martedì 18 ottobre 2016

Voci da dentro: Deutsche Bank e il complotto a stelle e strisce


Ha avuto molto coraggio l'inviato del quotidiano torinese, Gianluca Paolucci, lo stesso che, se non vado errato, ha raccolto con un escamotage lo sfogo del bravo Fabrizio Viola dopo le sue dimissioni "spintanee" dalle cariche di amministratore delegato e direttore generale del molto malmesso Monte dei Paschi di Siena (dimissioni, lo ripeterò fino alla nausea, fortemente volute dal Governo, da J.P. Morgan e da Mediobanca per le sue resistenze alle modifiche richieste al suo piano in materia di aumento di capitale e di cessione delle sofferenze al Fondo Atlante), ha avuto coraggio dicevo perché è riuscito a far parlare, ovviamente sotto garanzia di anonimato, persone interne e persone vicine a Deutsche Bank, un colosso creditizio globale che è talmente sull'orlo di una crisi di nervi da non escludere del tutto quella uscita dal ricco mercato statunitense che è sempre una freccia all'arco del Dipartimento di Giustizia e di quello del Tesoro in quel di Washington, soprattutto se non andrà a buon fine la perentoria richiesta della nomina, da parte della banca tedesca di una personalità indipendente e in grado di districarsi nei meandri delle due divisioni di Corporale and  Investment Banking e dei loro 55 mila miliardi di euro di derivati e titoli della finanza strutturata più o meno tossici.

Mi ha fatto un po' impressione vedere la foto del quartier generale di Deutsche a Francoforte, due altissime Torri Gemelle contorte da altre costruzioni gemelle significativamente più basse e la similitudine mi ha fatto venire alla mente un mio viaggio a New York nel corso del quale quelle le torri le vidi in costruzione ma già ospitavano gli uffici dell'ICE che ebbi modo di visitare, ma anche che quello stesso anno 2001, oltre che per il tremendo attacco terroristico alle Torri Gemelle, viene anche ricordato per lo scoppio di una delle tante bolle speculative, quella delle dot.com e del settore in genere legato ad internet che tanta parte aveva avuto nella crescita abnorme dell'indice Nasdaq passato in pochissimi anni da 2.500 ad oltre 5.000 punti, per poi cadere a precipizio tra il 2000 e il 2001, costringendo Alan Greenspan, allora Presidente della Federal Reserve e maestro spirituale del suo successore, Benjamin Bernanke, che lo imitò a tal punto da spingermi a chiamarlo Bernspan, a finanziare a piè di lista gli operatori di borsa e inondare letteralmente il mercato di liquidità per evitare un effetto sistemico che infatti non vi fu, anche se non poté evitare i fallimenti a catena di buona parte delle società quotate  all'indice tecnologico più importante del pianeta.

Non molti lo sanno, ma in quei non troppo lontani primi anni del XXI secolo, Deutsche  era una banca molto diversa dalla banca globale che è diventata ora, veniva considerata una banca tradizionale concentrata su depositi e impieghi, obbligazioni  non troppo complicate, poca finanza strutturata, un discreto numero di presenze all'estero, derivati in prevalenza di hedging (cioè di copertura dei rischi di tasso e di cambio legati agli assets della banca), un solido conto economico e una struttura patrimoniale ben rapportata al proprio totale dell'attivo, ma, con l'avvento di Josep Hackermann al vertice della banca di Francoforte di cui divenne contemporaneamente Chief Executive Officer e Presidente, tutto cambiò, come ben sanno gli interlocutori che Paolucci ha scovato nel quartier generale di Deutsche e quelli che conoscono bene la banca.

E', quindi, dal 2002-2003 che Deutsche in breve tempo si trasforma  da quieta e un po' soporifera banca tradizionale in un'immensa CIB, anzi, caso quasi unico al mondo, in due, e riesce a superare i colossi americani del calibro di Goldman Sachs e J. P. Morgan, banche che fanno quasi solo derivati e finanza strutturata (oltre che, ovviamente, gestioni patrimoniali, M&A, consulenza e quant'altro) ma per volumi che sono inferiori di qualche migliaio di miliardi di dollari per ciascuna rispetto a quelli che raggiunse in brevissimo tempo il neofita Ackermann che poi fu cacciato nel 2012, ma che nel decennio in cui rimase uomo solo al comando mise le cause che hanno reso, secondo l'FMI ma non solo, Deutsche un rischio sistemico per l'intero settore finanziario internazionale, nonché le premesse per una serie di cause lunga un chilometro e che già hanno rappresentato un salasso per le un tempo floride casse della banca.

Mentre siamo in attesa del risultato della trattativa con il Dipartimento di Giustizia USA per la multa che per ora è fissata a 14 miliardi di dollari, della sentenza del processo inglese sulle manipolazioni del mercato finanziario e di altre contestazioni che qui sarebbe troppo lungo riportare, inclusa quella che riguarda la violazione dell'embargo all'Iran, un tipo di violazione che è costata a BNP Paribas una multa miliardaria, scoppia ora un'altre grana per Deutsche ed è rappresentato dall'accusa di aver compiuto un vero e proprio riciclaggio di 10 miliardi di dollari di capitali russi di non chiara provenienza e transitati per la dipendenza russa della banca e istantaneamente trasferiti alla potentissima filiale di Londra, un evento per il quale è stata chiusa l'affiliata russa e licenziati in tronco i responsabili dell'operazione incriminata. La dura reazione è in tutto ascrivibile al nuovo CEO, John Cryan, che è anche revocato i bonus di cui godevano Ackermann e due precedenti co CEO.

In questo scenario, è davvero risibile che i ministri del Tesoro e della Giustizia statunitense, la Presidente della Fed e i responsabili delle varie agenzie federali che si occupano delle diverse vicende legate all'operato negli USA della banca di Francoforte stiano muovendosi di concerto per eliminare Deutsche dal ricco mercato finanziario statunitense, anche perché gli estremi per giungere ad una revoca dell'esercizio del credito ci sarebbero già tutti, ma sembra che, al momento, non ve ne sia l'intenzione, così come il fatto che la richiesta di pagare per la crisi dei subprime quanto hanno già dato le banche globali statunitensi non abbia già prodotto un atto transattivo potrebbe essere legato a comportamenti accertati più gravi e forse legati a quello che si potrebbe definire l'entusiasmo del neofita, come in effetti era Deutsche nel mercato finanziario globale negli anni che vanno dal 2002 al 2006, gli anni, cioè, che precedono lo scoppio della Tempesta Perfetta.

Sento ripetere da tempo, e ve ne è traccia anche nell'ottimo servizio di Paolucci, che, allenato dei titoli tossici, per i derivati di Deutsche non vi sarebbero problemi perché il risultato netto di queste svariate di decine di migliaia di miliardi di euro di capitale nozionale sarebbe attivo per 19 miliardi, un dato certamente confortante, ma che si scontra da un lato con il potenziamento esponenziale delle funzioni aziendali preposta alla valutazione dei rischi, una divisione più che un ufficio giunto ad un organico di ben 2.200 persone, in secondo luogo con la richiesta del Governo federale USA di nominare una personalità indipendente proprio per valutare questi rischi, e, in terzo luogo, con una constatazione che sarà semplicistica e che dice che se il risultato è positivo perché non iniziare a chiudere in modo selettivo le posizioni con il duplice effetto di ridurre quell'ammontare che tanto spaventa i Governi, le opinioni pubbliche e le altre banche!

lunedì 17 ottobre 2016

La banche italiane nella Tempesta Perfetta tra nozze e funerali


La terza ondata della Tempesta perfetta, iniziata nei mesi a cavallo dell'avvio di questo che sempre più si dimostra essere l'anno di disgrazia 2016 si incrocia, per le banche italiane sommerse da 360 miliardi di euro di Non Performing Loans,  con quella che io definisco la quarta fase del più che ventennale processo di ristrutturazione e semplificazione di un sistema bancario che la Legge Amato affrontò a muso duro nel 1992, creando le condizioni per una separazione tra la parte pubblica, relegata nelle cosiddette Fondazioni bancarie e le banche conferitarie cui fu posto l'obbligo della trasformazione in società per azioni, per un processo di aggregazioni sempre più incisivo e che vide centinaia di banche e casse di risparmio aggregarsi in quelli che non a caso sono diventati i cinque principali gruppi creditizi (Intesa-San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi, Unione di Banche Italiane e Banco Popolare), un processo che, nel corso di tre fasi, ha restituito alle altre banche facenti parte del sistema migliaia di sportelli, seguendo le indicazioni dell'Antitrust, e mandato a casa, quasi sempre su base volontaria e con un ottimo meccanismo di esodi, decine e decine di migliaia di dipendenti.

La quarta fase del processo di ristrutturazione del sistema bancario (c'è chi dice che è la quinta chi sostiene che si tratta della terza, ma si discute di banali questioni definitorie che lascio volentieri a chi vi si appassiona) sarà "brutta e spietata", in quanto quello che si poteva fare in punta di fioretto, seppur con tempi inenarrabilmente lunghi e con errori gestionali, in particolare nei primi tre gruppi creditizi, che sono costati decine di miliardi di euro nel ventennio passato, ora verrà affrontato, anche per il fiato sempre più caldo di Madame Nouy sul collo, con la sciabola se non con la scure, forti anche di due provvedimenti legislativi di estrema importanza, quali quello che riforma le banche popolari, ricordate? quelle di quel voto capitario che ha tenuto lontani i grandi investitori da questa tipologia di banche che vanno da piccole entità a banche ben collocate ai vertici della graduatoria nazionale, nonché quello che ridurrà a una. o come sembra in questi giorni, a due holding ben 350 banche di credito cooperativo, banche che, sempre nell'ultimo ventennio, hanno richiesto numerosi provvedimenti di commissariamento o di messa in liquidazione da parte della Vigilanza della Banca d'Italia che, lo ricorderò fino alla nausea, rimane competente per tutte le banche medio piccole.

Cosa significa che si interverrà con la sciabola?  Semplicemente che vi sarà una spinta alle fusioni, facilitata da quel vero e proprio tracollo dei corsi di borsa dei titoli bancari che rende estremamente appetibili e a prezzi di saldo anche banche che un tempo erano, come il Monte dei Paschi di Siena, difficilmente scalabili (si veda, invece, il tentativo estivo e un po' maldestro di BNP Paribas  di acquisirla con un OPA pre aumento di capitale, ma chiedendo un taglio abnorme dell'organico e la garanzia dalla BCE che non sarebbe stato richiesto un aumento post fusione per incorporazione in BNP della stessa banca senese), una revisione vera dei costi operativi, in particolare di quelli relativi al personale, un radicale riorientamento dei modelli vigenti di business, un'impulso senza precedenti all'automazione che può consentire di mantenere le presenze capillari attuali, ma con una presenza di "umani" decisamente ridotta.

Insomma, un taglio drastico di molte migliaia di sportelli tradizionali in larga parte grazie al sempre più diffuso e-banking e all'automazione sempre più spinta e ove possibile assistita da pochissimi dipendenti in carne e ossa e operanti su nastri orari molto lunghi e la riduzione di 50 mila dipendenti nel prossimo triennio, e poi così nei due trienni successivi, assumendo contemporaneamente un numero più ridotto di giovani selezionati e formati in modo da poter essere immediatamente operativi in poco tempo, tutte ipotesi che rilanciavo in diverse puntate del Diario della crisi finanziaria pubblicate nelle settimane e nei mesi scorsi ben prima che il Governo raggiungesse un'intesa preliminare con l'ABI per finanziare, chi dice con 100 chi con 150 milioni di euro, il Fondo di settore adibito alla gestione degli esuberi e operante a stretto contatto con l'INPS.

Nel frattempo, come in ogni guerra che si rispetti, ci sono stati sei decessi di banche, le prime quattro, Etruria e le sue tre sorelle, salvate a spese delle altre banche e destinate ad essere acquistate praticamente gratis da qualche volenteroso, mentre le ultime due, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, tecnicamente fallite, se le è prese, al prezzo di 2,5 miliardi, quel Fondo Atlante che ha quasi esaurito la sua dotazione  iniziale di 4,2 miliardi, mentre il suo clone  Atlante 2 ha ricevuto in dote 1,6 miliardi e li ha tutti impegnati per l'acquisto di buona parte delle sofferenze del Monte dei Paschi di Siena.

Ieri, due impegnative e niente affatto scontate assemblee dei soci del Banco Popolare e della Banca Popolare di Milano hanno dato il definitivo via libera al progetto di fusione che sarà operativo dal 1° gennaio del 2017, e tenete conto che si votava ancora, e per l'ultima volta, con il voto capitano ed era richiesta la maggioranza qualificata dei due terzi (una maggioranza che in BPM è stat raggiunta con non ampio margine), una decisione assembleare che fa nascere un gruppo con 4 milioni di clienti, 2.500 sportelli e un totale attivo di 171 miliardi di euro, di cui 120 miliardi di impieghi, che la proietta al terzo posto tra i gruppi italiani, scavalcando MPS. Avrei alcune cose da dire, in particolare su una delle due contraenti il contratto matrimoniale, ma sarebbe di cattivo gusto in occasione delle nozze, un risultato che sancisce però il secondo risultato positivo di fila per l'inedita coppia Guzzetti-Bazoli, la prima, contro Mediobanca e parte dell'establishment finanziario italiano nella disfida per la Rizzoli-Corriere della Sera e la seconda è rappresentata, appunto, dalla fusione Banco Popolare-BPM e si dice, visto l'interessamento della coppia dei due anziani ma molto navigati banchieri lombardi, che non vi è due senza tre!

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Nella recente puntata del Diario della crisi finanziaria dedicata alle determinanti economiche che influenzeranno l'esito del referendum costituzionale che si terrà il 4 dicembre prossimo venturo, non potevo tenere conto di due eventi successivi alla puntata stessa, rappresentati il primo del significativo intervento di sostegno al Fondo per gli esuberi del settore bancario di cui parlo di sopra, mentre, per quanto riguarda la Legge di Bilancio, devo constatare che sono state confermate le anticipazioni delle settimane precedenti, anzi, le stesse sono state nettamente rafforzate, soprattutto negli aspetti che riguardano milioni di italiani in materia di sanità,  di previdenza, nonché l'uscita di scena di quella che Equitalia che per tanti italiani rappresenta un po' lo sceriffo di Notthingam! Da previsore, devo dire che, a questo punto e  fatti salvi imprevisti che possono  sempre accadere nelle prossime settimane, il risultato mi sembra proprio "one way", anche se, in materia elettorale e ancor più quando si tratta di un referendum costituzionale di questa rilevanza, la prudenza è assolutamente d'obbligo.

sabato 15 ottobre 2016

L'intellighenzia italiana sempre alla ricerca di un padrone


Qualcuno tra i lettori del Diario della crisi finanziaria storcerà la bocca rispetto al titolo di questa puntata, pensando che un argomento del genere non ci "cape" con il sommovimento che scuote i mercati finanziari e le economie reali dell'intero pianeta da oramai oltre nove anni, ma spero che chi avrà la pazienza di leggere questo testo fino in fondo capirà che il rapporto tra gli operatori dell'informazione, una parte sempre più corposa dell'ambito culturale più generale, e i protagonisti degli accadimenti economici e finanziari di questi anni  è davvero strettissimo e che molti degli errori compiuti da risparmiatori e investitori prima e durante la Tempesta Perfetta sono scaturiti anche da una informazione e l'opera di opinionisti "neutrali" che non hanno consentito, e tuttora non consentono, quel grado di conoscenza sufficiente per compiere scelte sagge e razionali; mi occupo dell'Italia perché è la realtà che conosco meglio, ma vi assicuro che l'erba del vicino non è così verde, fatta eccezione per alcune inchieste che hanno inferto duri, a volte durissimi colpi a potentissimi leader politici ed economici di tanti Paesi all over the world.

Il tema della subordinazione degli intellettuali al Potere, di qualsiasi natura esso sia, affonda le sue radici agli albori della Storia conosciuta e alla ripartizione del lavoro che vide nascere la categoria dei sacerdoti a fianco di quelle dei guerrieri, degli agricoltori, degli artigiani e chi più ne ha ne metta, una distinzione, cioè, tra chi operava fattivamente e chi doveva il suo sostentamento all'esercizio della religione e al favore del sovrano, ma, poiché sarebbe impossibile partire da così lontano, ho scelto di iniziare da un episodio che riguarda da vicino il nostro Paese ed è quando, alla richiesta perentoria, pena il licenziamento, fatta ai docenti universitari italiani di giurare fedeltà al fascismo solo un numero che si conta sulle dita di pochissime mani ritenne che non fosse possibile coniugare l'insegnamento e la ricerca e l'adesione a priori ad un regime politico totalitario come fu, per oltre un ventennio, il fascismo, una vergogna, per i docenti universitari dell'epoca che fa il paio con la sostanziale assenza di reazioni che vi fu quando vennero allontanati i docenti universitari di fede ebraica, come il nonno di quell'Augusto Graziani che fu il mio relatore di laurea alla fine degli anni Settanta.

Credo sinceramente che, seppur così lontano nel tempo, questo episodio sia la vera base di quel "tengo famiglia" che, secondo uno intellettuale dotato di grande spirito critico italiano, andrebbe inciso a grandi lettere sulla nostra bandiera nazionale, così come l'informazione in quel periodo era tutto meno che l'esercizio del libero pensiero e di una critica anche costruttiva, due elementi che forse avrebbero impedito l'entrata in guerra dell'Italia che avrebbe potuto in questo seguire l'esempio di un paese vicinissimo alla Germania nazista come la della Spagna franchista, della Svizzera e di pochissimi altri Stati europei.

Ma questa abitudine al conformismo  e all'allineamento con i potenti di turno sia politici che magnati dell'economia è transitato pari pari nell'Italia del dopoguerra, periodo nel quale giornalisti e "liberi pensatori" si schierarono di qua e di là ma, in entrambi i casi senza dimostrare quello spirito critico che tanto sarebbe stato necessario per fare sì che l'opinione pubblica non fosse costretta ad aderire ad una visione acritica basata sulla fede cattolica da un lato o sulle fede cieca nel Sol dell'avvenire dall'altra. 

Ed è in questa contrapposizione frontale che allignò il vero male oscuro del nostro Paese e che è rappresentato dalle società segrete, delle quali la Massoneria non è che una delle tante e forse nemmeno la più influente, società nelle quali, come dimostrano gli elenchi della P2, convivevano bellamente  e  pacificamente esponenti di entrambi gli schieramenti, persone che di giorno si scontravano nelle aule parlamentari e che la sera si ritrovavano fratelli nella comune fede massonica, o in associazioni altrettanto segrete di ogni ordine e grado.

Introno ai trenta anni, ho iniziato a collaborare molto assiduamente nelle ore serali dopo il lavoro a quotidiani nazionali, agenzie di stampa, settimanali e mensili scrivendo oltre mille articoli in pochissimi anni, testate prevalentemente di sinistra o di proprietà di editori puri, e vi posso assicurare che vi erano meno ordini di scuderia in questi ultimi che nelle testate che spesso erano a sinistra del PCI, ma quello che mi ha colpito ovunque mi trovassi a collaborare era il fatto che non vi era un direttore, o caporedattore o capo servizio che dicesse esplicitamente quale era la linea editoriale del giornale, in quanto i giornalisti erano sveltissimi a capirla da sé, determinando quel fenomeno di massa che può essere definito autocensura, una malattia che ha afflitto quasi tutti i miei ex colleghi che sono poi rinati quando sono finiti in testate più "borghesi", cosa che mi era stata proibita dai più e vista come un comportamento assolutamente disdicevole.

La mia esperienza di controinformazione nei nove anni da quando è iniziata la Tempesta Perfetta, pubblicando in proprio il Diario della crisi finanziaria, mi ha convinto che c'è uno spazio enorme per chi non si vuole ridurre a fare il velinario e le centinaia di migliaia di visite ricevute dall'omonimo blog e il fatto che le stesse siano state effettuate da oltre cento nazioni mi hanno reso consapevole che questa attività assolutamente pro bono è molto più gratificante che essere uno schiavo retribuito dei poteri più o meno palesi o dei poteri occulti!

venerdì 14 ottobre 2016

L'orso siberiano batte un colpo!


Non credo vi sia stato soverchio stupore in quel de l'Eliseo quando è giunta la notizia dell'annullamento della visita che Vladimir Putin, ex colonnello  del KGB a lungo di stanza nell'ex Germania dell'Est, l'uomo che ha "messo a posto" nel 2008 la Repubblica Georgiana e che si è pappato in un solo boccone quella Crimea per cui in un lontano passato hanno versato il loro sangue tanti soldati e ha armato la mano degli indipendentisti ucraini e che sta facendo, insieme al figlio di Assad, della città di Aleppo uno dei più grandi cimiteri a cielo aperto che la Storia a partire dal secondo dopoguerra mondiale ricordi, e mi scuso in anticipo perché il cursus honorum di questo autentico figlio della Guerra Fredda l'ho ricostruito a memoria, controllando soltanto qualche dettaglio sul conflitto russo georgiano che è poi il secondo perché il primo ebbe luogo negli anni Venti del secolo scorso e lascio al lettore di indovinare chi ebbe la meglio tra la neonata Unione delle repubbliche Socialiste Sovietiche e la sventurata Georgia, destinata a diventare, appunto, una di quelle repubbliche, per non parlare del quasi completato sterminio dei ceceni, una tragedia che si è svolta in un arco temporale molto lungo nella totale, o quasi, indifferenza dell'Occidente industrializzato.

Non vi è stato stupore come dicevo né in Francoise Hollande, che si era interrogato nei giorni scorsi, quasi un novello Amleto, in diretta televisiva sull'opportunità o meno di questa visita, né tantomeno nei suoi ministri, anche perché uno di questi aveva apertamente parlato della necessità di deferire il leader maximo di tutte le Russie al tribunale penale internazionale di stanza nella città olandese dell'Aja per crimini di guerra, quelli recenti compiuti in Siria, perché per quelli più remoti la comunità internazionale ha chiuso un occhio, o forse tutti e due, risvegliandosi all'improvviso dal suo torpore solo quando scoppiò il conflitto ucraino e, data per persa la Crimea dove da sempre stanziava la flotta russa, applicò, unitamente al resto dell'Occidente, dosi crescenti di sanzioni ed espulse drasticamente il capo del Cremlino dal consesso del G8, declassato improvvisamente a G7, un attivismo dovuto al fatto che l'Ucraina aveva da tempo un patto di intervento difensivo con la NATO, organizzazione alla quale all'epoca aveva anche fatto domanda di adesione.

Siccome ho notato che anche i più affezionati lettori del Diario della crisi finanziaria, quelli, per intenderci, che lo seguono, e nei momenti migliori da oltre cento Paesi del mondo, sin dal 2007, hanno la tendenza a dimenticare, se non a rimuovere, i principali accadimenti delle diverse fasi della Tempesta Perfetta,  e ho visto che questa tendenza all'oblio è ancora più forte per gli accadimenti geopolitici, vorrei fare di seguito un breve riassunto di quello che è accaduto dopo la svolta impressa all'URSS e al PCUS da Michail Gorbachev, l'uomo che verrà più tardi insignito del Premio Nobel per la Pace.

Come non tutti ricordano, per buona parte della sua carriera politica Gorbachev fu un ligio e inquadrato alto burocrate del PCUS e non è assolutamente chiaro come riuscì a diventare Segretario Generale del partito e leader massimo dell'URSS, incarico che svolse inizialmente senza imprimere grandi scosse al modus operandi di quella grande unione di Stati contornata da sei importanti Stati satelliti, mentre, da un certo momento in poi, prima con la Glasnost e poi con la Perestroika diede vita ad un movimento che produsse lo scioglimento del Partito, l'indipendenza dei paesi dell'Europa dell'Est, la caduta del Muro di Berlino nel 1989, avviando al contempo il processo di maggiore autonomia delle diverse repubbliche che poi si trasformò, cosa che non era assolutamente nei suoi auspici, nel più rapido e drastico processo di indipendenza della maggior parte delle Repubbliche che componevano fino a quel momento l'URSS, un percorso che vide al contempo la dissoluzione di quello Stato nello Stato che era rappresentato dal KGB.

Pur guidando il partito con pugno di ferro e pur controllando con piglio deciso il KGB, quello della sopravvivenza fisica prima ancora che politica del leader russo anche solo a uno dei vari passaggi che ho appena ricordato è un mistero che non trova ad oggi spiegazione convincente, fatto sta che poco tempo dopo averlo completato questo percorso ad ostacoli e quando si aspettava che le Repubbliche avrebbero aderito in massa al suo progetto di Federazione attorno al nucleo centrale della Russia, vi fu uno stranissimo colpo di Stato che portò in tempi rapidi uno dei suoi principali alleati, Boris Eltsin, al potere, con la conseguente dissoluzione dell'Unione e il più grande processo di depredazione delle ricchezze russe in favore di un manipolo di protetti dal regime che la storia ricordi, un processo che, grazie anche al precarissimo stato di salute del nuovo leader, portò all'assalto al potere di Vladimir Putin, che mantenne i rapporti con una parte di questi nuovi ricchi, l'altra la cacciò in galera o costrinse all'esilio, e rimise tutto il potere nelle sue mani, potere che da allora ha esercitato ininterrottamente, a volte da Premier, più spesso come Presidente, ma sempre come leader indiscusso della resuscitata Madre Russia.

Non voglio tediare oltre il lettore con l'epopea putiniana, ma ricorderò soltanto che il suo potere passa per un controllo totale del settore statale, delle forze armate e dei servizi segreti, che non si chiameranno più KGB ma non sono molto da meno di quella potentissima organizzazione, del petrolio (si vedano solo il recente accordo con la Turchia e il ruolo, in verità molto ambiguo, che sta giocando nei confronti dell'OPEC cui può favorire il successo della operazione di cartello volta a consentire un aumento dei prezzi), questo solo per citare le principali leve nelle mani di un uomo che ha saputo risvegliare l'orgoglio nazionalistico dei russi, quelli stessi russi chiamati oggi ad ammassare scorte alimentati e a partecipare ad esercitazioni militari riservate ai civili!

La novità degli ultimi giorni sta nel fatto che sono stati rivolti appelli alla popolazione per prepararsi a tempi molto duri, mentre al contempo si stanno ammassando in quantità eccezionali riserve di grano e di altri generi di prima necessità, un qualcosa che negli ultimi decenni, e comunque dalla fine della Guerra Fredda non si era visto e che fa pensare che, oltre al modo più che discutibile in cui si sta in Siria, potrebbe essere giunto il tempo per Putin di completare l'operazione avviata in Ucraina qualche tempo fa.

Ma la spinta all'espansionismo russo potrebbe essere ancora più ambizioso e riguardare le tre repubbliche baltiche, mentre è sicuro che da Mosca si guarda con grande interesse sia al grande freddo tra la Turchia e l'Unione europea, così come non è troppo distaccato lo sguardo che viene rivolto alle posizioni dei Paesi dell'ex Europa dell'Est che ormai dichiaratamente mal sopportano alcune decisioni provenienti da Bruxelles, in materia di obbligo all'accoglimento dei migranti, ma non solo.

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Per chi fosse interessato alla versione di Gorbachev sulla fase che ha preceduto la dissoluzione dell'URSS e lo scioglimento del PCUS, consiglio la lettura del dialogo che l'ex leader russo ha intrattenuto con Daisaku Ikeda, presidente della Soka Gakkai Internazionale, un movimento religioso buddista giapponese che si ispira al maestro giapponese Nichiren Daishonin vissuto nel XIII secolo, e che è stato raccolto in un libro intitolato "Le nostre vie si incontrano all'orizzonte" edito in Italia da Sperling e Kupfer.

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Per chi segue il Diario della crisi finanziaria dalla ripresa delle pubblicazioni nel febbraio del 2016, non sarà una novità che tra le caratteristiche della terza ondata della Tempesta Perfetta vi era la enorme bolla creditizia esistente in Cina e che la conseguente rarefazione dei finanziamenti da parte di queste banche tecnicamente fallite stava mettendo in crisi l'apparato produttivo, in particolare quello statale, e ora i primi segnali iniziano a vedersi con vero e proprio crollo alte del 10 per cento nell'ultimo dato disponibile, in presenza di quasi un 2 per cento di crescita dell'import.


giovedì 13 ottobre 2016

L'exodus dei bancari italiani: raggiunto l'accordo Governo ABI


Come avevo scritto in più di una puntata del Diario della  crisi finanziaria pubblicate negli scorsi giorni e nelle scorse settimane, il coro di voci più o meno autorevoli che reclamavano a gran voce una drastica riduzione del numero delle banche e, ancor più, dei bancari italiani si era fatto veramente assordante, al punto che avevo scritto che a queste voci mancava davvero solo quella di Sua Santità Francesco I, che, per sua e nostra fortuna,  ha cose davvero più importanti a cui dedicare il suo magistero, come, ad esempio, trovare un modo per fermare quel vero e proprio bagno di sangue che è diventata la guerra civile in Siria.

Ebbene, come spesso accade, tanto tuonò che piovve ed è di ieri la notizia che il Governo avrebbe raggiunto una intesa di massima con l'Associazione Bancaria Italiana per favorire, mediante finanziamento per 150 milioni di euro del Fondo di settore che ha come principale mission quella di accompagnare alla pensione i lavoratori e le lavoratrici delle aziende di credito operanti in Italia, un esborso che dovrebbe consentire l'uscita di 50 mila dipendenti in un triennio, una misura che come l'anticipo pensionistico è presumibilmente pensata per essere rinnovata alla scadenza indicata, con il risultato che potrebbe portare, in un arco temporale decennale, all'uscita di 150 mila dipendenti del settore del credito che, guarda caso era contenuta nella forchetta di cifre (150-200 mila) indicate dal Premier Renzi nel corso di una sua recente uscita pubblica in una importante città del Nord del nostro Paese.

Come anticipato da La Repubblica e La Stampa, i relativi provvedimenti dovrebbero giungere nei prossimi giorni e così anche la formalizzazione della cifra stanziata per venire incontro ad un settore in profonda trasformazione e che finora si è fatto integralmente carico di decine di migliaia di esodi avvenuti negli ultimi venti anni, provvedimenti che affiancano la decisione del Governo di consentire nei mesi scorsi l'allungamento dell'arco temporale previsto di permanenza del lavoratore nel Fonda dai precedenti cinque agli attuali sette anni, un periodo che ricalca quello adottato negli anni scorsi in Alitalia.

Avendo partecipato, con ruolo di supporto tecnico, alle trattative per il rinnovo di diversi  contratti collettivi di lavoro del settore del credito, conosco bene la mentalità dei banchieri italiani e dell'Associazione che li raggruppa e posso perciò dire con assoluta sicurezza che il clima che si doveva respirare nei saloni nobili di Palazzo Altieri doveva essere davvero festoso e che, andati via i rappresentanti del Governo, lo champagne deve essere scorso davvero a fiumi, perché due, se non tre sono gli importantissimi risultati che una categoria, come quella dei banchieri italiani, che non brilla certo per coraggio e determinazione si è vista servire su un piatto d'argento la soluzione di un problema annoso, quale è quello del sovradimensionamento degli organici di cui aveva per decenni sostenuto pagando il conto a piè di lista passare in gran parte a carico dello Stato.

Ma il secondo dei motivi che hanno avuto i banchieri nostrani per festeggiare  è dato dal fatto che con questa intesa dovrebbe venir meno l'annosa diatriba tra il carattere volontario o obbligatorio delle liste per l'accesso alle prestazioni del Fondo di settore che,  lo ricordo, è costituito presso l'INPS che eroga le relative prestazioni per trasformarle, alla fine, in una pensione vera e propria, previa presentazione della relativa domanda, una situazione che fa sì che gli esodati del credito siano i più garantiti di quella fattispecie che ha visto, invece, situazioni davvero drammatiche e di vero e proprio allarme sociale, situazioni che i diversi Governi che si sono succeduti dopo l'approvazione della severa Legge Fornero hanno dovuto affrontare emanando diversi provvedimenti di salvaguardia dei quali è in cantiere con la Legge di Bilancio la numero otto.

La mia frequentazione alquanto assidua di Palazzo Altieri, che lo ricordo è la sede dell'ABI, mi fa dire che attorno al punto dell'obbligatorietà o volontarietà di questo davvero gran numero di uscite vi sarà la solita pantomima che avrà il suo punto di caduta nell'alquanto ovvia riaffermazione del fatto che si ricorre in prima battuta alla volontarietà, ma che se questa, in termini quantitativi ma ancor più qualitativi, non dovesse essere giudicata adeguata dai vertici della singola banca, allora si procederà con le "maniere forti" e sarà la banca a dedicare chi deve lasciare il posto di lavoro per aderire obbligatoriamente al Fondo.

Il terzo e un po' inconfessabile motivo di gioia dei banchieri è dato dal fatto che l'effetto benefico sui conti economici delle banche derivante da questo accordo con il Governo fornisce loro ossigeno e tempo per rinviare quelle fusioni e acquisizioni che sono per loro come l'odioso gioco delle sedie, anche perché quando si ferma la musica non sanno se troveranno una sedia, o meglio poltrona, per sedersi!

Poche ore prima della notizia dell'intesa preliminare tra Governo e ABI, il giovane amministratore delegato e direttore generale di BNL, Andrea Munari, da poco meno di un anno in carica, ha scoperto le carte sul suo primo piano industriale che prevede una rifocalizzazione verso la clientela affluent e le imprese, mentre la minore attenzione alla cliente è testimoniata da un lato dalla chiusura di cento dipendenze e dall'altro dalla individuazione di 700 esuberi da avviare, più o meno volontariamente, al Fondo di solidarietà, mentre un numero pressoché analogo di dipendenti dovrà lasciare la Direzione Generale per essere utilizzato all'esterno della stessa. Insomma, la banca di Via Veneto potrebbe essere la prima beneficiaria dei fondi pubblici destinati a favorire il dimagrimento degli organici delle banche!

mercoledì 12 ottobre 2016

MPS: Bankitalia a corto di aggettivi


Sembra proprio che dalle parti di Via Nazionale, la strada su cui insiste Palazzo Kock, sede storica della Banca d'Italia, non vi siano copie del dizionario dei sinonimi e dei contrari, ma soprattutto che non si rendano conto del modo in cui il comune cittadino, e non solo, interpreta un aggettivo come "ambizioso", eppure, dopo l'esternazione in Parlamento di uno sconosciuto alle masse vice direttore generale dell'istituto che aveva definito come ambizioso l'obiettivo dell'uno per cento di crescita del prodotto interno lordo per il 2017 contenuto in un Documento di Economia e Finanza sul quale non si era ancora asciugato l'inchiostro, suscitando un vespaio di polemiche e costringendo Padoan a varie uscite per confermare la giustezza di quanto contenuto nel DEF, ci ha pensato lo stesso Governatore, Ignazio Visco, a bollare il piano emergenziale del Monte dei Paschi come "ambizioso" e lo fatto in quella stessa stessa Washington dove poche ore prima il Fondo Monetario Internazionale aveva benedetto sia l'aumento di capitale che la maxi cartolarizzazione delle sofferenze della banca senese, definendole misure appropriate.

Se non avessi letto il dispaccio di agenzia di Askanews e i titoli dei quotidiani di domenica, non avrei creduto che il Governatore, che ha tra le poche prerogative che gli sono rimaste dopo l'avvio della BCE quella di garantire la stabilità del sistema bancario italiano, potesse esprimersi così, ma la lettura del resto del testo del dispaccio è self explaining oltre che chiarificatrice, se ve ne fosse bisogno, del significato che in quel di Via Nazionale si attribuisce all'aggettivo menzionato di sopra, in quanto Visco, dopo aver sottolineato che si tratta di un percorso non agevole per le due maxi operazioni ideate dall'ex amministratore delegato di MPS, Fabrizio Viola, nel luglio scorso, assicura che da parte di Bankitalia vi sarà tutta la cooperazione possibile e mi chiedo in quali termini, visto che il dossier è saldamente nelle mani del capo della vigilanza presso la Banca Centrale Europea, Daniel Nouy, che ne riferisce periodicamente al Presidente Draghi e al Consiglio della stessa BCE, oltre ad aver approvato il piano di Viola, piano che è stato non contrastato anche da Padoan e Renzi, anche se questi ultimi hanno fortemente voluto un cambio in corsa e favorito l'ascesa di Marco Morelli al vertice di MPS.

Prima di proseguire, mi permetto di notare che se c'è qualcosa di veramente ambizioso è il piano a suo tempo ideato per vendere le quattro banche poste nel percorso di risoluzione a novembre 2015, dopo essere state liberate con uno sforzo solidaristico di tutte le banche operanti in Italia e successivamente, sempre a carico di queste, oggetto di una robusta ricapitalizzazione, così come faccio notare che i problemi di Banca dell'Etruria e delle altre tre banche risalgono a molto tempo addietro e che la Vigilanza Bankitalia, competente per questa dimensione di banche, non ha proprio brillato per tempestività e incisività.

Ma mi si perdoni un'ultima notazione che ha a che fare con l'Istituzione Banca d'Italia, un'entità che non sarà mai stata potente e influente come la Bundesbank, ma che ha una rete di relazioni italiane e internazionali da non sottovalutare, come mi sono reso conto in quasi quaranta anni di attività di ricerca e di lavoro giornalistico sul sistema bancario italiano e sulle vicende economiche italiane e internazionali più in generale, un'esperienza che mi fa dire che le recenti uscite pubbliche di due suoi esponenti apicali sono tutto meno che casuali, così come non è un mistero per nessuno il clima gelido che esiste sin dal febbraio del 2014 (mese nel quale vi è stato il voto di fiducia delle due Camere) tra questa Istituzione che in un non lontanissimo passato ha prestato al Paese due Presidenti del Consiglio, uno dei quali è anche diventato Presidente della Repubblica, nonché tre ministri del Tesoro, e l'attuale Governo.

La scelta del tempo, come soleva dire nel XIII secolo Nichiren Daishonin, il fondatore della scuola buddista di cui faccio parte, è fondamentale e d'altra parte induce a più di un sospetto, perché l'"ambizioso" piano di Fabrizio Viola è del 29 luglio di questo anno di disgrazia 2016 e, negli oltre due mesi trascorsi, da Palazzo Kock non è venuta non dico una critica all'impianto dello stesso ma neppure un'osservazione, e da allora di cose ne sono successe, quali le dimissioni forzate di Viola determinate dal venir meno della fiducia del Governo nei suoi confronti a causa dei contrasti con J.P. Morgan, contrasti resi noti direttamente a Padoan e Renzi quest'estate dal numero uno della potente banca globale, Jamie Dimon, e tutti sanno che le critiche vertevano sull'entità dell'aumento di capitale e sulla cartolarizzazione da realizzare tutta insieme e in esclusiva con il Fondo Atlante, mentre da più parti al di qua e al di là dell'Oceano Atlantico, vi era chi sosteneva che, come previsto dalla stessa missiva della Vigilanza BCE, c'era e c'è la possibilità di spalmarla in più tranche fino alla fine del 2018.

Quindi, anche Visco e i suoi più stretti collaboratori sanno che il piano per rimettere MPS in carreggiata potrebbe essere molto diverso da quello originario e quindi molto meno "ambizioso", ma forse il Governatore voleva proprio fare un assist ai piani, che forse già conosce, che Marco Morelli, con la più che probabile benedizione di J.P. Morgan, nella quale il giovane AD ha militato in passato, e di Mediobanca, ha in testa se non ancora su carta e che promette di rendere noti al più presto al mercato! 

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Un tribunale tedesco sta indagando su una storia di prestiti spacciati per derivati, un'inchiesta che riguarda in particolare e in modo massiccio l'operato di Deutsche Bank nel Monte dei Paschi di Siena e che potrebbe non limitarsi ai 10,5 miliardi di euro attualmente contestati. Ne parlerò prossimamente, dopo aver fatto le dovute verifiche, anche se da quello che si sa, oltre a  probabili e ingenti problemi risarcitori, non sono escluse conseguenze penali per gli esecutori materiali delle operazioni contestate e per gli stessi vertici della banca dell'epoca in cui le stesse operazioni vennero messe in atto. Faccio anche sommessamente notare che del famoso compromesso di Deutsche con ill Dipartimento USA, quel più che dimezzamento della sanzione da 14 miliardi di dollari che salvò il colosso creditizio tedesco dai piedi di argilla qualche seduta borsistica fa, si sono perse le tracce in un mare di smentite che l'accordo sia mai stato raggiunto.

martedì 11 ottobre 2016

L'aiutino della BCE a Deutsche Bank


Come ho scritto in diverse puntate del Diario della crisi finanziaria, le regole d'ingaggio della Vigilanza BCE sono state improntate sin dall'inizio da un quadro regolamentare europeo, ma anche globale, che consentì  di attribuire ai derivati e ai titoli tossici molto presenti nelle banche tedesche e in quelle francesi, lo sono anche nelle maggiori banche britanniche ma queste sono, ovviamente, fuori del raggio di azione di Madame Nouy, mentre si decise di attribuire un grande peso e una grande rilevanza non più alle sofferenze al netto degli accantonamenti, ma alle sofferenze al lordo di questi, se non al più vasto aggregato dei Non Performing Loans, che, come è noto, per il nostro Paese ascendono a 360 miliardi di euro, contro 200 miliardi circa di sofferenze lorde e più o meno 90 miliardi di sofferenze nette.

Altrettanto ovviamente, il manuale cui gli ispettori della Vigilanza BCE fanno riferimento nelle loro ispezioni a distanza o in loco, nel quale ultimo caso vengono coadiuvati da ispettori della Vigilanza del Paese in cui ha sede la banca sotto esame, non è mai stato reso noto, anche se qualcosa è trapelato dalla lunga intervista del Corriere della Sera a Ignazio Angeloni, numero tre di fatto dell'organismo diretto dalla Nouy, il quale tra le tante cose (si veda la puntata Voci da dentro la BCE: Ignazio Angeloni) ci ha tenuto ad affermare che non vi sono favoritismi di sorta nei confronti dei colossi bancari tedeschi e francesi, che sono tenuti d'occhio al pari delle banche italiane o di altri paesi della zona dell'euro, aggiungendo che, al bisogno, l'organismo di cui fa autorevolmente parte non "guarderà in faccia a nessuno".

Risulta strano, tuttavia, che non vi sia stata un'ispezione in grande stile, tipo quelle spettacolari che avvenero a New York tra il 2008 e il 2009, nel grattacielo che ospita la sede centrale a Francoforte di Deutsche Bank, raggiungibile peraltro con i mezzi pubblici dal grattacielo della Banca Centrale Europea, quando un tribunale tedesco ha messo sotto inchiesta l'istituto guidato da John Cryan per aver classificato come derivati, tra i quali quelli utilizzati al Monte dei Paschi di Siena per mascherare le perdite legate alla sciagurata e molto onerosa acquisizione di Antonveneta, quelli che per i giudici inquirenti sono prestiti belli e buoni, una errata classificazione che ha consentito di classificare tra i derivati quelli che erano impieghi, con una differenza rilevante sui calcoli per determinare il cruciale Tier 1, a sua volta fondamentale nell'esito di quegli stress tests che tanta paura fanno ai vertici delle banche vigilate dalla BCE e cui, ad esempio, la Banca d'Italia non  sottopone le banche da essa ancora vigilate per timore forse di esiti che potrebbero destabilizzare il sistema creditizio italiano.

Pur essendo vero che questo incidente, come quello della manipolazione dell'Euribor, come quello dei comportamenti nell'ambito della finanza strutturata verificatisi in terra statunitense, così come altre cause mosse per i più svariati motivi alla banca con sede a Francoforte, ma, per ultimo ma non certamente per importanza, quella richiesta del governo federale ad un giudice a sua volta federale di intimare a Deutsche di nominare una personalità indipendente, e si spera competente, incaricata di ricostruire nei dettagli l'operatività in derivati della banca tedesca e, soprattutto, la quantità e la qualità dei titoli tossici, una richiesta che equivale ad affermare che su questo cruciale argomento la banca non dice tutta la verità, insomma un numero ennesimo di ragioni per affollare di ispettori della BCE e della Bundesbank  gli uffici centrali di Deutsche e le due (sic) CIB di cui la stessa banca si è dotata.

Ma qualcosa di clamoroso, come rivela il quotidiano La Repubblica di ieri (che riprende un articolo del Financial Times), è quello che sarebbe avvenuto nel corso degll'ultima tornata di stress tests dell'EBA, quegli stessi che hanno evidenziato per MPS un Tier 1 post test negativo per circa 4 punti percentuali, e che hanno visto Deutsche tra le dieci peggiori banche dell'eurozona, un risultato che sarebbe stato di gran lunga peggiore se la Vigilanza BCE non avesse consentito un'eccezione che ha permesso alla banca tedesca di contabilizzare come avvenuta un'operazione con una controparte cinese per 4 miliardi di euro, operazione che, se avverrà, sarà effettiva solo alla fine di questo anno di disgrazia 2016, eccezione, sottolinea il quotidiano romano, che non è stata concessa a nessuna delle altre quarantanove banche sotto esame.

Come si vede, a Francoforte sono molto sensibili al rischio creditizio, molto meno a quello relativo ai derivati e alla finanza più o meno strutturata, poco o punto a quello che per una banca o per una compagnia di assicurazione dovrebbe essere esiziale e che è rappresentato dal cosiddetto rischio reputazionale, anche se va detto che se le cose stanno effettivamente come sostiene l'autorevole quotidiano economico londinese allora quella che è in gioco è anche la reputazione della Vigilanza BCE nonché dell'istituzione di cui la stessa fa parte!

Solo all'alba ho appreso che, in tardissima serata, una imbarazzatissima Banca Centrale Europea ha diffuso da Francoforte un comunicato in cui smentisce il Financial Times che aveva parlato di trattamento di favore per Deutsche Bank in vista degli stress tests dell'EBA nel luglio scorso, comunicato del quale non conosco i dettagli, ma di cui darò al più presto conto insieme alla scontata replica dell'autorevole quotidiano londinese.