martedì 7 aprile 2009

E' proprio vero che nessuno è profeta in patria!


Mi scuso in anticipo con i lettori dei cinquanta paesi circa che visitano questo blog, perché non so quanto siano interessati alle vicende italiche, ma essendo nato in questo spesso martoriato paese e proprio in quella Campania, felix secondo gli antichi romani e oggi discarica di ogni veleno prodotto dall’industria e a torto ritenuta allergica all’arte del riciclaggio, quello dei rifiuti, si intende, non posso fare a meno di occuparmi delle previsioni di un geologo, non cattedratico ma impegnato presso i laboratori posti nelle viscere della più grande delle montagne abruzzesi, che aveva previsto a tal punto la sciagura sismica prossima ventura da meritarsi una denuncia per turbamento della pubblica opinione, un sisma purtroppo puntualmente veirifcatosi e che ha fatto immensi danni e un numero ancora imprecisato di vittime, in gran parte bambini colti nel sonno e anziani non in grado di mettersi prontamente in salvo!

Prima di addentrarmi in qualche considerazione di merito, vorrei, peraltro, dire che la sorte toccata al Dr. Giuliani, il ricercatore profeta inascoltato in patria di turno, è la stessa di quanti, non troppi in verità, da molti anni segnalavano come i concomitanti fenomeni di globalizzazione, finanziarizzazione, e deregolamentazione selvaggia potessero ragionevolmente portare la finanza globale e la stessa economia reale a vivere una crisi di dimensioni non conosciute in precedenza dalle donne e dagli uomini in carne e ossa che, spesso, non hanno alcuna idea delle alchimie prodottoe dagli apprendisti stregoni impegnati nelle fabbriche prodotto delle Investment Banks e nelle divisioni di Corporate & Investment Banking delle banche più o meno globali, per non parlare delle cosiddette divisioni finanza delle compagnie di assicurazioni, dei fondi di investimento e dei fondi pensione, degli hedge funds in quanto tali e di tutte le altre entità a vario titolo protagoniste di quel mare magnum che era diventato il mercato finanziario globale.

Leggo in questi giorni molti articoli che riportano una sacrosanta verità e, cioè, che le argomentazioni utilizzate dai capi di Stato e di Governo nell’ultimo summit in quel di Londra sono state identiche se non più forti e aggressive di quelle utilizzate dai dimostranti in quel di Seattle, quei cosiddetti no global che diedero vita più di dieci anni fa a un epica battaglia contro il modo davvero selvaggio con il quale le multinazionali operanti in pressoché tutti i settori interpretavano le possibilità loro offerte dall’operato davvero dissennato di governi e banche centrali, nonché di quella World Trade Organisation, a lungo diretta dall’italiano Renato Ruggiero, un diplomatico passato poi alle dipendenze della Fabbrica Italiana di Automobili Torino, più nota come FIAT, sì proprio quella casa automobilistica italiana che oggi si propone di salvare la tecnicamente più che fallita Chrysler con la augusta benedizione dell’inquilino pro tempore della Casa Bianca e grazie a un pacco di miliardi di dollari a carico degli infelici contribuenti a stelle e strisce!

Tornando alla questione che fa da incipit a questa puntata del Diario della crisi finanziaria, non è proprio possibile non notare come l’uomo al centro delle polemiche sulla prevedibilità o meno del sisma dell’Aquila, è proprio quel Guido Bertolaso che sulle calamità naturali e le disgrazie dei suoi compatrioti ha costruito una fulgida carriera che lo vede al contempo capo del dipartimento della protezione civile e sottosegretario del governo di Silvio Berlusconi, ma che ha anche svolto un ruolo centrale nella decennale tragedia della mondezza in Campania, per la quale lui, i suoi più stretti collaboratori e le imprese da loro stessi designate, quali l’Impregilo un tempo di proprietà proprio della FIAT, sono tutti sotto indagine da parte della magistratura del capoluogo partenopeo.

Non so perché ogni volta che penso al Dr. Bertolaso mi viene in mente un altro protetto del Cavaliere di Arcore, al secolo Silvio Berlusconi, e, cioè, quel Maurizio Scelli posto, in qualità di commissario straordinario, a capo della potentissima Croce Rossa italiana, un’organizzazione che dovrebbe avere finalità benefiche e pacifiche, ma che non finisce di stupirmi per il piglio militaresco delle donne e degli uomini che ne fanno parte, con alcuni dei quali mi capita di fare colazione in un famoso bar pasticceria in quel di Via Veneto, Roma, Italia, frequentato, peraltro, da banchieri, ex presidenti di Confindustria e varia umanità, quello stesso Scelli che doveva fondare un partito fiancheggiatore di Forza Italia, impresa ovviamente fallita con successiva cooptazione dello stesso manager delle disgrazie altrui puntualmente cooptato in servizio permanente effettivo nel nuovo partito delle libertà!

Tra tanti ‘eroi’ dell’epopea berlusconiana, non vorrei dimenticarmi di quella Barbara Contini dal piglio talmente decisionista da meritarsi, nientepopodimeno, che di diventare reggente della provincia di Nassirya, capoluogo di una provincia posta nel sud dell’Irak occupato dagli anglo-americani, ma affidata, nel cosiddetto dopoguerra, alle cure degli italiani che sembrarono non rendersi conto allora che i sentimenti di una larghissima parte degli irakeni nei confronti degli occupanti non erano poi del tutto amichevoli o riconoscenti, in quanto, a torto o a ragione, pensano sia loro diritto essere padroni in casa propria, così come recita un fortunato slogan forzitaliota a proposito della libertà più o meno selvaggia di edificare, ristrutturare e/o allargare le proprie mura domestiche, un’attività che, in questo caso a giudizio unanime degli esperti in cose sismiche, fa sì che un sisma anche di dimensioni non proprio catastrofiche faccia da noi danni e vittime incomparabilmente superiori a quanto accade in altri paesi civilizzati, per non parlare poi di quanto accade in Giappone, paese afflitto periodicamente da eventi tellurici di magnitudo molto superiori a quelli che accadono in Italia e in altri paesi europei.

Così come pensando alla sorte del povero Dr. Giuliani, non posso non pensare al Dr. Doom, al secolo Nouriel Rubini, anche se penso che l’economista operante alla New York Univerity verrà probabilmente insignito del Premio Nobel per l’economia, mentre grasso che cola che il ricercatore abruzzese riuscirà a evitare di andare in galera!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nel sito dell’associazione FLIP all’indirizzo http://www.flipnews.org/ . Riproduzione della presente puntata possibile solo citando l’autore e l’indirizzo del blog

Lo scandalo dei fondi neri di Larry Summers conferma il patto 'segreto' tra Obama e Big Finance!


Come era stato ampiamente previsto dalla sparuta pattuglia di analisti non embedded alle logiche di Big Finance, il rimbalzo del gatto morto è durato lo spazio di quattro settimane e si sta già infrangendo sugli alti marosi della tempesta perfetta che sta per entrare più forte che pria nel suo ventunesimo mese di vita, il che non deve destare eccessiva sorpresa, in quanto i nodi di fondo che ne hanno permesso l’avvio restano ancora bellamente sul tappeto, né vi è summit del G20/G21 che possa, almeno al momento, scioglierli.

D’altra parte, le notizie che erano giunte giovedì scorso dal dato sulla perdita massiccia di posti di lavoro nel settore privato e, il giorno successivo, da un drammatico dato sul Non Farm Payrolls nel mese di marzo, che non faceva altro che confermare la vera e propria falcidia di posti di lavoro che oramai copre quasi tutti i settori pubblici e privati dell’economia statunitense, con una perdita di 2 milioni di posti di lavoro solo negli ultimi tre mesi e di 4,5 milioni dal gennaio del 2008, non sono certo suonate come musica per i risparmiatori/investitori di quella grande nazione, così come dei loro omologhi basati negli altri paesi del pianeta.

L’ulteriore balzo in avanti del tasso di disoccupazione, passato dall’8,1 per cento di febbraio all’8,5 per cento di marzo, con il suo stock di 13 milioni di disoccupati, non rende che in parte la situazione del mercato del lavoro a stelle e strisce, che, sommando i cosiddetti scoraggiati e parametrando i part time a unità di lavoro equivalenti a tempo pieno, avrebbe, secondo stime molto attendibili, raggiunto un livello che oscilla tra il 15 e il 16 per cento, il che equivarrebbe a dire che le persone espulse dal processo produttivo a vario titolo sfiorano quasi la soglia dei 25 milioni di persone in carne e ossa, un dato davvero eccezionale per gli Stati Uniti d’America e che non può non avere un impatto notevole sul clima delle aspettative e sullo stesso livello della domanda effettiva, innescando un vero e proprio circolo vizioso che ci fa ben capire perché sta aumentando il numero di quanti ritengono che sia molto probabile che la lettera che meglio esprime la recessione attuale potrebbe essere quella a L, ma una lettera elle che ha la parte orizzontale molto, ma molto più lunga di quella verticale!

E’ sin dall’inizio del Diario della crisi finanziaria che ripeto che ha davvero poco senso guardare all’andamento degli indici azionari come se fossero un termometro dell’intensità della febbre della finanza globale, né, tanto meno, costituisce un esercizio utile per comprendere lo stato della cosiddetta economia reale, quella fatta di output produttivi più o meno misurabili fisicamente, di materie prime, intermedie, fattore lavoro e via discorrendo, una convinzione che si è andata via, via accrescendo da quando i molto depressi corsi azionari sembrano più soggetti a ventate speculative ora al rialzo, ma molto più spesso al ribasso, lasciano intuire che a giocare siano oramai solo quasi del tutto le ‘mani forti’, mentre la gran parte dei piccoli e piccolissimi azionisti ha bello che dato forfait.

Non credo sia neanche il caso di sprecare fiato sulle più che interessate argomentazioni a sostegno di un possibile punto di svolta che sarebbe poi rappresentato dai nuovi minimi toccati nel davvero orrido mese di febbraio, un’ennesima illusione patrocinata e messa in atto dai vertici delle maggiori e tecnicamente fallite banche universali statunitensi che già pregustavano la decisione che, grazie a un’intensa e molto dispendiosa (a spese sempre dei contribuenti, ovviamente) attività hobbistica, permetterà loro di nascondere sotto uno spesso tappeto le perdite derivanti dai titoli più o meno tossici che, per migliaia di miliardi di dollari cadauna, gravano ancora sui loro bilanci, e questo nonostante il sistema della riserva federale stia cercando, sempre a spese dei contribuenti e stampando letteralmente moneta a fiumi, con un cucchiaino da caffè di prosciugare l’oceano di carta prodotta dagli apprendisti stregoni delle banche di investimento e dalle divisione di Corporate & Investment Banking delle banche più o meno globali!

Il bello è che questo vero e proprio schiaffo alle esigenze di trasparenza dei bilanci delle principali entità protagoniste di un mercato finanziario globale trasformatosi in un gigantesco casinò a cielo aperto viene dopo innumerevoli giuramenti fatti da governanti, banchieri centrali, regolatori di ogni ordine e grado, tutti pronti a dire che il problema principale era quello di fare pulizia e di ripristinare quel minimo di fiducia senza la quale sarà davvero molto difficile favorire il ritorno degli acquisti di titoli da parte dei privati investitori, un obiettivo certo difficile, alla luce di quanto è emerso e sta emergendo, ma davvero impossibile se la risposta su entrambe le sponde dell’Atlantico continuerà a essere quella di un’ulteriore deregulation.

Non ha destato, invece, nessuno stupore in me la notizia che l’ineffabile Larry Summers, capo dei consiglieri di Barack Obama, ha ricevuto milioni di dollari da due hedge funds, anche perché ho scritto in tempi non sospetti di come Summers e Robert Rubin, entrambi ministri del Tesoro nell’era Clinton, sono stati i due maggiori protagonisti della deregulation selvaggia che ha fatto cadere via, via tutte le mura divisorie erette negli anni Trenta per impedire che le Investment Banks operassero come banche ordinarie e che le banche commerciali si trasformassero in banche universali, decisioni efferate che, unite all’operato di Alan Greenspan, vero maestro di Benjamin Bernanke, in arte Bernspan, ci hanno portati dritti, dritti nella drammatica situazione attuale, una notizia che non aggiunge, peraltro, molto a quanto ho scritto in una recente puntata nella quale descrivevo il più che probabile patto ‘segreto’ e i presunti garanti dello stesso, vera e propria conditio sine qua non affinché un giovane di belle speranze quale è il nuovo inquilino della Casa Bianca potesse vincere l’estenuante corsa alla nomination contro la beniamina delle potenti centrali sindacali statunitensi, Hillary Clinton, un patto presumibilmente sottoscritto proprio quando la moglie di Bill era in rimonta nelle primarie del partito democratico!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nel sito dell’associazione FLIP all’indirizzo http://www.flipnews.org/ . Riproduzione della presente puntata possibile solo citando l’autore e l’indirizzo del blog

domenica 5 aprile 2009

Cosa si nasconde dietro l'abolizione del mark to market per valutare le attività finanziarie nei bilanci delle banche?


Inizia oggi il ventesimo mese del Diario della crisi finanziaria, una sorta di giornale di bordo della tempesta perfetta che aveva preso il via poco meno di un mese prima con il blocco totale della liquidità interbancaria che il 9 agosto costrinse un alquanto anonimo dirigente della Banca Centrale Europea a decidere, dopo frenetici contatti telefonici con i membri del Board tutti in vacanza, di immettere nel mercato una liquidità aggiuntiva pari a una volta e mezzo quella iniettata dopo i tragici fatti dell’11 settembre 2001, una decisione cui fecero immediatamente seguito analoghe mosse da parte del sistema della riserva federale statunitense e delle altre principali banche centrali.

Nel primo articolo del 4 settembre 2007, apparso in contemporanea sul sito della UILCA, sul quotidiano ondine Rosso di Sera e su Flipnews, mettevo in guardia dalle analisi superficiali e spesso embedded che, fatte salve poche e meritevoli eccezioni, circolavano sui media e venivano avvalorate dai governi e dalle banche centrali di mezzo mondo, ricordando l’analisi delle cause svolta sin dal 1998 nella mia qualità di responsabile dell’ufficio studi della UILCA, un analisi che vedeva nei concomitanti fenomeni della globalizzazione, della finanziarizzazione e, soprattutto, della deregolamentazione selvaggia le vere cause della proliferazione delle bolle speculative, alimentate da un effetto leva che giungeva, anche nelle banche universali, a valori superiori a 50, una miscela davvero esplosiva che aveva prodotto una montagna di dimensioni davvero mostruose di titoli della finanza più o meno strutturata, nonché di titoli a vario titolo rappresentativi del debito.

Pur avendo faticosamente cercato di fornire una stima di questa montagna che, inclusi i micidiali Credit Default Swaps, dovrebbe aggirarsi intorno a una cifra di non meno di 150 mila miliardi di dollari, pari, cioè, a tre volte il PIL, mondiale del 2007, sono rimasto veramente stupefatto vedendo nel web una piramide rovesciata il cui primo segmento era pari, appunto, a questa già di per sé enorme cifra, ma che riportava, nei segmenti inferiori, altre cifre che portano a un totale pari a decine di volte la ricchezza annualmente prodotta a livello planetario, una cifra assolutamente ingestibile attraverso interventi ordinari e che ben spiega l’attivismo di governi, banche centrali, organismi sovranazionali e delle principali entità protagoniste del mercato finanziario globale, tutti in vario modi consapevoli che questa montagna di carta rischia davvero di sommergerci tutti, poveri o ricchi, abitanti nei paesi maggiormente industrializzati o in luoghi ancora non raggiunti dall’elettricità!

Un segno evidente di questa ‘preoccupazione’ viene dalle decisioni del recente summit del G20/G21 che ho commentato nelle puntate pubblicate nei giorni scorsi, decisioni certamente importanti e, come nel caso della scottante questione dei paradisi fiscali, addirittura impensabili in tempi meno eccezionali di quelli che stiamo purtroppo vivendo, ma anche decisioni che non sono assolutamente all’altezza del problema che ho cercato di descrivere di sopra, decisioni, d’altra parte, prese proprio lo stesso giorno nel quale l’organismo statunitense che detta le regole contabili ha mandato letteralmente in soffitta il cosiddetto mark to market quale criterio obbligatorio per valutare il ‘valore’ delle attività finanziarie possedute da banche, compagnie di assicurazione, fondi pensione e fondi di investimento, hedge funds, divisioni finanziarie delle società industriali o delle utilities e chi più ne ha ne metta, consentendo agli amministratori di valutare questi presunti assets anche al loro valore facciale, ignorando, o fingendo di ignorare, che alcuni di questi titoli potrebbero essere venduti solo a un 10-20 per cento di tale valore, mentre per altri non è assolutamente possibile stabilire un prezzo, per il semplicissimo motivo che i relativi mercati sono del tutto congelati.

Posto che una delle cause principali della tempesta perfetta che sta per entrare pressoché a forza immutata, se non crescente, nel suo ventunesimo mese di vita è data proprio dal prolungato ‘sciopero degli investimenti’ da parte dei risparmiatori/investitori residenti all over the world, non vi è chi non intuisca che una simile misura, peraltro già anticipata nel summit del G20/G21 di metà ottobre del 2008, non consentirà più, nemmeno all’analista più sofisticato e munito della migliore strumentazione disponibile al momento, di esprimere un giudizio quantomeno attendibile sullo stato di salute, o di malattia, di nessuna delle entità menzionate di sopra, una situazione che rischia, peraltro, di rendere del tutto obsoleta qualsiasi decisione si vorrà prendere sulle tre principali agenzie di rating, deputate, tra l’altro, a valutare la qualità dei titoli più o meno complessi rappresentativi del debito.

Non voglio assolutamente sottovalutare il peso delle argomentazioni che militano a favore di tale decisione e che sono, in estrema sintesi, rappresentate dalla considerazione che applicare rigorosamente il mark to market quando il mercato è evaporato condurrebbe a mettere in conto perdite, e conseguenti svalutazioni, assolutamente esagerate rispetto ai prevedibili default sottostanti, un’argomentazione che venne molto utilizzata in Italia qualche decennio fa in occasione dello squagliamento del valore di mercato dei titoli di Stato di lunga durata e che portò alla decisione di consentire la creazione di una posta di bilancio nella quale inserire i cosiddetti titoli immobilizzati che le banche e le altre entità finanziarie si impegnavano a portare sino a scadenza, salvo richiedere alla Banca d’Italia e alla CONSOB, ove quotate, l’autorizzazione a vendere tutti o parte di questi titoli.

Per una strana coincidenza del destino, ero allora alle prese con le accurate dispense di una prestigiosa società di consulenza operante a livello globale sull’Assets & Liabilities Management che spiegavano con dovizia di particolari e chiari esempi numerici quanto fosse errato un simile comportamento apparentemente giudizioso, un ragionamento che allora mi convinse e che mi convince ancora di più alla luce dei trasparenti sforzi fatti in queste settimane dalla nuova amministrazione statunitense volti a spingere i possessori di bonds emessi da società di ogni ordine e grado ad accettare una dolorosa ristrutturazione dei titoli in loro possesso!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nel sito dell’associazione FLIP all’indirizzo http://www.flipnews.org/ . Riproduzione della presente puntata possibile solo citando l’autore e l’indirizzo del blog

sabato 4 aprile 2009

Il surreale convegno di Cernobbio cerca di ignorare quanto è successo a Londra!


Penso proprio che, in un futuro prossimo venturo, gli organizzatori eviteranno di mettere insieme qualche economista, alcuni banchieri, un pizzico di imprenditori, qualche giornalista più o meno embedded alle logiche del capitale finanziario e industriale in quel di Cernobbio, amena località sulle sponde di un rinomato lago dell’Italia del Nord a poche ore dalla conclusione del davvero fulmineo summit dei capi di Stato e di Governo del G20/G21 in quel di Londra, un vertice che ha costretto i loro davvero esausti sherpa a fare le ore piccole per trovare uno straccio di mediazione tra la posizione statunitense e britannica e le molto bellicose intenzioni del presidente francese, Nicolas Sarkozy e della cancelliera di ferro tedesca, Angela Merkel, appoggiate del tutto per finta dal per la terza volta (o quarta a seconda dei conteggi) presidente del Consiglio italiano, quel Silvio Berlusconi che non ha proprio potuto fare a meno di farsi riprendere da Sua Maestà britannica, la poco propensa agli scherzi un po’ grossier del nostro premier Elisabetta II.

Già, perché quello che ne è venuto fuori è stato un spettacolo davvero indecoroso, la pubblica rappresentazione di un dialogo tra sordi che, purtroppo per tutti noi, non sono anche contemporaneamente muti, ma che, anzi, si producono in un guazzabuglio di dichiarazioni che stanno proprio a metà tra ovvietà da Bar Sport e le solite tutt’altro che innocue bugie sullo stato della finanza e dell’economia globale nell’ennesimo anno di disgrazia 2009, un anno che purtroppo promette sin dal suo inizio di produrre ancora più danni di quanti ne abbiamo registrati nei quasi ventuno mesi da quando, il 9 agosto del 2007, abbiamo assistito all’avvio della tempesta perfetta che prese allora le mosse dal blocco totale della liquidità interbancaria!

Non ho potuto frenare un moto di sincera compassione e umana comprensione per Nouriel Roubini, vera star del convegno dopo essere stato per mesi denigrato dai media di tutto il mondo che gli attribuiva il poco simpatico appellativo di Dr. Doom, un uomo giovane ma già molto provato che semisdraiato su un divano cercava di fare entrare nella zucca dei cronisti in servizio permanente effettivo qualche perla di saggezza, del tutto incurante o altrettanto ignaro della esortazione di Saulo di Tarso, meglio noto come San Paolo, che, in una delle sue più celebri epistole, invitava i primi cristiani a non offrire le perle ai porci.

Il tema vero del dibattito tra gli augusti partecipanti era, in realtà, il seguente: “Il risultato del summit, ennesima bufala mediatica o decisioni effettive e concrete”, un tema certamente appassionante e che avrebbe potuto fornire opportuni lumi agli alquanto disperati riaprmiatori/investitori che non sanno proprio più a chi credere, alla luce del fatto che si sono sentiti dire innumerevoli volte in questi venti mesi che il peggio era passato, che la ripresa era davvero dietro l’angolo, il tutto solennemente affermato da governanti, banchieri centrali, opinionisti, esperti, economisti e chi più ne ha ne metta.

Il risultato è stato al tanto punto surreale che il povero Nouriel si è visto costretto a dire che, in realtà, alcune decisioni importanti e poco prevedibili alla vigilia dell’incontro di Londra era state prese, riferendosi alla triplicazione delle risorse destinate al Fondo monetario Internazionale, alla possibilità che lo stesso FMI si liberi di parte di quel relitto barbarico, coma amava dire John Maynard Keynes, rappresentato dalle tante tonnellate di lingotti d’oro sino ad ieri gelosamente custoditi in capaci caveau in quel di Fort Knox, per non parlare poi della emersione dalle scrivanie dell’OCSE della lista dei paradisi fiscali, sia di quelli inclusi nella lista nera che nella molto più folta lista grigia, un qualcosa che, secondo recenti stime propalate proprio a Cernobbio, si aggirerebbe intorno a undicimila miliardi di dollari

Se qualcuno dovesse dubitare delle bellicose intenzioni franco-tedesche, fatte proprie, seppur con qualche mal di pancia Atlantico, da gli altri diciotto paesi partecipanti al summit, farebbe bebe a porre attenzione all’intensissimo lavorìo che ha preceduto i lavori, un vero e proprio pressing di nazioni tutt’altro che secondarie quali la Svizzera, il belgio, l’Austria e il Lussemburgo che hanno cercato in ogni modo possibile di evitare che venissero divulgate le ‘liste sporche’ che le vedono a pieno titolo incluse assieme a stati da operetta che non hanno alcuno scrupolo a ospitare fiumi di denaro derivante da evasione fiscale, bancarotte più o meno fraudolente, traffico di droga e di armi, attività malavitose più o meno organizzate, proventi delle ruberie dei dittatori di tutto il mondo e chi più ne ha ne metta.

La decisa reazione di Mr. Euro, il lussemburghese Claude Junker, rispetto al nuovo corso globale in materia di contrasto al riclicaggio di denaro sporco non ha prodotto alcun effetto sui partners comunitari che vedono, nel recupero almeno di parte di queste somme, una chance nella disperata corsa contro il tempo determinata dai sempre più alti marosi della tempesta perfetta e che, quindi, non sembrano nutrire eccessiva comprensione per le lamentela dei governi di quei paesi che, con ostinazione certamente degna di miglior causa, continuano a trincerarsi dietro la presunta sacralità del segreto bancario e che sembrano non volere assolutamente disposti a cooperare con gli inquirenti di mezzo mondo che sono alla caccia dei tesori abilmente nascosti dai soggetti responsabili dei delitti di cui sopra!

Certo, il vero osso duro continua a essere quella Hong Kong che sa bene di avere alle spalle la potenza militare e il grande potere di ricatto economico che la Repubblica Popolare Cinese ha o presume di avere nei confronti degli Stati Uniti d’America e degli altri paesi maggiormente industrializzati e, purtroppo, allo stato maggiormente inguaiati, una situazione che non consente di escludere che, alla fine della fiera, la Cina possa rappresentare un problema per il resto del mondo, anche se spero veramente che non debba avverarsi la recente profezia di Dominique Strauss Kahn!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nel sito dell’associazione FLIP all’indirizzo http://www.flipnews.org/ . Riproduzione della presente puntata possibile solo citando l’autore e l’indirizzo del blog

venerdì 3 aprile 2009

Il summit del G20/G21 dichiara guerra ai paradisi fiscali e rifinanzia il Fondo Monetario Internazionale!


Nelle poche ore di vertice ufficiale, i capi di Stato e di Governo del G20/G21 hanno cercato in tutti i modi di rimpolpare il fragile testo preparato dai loro davvero esausti sherpa, ma, come spesso accade quando si parte da posizioni tanto distanti, il risultato della mediazione è stato alquanto modesto, fatta eccezione per la flebo da 1.100 miliardi di dollari per le casse esaurite del Fondo Monetario internazionale per interventi diretti e garanzie in favore dei paesi che non sono stati in grado di realizzare autonome e credibili reti di protezioni dei propri sistemi bancari e finanziari, misure che includono anche la vendita delle riserve auree detenute da quello che è uno dei pilastri del sistema scaturito dagli accordi di Bretton Woods.

Sono andate letteralmente in soffitta, invece, quell’autorità regolatoria globale fortemente propugnata dall’inedito asse franco-tedesco sostenuto dall’Italia, così come la richiesta americana di soldi veri europei e asiatici in misura almeno pari a quelli messi nel piatto dalla vecchia e dalla nuova amministrazione statunitense, ulteriore conferma di quel patto neanche troppo segreto tra Obama e i massimi esponenti dell’economia e della finanza a stelle e strisce che ha consentito che procedesse senza particolari intoppi la sua corsa alla Casa Bianca, un patto del quale ho dato conto nella puntata di ieri del Diario della crisi finanziaria e che, ovviamente, è soltanto frutto di ragionamenti e di quel collegamento tra le informazioni disponibili che sto effettuando sin dall’inizio di quest’avventura editoriale.

Non so se la richiesta della foltissima delegazione statunitense coincida o meno con i cinquemila miliardi di dollari di cui parlano i giornali e gli altri media, ma quello che è certo è che gli stessi sono rimasti bellamente sulla carta, in quanto, come ha sottolineato con scarso tatto il premier italiano, la crisi finanziaria è stata partorita negli Stati Uniti d’America ed è, quindi, da quel grande e potente Paese che devono venire la maggior parte delle risorse volte ad affrontarla, una posizione condita da grandi sorrisi, ma che esprime chiaramente la scarsa volontà europea di mettere radicalmente in discussione i paletti fissati dal Trattato di Maastricht o di costringere la Banca Centrale Europea a seguire l’esempio del sistema della riserva federale, mandando anch’essa le rotative che stampano gli euro a tutto regime, un’ipotesi i neotemplari membri del Board di Francoforte, veri eredi dello spirito della Bundesbank, non prendono, in realtà, neppure in considerazione!

Non voglio sottovalutare, sempre che si passi dalle parole ai fatti, l’estensione della coperta anche ai paesi dell’Est Europa, a quelli minori dell’Asia, ad alcuni Stati dell’America Latina e all’insieme dei paesi africani, anche se nutro qualche serio dubbio sulla sincronia tra le difficoltà di questi paesi e le procedure di rifinanziamento del Fondo Monetario Internazionale, così come della rapidità di intervento di questo organismo iperburocratizzato, anche se penso che, se il suo numero uno, l’ex ministro francese delle finanze, Dominique Strauss Kahn, decidesse di porre a queste questioni la stessa focosità e passionalità che tanti guai gli hanno arrecato nei mesi scorsi, saremmo certamente un passo avanti.
Come ho ripetutamente scritto nei giorni scorsi, tira davvero una brutta aria per quell’esercito di evasori fiscali, bancarottieri di ogni risma, trafficanti di droga e di armi, malavitosi più o meno organizzati e chi più ne ha ne metta, che hanno deciso di portare i loro soldi nei quattro paesi inclusi nella lista nera o nei trentotto indicati nella lista grigia rese note ieri, grazie al pressing del bellicosissimo presidente francese, Nicolas Sarkozy, e della davvero tostissima cancelliera tedesca, Angela Merkel, mentre ho qualche dubbio sull’appoggio a tale posizione dichiarato urbi et orbi dal presidente del consiglio italiano, Silvio Berlusconi, anche se gli devo dare atto del fatto che, almeno da qualche tempo, parla del tema dell’evasione fiscale e contributiva un giorno sì e l’altro pure, una posizione che stride alquanto con quelle che sul medesimo tema hanno fatto la sua fortuna politica, ma, come auspicava per se stesso il compianto Leonardo Sciascia, forse anche sulla sua lapide vorrà che sia incisa la frase “vissi e mi contraddissi”!

Anche sulle sanzioni e le forti limitazioni agli spostamenti di capitali ‘legali’ verso questo paradisi siamo tutti in attesa di vedere le relative norme scritte nero su bianco, così come vorrei sapere quale è la consistenza dell’esercito o dell’intelligence più o meno strategica a disposizione degli alti burocrati dell’OCSE, ma ritengo francamente che quello deciso ieri a Londra sia un risultato davvero insperabile soltanto qualche mese fa, così come ritengo che stia crescendo esponenzialmente il numero dei governi che mira a mettere le mani su quegli otto-diecimila miliardi di dollari che, secondo stime prudenziali e molto per difetto, potrebbero essere ospitati nei quarantadue porti un tempo sicuri, Montecarlo e Repubblica di San Marino inclusi.

Non so quanto rispondano a verità le sempre più insistenti voci che vedono buona parte di questi capitali più o meno sporchi in volo verso quello che appare l’unico porto relativamente sicuro e che è rappresentato da quella Hong Kong oramai da tempo parte integrante della Repubblica Popolare Cinese saldamente guidata da Hu Jintao, massimo esponente dell’etnia Han e leader indiscusso del potente Partito Comunista Cinese, anche se mi permetto di consigliare ai ‘legittimi’ possessori di quei soldi una qualche cautela rispetto alla più che nota e millenaria propensione cinese alla realpolitik, così come alle ricadute derivanti dall’oramai indissolubile legame che si è creato tra quello che un tempo veniva definito Celeste Impero e quegli stessi Stati Uniti d’America che più di un fine analista ha definito il Nuovo Impero, con il dovuto corollario dell’intelligenti pauca….!

Non mi unisco alla schiera dei tanti che avrebbero preferito che da Londra venisse il liberi tutti in materia di debito e deficit statali o di una nuova stagione di vendite a prezzi di assoluto saldo delle residue partecipazioni statali o di altre quote del patrimonio pubblico, anche perché penso che “chi rompe paga e i cocci sono suoi”.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nel sito dell’associazione FLIP all’indirizzo http://www.flipnews.org/ . Riproduzione della presente puntata possibile solo citando l’autore e l’indirizzo del blog

giovedì 2 aprile 2009

Vi svelo i dettagli e i nomi di alcuni garanti del patto 'segreto' tra Obama e Wall Street!


Preceduto da crescenti tensioni sociali, che vanno dai sequestri di top manager in Francia agli assalti di ieri alla Royal Bank of Scotland e alla stessa Bank of England, si aprono finalmente oggi i lavori del summit del G20/G21 in quel di Londra, lavori, ovviamente, preceduti da una vera e propria girandola di incontri faccia a faccia tra il nuovo inquilino della Casa Bianca, Barack Obama, e i partecipanti che contano di più, una lista che, oltre al padrone di casa, Gordon Brown, ha incluso il presidente russo Medvedev e il leader indiscusso della Repubblica Popolare Cinese, Ju Jintao, due che Obama sono certamente più importanti di tutti i capi di Stato e di Governo europei presenti, come al solito, in ordine sparso.

Anche se il dimostrante morto nei pressi della sede della Bank of England pare sia stato colto da un collasso, non vi è dubbio alcuno sul fatto che il clima che circonda questo appuntamento non è dei migliori, anche se quello che più preoccupa le intelligence di tutto il mondo non sono certo i quattromila dimostranti giovani e un po’ esagitati, quanto un’opinione pubblica globale realmente infuriata per il disastro combinato dai finanzieri dalle retribuzioni plurimilionarie sia prima che durante e, molto probabilmente anche dopo, la tempesta perfetta, persone che, almeno a giudizio della maggioranza degli interpellati dagli innumerevoli sondaggi svolti negli ultimi tempi, avrebbero letteralmente riempito di carta il globo intero, un tipo di carta, peraltro, in buona parte tossica che più tossica non si può e che nessuno sa come potrà essere smaltita senza danni per l’ambiente circostante!

Come è ben noto ai lettori del Diario della crisi finanziaria, al vertice si fronteggiano non già e non tanto una posizione comune dell’Unione europea e quella degli Stati Uniti d’America, bensì un insperato e certamente inedito asse franco-tedesco, che esprime posizioni che solo gli ineffabili euroburocrati possono sperare condiviso dagli altri venticinque partners del club, e quella ancora insondabile road map statunitense che cerca di salvare capra e cavoli, in base al mandato che i veri poteri forti di Oltreatlantico hanno imposto al giovane e ambizioso avvocato di Chicago in cambio del via libera al suo ingresso alla Casa Bianca, un semaforo verde che ha contato almeno quanto l’eccezionale campagna elettorale che Obama ha fatto per oltre due anni, contrapposto come era a un idolo dei lavoratori sindacalizzati americani qual’era ed è Hillary Clinton, non del tutto a caso moglie di quel Bill che ha svolto il ruolo di Presidente per ben due mandati, anche grazie a una tale fase di espansione dell’economia e dei redditi a stelle e strisce da far passare in secondo piano le sue focose gesta amatorie apertamente fedifraghe.

D’altra parte, se non vi fosse un simile mandato da parte di quel che conta a Wall Street e dintorni, non si capirebbe proprio il motivo della nomina al dicastero del tesoro e della successiva e ripetuta difesa a spada tratta di quel Timothy Geithner che con Obama divide solo la relativamente giovane età, ma dal quale lo dividono formazione, esperienze, frequentazioni e amicizie, ma che, oltretutto, ha condiviso con il rinomato trio Bush-Paulson-Bernspan tutto il drammatico e faticosissimo iter sotto i sempre più alti marosi di una tempesta perfetta che non accenna a scemare di intensità, pur essendo trascorsi, tra non più di sette giorni da oggi, ben ventuno mesi di onorata e disastrosa carriera!

Vorrei proprio che i bravissimi Paul Krugman e Nouriel Roubini se ne facessero una ragione, ma è proprio del tutto evidente che, senza la stipula di un simile patto, il pur bravissimo Obama non avrebbe vinto neanche le primarie e non sarebbe, quindi, nemmeno diventato lo sfidante del sicuramente perdente John Mc Cain, un uomo che tanto ha fatto per il suo paese e che non meritava proprio di essere imbarcato in un’avventura suicida quale quella di una campagna presidenziale come continuatore della scellerata opera di George W. Bush, uno cui lo stesso padre che, indubbiamente, lo conosceva bene avrebbe preferito il molto più sagace e certamente più abile fratello Jeb, che non a caso fu il vero artefice della prima e un po’ fraudolenta vittoria nello scontro con il vicepresidente in carica in quel lontanissimo anno 2000.

Il patto, che, a seconda dei punti di vista, può essere considerato più o meno scellerato, consiste nel tentativo di salvare il salvabile di quel che conta del sistema finanziario americano in base ai seguenti punti fondamentali: 1) l’assenza di un vero accertamento, per via giudiziaria, delle pur gravi responsabilità personali dei vertici aziendali, 2) il pagamento, a pié di lista, del salatissimo conto, senza pretendere di comandare, via nazionalizzazione più o meno dichiarata, 3) la piena collaborazione, sempre a spese del contribuente, all’altrettanto costoso processo di concentrazione di larga parte del sistema creditizio a stelle e strisce nelle sei entità al momento sopravvissute a quel durissimo processo di selezione molto teleguidata che ha lasciato in vita, appunto, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Citigroup, Bank of America, J.P. Morgan-Chase e Wells Fargo, un processo che ha visto sparire Lehman Brothers, Bear Stearns Merrill Lynch, Countrywide, Washington Mutual, Wachovia Bank, IndyMac, New Century e altre cento finanziarie di medio e grande livello dell’immenso settore del mortgage statunitense, più qualche decina di banche di piccola e media entità!

Così come non occorre essere degli indovini per prevedere che, alla fine della fiera, quel che resta e che vale della più che tecnicamente fallita American International Group, meglio mota con l’acronimo AIG, verrà graziosamente ‘donata’ alla Berkshire del Leone di Omaha, Warren Buffett, uno dei sicuri garanti del patto medesimo assieme a George Soros e altri non meglio individuati miliardari e filantropi americani e sostenitori della prima ora di Obama, quali, tra gli altri, Bill Gates III, Michael Dell e quel John Paulson, titolare dell’omonimo hedge fund, che dell’ex (?) investment banker, Hank, pretende a buon diritto di non essere neppure parente e del quale non ha condiviso assolutamente nulla di quanto ha fatto come predecessore di Geithner quale massimo responsabile del Tesoro.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nel sito dell’associazione FLIP all’indirizzo http://www.flipnews.org/ . Riproduzione della presente puntata possibile solo citando l’autore e l’indirizzo del blog

mercoledì 1 aprile 2009

L'ondata dei sequestri di manager francesi potrebbe indurre il G20 a sequestrare i capitali presenti nei paradisi fiscali!


Non so se il bellicosissimo presidente della repubblica francese, Nicolas Sarkozy, manterrà la promessa, fatta nel corso di un tour in provincia, di alzarsi e abbandonare il summit del G20/G21 che si apre domani a Londra, ma che oggi vedrà i faccia a faccia tra il nuovo inquilino della Casa Bianca e i leaders della Russia e della repubblica Popolare Cinese, ma credo proprio che ciò non si verificherà per il semplicissimo motivo che i principali protagonisti del tanto atteso incontro hanno già trovato un’importante intesa sul capro espiatorio prossimo venturo da dare in pasto a una davvero infuriata opinione pubblica e, cioè, i paradisi fiscali, quei luoghi più o meno ameni dove evasori fiscali di ogni ordine e grado, bancarottieri più o meno fraudolenti, dittatori di ogni latitudine, malavitosi più o meno organizzati, trafficanti di droga e di armi, terroristi più o meno teleguidati amano riporre i loro sudati guadagni al riparo dall’occhiuto interessamento delle agenzie fiscali dei paesi sparsi un po’ in tutto il mondo.

Ha iniziato la tostissima cancelliera tedesca Angela Merkel, che alcuni mesi orsono decise di attivare i servizi segreti della Germania che, trovata una prezzolata gola profonda operante nel principato del Liechtenstein, si impadronirono di una nutrita lista di contribuenti alquanto infedeli tedeschi e di altri paesi posti al di qua e al di là dell’Atlantico, una scoperta che, in un impeto irrefrenabile di generosità, Angela decise di spartire, a titolo peraltro gratuito, con le amministrazioni fiscali degli altri paesi interessati, mentre non si peritò di minacciare un allibito ‘sovrano’ del principato di Monaco di passare alle vie di fatto se non si fosse reso più disponibile alle curiosità del fisco tedesco e meno protettivo nei confronti di quella pletora di milionari che chiedono e spesso ottengono di eleggere a proprio domicilio fiscale la piccola località che interrompe la continuità francese della Costa Azzurra.

D’altra parte, è del tutto ovvio che in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo da poco meno di ventuno mesi, il ricchissimo bottino ospitato nelle località menzionate, alle Cayman, Jersey, Singapore, Hong Kong e chi più ne ha ne metta, un qualcosa che si aggirerebbe, secondo stime molto prudenziali, in ottomila miliardi di dollari, fa davvero gola ai governi dei paesi di tutto il mondo, anche perché, ove opportunamente sequestrato e unito allo sforzo finanziario complessivo dei paesi maggiormente industrializzati, potrebbe fornire un deciso contribuito per la realizzazione di quella massa d’urto che, seppur frazionale rispetto alle necessità, consentirebbe almeno di far fronte alle sempre più gravi emergenze che stanno letteralmente togliendo il sonno ai leaders politici mondiali e ai banchieri centrali statunitensi, europei e asiatici!

E’ bastato che un importante organismo sovranazionale facesse circolare nelle settimane scorse una nuova black list che includeva anche la Svizzera e il Lussemburgo, perché si avviassero frenetici contatti tra i governi di questi due paesi e gli Stati Uniti d’America per ottenere, a patto di concrete concessioni in termini di allentamento del segreto bancario e accordi di assistenza più cooperativi rispetto alle esigenze degli inquirenti e delle agenzie fiscali straniere, il depennamento da un elenco che per i governi dei paesi a caccia di risorse finanziarie aggiuntive è poco meno grave di quello dei cosiddetti paesi canaglia, un’altra lista che, anche grazie alla sfavorevole congiuntura economica, si sta davvero riducendo all’osso, anche perché è oramai chiaro ai più che, dopo la repentina riabilitazione del Colonnello libico, Muhammar Gheddafi, ci si appresta a perdonare anche l’Iran e la Siria, due paesi che possono svolgere un ruolo preziosissimo per risolvere la pluridecennale crisi mediorientale, quella irakena e, forse, anche quella afgana.

Ma Sarkozy ha in questi giorni ben altre gatte da pelare, in quanto dalle proteste più o meno civili dei lavoratori francesi nei confronti degli effetti davvero micidiali dellam tempesta perfetta sull’occupazione, si è passati davvero alle vie di fatto e siamo al terzo o quarto sequestro di top manager di imprese più o meno multinazionali che pensano di risolvere i loro problemi in patria attraverso energiche sforbiciate dei loro organici all’estero, Francia purtroppo inclusa, una nuova tendenza che ha ieri colpito anche il re del lusso, quel Francoise Henri Pinault, un figlio d’arte che si è anche regalato in moglie una delle più belle e intelligenti attrici americane, Selma Hayek, che ha passato ieri davvero un brutto quarto d’ora assediato nella sua auto da un centinaio di dipendenti che volevano fargli sentire le loro ragioni.

Solo chi non conosce la Francia e la sua davvero energica polizia, può non meravigliarsi per lo scarso interventismo dei gendarmi nelle sopra citate vicende, anche perché dopo il sequestro dell’amministratore delegato della 3M, conclusosi con un positivo accordo sui licenziamenti, è ancora in corso quello di quattro manager della statunitense Caterpillar (anche se nella notte uno è stato rilasciato per motivi di salute), un sequestro che va avanti da due giorni senza che i gendarmi irrompano in assetto di guerra nei locali della direzione locale della potentissima multinazionale che sta registrando un crollo del 50 per cento degli ordini delle sue enormi macchine utilizzate in particolare nell’edilizia.

Non vorrei infierire, ma non si è ancora sentita una parola di condanna per questa nuova forma di sequestri da parte di Sarkozy, mentre sono più che note le posizioni del presidente, così come quelle di Obama e e di Gordon brown sulla tragedia della perdita dei posti di lavoro che sta affliggendo i loro paesi e un po’ tutto il resto del nostro pianeta, così come sono note le posizioni dei tre leaders politici sulla questione dei bonus e delle liquidazioni plurimilionarie in euro, sterline o dollari non fa davvero molta differenza, che i banchieri, gli assicuratorie i top manager industriali continuano imperterriti a farsi attribuire dai più che compiacenti Board of Directors delle rispettive aziende, in molte delle quali iniziano a circolare testi con istruzioni per l’uso in caso di eventi come quelli che stanno avvenendo in Francia e che minacciano di verificarsi anche nel regno Unito e negli Stati uniti d’America!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nel sito dell’associazione FLIP all’indirizzo http://www.flipnews.org/ . Riproduzione della presente puntata possibile solo citando l’autore e l’indirizzo del blog