giovedì 9 febbraio 2017

Cosa sta accadendo ai BTP italiani?



Questo post è stato pubblicato l'8 novembre, il giorno della disfida totale tra Hillary Clinton, in arte Billary per il connubio strettissimo con il marito e presidente USA dal 1993 al 2000, e Donald Trump che ha poi vinto anche in Stati di tradizione democratica, riuscendo così a diventare, contro ogni previsione, il 45° presidente degli Stati Uniti d'America. In questo post c'è una previsione sul superamento del rendimento del BTP decennale della soglia psicologica del due per cento, superamento che avverniva nella realtà tre giorni dopo che la previsione è stata effettuata ma è diventata stabile in queste ultime settimane che hanno visto anche lo spread ballare pericolosamente intorno a tale soglia molto psicologica nonostante i ripetuti interventi della BCE, mentre quella sulla molto probabile vittoria di Trump, formulata dentro di me nel mese di agosto è rimasta nella tastiera perché la sola idea mi faceva, e mi fa, troppo male!

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In diverse puntate del Diario della crisi finanziaria ho parlato dei sondaggi molto articolati sui possibili esiti dell'oramai prossimo referendum costituzionale italiano che si terrà il 4 dicembre commissionati dalle più importanti banche globali con sede al di là e al di qua dell'Oceano Atlantico, mentre non so nulla di quello che stanno facendo in materia le più importanti banche asiatiche, anche se credo che si offrano di versare un obolo alla potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs piuttosto che alla J.P. Morgan di Jamie Dimon (la banca che, insieme a Deutsche, è considerata dal Dipartimento di Giustizia a stelle e strisce come la maggiore responsabile della Tempesta Perfetta e, più in particolare, della sua prima fase che va dall'estate del 2007 alla fine del 2009) per avere i risultati dei sondaggi da queste commissionati e che, secondo indiscrezioni di stampa, vedrebbero le possibilità di successo del fronte del No nettamente superiori a quelle del fronte del Sì con una percentuale che non indica l'esito elettorale, ma semplicemente le probabilità che questo sia appannaggio di un fronte piuttosto che dell'altro, successo che si verifica con la prevalenza sul fronte avversario anche per un voto, quindi, per capirci, dal 50 per cento più uno in su.

Questi sondaggi, o almeno le loro versioni di base, furono realizzati prima di tre fattori, a mio avviso fondamentali e che sono: la composizione molto "sociale" della Legge di Bilancio, la recrudescenza del tutto inattesa dei movimenti sismici nella area centrale del nostro Paese e che coinvolge quattro regioni e, ultimo ma non certo per importanza, il nuovo e molto più duro e determinato atteggiamento del Governo italiano nei confronti della Commissione europea, se non nei confronti dell'Unione europea in quanto tale.

Come ho scritto più volte, la mia fiducia nei sondaggi si è definitivamente infranta sullo scoglio delle elezioni europee del maggio 2014, tornata elettorale che frustrò le speranze dei socialisti europei che videro sfumare  quella vittoria che pure era accreditato da tutti i pronostici, ma una incapacità dei sondaggi di fotografare le intenzioni di voto degli italiani rispetto a quell'appuntamento elettorale che fu realmente clamorosa, perché da un sostanziale pareggio intorno al 30 per cento tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, il crudo responso delle urne fu 41 per cento circa al PD e 21 per cento a M5S, un divario di venti punti percentuali che fu determinante nel quasi pareggio tra socialisti e popolari in Europa e che, purtroppo, non indusse alcuno tra i celebri sondaggisti nostrani a cambiare mestiere, né tantomeno tale scelta fecero i giornalisti che su quei numeri costruirono teorie e quant'altro!

E' dal 2007 che ripeto che i miei due fari nella Tempesta Perfetta sono stati George Soros e Warren Buffett, ma la mia guida spirituale è stata senza alcun dubbio il mai troppo compianto John Maynard Keynes, l'unico economista che trasformò i tragici eventi del 1929 e della Grande Depressione in un approccio teorico che, ove applicato correttamente, consente di evitare simili accadimenti e così è stato fino a che un coacervo di irresponsabilità e di avidità all'ennesima potenza ci hanno spinto alla più grave crisi di liquidità dal secondo dopoguerra mondiale.

Ma vi è una dura lezione che lo stesso Keynes pagò nel corso della sua vita, quando perse i risparmi suoi e gran parte di quelli della sua famiglia di origine speculando sul cross GBP/Dmark, cioè sterlina contro marco tedesco e lo fece basandosi su astrusi calcoli teorici, per poi scoprire a sue spese di non aver tenuto conto delle aspettative dei soggetti che determinavano quel rapporto di cambio e che gli stessi era individui in carne ed ossa con le loro aspettative più o meno razionali.

Dopo quella "scoperta" guadagnò quello che volle e, nel mio piccolo, ho cercato di seguire questa lezione investendo piccole somme sull'azionario statunitense e poi su un titolo rappresentativo di un indice giapponese e ne uscii molto bene sia sui prezzi che sul cambio, anche se decisi di non riprovarci mai più.

Ma è con questa lezione nella mente e nel cuore che, dopo la notizia di questi sondaggi sul voto italiano prossimo venturo fatti al di qua e al di là dell'Oceano Atlantico che misi sotto osservazione il BTP italiano, ma non tanto sotto il profilo dello spread, ma sotto quello del rendimento del titolo stesso, e la mia attenzione crebbe quando, dopo gli attacchi della Germania e dei suoi vassalli, si è diffusa un attesa di una non proroga, o di una proroga di soli sei mesi con riduzione dell'importo già dal mese di gennaio di quel Quantitative Easing che forse non sarà stato all'altezza delle aspettative iniziali, ma che ha consentito a tutti i Paesi membri dell'Eurozona grandi risparmi in materia di interessi sul debito pubblico, ma tant'è che da questi due episodi il rendimento del decennale italiano, giunto nei momenti migliori del QE della BCE ad oscillare di poco sulla soglia psicologica dei 100 punti base nei confronti del Bund, lunedì di questa settimana ha cercato di sfondare la soglia dei 170 bp, dopo la quale si va dritti, dritti a testare la soglia dei 200 punti.

La lezione di Keynes afferma che quando ragione e dati fattuali vanno in una direzione e le aspettative più o meno razionali del mercato in un'altra è molto meglio accettare la situazione e prepararsi al peggio!


mercoledì 8 febbraio 2017

Supermario contro Trump e Le Pen!


Quando lo spread BTP-Bund superà la soglia psicologica dei 200 punti base ero in Spagna per una vacanza al mare e discorrevo di questo avvenimento con il portiere di notte dell'albergo, laureato e molto informato, che mi sottolineò la circostanza che, allora come ora, si era allargato anche lo spread tra BTP e Bonos, i titoli decennali spagnoli espressione di una Spagna travolta dallo squarciamento del settore immobiliare e da una crisi delle banche che sarebbero state salvate con la benedizione dell'Unione europea e un'iniezione di fondi pubblici per 100 miliardi di euro, manovra che l'Italia non volle fare né con il governo Berlusconi-Tremonti, né con il governo Monti, né con il Governo Letta, mentre con il governo Renzi è stato fatto un decreto per soli venti miliardi di euro che basteranno a stento per salvare il Monte dei Paschi di Siena, per le due banche venete tecnicamente fallite, per Carige e le banche oggetto del provvedimento di risoluzione, bail in incluso, del novembre 2015.

Alla base dell'impennata dello spread, molti vedono il forte discorso di apertura della campagna elettorale di Marine Le Pen, leader indiscussa di quel Fronte Nazionale che si avvia a vincere a mani basse il primo turno ma che, almeno secondo i sondaggi, perdere nettamente al ballottaggio chiunque sia il vincitore tra i suoi antagonisti, addirittura di 30 punti contro l'indipendente Macron, un discorso in cui Marine ha parlato esplicitamente di uscita dall'Unione europea e, seppure al trentottesimo dei suoi ottantacinque punti del programma, di uscita dall'euro, oltre all'ovvio contrasto dell'immigrazione e di controllo del vasto numero di immigrati già presenti, ma di tutto questo mi sono abbondantemente occupato nella puntata di ieri del Diario della crisi finanziaria e mi vedo costretto a tornarci oggi sia per la reazione un po' isterica dei mercati, sia per la ferma risposta venuta nel corso di un'audizione di Mario Draghi, presidente italiano della Banca Centrale Europea, davanti ad una commissione del Parlamento della UE.

Più che quanto ha detto, mi ha stupito che le frasi più incisive le ha pronunciate prima in italiano e poi tradotte nel suo fluente inglese e la frasi erano: l'euro è irrevocabile e questo è quanto dicono i trattati, per poi attaccare il protezionismo di Trump e difendere l'istituzione da lui presieduta dall'accusa di manipolare verso il basso il valore dell'euro contro il dollaro, debolezza attualmente spiegabile con il differenziale di tasso esistente e, ancor più, di quello atteso alla luce delle intenzioni apertamente dichiarate dal presidente del sistema della Riserva Federale, Janet Yellen, che punta a portare il tasso sul rifinanziamento sui Fed Funds tra il 3 e il 3,5 per cento entro il 2018, ma l'attacco più forte è stato sul programma protezionistico di Trump e sulle eventuali reazioni in tal senso dei paesi colpiti dai relativi provvedimenti, dichiarando che tali decisioni possono avere effetti fortemente negativi.


martedì 7 febbraio 2017

Effetto Trump: populisti di tutto il mondo, unitevi!


Se qualcuno vuole avere un'idea del contagio delle posizioni turiste nel mondo, bastava ieri sentire l'apertura della campagna elettorale di Marine Le Pen, quella figlia del fondatore del Fronte Nazionaleche è riuscita da un lato a scippargli il movimento in modo alquanto spregiudicato e, dall'altro a coniare slogan che possono fare presa sugli esclusi dal sistema, quali uscita dall'Unione europea, dall'euro e dalla NATO, ognuna delle quali era scandita da standing ovation lunghissime e che fanno capire che saranno i cardini del suo programma e che hanno una forza evocativa fortissima in quanti vedono i loro guai e la loro esclusione provenire da qualcosa di esterno, meglio ancora se di sovranazionale, ma non abbiate dubbi che il programma della nuova Marianne di Francia, che ama circondarsi di esperti, avrà ricette particolareggiate e radicali anche su scuola, fisco, sanità e che anche su questi argomenti girerà fuori, come altrettanti conigli dal cappello, slogan molto accattivanti frutto di un sofisticato marketing elettorale che parte sempre dal presupposto di dire all'elettore quello che questi vuole sentirsi dire.

Cosa manca alla Le Pen, così come mancava al padre che era universalmente etichettato come fascista,? Manca un'entratura nel mondo della finanza e dell'imprenditoria quali, abbiamo scoperto a cose ahimè fatte, aveva Donald Trump (anche se una foto con i suoi sostenitori nel mondo dell'economia e della finanza pubblicata da un'importante rivista economica avrebbe dovuto metterci in allarme), anche se i suoi più stretti collaboratori stanno lavorando alacremente a colmare questo gap che trova una barriera nel fatto che la classe imprenditoriale francese, pubblica ma anche privata, si forma allo stesso politecnico nazionale e vede come il fumo negli occhi gli slogan del Fronte Nazionale.

Di fronte agli esempi statunitensi, francesi, ma anche austriaci e olandesi, fa quasi simpatia lo scimmiottamento del giovane Salvini che parla di cose che sembra non comprendere appieno e che preleva a pieni bassi dagli arsenali altrui non riuscendo bene ad adattarli alla complessa società italiana, non riuscendogli a livello nazionale quello che a stento riesce a mantenere nel suo classico bacino elettorale che è la Padania, anche se riesce abbastanza bene ad approfittare degli errori altrui nel campo della sinistra e dei primi scricchiolii di quello che finora era stato il monolitico consenso del mondo grillino.

lunedì 6 febbraio 2017

Trump si sdebita con Wall Street!


Alle prime ore di sabato mattina, vedendo la all news della RAI, ho avuto modo di seguire la cerimonia con la quale Donald Trump, davanti ad una tavolata di banchieri capitanati dal numero uno della potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs, firmava il decreto che da via allo smantellamento del Dodd-Franck Act e un secondo decreto presidenziale che abolisce la cosiddetta Fiduciary rule, la norma voluta da Obama e che doveva andare in vigore ad aprile e che avrebbe imposto ai broker "di operare nell'interesse esclusivo dei propri clienti", cosa che dovrebbe essere addirittura implicita, anche perché fa impressione l'ipotesi contraria e cioè che agiscano contro gli interessi di chi si affida loro.

Come modesto cronista delle vicende della flotta finanziaria nelle tre fasi da cui è cadenzata la Tempesta Perfetta, non mi resta che attendere il tempo in cui si creeranno le condizioni per una nuova e gravissima crisi di liquidità, anche se la sussistenza delle regole di Basilea III, in attesa che veda la luce Basilea IV, pongono dei limiti a quello che Trump può fare e disfare nel suo pur grande e finanziariamente importante Paese.

Quella allegra e ridanciana tavolata di banchieri riuniti nella White House, mi ha ricordato una riunione mesta, con facce da funerale e uscite dalle porte laterali dell'importante albergo newyorkese nel quale un numero più o meno pari di banchieri statunitensi e globali andava a prendersi una pesante ramanzina da Mario Draghi, allora Governatore della Banca d'Italia, ma ancor più responsabile di quel gruppo di lavoro tra esponenti delle banche centrali incaricato di scrivere le nuove regole per quella maionese impazzita che era allora, e ora?, il sistema finanziario statunitense e quello globale.

A fianco di Draghi c'erano Bernspan, al secolo Benjamin Bernanke allora presidente del sistema della Riserva Federale e Hank Paulson, l'uomo che da numero uno indiscusso di Goldman Sachs si era trasferito, nel giugno 2006, armi e bagagli da una poltrona da cento milioni di dollari ad una, quella di Segretario di Stato al Tesoro dove ne prendeva 200 mila ma dalla quale aveva la possibilità di disinnescare quella mina che il direttore finanziario di Goldman aveva previsto insieme ai suoi omologhi della più importante banca globale svizzera, UBS (e avevano, nel 2006 iniziato a vendere il vendibile).

Oggi è la rivincita di quei banchieri e lo è grazie ad un presidente USA che ha condotto la campagna elettorale in favore di quello stesso "forgotten man" che, a vario titolo, le banche hanno stritolato nelle loro capaci spire!

venerdì 3 febbraio 2017

Ma, per carità, non chiamatela manovra!


Il Governo italiano si è preso tutto il tempo concesso dalla procedura e solo nella serata del primo febbraio ha inviato una letterina alla Commissione UE nella quale obbedisce al diktat di Moscovici e indica misure sul versante delle entrate e su quello del taglio delle spese con misure da effettuare entro aprile, data di pubblicazione del Documento di Economia e Finanza, una lettera avara di dettagli e tempistica volta a confermare che l'Italia non avrebbe fatto una manovra aggiuntiva, posizione più volte ribadita dal premier Paolo Gentiloni che ha preteso che la lettera fosse quel capolavoro di vaghezza su tempi e modi incorrendo nelle ire del Commissario francese che era, in uno con i suoi collaboratori, stato quotidianamente ragguagliato su contenuti, tempi e modi della manovra correttiva italiana.

Ieri, intervenendo nell'aula del Senato, Piercarlo Padoan, ministro dell'Economia, si è precipitato a riempire i vuoti della missiva e ha assicurato che i 2,5 miliardi di tagli e i 900 milioni di maggiori entrate (accise, misure di contrasto all'evasione eccetera), blandendo così la Commissione sul fatto che lo 0,2 per cento del prodotto interno lordo di correzione del deficit sarebbe stato conseguito in fretta e senza ulteriori richieste di flessibilità, anche perché, come ha notato lo stesso Padoan, i costi per il nostro Paese derivanti dall'apertura di una procedura di infrazione sarebbero ben superiori ai 3,2 miliardi di euro richiesti da Bruxelles.

Faccio il previsore, non l'indovino, ma ritengo che la soluzione della vicenda sarà non la procedura di infrazione, ma un periodo di osservazione dei conti italiani volto a rassicurare i paesi del blocco tedesco che premono per misure più energiche nei confronti del nostro Paese, una soluzione che non permetterà all'Italia di cantare vittoria, né di offrirne lo scalpo sull'altare di una visione rigorista dell'Unione europea.

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Ho ripubblicato nei giorni scorsi "Why Virginia Raggi is unfit to lead Roma" sull'onda dell'inchiesta giudiziaria che ha visto il sindaco di Roma sotto il torchio dei magistrati per nove ore e raggiunta, via quotidiani on line che rilanciavano un'inchiesta de L'Espresso, da una nuova contestazione su una polizza vita da 30 mila euro che la vede come beneficiaria e accesa dal suo ex braccio sinistro ed ex capo dello staff, Salvatore Romeo. Invito quindi a leggere quella puntata del settembre 2016, quando quanto sta avvenendo non era assolutamente ipotizzabile.

giovedì 2 febbraio 2017

Secondo avviso ai naviganti nella Tempesta Perfetta


L'incapacità dell'indice Dow Jones Industrial di mantenersi stabilmente al di sopra di questa soglia psicologica, potremmo anche dire questa grande resistenza, dei 20 mila punti, così come la difficoltà del prezzo del petrolio di allontanarsi in modo convinto dalla parte bassa dell'area dei 50 dollari al barile, ebbene questi sono due segnali dell'accresciuta incertezza dell'economia internazionale i cui attori principali sono sconcertati dai primi, inquietanti segnali dell'amministrazione Trump, anzi del presidente stesso che ha contrassegnato i suoi primi giorni come inquilino della Casa Bianca inondando l'America di decreti presidenziali che cercano di anticipare molte delle misure che il suo esecutivo dovrà prima o poi sottoporre ad un Congresso che, seppure a salda maggioranza repubblicana, appare sconcertato da un tale modo di procedere che appare chiaramente irrispettoso dei ruoli istituzionale e della distinzione dei poteri tra quello esecutivo e quello legislativo che da sempre contraddistingue gli Stati Uniti d'America.

Chi segue il Diario della crisi finanziaria sa che sono convinto del fatto che esistono, nell'intero mondo occidentale, gigantesche bolle speculative pronte ad esplodere, in particolare nel comparto azionario, mentre sono semi esplose quella immobiliare, quella sui metalli preziosi e quella sulle materie prime energetiche, anche perché, nel caso di questa ultima è tutta da dimostrare l'efficacia del recente accordo tra i paesi OPEC e alcuni importanti paesi estranei a questa potente organizzazione, come la Russia, per non parlare della più che esplosa bolla sui titoli bancari a livello internazionale, ma in modo preponderante con riferimento a quelle italiane dove ben due banche, Unicredit e Monte dei Paschi, hanno dovuto raggruppare massicciamente le azioni per evitare il rischio degli zero virgola.

Non sono assolutamente in grado di prevedere con esattezza quando e in quale misura le bolle speculative gonfie e semiografie esploderanno, ma la mia esperienza mi spinge a ritenere che l'inversione di tendenza sarà molto brusca: naviganti avvisati mezzo salvati!

mercoledì 1 febbraio 2017

Il mondo che Daniele Nouy creò. La Vigilanza BCE e le banche italiane.


Dopo la fortunata  intervista di Fabrizio Fubini a Ignazio Angeloni, numero tre di fatto dell'organismo di Vigilanza delle banche di sistema dell'area dell'euro, il colpo grosso è riuscito a Tonia Mastrobuoni del quotidiano La Repubblica che è riuscita nel difficile intento di far uscire allo scoperto con risposte non reticenti, anche quando le domande vertevano su singoli istituti italiani o tedeschi, il numero uno dello stesso organismo, la francese Daniele Nouy, giunta alla guida della Vigilanza BCE nel giugno del 2014, quando questo Consiglio che ha espropriato le prerogative delle banche centrali nazionali sulle banche più rilevanti per totale dell'attivo in ciascuno dei mercati creditizi nazionali dei diciannove paesi dell'area dell'euro, per l'Italia sono quindici e ho dedicato una puntata del Diario della crisi finanziaria alla loro elencazione e una serie di quattro puntate dedicate a descrivere i mutamenti del sistema italiano derivanti dalla martellante opera di Nouy e compagni, ad iniziare dal numero che a breve sarà ridotto a tredici.

Ma chi è Daniele Nouy e perché parla male di noi? Cresciuta in Banca di Francia, è poi diventata il capo dell'organismo che vigila sulle banche francesi in autonomia dalla banca centrale di quel paese con piglio molto autoritario e decisionista e il suo mandato come capo della Vigilanza Bce è quinquennale e scadrà alla fine del 2018 e dovrebbe essere soggetto, e credo proprio lo sarà, ad un rinnovo di pari durata. Chi ha trattato con lei da solo in una stanza, la descrive come un vero osso duro con cui a poco servono le armi dialettiche e la capacità di persuasione se non coniugati ad una fredda evidenza di numeri e di prospettive ben basate descritte in un piano industriale che non sia il solito libro dei sogni.

Venendo a quello che ci riguarda più da vicino, il problema è presto detto: su 1000 miliardi circa di Non Performing Loans (crediti deteriorati) delle banche dell'eurozona, 360 miliardi fanno capo alle banche italiane e oltre cento miliardi alle sole cinque grandi banche del nostro sistema, oltre 40 miliardi al solo Monte dei Paschi di Siena (43 miliardi per la precisione su poco più di 100 miliardi di impieghi "vivi"), ma rilevanti dotazioni riguardano Unicredit, Banca Intesa-San Paolo, Banco BPM (la fusione di Banco Popolare e Banca Popolare di Milano e UBI Banca (che sta acquisendo tre good bank delle quattro create nel novembre 2015), così come non sono esenti da questo problema parecchie delle altre banche sorvegliate direttamente e molto da vicino dal Consiglio di Sorveglianza istituito presso la BCE.

Subito dopo l'intervista a Repubblica, è stata inviata una missiva a tutte le banche vigilate che chiedere un piano credibile di rientro dagli NPL's da inviare a Francoforte entro la fine di febbraio e dolori si presentano per Carige ed altre, mentre Unicredit ha provveduto a carico del bilancio 2016 che evidenzia perdite per 11,8 miliardi di euro su dodici miliardi di perdita complessiva derivanti proprio dalla cessione di crediti deteriorati per decine di miliardi di euro e vi è un cenno di soddisfazione per le operazioni programmate e in parte già effettuate da parte di Monte dei Paschi e di Unicredit, mentre frizioni ci sono ancora con Carige, così come soddisfazione è espressa dalla Nouy per l'operato del Fondo Atlante che, oltre al salvataggio delle due disastrate banche venete, si è prodigato per l'acquisizione di una parte rilevante delle sofferenze lorde facenti capo al Monte dei Paschi di Siena.

Ma un'altra apertura da parte della Nouy è venuta sulla necessità di un fondo di garanzia per tutti i paesi dell'eurozona, così come dall'EBA è venuta una proposta di istituire, per lo stesso perimetro geografico una bad bank in grado di farsi carico degli NPL's delle banche dei diciannove paesi, insomma si inizia a capire che senza strumenti sovranazionali da questa crisi delle banche, non solo di quelle italiane, non se ne esce!

Su altri argomenti caldi toccati dalla responsabile della Vigilanza tornerò nei prossimi giorni.