lunedì 20 febbraio 2017

Il Parlamento europeo chiede alla BCE stress test sui titoli tossici delle maggiori banche europee!


La polemica mossa dall'Associazione Bancaria Italiana e dalle maggiori banche italiane sul doppio peso con cui la Vigilanza presso la Banca Centrale Europea tratta i mille miliardi di Non Performing Loans, dei quali più di un terzo allocati presso le banche italiane, e i titoli illiquidi, i cosiddetti titoli di classe 3, di cui sono invece piene, Deutsche Bank ne ha per 31,5 miliardi di euro pari al 60 per cento del capitale Cet1, le maggiori banche francesi, ad eccezione nota un ben informato articolo del quotidiano Milano Finanza del Credit Agricole, hanno crediti di classe 3 che pesano tra il 20 e il 40 per cento, mentre le maggiori banche italiane sono ad un peso sul capitale Cet1, mentre le altre banche italiane praticamente sono fuori del fenomeno, così le maggiori banche spagnole presentano percentuali ancora inferiori a quelle di Unicredit e Intesa.

Queste proteste che pur hanno avuto un'eco nei lavori del Consiglio di Sorveglianza sulle maggiori banche dei diciannove paesi membri dell'area dell'euro non si sono mai tradotti nella predisposizione di stress test specifici che sicuramente avrebbero avuto effetti non favorevoli per Deutsche Bank, BNP Paribas, Societé Generale, almeno risultati che avrebbero appesantito quelli ottenuti con gli stress test tradizionali.

Pur essendo ovvia l'autonomia della Banca Centrale Europea, rispetto al Parlamento e alla Commissione, è evidente che sia l'estrema accuratezza e l'analitica del testo della deliberazione, sia il fatto che la stessa sia stata approvata a larghissima maggioranza dei componenti dell'Assemblea di Strasburgo (505 a favore contro 154 contrari) inducono a ritenere che Daniele Nouy e i suoi più stretti collaboratori tra i quali c'è l'italiano Ignazio Angeloni non potranno non tenere conto di una questione che è da tempo al centro delle loro discussioni interne  e delle più recenti esternazioni via intervista alla stampa sia della Nouy che di Angeloni anche se non si è mai tradotto nella decisioni di sottoporre a stress testa quantitativi su questo tipo di attivi, quello dei titoli della classe 3 appunto.

Non sono assolutamente in grado di capire cosa accadrà, anche perché l'opposizione alla risoluzione è stata per paesi e non schieramenti e questo fa anche intuire che potrebbe esserci una certa sordità da parte della Commissione, ma sono certo che Mario Draghi, che tra le sue infinite competenze ne ha una in particolare sui titoli tossici della finanza strutturata e quindi spingerà la Trimurti della Vigilanza a non far cadere nel vuoto l'appello che viene da una volta tanto relativamente compatta assemblea del parlamento europeo!

venerdì 17 febbraio 2017

Banca d'Italia, se ci sei, batti un colpo!


Mentre la Vigilanza presso la Banca Centrale Europea sta mettendo sotto torchio una parte del campione di banche italiane da essa vigilato, un campione già ridotto dalle originarie quindici banche più grandi per totale dell'attivo a quattordici per la fusione tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano e che si ridurrà a tredici con la prevista fusione della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca nella Banca delle Venezie, molti si chiedono cosa stia facendo la Vigilanza della Banca d'Italia che, anche dopo il 15 giugno 2014, mantiene intatte le funzioni di Vigilanza e di indirizzo sulle centinaia di banche di dimensioni medie e piccole che, almeno per il momento possono fregarsene di quello che fa a Francoforte Madame Nouy e i suoi più stetti collaboratori.

Ora, il problema dei problemi del sistema bancario italiano, almeno secondo quanto ritiene la Vigilanza europea ma non solo secondo questa, è che su mille miliardi di euro circa di Non Performing Loans quasi 360 sono di pertinenza delle banche italiane, una sproporzione enorme tenendo con del totale dell'attivo delle banche del nostro Paese e di quello delle banche degli altri diciotto paesi dell'eurozona e, se è vero che una buona fetta di crediti dubbi fa capo alle banche direttamente vigilate dalla BCE (a seconda dei calcoli tra i 150  e i 200 miliardi di euro), non vi è dubbio che una cifra tra i 150 e i 200 miliardi  fa capo al resto del sistema.

Si dirà che una cifra pur così rilevante ma spalmata su un numero così elevato di istituti non crea particolari problemi ad una riduzione graduale dell'esposizione, ma esistono due problemi, il primo rappresentato dalla concentrazione su alcune delle banche che si pongono per dimensioni alle spalle del gruppo di testa dei quindici istituti direttamente vigilati da Francoforte e il secondo è, fatta salva qualche isolata eccezione, dal problema vanno eliminate le centinaia Banche di Credito Cooperativo, il che riduce la questione ad un numero molto più ridotto di banche.

Premetto che la riservatezza dell'operato della Vigilanza della Banca d'Italia e i limiti della mia conoscenza della questione delle banche di minore dimensioni possono inficiare l'analisi, ma quanto è accaduto in Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariIesi sta lì a dimostrare, a pressoché unanime giudizio di autorevoli commentatori, delle omissioni e dei ritardi delle nostre autorità di Vigilanza e lì di NPL's ce ne erano eccome e, se non bastasse c'è la questione di Unipol Banca con un livello di crediti dubbi sul totale degli impieghi vivi superiore a quello, pur elevatissimo, del Monte dei Paschi di Siena!

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Ieri il blog ha ricevuto circa mille visite delle quali poco meno di 700 dagli Stati Uniti d'America, 145 dalla Russia e 112 dall'Italia. Una sproporzione che mi pone qualche interrogativo visto che, nella mia analisi della terza fase della Tempesta Perfetta, mi sto occupando in prevalenza della bolla speculativa semisgonfia del settore creditizio italiano.

giovedì 16 febbraio 2017

Ricapitalizzazione precauzionale anche per Banca Carige?


Quando il Governo Renzi, su proposta del ministro dell'Economia, Piercarlo Padoan, propose un decreto legge per favorire la stabilità del sistema bancario italiano e previde una dotazione del provvedimento da venti miliardi di euro, molti pensarono che quella previsione di spesa, da ascrivere a nuovo debito, fosse francamente eccessivo per il solo Monte dei Paschi di Siena anche se, come fu, fallita l'ipotesi di aumento di capitale di mercato, tutto il peso sarebbe ricaduto sulle spalle dello Stato.

In realtà, ci ha pensato la Vigilanza della Banca Centrale Europea, con la sua missiva di cinque righe cinque, ad alzare l'asticella dell'aumento di MPS da 5 ad 8,8 miliardi di euro, di cui 6,6, stabilì la stessa stringata letterina, a carico delle casse dello Stato (inclusi i circa due miliardi stabiliti per la trasformazione alla pari in azioni delle obbligazioni subordinate in possesso della clientela retail), ma anche così avanzavano 14 miliardi circa che sia il capo della Vigilanza BCE sia il Tesoro italiano sapevano avere sicuro impiego.

Abbiamo visto nella puntata di ieri del Diario della crisi finanziaria che qualcosa di più di due miliardi euro serviranno alla ricapitalizzazione precauzionale al servizio della fusione e pulizia di bilancio delle due banche venete (banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca) in mano al Fondo Atlante, ma sia pre ora una nuova partita, e non sarà certo l'ultima viste le sempre più stringenti attenzioni della BCE sulle quindici banche da lei vigilate, ed è rappresentata dalla precaria situazione della Banca Carige oggetto di ben due ispezioni contemporanee delle donne e degli uomini di Madame Nouy, capo indiscusso della Vigilanza BCE.

Anche in questo caso si profila un aumento miliardario, destinato a cadere sulle spalle dei Malacalza, azionisti di riferimento e che hanno già profuso 250 milioni di euro per una partecipazione che non arriva al venti per cento del totale, aumento necessario per una radicale pulizia di Non Performing Loans che arrivano al 31,6 per cento del totale degli impieghi vivi, con perdite presumibili che cifrano l'aumento di capitale necessario cui va aggiunto quanto serve per il rilancio della banca che sarà previsto nell'atteso piano industriale.

A poco servirà l'azione risarcitorie lanciata in questi giorni contro i precedenti amministratori e il Fondo statunitense Apollo per la bella cifra di 1,7 miliardi di euro e, quindi, si profila anche in questo caso un intervento diretto dello Stato al che la dotazione residua del decreto sarà di poco superiore ai dieci miliardi e vedremo che, nei prossimi mesi (e non tanti), emergeranno altre patate bollenti, situazioni che non conosciamo ma che certo sono già ben note a Padoan e alla Nouy! 

mercoledì 15 febbraio 2017

Ricapitalizzazione precauzionale da 5 miliardi per le due banche venete?


Secondo quanto riporta un lungo lancio della Reuters, il Governo italiano starebbe trattando con le funzioni competenti dell'Unione europea la possibilità di una ricapitalizzazione precauzionale per le due banche venete salvate dal Fondo Atlante, che prevede quindi un intervento statale ma non l'applicazione di tutte le regole del bail in ad eccezione della conversione delle obbligazioni subordinate in azioni come sta avvenendo al Monte dei Paschi di Siena, e la cifra di cui si discute si aggira intorno ai 5 miliardi di euro.

Per comprendere meglio la questione è necessario fare un passo indietro e tornare alle due fallite ricapitalizzazioni della Banca Popolare di Vicenza prima, un aumento da 1,5 miliardi di euro, e di Veneto Banca poi (la richiesta al mercato era di un miliardo), in entrambi i casi a sostituirsi ad un mercato latitante fu il neonato Fondo Atlante gestito da Alessandro Penati e che sborsò 2,5 miliardi diventando proprietario pressoché assoluto delle due banche (oltre il 99 per cento nella prima e poco meno del 98 per cento nella seconda).

Ai nuovi proprietari e al ministero dell'Economia che segue da vicino la partita è stato immediatamente chiaro che le due banche non avevano un futuro stand alone, sia per motivi economici che reputazionali, e quindi stanno lavorando alacremente alla fusione dei due istituti per far nascere un'unica banca che prenderebbe il nome di Banca delle Venezie, ma vogliono approfittare dell'occasione anche per una profonda operazione di pulizia dei bilanci delle due banche, magari attraverso la creazione di una bad bank dove far confluire i non pochi crediti dubbi.

A questa operazione, il Fondo ha già destinato 938 milioni di euro e potrebbe utilizzare gli 1,7 miliardi del Fondo Atlante II non più utilizzati per le sofferenze del Monte dei Paschi, ma, anche con la trasformazione delle obbligazioni subordinate in azioni, non si giunge alla cifra di cinque miliardi di euro di cui le fonti vicine al dossier parlano. Lo sforzo residuo per lo stato sarebbe tutto sommato modesto e aggirarsi intorno a un miliardo di euro.

C'è poi la questione del piano industriale che dovrebbe utilizzare a pieno gli spazi aperti dalla forte ricapitalizzazione del Fondo per gli esuberi da 600 milioni di euro in tre anni, un'opportunità che difficilmente si ripeterà in futuro, nonché le evidenti economie di scala che si otterrebbero fondendo le due sedi centrali.

martedì 14 febbraio 2017

La BCE sparerà a palle incatenate su Banca Carige?


Con tre consigli di amministrazione in pochi giorni, i vertici di Banca Carige sperano di disinnescare la mina rappresentata dalla missiva della vigilanza della Banca Centrale Europea con la quale si chiede entro il mese di febbraio un piano credibile e con scadenze che non vanno alle calende greche il problema dei Non Performing Loans, una mossa che dovrebbe essere replicata dalla Banca d'Italia per le banche che sono rimaste appannaggio della Vigilanza nazionale e che sono ovviamente la maggior parte delle banche italiane, in quanto la Vigilanza BCE controlla solo le quindici maggiori banche italiane.

Le due maggiori banche italiane, Banca Intesa San Paolo e Unicredit stanno ovviamente molto meglio della relativamente piccola Carige, in quanto il tasso  che misura il rapporto tra gli NPL's e gli impieghi della più patrimonializzata delle banche italiane, Intesa appunto, dovrebbe giungere al 10 per cento, un rapporto di livello molto europeo, entro il 2020 ma già ora viaggia su livelli molto tranquilli, mentre Unicredit, che di NPL's ne ha per 57 miliardi di euro, al lordo però di 17 miliardi già ceduti e spesati sul bilancio 2016, ma, sempre Unicredit, proporrà alla Vigilanza BCE ulteriori maxi tagli dei 40 miliardi di euro residui, dandosi probabilmente lo stesso orizzonte temporale "lungo" di Intesa.

Il problema di Carige sta nel fatto che il rapporto attuale tra gli NPL's e gli impieghi vivi è pari al 31,6 per cento un rapporto secondo solo, tra le banche di vertice a quello che caratterizza il nazionalizzando, seppur temporaneamente, Monte dei Paschi di Siena e questo richiede quella che ieri chiamavo la cura che ammazza il cavallo e cioè una cessione mostre di crediti dubbi con conseguente maxi aumento di capitale e, come nel caso della banca senese, l'orizzonte temporale per giungere a livelli fisiologici è il 2018, quindi due anni in meno di quello concesso ai due maggiori gruppi bancari italiani, mentre la cifra di cui si discute al vertice della banca genovese oscilla tra 1,6 e 1,7 miliardi di euro e tutto questo mentre la banca presieduta da Giuseppe Tesauro va in rosso per oltre duecento milioni di euro per l'esercizio 2016.

lunedì 13 febbraio 2017

La BCE e le banche italiane: se la cura ammazza il cavallo!


Avevo promesso in una recente puntata di tornare sulla lunghissima intervista al quotidiano La Repubblica a Daniele Nouy, responsabile della Vigilanza europea presso la Banca Centrale Europea dal giugno 2014, un periodo brevissimo ma che a molti banchieri italiani è sembrato durare un'eternità alla luce del ritmo martellante di ispezioni e richieste perentorie guidate dal suo ufficio al venticinquesimo piano del grattacielo che ospita a Francoforte la sede della BCE, ispezioni e richieste chiaramente avallate da Mario Draghi e dal consiglio direttivo cui la Nouy riferisce ogni quattordici giorni od ogni qualvolta sia necessario per motivi di urgenza, il tutto in un clima di totale armonia tranne quando, in occasione della missiva che ha aumentato in corsa l'entità dell'aumento di capitale per il nazionalizzando Monte dei Paschi di Siena (da 5 ad oltre 8 miliardi di euro), missiva di cinque righe cinque indirizzata al ministro dell'Economia, Piercarlo Padoan, che ha visto il voto contrario di Ignazio Angeloni, numero tre dell'organismo, e del rappresentante di Bankitalia nel Consiglio di Sorveglianza.

Ad una domanda diretta, la Nouy dice che tra le quindici banche da lei sorvegliate, a breve ridotte a tredici per la fusione già avvenuta tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano e per quella in corso di realizzazione tra le tecnicamente fallite e salvate dal Fondo Atlante, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca (che diverranno la Banca delle Venezie), ve ne sono alcune che vanno benissimo, mentre altre vanno malissimo ma si stanno dando dannatamente da fare per venire incontro alle richieste della Vigilanza e basta vedere gli aumenti maxi e mini in corso da parte di alcune o i progetti di espansione da parte di altre per capire quali sono quelle che vanno in un modo e quelle che vanno nell'altro e lascio al lettore di individuare le prime e le altre, anche perché notizie e analisi delle prime(pochissime) come delle seconde (un po' di più) sono piene le pagine dei giornali e degli altri media.

Parlando del problema dei problemi, la significativa riduzione dei Non Performing Loans, la Nouy ha ripetuto la frase di Gentiloni e cioè che per percorrere una lunga strada bisogna mettersi in marcia e con le idee chiare, ha di fatto bocciato l'approccio del Monte dei Paschi che ha deciso di azzerare tout court le sofferenze lorde rendendo di fatto impossibile l'aumento di capitale (non cogliendo cioè le opportunità offerte dalla missiva della BCE che chiedeva una soluzione entro la fine del 2018) e ha implicitamente dato il via libera a quello più gradualistico di Unicredit che è andato in rosso per 12 miliardi circa nel 2016, lasciando ancora da smaltire gran parte dei 57 miliardi di NPL's senza aiuti da parte dello Stato ma con un programma significativo di cessioni totali o parziali e con un forte ridimensionamento dei costi fissi, in particolare di quelli del personale che si ridurranno a livello globale di 19 mila dipendenti, ma con un significativo, almeno per quanto riguarda l'Italia, numero di assunzioni.

Tornerò in una prossima puntata del Diario della crisi finanziaria sul Nouy pensiero e sul diverso trattamento tra le banche tedesche e quelle italiane.


venerdì 10 febbraio 2017

Breaking News: Supermario piega Merkel e Weidmann, no all'euro a più velocità e sì al Quantitative Easing


Dopo un lungo incontro con la Cancelliera Angela Merkel, Mario Draghi ha portato a casa il secondo successo in due giorni, in quanto dopo la capitolazione del Presidente della Bundesbank, Jens Weidmann sulla nuova versione del Quantitative Easing, da lui fino ad ora fieramente osteggiata, ieri ha ottenuto che la Germania ritirasse il piano di euro (ed Europa) a più velocità.

Questo post sarà aggiornato appena avrò notizie più particolareggiate sull'incontro, se mai ve ne saranno!

Già perché l'unica cosa certa è che Draghi si è recato presso la Cancelleria a Berlino e che il colloquio è durato un'eternità per i tempi che normalmente la Merkel dedica ai visitatori, mentre con Draghi il colloquio senza testimoni è durato due ore e mezza e alla fine sono emerse le importanti concessioni che la Cancelliera ha voluto fare e che ho sintetizzato nel titolo di questa puntata telegrafica e che vedono Supermario vincitore su tutta la linea con questa sconfessione dell'ostilità della banca centrale tedesca alle modalità del Quantitative Easing che, lo ricordo, non prevede più che gli acquisti di bond siano proporzionali alla forza economica del Paese ma calibrati sulle turbolenze che riguardano il singolo paese, anche perché assistiamo ad un fenomeno di rarefazione dei Bund tedeschi.

Ma la vera vittoria di Draghi è stato il ritiro da parte tedesca del progetto di un Unione europea, e anche dell'euro, a più velocità, un progetto annunciato nei giorni scorsi dalla stessa Cancelliera e che la Banca Centrale Europea aveva già criticato.

Jens Weidmann ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco e si è vendicato oggi facendo un attacco ad alzo zero all'Italia rea di non aver fatto diminuire il rapporto debito/prodotto interno lordo da anni stabilmente al di sopra del 130 per cento.