco i vertici di conglomerati che, messi tutti assieme, presentano un totale dell’attivo di dimensioni mostruose, ma che, sul piano dell’influenza politica sono poco più che dei nani, anche perché gran parte degli attuali esponenti di vertice sono visti, a torto o a ragione, come facenti parte di quel complesso finanziario-industriale che non solo si è pervicacemente rifiutato di riconoscere aspetti positivi e condivisibili nella filosofia economica implicita alla strategia politica incarnata da Silvio Berlusconi quale elemento di punta dello schieramento delineato nelle puntate precedenti, ma avrebbe anche costituito la sponda di quella parte dello schieramento politico avverso che è largamente influenzata dal ‘nemico’ numero uno Carlo De Benedetti!

La prima preda nella vorticosa campagna acquisti di Bermonti nel settore bancario è stata certamente rappresentata da Corrado Passera, uno dei due ex enfante prodige della finanza italiana, reo, peraltro, di aver intrecciato parte della sua esperienza professionale con lo stesso De Benedetti sino all’epoca della rottura consumatasi per ragioni che rimangono ancora del tutto oscure, che sembrava sulla via dell’uscita anche dal mega gruppo che aveva attivamente contribuito a costruire nella terza fase del processo di ristrutturazione del sistema creditizio italiano, grazie alla pressoché fulminea conquista del San Paolo-IMI, mentre nel carniere di Intesa era già finito in precedenza un pezzo di pregio quale la Banca Commerciale Italiana, orridamente smembrata e scomparsa perfino dal logo della banca acquirente (non credo sia il caso di ricordare come la Comit sia stata l’emblema storico della finanza laica e la Cariplo, elemento aggregante di Intesa, sia stata da tempo immemorabile un feudo della finanza cattolica).

L’acquisizione di Passera è avvenuta nel pieno della campagna elettorale, quando, l’entrata a gamba tesa effettuata dall’allora leader dell’opposizione, ma accreditato come sicuro vincitore delle elezioni, sulla trattativa in corso tra le nove sigle presenti in Alitalia e l’amministratore delegato dell’acquirente Air France-KLM, lo chiamò esplicitamente in causa, non provocando, come sarebbe stato doveroso da parte di un banchiere, un’esplicita smentita, bensì molto eloquenti ammiccamenti che fecero aumentare gli storici mal di testa del suo presidente, Giovanni Bazoli, amico e sostenitore di Romano Prodi, una scelta di campo che ribaltò i rapporti di forza tra l’amministratore delegato e il presidente e che, a vittoria elettorale certificata, diede luogo al conferimento allo stesso Passera del ruolo di Advisor ufficiale del Governo nella straordinaria procedura di vendita della compagnia di bandiera alla ventina di imprenditori volenterosi capitanati da un altro ex compagno di avventura di De Benedetti, quel Roberto Colaninno che, qui si è toccato il massimo della perfidia, era ed è anche padre di quel Matteo che è ministro ombra dello sviluppo economico per il partito democratico.

Lo schieramento è divenuto poi sistemico con la vittoria di Passera nei confronti del suo vice acquisito in uno con il San Paolo-IMI, quel Pietro Modiano che, alla guida della cosiddetta Banca dei Territori, non aveva affatto demeritato e che aveva come supporter niente di meno che il presidente del consiglio di gestione, Enrico Salza, e non era certo inviso al presidente del Consiglio di Sorveglianza, il già citato Bazoli, ma che doveva in ogni modo essere defenestrato per ragioni di ordine interno ed esterno alla banca.

Travolto dagli alti marosi della tempesta perfetta in corso e dalle sue stesse scelte gestionali in merito, all’acquisizione di Hipoverein con annesse province orientali, di Capitalia con i suoi cronici guai, dell’espansione autonoma nei paesi dell’Europa dell’Est, Alessandro Profumo ha cercato in ogni modo di risalire la china derivante dal chiaro non gradimento di Bermonti, sia riannodando i rapporti più che consumati con il rivale Passera, sia aprendo con sollecitudine a tutti o quasi gli input provenienti da Via XX Settembre e Palazzo Chigi, ma tutto ciò non servirà, con ogni probabilità, a salvargli la poltrona, quando e se verrà deciso che non servirà più a fare da bersaglio delle invettive Tremontiane e a fare da catalizzatore delle inquietudine degli azionisti, fondazioni bancarie in primis.

Saltati, per molto improbabili ragioni familiari, gli amministratori delegati del Banco Popolare e di UBI Banca, Fabio Innocenzi e Giovanni Auletta Armenise, inchiodata dalla lettera circolare di Tremonti la un tempo poco meno che onnipotente Fondazione Monte dei Paschi di Siena alle proprie responsabilità, a Bermonti non resta che sedersi sulla classica riva del fiume per attendere il passaggio dei più o meno odiati nemici, quelli, per intendersi, che, quando non andavano alle adunate di categoria in quel di Siena per ascoltare il verbo di Massimo d’Alema, si favoleggia mandassero il certificato medico.

Ma il dettagliato e insidioso questionario contenuto nella già menzionata lettera circolare di Tremonti a ‘tutte’ le fondazioni di origine bancaria ha anche lo scopo di ammorbidirne, e di parecchio, le posizioni in merito a quello che è in realtà il vero pilastro dell’architettura prossima ventura del sistema bancario italiamo, quella Cassa Depositi e Prestiti, amministrata da poco tempo da un fedelissimo del per la terza volta ministro italiano dell’Economia, che risponde al nome di Massimo Varazzani e alla cui presidenza è stato chiamato, con perfidia quasi craxiana, l’ex ministro Franco Bassanini, a suo tempo ministro di valore di diversi governi di centro-sinistra, una Cassa controllata dallo Stato e largamente partecipata dalle Fondazioni e alla quale è stato da pochissimo concesso di poter utilizzare una maggiore quota parte del risparmio postale.

L’altrettanto inviso Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha lanciato di recente un chiaro messaggio alle banche, seppur, come si usa, tra le righe e con linguaggio paludato, invitandole di fatto a non fare ricorso ai finalmente partoriti Tremonti Bonds, un passaggio essenziale per il disegno di Bermont, ma di questo parlerò più diffusamente domani!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

lunedì 23 febbraio 2009

Le conseguenze economiche di Silvio Berlusconi (seconda parte)


Ma la sola analisi della particolare stratificazione sociale che caratterizza l’Italia spiegherebbe solo in parte la radicale mutazione dell’orientamento politico-ideologico della maggioranza degli italiani, ove non venisse opportunamente integrata da un’analisi della collocazione geografica del fenomeno stesso, che, come è oramai largamente noto, è incentrato nelle regioni del Nord, con particolare riferimento a quelle del Nord Est e a una parte importante della Lombardia, ma attecchisce sempre di più in Emilia Romagna e in parti non marginali di quelle che un tempo erano considerate le regioni ‘rosse’, caratterizzate da un modello sociale ed economico altrettanto anomalo rispetto al modello prevalente europeo, seppur con la presenza di elementi solidaristici e culturali molto più forti di quelli presenti del Nord inteso in senso stretto.

Si può ironizzare quanto si vuole sugli aspetti folcloristici e chiaramente demagogici di quel movimento a suo tempo ideato dal politologo Gianfranco Miglio e guidato da un personaggio assolutamente originale quale è Umberto Bossi, ma sarebbe molto errato non comprendere che quello stesso movimento ha letteralmente scardinato in larga parte delle regioni settentrionali, partendo dagli interessi materiali di larga parte della popolazione, gli schemi classici destra-centro-sinistra che, a cavallo del cambio di millennio, erano ancora pienamente operanti nel resto del Belpaese, anche se è altrettanto vero che è solo dopo l’alleanza strategica con Berlusconi, quella del 2001 non quella del 1994, che vede la sua nascita quel partito del Nord che inizia a essere l’asse portante dello schieramento di centro-destra al punto di costringere la componente di destra, pena la certa marginalizzazione, ad aderire al progetto del partito unico che, non del tutto a caso, consente alla sola Lega la libertà di non aderire.

Paradossalmente, l’unico esponente del centro-sinistra che ha capito sino in fondo la mutazione genetica che stava avvenendo non solo nel Nord, ma anche in una parte significativa delle regioni del Centro, è stato proprio Romano Prodi, l’unico peraltro, ad avere sconfitto due volte Berlusconi, anche se la seconda di strettissima misura, ma che non è riuscito a intercettare le ragioni profonde di quel cambiamento, avendo avuto prima la missione dell’ingresso nell’euro e poi dovendo accettare, come elemento di garanzia, la presenza quale ministro dell’Economia, dell’euroburocrate Padoa-Schioppa, circostanze che per due volte visto trafitto più dal fuoco amico che da quello nemico.

Insomma, il capolavoro di Berlusconi quale elemento di punta degli atlantici di provata fede e dell’applicazione pratica e capillare dell’ideologica antieuropeistica e anticentralistica di Gianfranco Miglio effettuata da Bossi è stato quello di intercettare la pancia dei lavoratori autonomi e di quei milioni di imprenditori di ogni ordine e grado esclusi dal salotto buono di Mediobanca, in buona parte esclusi da quel rapporto preferenziale che legava le forze del Pentapartito e il maggiore partito di opposizione nella prima repubblica, il PCI, e che vedeva queste forze politiche sempre prone alle esigenze del capitalismo delle grandi famiglie, pur elargendo sostanziose mance a larghi strati della popolazione italiana, attraverso il proliferare di provvedimenti assistenziali che hanno del tutto scassato i conti pubblici per poi tradursi in quelle politiche di rigore forse inevitabili ma che hanno favorito l’insofferenza radicale sia di quanti ne venivano colpiti, sia di quelli che non pagavano né le sovrattasse, né le tasse, ma che temevano di essere colpiti dal progressivo affinamento delle capacità di accertamento del fisco!

Se questa è la base sociale dell’asse strategico Berlusconi-Tremonti-Bossi, è abbastanza facile capire le linee di una politica economica che sarebbe altrimenti del tutto incomprensibile, almeno alla luce dei criteri seguiti nei maggiori paesi dell’Unione Europea, una politica economica e fiscale che ha come obiettivo principale la creazione di un blocco dei produttori e dei lavoratori autonomi in grado di sostituire il capitalismo delle grandi imprese che, non a caso, non stanno ricevendo le stesse attenzioni loro dedicate in Gran Bretagna, Germania e Francia e che, anzi, vengono aiutate solo quel tanto che basta per non mettere in ginocchio l’indotto formato da piccole imprese.

Il banco di prova del nuovo approccio la si è avuta con l’apparentemente folle opposizione strenua al salvataggio di Alitalia da parte dell’unico pretendente in corsa, l’Air France-KLM, attraverso la costituzione di un gruppo di imprenditori di medie dimensioni che hanno dato via, grazie all’impegno profuso dall’amministratoe delegato di Intesa-San Paolo, Corrado Passera, alla CAI prima e all’acquisizione di parte delle attività di Alitalia poi, per poi aprire le porte alla sconfitta Air France che, alla fine dei giochi e tra qualche anno, spenderà la stessa cifra prevista in partenza, ma che ne dovrà corrispondere la parte più rilevante non allo Stato o ai creditori della vecchia compagnia di bandiera, ma ai molto lungimiranti capitani coraggiosi che hanno avuto il merito di credere alla visione di Silvio, un capolavoro che non sarebbe riuscito neanche alle oggi tanto vituperate Investment Banks e che vede i cittadini chiamati a pagare qualcosa come 3-4 miliardi di euro ancora più convinti a sostenere l’attuale governo.

Ma le ambizioni del citato asse strategico non si fermano certo a quella ventina di imprenditori, che scommetto avranno anche ottimi ritorni all’Expo e dintorni, puntando a creare un blocco di centinaia di imprenditori di riferimento che, a loro volta, divengano il volano di altre attività di minori dimensioni, un progetto, però, che per marciare appieno ha bisogno non solo di appalti e commesse, ma anche di un sostanzioso e costante sostegno dal sistema creditizio, il che appare perlomeno difficile nell’attuale contesto di crisi finanziaria e che richiede, quindi, l’inderogabile necessità di mettere le mai e/o condizionare pesantemente le scelte almeno dei primi cinque grandi gruppi creditizi, cosa in larga parte già riuscita con riferimento al gruppo Intesa-San Paolo, in particolare dopo l’uscita del poco omogeneo, anche per motivi familiari, Pietro Modiano, ma che richiede opportuni interventi in Unicredit Group, Monte dei Paschi di Siena, Banco Popolare e UBI Banca, interventi che non possono solo basarsi sui finalmente approvati e molto onerosi Tremonti Bonds, ma richiedono anche qualcosa di cui parlerò nella puntata di domani!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

domenica 22 febbraio 2009

Le conseguenze economiche di Silvio Berlusconi (prima parte)

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Uno dei libri più belli e più animati da una grande passione civile che mi sia capitato di leggere è certamente The Economic Consequences of the Peace scritto da John Maynard Keynes nel 1919, all’indomani del suo polemico abbandono dei lavori della Conferenza di Pace di Versailles che poneva fine a quella mattanza di massa che era stato il primo conflitto mondiale, un testo da lui scritto per protestare contro le assurde pretese degli alleati nei confronti della Germania sconfitta, pretese che contrastavano nettamente con gli impegni previsti nell’atto di resa e che crearono le condizioni più adatte all’avvento del nazionalsocialismo dopo il disastro iperinflattivo che aveva caratterizzato la Repubblica di Weimar.

Pur avendolo eletto a mio punto di riferimento principale per orientarmi tra gli alti marosi della tempesta perfetta in corso da oltre un anno e mezzo, confesso che credo che nessun economista sia stato tirato tanto spesso in ballo attribuendogli, nella maggior parte dei casi, idee che lo stesso Keynes avrebbe giudicato quanto meno alquanto sballate e, soprattutto e cosa per lui molto più importante, molto poco basate sulla logica formale, uno strumento di cui era talmente dotato da far dire a Bertrand Russell che era molto impegnativo discutere con lui.

Nell’accingermi a scrivere una serie di puntate del Diario della crisi finanziaria espressamente dedicate alle conseguenze economiche di Silvio Berlusconi, avrò come riferimento proprio quella passione civile che caratterizzò il mai troppo compianto economista inglese, non solo nella redazione dell’opera citata di sopra, ma anche nel secondo libro dedicato al trattato di pace, in Can George Lloyd Do It? e in numerosi articoli e discorsi raccolti nelle Collected Writings of John Maynard Keynes, anche se mi rendo perfettamente conto del fatto che l’argomento che ho scelto difficilmente susciterà le reazioni provocate da opere che intervenivano su scelte di portata storica e che divisero profondamente l’opinione pubblica mondiale.

Come è a tutti noto, dopo un passato imprenditoriale di sicuro successo, seppur caratterizzato da alcune ombre legate agli esordi, Silvio Berlusconi decise di impegnarsi in prima persona nell’agone politico in una fase in cui i partiti storici della cosiddetta prima repubblica andavano letteralmente in frantumi sotto l’onda di sdegno popolare suscitato dalle inchieste del pool di Mani Pulite, un fenomeno di rigetto che travolse i cinque partiti di maggioranza, incrinò l’immagine dell’allora Partito Comunista Italiano, mentre lasciò più o meno intatta la forza dell’allora Movimento Sociale Italiano e della Lega Nord.

Utilizzando in modo molto abile gli strumenti della comunicazione televisiva, anche ma non solo a partire dalle tre reti di cui disponeva e dispone, la forza della rete dei venditori degli spazi pubblicitari di Mediaste, slogan semplici ma efficaci e un jingle molto accattivante, conquistò nel 1994 la sua prima vittoria elettorale e diede vita a un governo che durò soltanto pochi mesi, rifacendosi poi nelle elezioni del 2001 e in quelle del 2008, entrambe vinte con largo margine, mentre venne sconfitto da Romano Prodi sia nel 1996 che nel 2006.

Come afferma tra le righe l’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, al di là di un modo molto naif di intendere la politica, caratteristica peraltro molto più apparente che reale, il politico Berlusconi proviene da uno schieramento di sicura e provata fede atlantica, di indiscusso anticomunismo, uno schieramento caratterizzato dal proliferare di organizzazioni più o meno segrete come gladio, la loggia massonica Colosseum e la successiva loggia Propaganda 2, della quale Berlusconi fece parte al pari di numerosi esponenti del partito da lui fondato quando sembrava ineluttabile la vittoria delle sinistre.

Lo scontro tra questo schieramento atlantico e il molto composito fronte che potremmo, in estrema sintesi e con qualche forzatura, definire europeista dura oramai da sessanta anni e ha condizionato in misura fortissima lo sviluppo dell’economia italiana, soprattutto per quanto riguarda la finanza, la grande impresa privata e le cosiddette partecipazioni statali, mentre scarso, se non nullo, interesse veniva dedicato alle imprese di medie, piccole e piccolissime dimensioni che costituiscono il carattere distintivo dell’economia del nostro paese, forse l’unico al mondo ad avere un esercito di milioni di imprenditori su una popolazione che non arriva a sessanta milioni di abitanti, per non parlare di quello sterminato numero di partite IVA che sono più assimilabili agli imprenditori che ai lavoratori dipendenti.

Sommati assieme, imprenditori e lavoratori autonomi presentano dimensioni non troppo lontane da quella rappresentata dai lavoratori dipendenti, una caratteristica forse unica tra i paesi europei, ma che assume caratteristiche ancora più particolari ove si tenga conto del fatto che molti lavoratori dipendenti svolgono, in modo palese o meno, attività di carattere imprenditoriale o autonomo sia in agricoltura che in altri settori dell’attività produttiva, una circostanza che spiega l’estrema labilità dei confini tra le classi sociali in Italia e che crea una base sociale molto più ampia di quanto emerge dai dati ufficiali per il messaggio politico berlusconiano, un messaggio molto in sintonia con il sentire comune di questo esercito di imprenditori un po’ “fai da te”.

Mi scuso per la lunga premessa, ma credo proprio che questa stratificazione sociale molto poco ‘europea’ della società italiana costituisca una delle ragioni meno esplorate del successo della solo apparentemente semplicistica formula berlusconiana che vede uno Stato poco o punto invadente, soprattutto sul piano di quelle pretese fiscali che fanno venire l’orticaria la popolo delle partite IVA e a quei piccoli imprenditori che non possono permettersi costosi fiscalisti, quali, a solo titolo di esempio, il per la terza volta ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti. (il seguito a domani)

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

sabato 21 febbraio 2009

Sarà il week end decisivo per le banche?


Nonostante si sia oramai entrati nel diciannovesimo mese della tempesta perfetta, non possiamo certo dire di avere visto tutto il male del mondo, parafrasando lo scomparso Siegg Larsson e la sua mitica trilogia Millennium, un autore che mi torna in mente leggendo le cronache della fuga alquanto ingloriosa del Madoff in sedicesimo, il miliardario R. Allen Stanford, arrestato in Virginia dall’FBI e prossimo a essere processato per reati molto più infamanti di quelli attribuiti all’ex presidente del Nasdaq che aveva in fondo solo deciso, in tarda età, di baloccarsi con lo schema di Ponzi ai danni dei suoi amici miliardari.

D’altra parte, non possiamo dire neppure di avere visto il peggio del peggio sui mercati, anche perché queste due ultime sedute a Wall Street e dintorni hanno poco da invidiare alle tumultuose giornate di ottobre 2008, quando, come soleva dire il numero del Fondo Monetario Internazionale ed ex ministro socialista delle finanze, Dominique Strauss Kahn, il mercato finanziario globale era giunto maledettamente vicino, se non un po’ oltre, il ciglio di un profondissimo burrone.

Non è tanto per la battuta del premier italiano, Silvio Berlusconi, in quel di Londra e dopo un colloquio a quattr’occhi con Gordon Brown, anche perché ho oramai capito che per esperienza che raramente una sua gaffe è veramente tale, anche quelle più incredibili, ma semplicemente perché il suo accenno alle nazionalizzazioni viene dopo molte concrete applicazioni, sia in terra britannica che tedesca, con qualche interessante variante alla francese e molta pratica statunitense.

Se qualcuno ha pensato alla solita voce dal sen fuggita del premier italiano, è bastato attendere poche ore per ascoltare dal presidente della commissione bancaria del Senato degli Stati Uniti d’America parole non molto dissimili sull’ineluttabilità, e a breve termine, della nazionalizzazione di importanti banche americane per capire che questo week end sarà davvero lunghissimo e gravido di notizie importanti sia al di qua che al di là dell’Oceano Atlantico, anche perché siamo oramai agli sgoccioli e ben al di sotto dei terribili minimi toccati nella fase immediatamente successiva alla fatale decisione di Hank Paulson di lasciare miseramente fallire Lehman brothers, storica rivale della ‘sua’ Goldman Sachs.

Dopo un giovedì nero per le maggiori banche universali statunitensi, l’apertura delle contrattazioni nell’ultima seduta dell’ottava ha fatto scorrere più di un brivido nella schiena già tanto indolenzita degli operatori e investitori americani, che hanno osservato sugli schermi la discesa a rotta di collo delle quotazioni delle azioni di Citigroup, Bank of America e Wells Fargo, giunte anche a segnare perdite oscillanti intorno al 30 per cento, variazioni più degne delle montagne russe che di uno dei mercati regolamentati più importanti del mondo e poco importa se nelle ore successive le tre colossali banche a stelle e strisce hanno recuperato parte del terreno perduto: la frittata era oramai bella che fatta e chi doveva capire ha capito che non era possibile lasciare mano libera al mercato!

Certo, non ha aiutato la notizia che l’iperattivo e molto ambizioso nuovo sceriffo di new York, Andrew Cuomo, ha messo sotto giudizio il potentissimo numero uno di Bank of America, Ken Lewis, per l’orgia di bonus elargita da Merrill Lynch a pochi giorni dall’acquisizione della ex investment bank tecnicamente fallita da parte del colosso creditizio basato in California e che è costata il posto al povero John Thain che, almeno mi auguro per lui, verrà riaccolto a braccia aperte da quella Goldman Sachs nella quale ha lungamente operato prima di diventare presidente del New York Stock Exchange, prima di essere chiamato, con un ingaggio degno di un calciatore, sul ponte di comando della stessa Merrill.

D’altra parte, quello che si era visto sui mercati azionari europei non lasciava adito a dubbio alcuno sul fatto che l’ora delle decisioni più o meno fatali si stava irrimediabilmente avvicinando per Gordon Brown, Nicholas Sarkozy, Frau Merkel, mentre ancora non è chiaro quello che faranno Bermonti e Zapatero, ma è chiaro a tutti che sarà bene che oltre alla non secondaria questione della sopravvivenza delle principali banche domestiche si preoccupino di stendere una qualche forma di rete di salvataggio attorno a quei paesi dell’Est Europa che rischiano di trascinare nel baratro le maggiori banche europee che, negli ultimi anni, si sono spartite quelli che allora erano mercati creditizi molto, ma molto promettenti, facendo la parte del leone nello spartirsi la ricchissima torta di commissioni e marine da gestione denaro come nelle rispettive patrie non si vedevano da tempo.

Vediamo la possibile tabella di marcia delle decisioni prossime venture sulle due sponde dell’Atlantico e che dovrebbe prevedere il colpo di teatro della nazionalizzazione delle tre principali banche universali, con l’eccezione, forse, di quella J.P. Morgan-Chase che ha resistito meglio delle sue competitors agli alti marosi della tempesta perfetta, mentre sembra che resteranno private Goldman Sachs e Morgan Stanley, le uniche due superstiti dell’un tempo magico quintetto delle Big Five dell’investment banking.

Alquanto più arduo è capire cosa accadrà in Gran Bretagna, Germania e Francia, anche perché già tanto è stato fatto ed è molto difficile prevedere nei dettagli quali direzioni prenderà questa fase cruciale del processo di concentrazione, mentre quello che è certo è che, alla fine, non resteranno che un paio di grandi gruppi per paese e tutti saranno in qualche modo controllati dai rispettivi Stati ed è quasi certo che l’Italia e la Spagna entreranno in gioco solo nei tempi supplementari, in un week end prossimo venturo da collocare comunque nel non breve lasso di tempo che ancora ci separa dal G20/G21 previsto a Londra il prossimo 2 aprile.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .