sabato 14 febbraio 2009

Roubini aggiunge lutti al funerale dei banchieri, proponendo di nazionalizzare le grandi banche a stelle e strisce!


Mentre i banchieri americani ancora piangono la dipartita dal ministero del Tesoro del loro ex (?) collega Hank Paulson, uno di cui si potevano davvero fidare, ci mancava solo la nuova esternazione del dr. Doom, alias Nouriel Roubini, inizialmente irriso al pari di una moderna Cassandra dei mercati finanziari, ma poi acclamato a furor di popolo come il guru della tempesta perfetta oramai entrata nel suo ventesimo mese di vita.

Ma cosa ha detto stavolta Nouriel per fare arrabbiare così tanto i depressi banchieri statunitensi più o meno globali? Semplicemente che la strada maestra per uscire dal meltdown attuale sui mercati finanziari è data dalla nazionalizzazione delle maggiori banche di quel paese, sì proprio quelle sei entità che fondano la propria sicumera nel mai tanto attuale too big to fail, e che, anzi, per rafforzare il concetto hanno fatto, almeno le quattro tra di loro che non avevano la status di Investment Banks, letteralmente incetta di altre banche di grandi dimensioni, al punto da vantare complessivamente attivi (si fa per dire) superiori allo stesso prodotto lordo a stelle e strisce.

In questa corsa al gigantismo difensivo, Citigroup e Wells Fargo sono persino giunte a disputarsi le spoglie di Wachovia Bank, la quarta banca al dettaglio degli States, non perché fosse realmente un affare, ma per il semplicissimo motivo che sarebbe stato difficile per il Governo, anche per quello faticosamente formato da Barack Obama, non tenere conto delle dimensioni raggiunte dal vincitore della disfida, così come del personale aggregato al netto dei soliti e spesso feroci tagli dell’organico successivi ad acquisizioni di queste dimensioni, disfida poi vinta dalla banca erede della società specializzata in diligenze e pony express, mentre Citigroup si consolava con 50 miliardi di aiuti diretti pubblici e con l’ottenimento della garanzia statale per centinaia di miliardi di titoli più o meno tossici della finanza strutturata.

Dichiarando inefficaci e fallimentari le altre strade proposte e che hanno allo stato molte più probabilità di essere messe in pratica da Geithner e i suoi consiglieri, l’economista più inviso ai banchieri, sostiene che la cosa migliore è nazionalizzare le banche, ripulirle (non si capisce se solo nella qualità dell’attivo o anche in quella del top management) per poi rivenderle ai privati, anche perché le tre soluzioni applicate o in via di realizzazione assomiglierebbero troppo da vicino alla fallimentare gestione del problema delle banche giapponesi che è universalmente giudicata una delle principali ragioni del decennio di stagnazione dell’economia del paese del Sol Levante, una stagnazione che, peraltro, sembra ben lungi dall’essere terminata e che certo non può rappresentare un modello per quella che, volenti o nolenti, resta pur sempre la locomotiva dell’economia mondiale!

Come dare torto alle tesi di Rubini dopo che il fondamentalista cristiano e assertore convinto del libero mercato, George W. Bush ha nazionalizzato senza quasi battere ciglio entità come Fannie Mae e Freddie Mac caratterizzate da un passivo di poco inferiore al debito pubblico degli stessi Stati Uniti d’America, o il maggior colosso assicurativo mondiale, quella AIG che si era dilettata più del dovuto a impegnarsi nel micidiale mercato delle scommesse, quei Credit Default Swaps che pesano più o meno quanto i titoli della finanza strutturata?

L’economista ribelle agli schemi molto embedded dei suoi colleghi e della maggior parte dei giornalisti e dei commentatori embedded ai desideri di Big Finance, ha previsto anche tutte le obiezioni che potevano essere mosse alla sua proposta, quale quella relativo all’altissimo numero di banche e banchette operanti negli Stati Uniti, la maggior parte delle quali, secondo lui, contano pressoché come il due di coppe quando si gioca a bastoni, anche alla luce della concentrazione sui sei istituti sopravvissuti agli alti marosi della tempesta perfetta di cui di diceva di sopra.

Delle obiezioni teoriche basate sui fallimentari presupposti tutti ideologici e mosse da quella sparuta pattuglia di fondamentalisti del neoliberismo non vi è più di tanto da preoccuparsi, anche perché è stato loro caldamente suggerito di evitare di esprimere in pubblico le loro idee, consiglio applicabile anche a riunioni in sedi come quelle del Rotary Club o del Lion’s, ancor più sconsigliabili nell’attuale congiuntura di un pub o di un bar dove le loro argomentazioni almeno potrebbero essere scambiate per lo sproloquio di un ubriaco.

Ho stampato proprio ieri mattina la classifica di Forbes sui primi quattrocento miliardari americani e quella, a livello mondiale, su tutti coloro che vantano un patrimonio di almeno un miliardo di dollari, ovviamente riferite ai soli patrimoni dichiarati e, quindi, al netto di quel po’ po’ di roba nascosta nei paradisi fiscali o quella montagna di ricchezza che è il provento dei regimi dittatoriali, del narcotraffico e del riciclaggio del denaro sporco delle varie mafie esistenti sul pianeta, una lettura che consentirebbe a ognuno di formarsi due opinioni, la prima legata alla davvero iniqua distribuzione del reddito e della ricchezza finanziaria, la seconda sulla relatività dei fenomeni, in quanto quasi tutte quelle cifre andrebbero, nella migliore delle ipotesi, dimezzate stando ai livelli raggiunti dagli indici azionari delle borse di tutto il mondo, o ridotte a un decimo come nel caso dei nuovi ricchi russi.

Ma se questa è l’unica soluzione efficace ed efficiente per le banche a stelle e strisce, cosa dire di quelle europee, con riferimento ovviamente a quelle 15-20 banche di dimensione e operatività più o meno globale, tenendo, peraltro, conto, che i loro attivi cumulati superano i PIL dei rispettivi paesi in misura molto più rilevante di quanto accade negli Stati Uniti d’America?

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

venerdì 13 febbraio 2009

La molto funerea riunione in Goldman Sachs dopo la conferenza stampa di Timothy Geithner!


C’era un’aria molto mesta tra i partecipanti alla tavola rotonda indetta da Goldman Sachs poche ore dopo il discorso nel corso del quale il nuovo ministro del Tesoro, pur tenendo accuratamente coperte buona parte delle sue carte, ha delineato le sue intenzioni sull’utilizzo dei 350 miliardi previsti dalla seconda tranche del TARP approvato nell’ottobre del 2008 da un Congresso terrorizzato all’idea che, dopo il fallimento di Lehman Brothers, potesse andare letteralmente a carte quarantotto l’intero sistema creditizio statunitense, il che avrebbe determinato il collasso del mercato finanziario globale.

La riunione, presieduta dai due vicepresidenti di Goldman, John Winkelried e Gary Cohn, ha visto la partecipazione di alti esponenti di una ventina di hedge funds e private equity ed è stata smentita fino a che ciò è stato possibile, cioè sino a quando un bravo reporter d’assalto è riuscito a ottenere dichiarazioni da alcuni dei partecipanti che ha riportato in un breve articolo per CNBC, al che l’ultima difesa dei vertici della potente e molto preveggente Goldman hanno ammesso che la riunione vi è stata ma era stata programmata da tempo, peccato che i loquaci partecipanti hanno confessato di essere stati convocati su due piedi e di aver deciso di partecipare a quella sorta di funerale delle residue speranze che il successore dell’amico Paulson avrebbe continuato a pensare prima ai loro interessi che a quelli dei milioni di donne e uomini americani che hanno perso la casa, il lavoro, mentre una parte rilevante di loro li hanno purtroppo persi entrambi!

Certo, si i padroni di casa che gli esponenti di entità quali KKR, Fortress Investment Group, Bain Capital, Perry Capital, Putnam e Citadel, hanno condiviso le forti preoccupazioni per la ventata di aria nuova che proviene dalla Casa Bianca e dintorni, così come si confermavano a vicenda nell’idea che di quel giovane civil servant di Geithner c’era davvero poco da fidarsi, in quanto ha, almeno ai loro occhi, due principali difetti, quello di essere maledettamente bravo e di non essere uno di loro, avendo vissuto tutta la sua vita professionale tra il Tesoro, organismi internazionali e, infine, presidente della più importante tra le banche che costituiscono il sistema della riserva federale, sì, proprio quella Fed di New York che ha aperto sin dall’inizio della tempesta perfetta la più grande discarica di titoli più o meno tossici della finanza strutturata e che è stata al centro di tutte le operazioni di salvataggio avvenute in questi venti mesi di turbolenze finanziarie, anche se non è mai stata chiarita la sua posizione in merito alla decisione presa dal trio Bush-Paulson-Bernspan di togliere bruscamente dalla scena Lehman Brothers, forse la più temibile rivale di Goldman Sachs.

Come ho avuto modo di ripetere più volte in questi mesi, il fallimento di Lehman rappresenta forse il capitolo più oscuro della tempesta perfetta, una decisione assolutamente illogica e in assoluto contrasto con le stesse motivazioni che hanno condotto alla nazionalizzazione di colossi come Fannie Mae, Freddie Mac, American International Group, al salvataggio di Bear Stearns, Merrill Lynch, Wachovia Bank, Countrywide, Washington Mutual, tutte operazioni gestite da un team che ha avuto sempre al centro il quarantasettenne presidente della Fed di New York, mentre, ripeto, nulla si sa del suo ruolo nella decisione che ha portato fatalmente il sistema finanziario globale sull’orlo del precipizio, come ebbe a sostenere il numero uno del Fondo Monetario Internazionale in margine al vertice del G8 che decise di tentare il possibile e anche l’impossibile per correre ai ripari.

Come ha sostenuto George Soros nei due articoli pubblicati dal quotidiano La Repubblica, alla base della peggiore decisione presa dall’ex (?) investment banker Paulson nel corso della sua lunga e fortunata carriera vi sarebbe il suo fondamentalismo mercatista, un’opinione che non condivido e che credo sia dovuta più che altro ad una comprensibile reticenza di Soros su un argomento molto delicato, anche perché una persona attenta come lui non può avere ignorato l’evidente metamorfosi in senso statalista del banchiere di investimenti già agli albori della tempesta perfetta, un cambiamento fattosi via, via più evidente nei mesi successivi, quando divenne chiaro a lui come a tutti che non era assolutamente possibile trovare una soluzione mobilitando le risorse private, anche perché nessuno, come Hank, era perfettamente consapevole delle effettive dimensioni della montagna di titoli della finanza strutturata, così come gli bastava uno screen allo schermo del suo computer o una telefonata alla ‘sua’ banca per aver un’idea di quanto stesse montando l’altrettanto gigantesco ammontare dei Credit Default Swaps, così come era del tutto consapevole che si trattava, almeno all’incirca, di 150 mila miliardi di dollari!

Così come non è del tutto un caso, se, non più tardi di tre mesi dopo il suo insediamento al ministero del Tesoro, il suo successore in Goldman, Larry Blankfein, approvò, nel settembre del 2006, l’apparente balzana idea del Chief Financial Officer, David Viniar, di girare le posizioni della banca, vendendo il vendibile alle altre banche statunitensi e a quelle più o meno globali, decisione che fu poi imitata, seppure con un ritardo di due-tre mesi, dal colosso extracomunitario UBS, due mega operazioni che non indussero immediatamente sospetti nei concorrenti, inizialmente felici di rafforzare le proprie posizioni in filoni di attività che si presentavano ancora come lucrosissime e relativamente sicure, ma che non consentirono comunque alle due banche di liberarsi completamente dei prodotti tossici, ma che hanno certamente permesso loro di non fallire.

Quello che nessuno ha mai spiegato è come mai Paulson avvertì le principali banche operanti negli Stati Uniti d’America dei rischi connessi alla finanza strutturata, con particolare riferimento ai CDO soltanto nei primi mesi del 2007? Possibile che nessuno dei suoi ex partners in Goldman Sachs avesse sentito la necessità di informarlo di quanto stava avvenendo nella banca che aveva guidato con pugno di ferro per così lungo tempo?

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

giovedì 12 febbraio 2009

L'America di Obama ce la mette tutta, mentre l'Europa continua a farsi male da sola!


L’approvazione da parte del Senato di una versione modificata del Piano Obama non ha, ovviamente, messo la parola fine alla telenovela alquanto lunga che sta caratterizzando il primo tentativo del nuovo inquilino della Casa Bianca di mettere in pratica parte del suo programma, ma, e forse soprattutto, il tentativo di non restare imbrigliato da quelli che ha definito in diretta televisiva i soliti giochi di una Washington politica alla quale non si deve essere abituato più di tanto nei soli due anni di esperienza da senatore, una longevità parlamentare veramente effimera alla luce del fatto che è universalmente noto che la camera alta statunitense ha un tasso di ricambio tra i più bassi rispetto alle omologhe istituzioni degli altri paesi maggiormente industrializzati.

Penso sia totalmente inutile addentrarsi nel merito delle proposte miranti a rendere maggiormente omogenee le due versioni del piano approvate dalla Camera dei rappresentanti e dal Senato, operazioni certamente indispensabile per giungere a un testo che possa essere portato alla firma del presidente, anche perché l’esperienza insegna che, quando sono al lavoro le diplomazie dei due maggiori partiti americani, è meglio aspettare che si posi la polvere delle discussioni, delle negoziazioni e degli scambi e avere tra le mani il testo definitivo.

Molti commentatori e analisti più o meno embedded hanno espresso il loro stupore per la reazione molto negativa del mercato finanziario a stelle e strisce rispetto al piano presentato dal nuovo ministro del Tesoro, il giovane ma molto esperto Timothy Geithner, in merito alla non secondaria questione di come verranno utilizzati i secondi e ultimi 350 miliardi di dollari previsti dal TARP, anche perché, grazie a meccanismi moltiplicativi e alla partecipazione prevista da parte dei privati, da fondi per 200 miliardi di dollari dovrebbero scaturire interventi multipli di quasi dieci volte, interventi, peraltro, che sembrano avere, anche per le tecnicalità previste, molto minori probabilità di essere a fondo perduto.

Molto probabilmente, la reazione che ha affondato martedì l’intera flotta delle entità protagoniste del mercato finanziario statunitense, in particolare le sei maggiori banche sopravvissute ai sempre più alti marosi della tempesta perfetta, ha le sue radici nel fatto che Obama prima e Geithner poi hanno detto a chiare lettere che anche quel meno di un terzo dello stanziamento complessivo destinato a ricapitalizzazioni delle banche non sarà dato senza condizioni molto stringenti sui sistemi di compensation complessiva dei dipendenti di ogni ordine e grado di questi colossi creditizi e sulla stabilità, se non la crescita, degli impieghi in favore delle famiglie e delle imprese, anche perché non è ipotizzabile che la Federal Reserve possa a lungo sostituirsi alle banche come sta, invece, facendo da molti mesi a questa parte!

Una delle poche critiche condivisibili nei confronti dell’enunciazione delle intenzioni delle autorità monetarie a stelle e strisce è quella che rileva la scarsità dei dettagli su aspetti affatto secondari quali il prezzo al quale verranno acquistati dalla Bad Bank i titoli più o meno tossici della finanza strutturata, prezzi che non possono essere troppo bassi per non dissuadere le banche dal venderli, né troppo alti in quanto, altrimenti, sarà molto difficile coinvolgere finanzieri privati nell’operazione, anche perché è davvero arduo pensare che persone come Buffett, Soros e altri miliardari simpatizzanti del nuovo corso obamiano siano disponibile a partecipare a operazioni destinate a produrre perdite e non profitti.

La riscossa di ieri delle quotazioni della maggior parte delle banche statunitensi, anche se non del tutto in grado di recuperare appieno le rilevantissime perdite registrate il giorno precedente, nasce dalla constatazione che, in un modo o in un altro, qualcosa come tremila miliardi di dollari sono stati impegnati dal Tesoro e dal Congresso e la gran parte di questi fondi sono aggiuntive rispetto ai 7.600 miliardi già stanziati nei primi diciotto mesi della tempesta perfetta, per non parlare del fatto che buona parte di questi fondi verranno utilizzati per togliere dal groppone delle banche una parte significativa di quella montagna di titoli della finanza strutturata che ancora ingolfano i loro bilanci, una lettura che è rafforzata dal fatto che la parziale riscossa del comparto finanziario non è riuscita a influenzare i tre principali indici di Wall Street.

Come ho avuto modo di ripetere più volte, gli Stati Uniti d’America, vero epicentro del meltdown finanziario a livello globale, stanno reagendo molto, ma molto meglio dell’Europa alla tempesta perfetta, non solo e non tanto per la vastità dei mezzi finanziari messi in campo con grande determinazione, ma anche perché le ex Investment Banks e le maggiori banche universali sono impegnate nel deleverage e nello smaltimento dei titoli tossici dall’autunno del 2006, un modo di agire molto preveggente che ha visto per molti mesi i maggiori gruppi bancari europei e asiatici nel ruolo di prenditori netti di quei prodotti della finanza strutturata che apparivano allora come galline dalle uova d’oro.

Ma la vera differenza esistente tra le due sponde dell’Oceano Atlantico risiede nella diversa elasticità dei rispettivi sistemi economici, politici e regolatori, una diversità che non viene certo scoperta oggi, ma che rischia di impedire ai ventisette paesi membri dell’Unione europea, in particolare a quelli di più recente affiliazione che, non a caso, non sono in grado di garantire il passivo delle banche e tra le banche al pari di quanto hanno fatto i paesi fondatori e la Gran Bretagna, una differenza a sua volta rilevante e che difficilmente potrà essere sanata nel prossimo vertice straordinario dei capi di Stato e di governo, né credo che l’intesa franco-tedesca preveda qualcosa in questa direzione.

Così come non è del tutto un caso che l’intervento congiunto dei governi del Belgio, dell’Olanda e del Lussemburgo per evitare il fallimento di Fortis sia stato respinto dall’assemblea degli azionisti, apparentemente incuranti dell’ipotesi quasi certa del fallimento del gruppo bancario e assicurativo!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

mercoledì 11 febbraio 2009

Il Tesoro, la Fed e il Senato impegnano altri tremila miliardi di dollari per contrastare i micidiali effetti della tempesta perfetta!


Prima ancora che il Senato desse, in serata il tanto sospirato via libera del Senato al piano di rilancio dell’economia statunitense dopo l’attacco diretto mosso da Obama nella sua prima conferenza stampa dalla Casa Bianca, Timothy Geithner il nuovo ministro del Tesoro ha svelato i dettagli dell’utilizzo della seconda tranche da 350 miliardi di dollari prevista dal TARP approvato dal Congresso a metà di ottobre del 2008, un mese esatto dopo che il trio Bush-Paulson-Bernspan aveva deciso di lasciare fallire la storica investment bank Lehman Brothers.

Che le cose non sarebbero andate come le maggiori banche a stelle e strisce speravano era stato chiaro ascoltando nei giorni scorsi le dichiarazioni sia di Obama sia del suo coetaneo Geithner, che avevano avvertito con chiarezza che il tempo degli aiuti pressoché incondizionati e a fondo perduto fortemente voluti dall’ex (?) investment banker Hank Paulson erano definitivamente tramontati e, infatti, solo 100 miliardi di dollari andranno a ricapitalizzare le banche, ma queste acquisizioni di azioni privilegiati saranno accompagnate da condizioni molto stringenti sia sui sistemi di compensation dei top manager, ma anche dei loro subordinati, che su un significativo incremento dell’offerta di credito alle famiglie e alle imprese.

La destinazione di meno di un terzo delle risorse disponibili a quegli interventi diretti nel capitale delle banche che avevano fatto la parte del leone nel precedente stanziamento e che erano stati pressoché integralmente utilizzati in favore delle sei grandi banche superstiti e della nazionalizzata compagnia di assicurazioni AIG è stata spiegata dal nuovo ministro del Tesoro con il comportamento che le stesse banche stanno tenendo in questi mesi, giungendo a dire che stanno operando contro l’obiettivo di favorire una ripresa dell’economia, un obiettivo che ha caratterizzato sia gli ultimi mesi dell’amministrazione di George Bush che questo primo scorcio di quella di Barack Obama, anche se non ha fatto riferimento né ai 20 miliardi di dollari di bonus elargiti né ai 47 miliardi di dollari di minori impieghi effettuati.

Molto più interessanti le modalità di utilizzo di altre due tranche da 100 miliardi di dollari l’una, la prima verrebbe fornita alla Federal Reserve per permetterle di incrementare da 200 a 1.000 miliardi di dollari il programma di sostegno al credito al consumo e all’utilizzo delle carte di credito, mediante l’acquisizione, attraverso intermediari finanziari, di titoli della finanza strutturata nei quali gli stessi sono stati impacchettati, acquisizione che dovrebbe anche consentirne lo spacchettamento e l’eventuale rinegoziazione delle condizioni al fine di evitare il default dei prestiti sottostanti. Si tratta dello stesso programma che sta cercando di rivitalizzare il mercato delle Commercial Papers che costituiscono uno strumento essenziale per soddisfare il fabbisogno di credito a breve termine delle imprese.

Nel delineare le caratteristiche della cosiddetta Bad Bank per la quale sono previsti altri 100 miliardi di dollari, Geithner ha chiarito che si tratterà di una joint venture tra pubblico e privato che dovrebbe, quindi, avere un fondo di rotazione di 200 miliardi di dollari, che potrebbe consentire, secondo il responsabile del dicastero del Tesoro, l’acquisizione di titoli della finanza strutturata per un ammontare dal valore facciale compreso tra i 500 e i 1.000 miliardi di dollari, il che comincia a delineare anche il livello del prezzo che verrebbe corrisposto alle banche e che molto difficilmente sarà superiore al 20-25 per cento del valore nominale, in linea con la maxi operazione realizzata per la defunta Merrill Lynch dall’ex Chief Executive Officer, John Thain.

L’ultima fetta, prevista in almeno 50 miliardi di dollari, è forse quella più importante in quanto è destinata a favorire la rinegoziazione dei mutui subprime o ARM al fine di evitare che anche nel 2009 si ripeta quella valanga di procedure di foreclosure che ha già caratterizzato il 2007 e il 2008 e che ha dato luogo a una miriade di vendite all’asta delle abitazioni che, a loro volta, hanno largamente contribuito al crollo dei prezzi delle case in tutto il paese.

Ovviamente, Geithner ha sostenuto che non ha alcuna intenzione di gettare i soldi dei contribuenti al vento, anche perché, soprattutto se la montagna di titoli della finanza strutturata acquisiti sia dalla Federal Reserve che dalla Bad Bank verranno opportunamente trattati, potrebbe rivelarsi anche un buon affare, una considerazione che sembrerebbe avallare le critiche sempre più diffuse ai modelli matematici di valutazione delle possibilità di default che hanno giocato un ruolo tutt’altro che secondario nel meltdown finanziario in corso, un’ipotesi, quella di Geithner, che potrebbe rivelarsi ancora più fondata ove, mediante opportune rinegoziazioni volte a garantire il ripagamento del debito, si finisse per scoprire che le menzionate percentuali di delinquency rates stimate sono realmente esagerate!

Forse conoscendo perfettamente da giorni i dettagli del piano del nuovo ministro del Tesoro, molti tra i capi delle maggiori banche statunitensi si sono precipitati a dire che non si avvarranno degli aiuti pubblici, sino a spingersi, come ha fatto la potente e ancor più preveggente Goldman Sachs, a promettere di fare il bel gesto di restituire quanto ricevuto nei mesi scorsi.

Gli operatori e gli investitori hanno fatto, ovviamente, la somma di tutto questo e hanno immediatamente iniziato a vendere a mani basse le azioni delle grandi banche statunitensi, anche di quelle che avevano vissuto nei giorni scorsi performance positive come non se ne vedevano da tempo, un’ondata di vendite che ha colpito in particolare le banche universali quali Bank of America, Citigroup, Wells Fargo e J.P. Morgan-Chase, mentre appena più contenute sono state le flessioni delle quotazioni delle due ex Investment Banks superstiti, la già citata Goldman Sachs e Morgan Stanley, un andamento molto pesante del settore finanziario che ha spinto in profondo rosso i tre principali indici azionari di Wall Street che hanno chiuso in calo di oltre il 4 per cento.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

martedì 10 febbraio 2009

Barack Obama umilia in diretta televisiva l'opposizione repubblicana!


Abituati come siamo alle montagne russe sui mercati azionari di tutto il mondo, faceva impressione vedere ieri i tre principali indici azionari statunitensi trattenere letteralmente il respiro oscillando poco intorno allo zero, situazione che si è ripetuta stamane in Asia e che testimonia l’attesa per quello che si profila oramai come uno scontro al calor bianco tra il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America e l’opposizione repubblicana al Senato, accusata in prime time da Obama di voler continuare a giocare sulla pelle dei cittadini americani alle prese con i micidiali effetti della tempesta perfetta che oggi entra nel suo ventesimo mese di vita senza aver perso in alcun modo la sua dirompente forza distruttiva.

Una dimostrazione della pasta di cui è fatto il giovane nuovo inquilino della Casa Bianca la si è avuta poche ore prima della sua prima conferenza stampa dalla prestigiosa magione che occupa da poco più di venti giorni, con il viaggio lampo in una cittadina che ‘vanta’ la maggior percentuale di disoccupati della nazione americana, un micidiale 15 per cento, un dato pressoché triplicato da quello che era solo dodici mesi orsono, un incontro cercato da Obama che sapeva benissimo che la folla infuriata gli avrebbe chiesto di pensare meno a Wall Street per farsi carico delle paure e delle angosce delle tante Main Street del paese, un grido che ha ottenuto una grande amplificazione su tutti i media e che si accompagna a una voglia di protezionismo all’insegna del buy american che difficilmente non potrà trovare ascolto nel nuovo segretario di Stato al commercio che non del tutto a caso è stato individuato dagli strateghi democratici in un senatore repubblicano!

Come ha sapientemente fatto nel corso della lunghissima campagna elettorale, Obama si propone come il nuovo contro tutto quel vecchio che ha dominato gli Stati Uniti d’America, dalla politica estera a quella interna, dalla diversa concezione della lotta alle minacce terroristiche al nuovo corso nelle relazioni internazionali, un capitolo questo importantissimo e rispetto al quale il nuovo Presidente sembra fare proprio l’antico motto di Deng Xiao Ping, quando affermava che non è importante che il gatto sia nero o grigio, purché acchiappi il topo, una rivoluzione quasi copernicana che contribuisce a rappresentare sé stesso e le sue idee a colori e l’opposizione tristemente colorata in bianco e nero, ma, soprattutto, una capacità senza pari di collegarsi alla pancia delle donne e degli uomini a stelle e strisce, ai quali però, a differenza di un demagogo da strapazzo, propone la sua ricetta per uscire dalla crisi, una ricetta che punta a unire piuttosto che a dividere e che si propone di portare sul banco degli imputati quei disinvolti protagonisti della finanza che sono già stati condannati dall’immaginario collettivo, molto prima e molto di più di quanto potrebbe fare il nuovo sceriffo di New York, il molto ambizioso Andrew Cuomo.

Quando la metastasi della finanza più o meno strutturato raggiunge il corpo dell’economia reale, mette a repentaglio la stessa sopravvivenza dell’intero settore automobilistico a stelle e strisce, non a caso andato a braccetto con George Bush Jr. nell’ostinata battaglia contro le richieste ambientaliste, anche quando queste venivano da uno Stato come la California che, ancora oggi, vanta un prodotto interno lordo superiore a quello dell’Italia, questo è il momento in cui la parola d’ordine del cambiamento perde la connotazione di un concetto astratto per trasformarsi in qualcosa di molto simile alla speranza di un naufrago nel mare in tempesta della crisi finanziaria in corso.

Quando era solo un giovane senatore di Chicago, Obama ebbe modo di incontrare una delegazione di sindacalisti confederali italiani e, secondo il racconto di uno dei partecipanti a quell’incontro, riuscì in pochi minuti a trasmettere, tra un sorriso e una battuta, quel magnetismo che ha reso possibile l’impossibile, l’ascesa, cioè, di un avvocato che aveva scelto di lavorare per le Unions piuttosto che per le Corporations, come aveva invece fatto la sua rivale alle primarie, figlio di un africano e di un americana, grande utilizzatore di blackberry e internet alla più importante carica elettiva di quegli stessi Stati Uniti d’America nei quali Rosa Parks aveva dovuto fare appello a tutta la sua stanchezza e al suo coraggio per decidere di sfidare bieche consuetudini, rifiutandosi di cedere il posto sull’autobus ad un bianco!

Non so assolutamente quali saranno i dettagli del piano di utilizzo della seconda tranche di 350 miliardi di dollari previsti dal TARP approvato da un Congresso terrorizzato all’ipotesi di un collasso sistemico del mercato finanziario statunitense e di quello globale, ma sono certo che il giovane Timothy Geithner e l’anziano Guru del Dream Team obamiano, Paul Volker, saranno in grado di resistere alle sirene dell’investment banking e delle banche più o meno globali che vorrebbero una riedizione di quegli interventi a pioggia e poco condizionanti elargiti dal loro ex (?) collega Hank Paulson, uno spedito di gran carriera nel lontano giugno del 2006 a garantire, da ministro del Tesoro di Bush, una gestione per quanto possibile indolore di quel meltdown finanziario prossimo venturo che molto tra gli addetti ai lavori avevano preconizzato ai piani alti dei grattacieli che ospitano i quartier generali delle banche poste al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico e che può oggi tranquillamente dire senza tema di essere smentito: mission accomplished.

I primi frutti dell’idillio sbocciato tra la severa Frau Angela Merkel e il decisionista e passionale Messieur Nicola Sarkozy.sono già sotto gli occhi di tutti grazie al sostanzioso aiuto di Stato francese alle case automobilistiche di quel paese e che fanno seguito a quelli già elargiti dalla cancelliera tedesca ai produttori di auto operanti in Germania, ma il bello deve ancora venire e sarà presentato al vertice straordinario dei capi di Stato e di governo dei ventisette paesi membri dell’Unione europea convocato d’urgenza, un vertice che sancirà inequivocabilmente l’esistenza di un’Europa a due velocità e che dovrà mettersi in scia del nocciolo duro rappresentato da Germania, Francia e Gran Bretagna se non vorrà continuare a essere un’espressione geografica!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

Biasi nega mezzo miliardo di euro a Profumo!


La notizia anticipata da un quotidiano tedesco nel fine settimana è di quelle da fare tremare i polsi e riguarda la possibilità che le due principali banche svizzere potrebbero avere perso nel quarto trimestre del 2008 29 miliardi di franchi svizzeri, dei quali ben 21 miliardi farebbero capo al colosso creditizio UBS, mentre le perdite del Credit Suisse sarebbero di “soli” 8 miliardi di euro.

La reazione di UBS alle nuove colossali perdite consisterebbe in un ulteriore taglio di 8 mila dipendenti, un downsizing che fa seguito a quello precedente che ha eliminato 9 mila dipendenti, per lo più concentrati nella divisione di Corporate & Investment Banking, in particolare nelle sedi di Londra e New York, misure molto drastiche che si sono accompagnate ad un taglio dell’80 per cento dei bonus e che rafforzano le voci di una possibile uscita, peraltro oggi smentita, di UBS da questo comparto di attività, come aveva a suo tempo chiesto in una sua missiva al vertice della banca l’ex Chief Executive Officer Luqman, mentre, secondo la stessa fonte giornalistica tedesca, il credit Suisse non dovrebbe procedere a licenziamenti.

In attesa di conferme ufficiali alle indiscrezioni giornalistiche, i mercati sembrano fare fatica a trovare una chiara direzione, anche a causa delle incertezze sulla tempistica e sull’effettiva dimensione del piano di rilancio fortemente voluto dal nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, ma che resta ancora impantanato tra le sabbie mobili del Senato a causa sia della perdurante ostilità dei membri facenti capo al partito repubblicano, che delle divisioni esistenti tra gli stessi senatori facenti capo al partito democratico.

La chiusura negativa del principale indice azionario giapponese ben fotografa il clima di incertezza, mentre qualche respiro ai listini europei è venuto dalla notizia ufficiale della convocazione di un vertice straordinario dei capi di Stato e di governo dei ventisette paesi membri dell’Unione europea, un incontro nel quale Francia e Germania dovrebbero ufficializzare il loro nuovo piano per fare fronte agli effetti della tempesta perfetta che oggi compie i suoi primi diciannove mesi di vita, un piano del quale non si conoscono ancora gli esatti contorni ma che è stato anticipato dagli aiuti di Stato per 6 miliardi di euro che il governo francese ha concesso oggi ai due principali gruppi automobilistici francesi, una misura che fa seguito a un ammontare analogo di risorse già fornito in favore del settore automobilistico sotto forma di sostegni pubblici alla rottamazione.

Sempre in tema di automobili, la Nissan ha reso noto di prevedere una perdita per poco meno di 3 miliardi di dollari per l’anno fiscale che si chiude a marzo e di avere deciso di tagliare la propria forza lavoro di 20 mila unità, pari all’8,5 per cento degli occupati della casa automobilistica giapponese a livello mondiale, una notizia che contribuisce a gettare un ombra lugubre sulle prospettive del settore dopo la maxi perdita resa nota qualche tempo fa dalla Toyota.

Non si sa se per effetto della lettera ricevuta dal per la terza volta ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, o per ritorsione contro il mancato accoglimento della sua proposta di avere un presidente italiano per Unicredit Group, sta di fatto che Paolo Biasi, presidente della fondazione Cariverona, ha reso noto in zona Cesarini che l’ente da lui presieduto non sottoscriverà il prestito obbligazionario convertibile, cosa che si era suo tempo impegnato a fare per la certo non modica cifra di 500 milioni di euro, somma che dovrebbe essere garantita dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Torino e dai soci libici, una di quelle notizie a proposito delle quali tutto verrebbe da dire meno che quello che è trapelato da quel quartier generale di Piazza Cordusio che assomiglia sempre di più a un fortino assediato dove iniziano a scarseggiare i viveri e anche l’acqua!

Il rapido rimpiazzo della maxi tranche di Cariverona da parte dei due azionisti volenterosi ha comunque sospinto verso l’alto la quotazione dell’azione di Unicredit Group che attualmente si mantiene intorno a 1,40 euro, un valore che continua ad essere pari al 45 per cento di quello fissato a carico degli azionisti che hanno sottoscritto pro quota l’aumento di capitale, come Cariverona ha fatto per 195 miliardi di euro che, almeno ad oggi, ne valgono più o meno 89, una perdita mark to market che certo non giova a un ente che vede oltre il 90 per cento del suo patrimonio investito nel settore bancario.

In più di una puntata del Diario della crisi finanziaria ho sottolineato che, a quasi quattro mesi dal vertice dei capi di Stato e di governo dei paesi membri dell’Unione europea e dalle misure annunciate da Berlusconi e Tremonti a difesa dei legittimi interessi dei risparmiatori, continua a non esservi traccia dei famosi interventi pubblici a sostegno delle banche, anche se il relativo stanziamento è stato nel frattempo ridotto a 12 miliardi di euro e l’Associazione Bancaria Italiana continua a cercare di modificare le clausole invero un po’ vessatorie imposte da Tremonti.

D’altra parte, era evidente a tutti che Tremonti non avesse per nulla gradito l’intervento congiunto del Presidente del Consiglio e di Gianni Letta volto a mitigare la sua iniziale impostazione sull’intervento pubblico a sostegno delle banche, così come era chiaro che la sua risposta sarebbe consistita in quella che ho più volte definito la strategia della tela di Penelope, convinzione che in me si è rafforzata ascoltando dalla viva voce del ministro, intervistato di recente da Fabio Fazio per Che tempo che fa, le stesse frasi alquanto minacciose indirizzate in ottobre rispetto al comportamento dei banchieri, frasi del tipo :”se uno ha sbagliato o va a casa o va in galera”, che saranno anche meno dure di quelle che nel frattempo ha indirizzato al Governatore della Banca d’Italia e al Financial Stability Forum da questi presieduto, ma che certo non sono suonate amichevoli a Piazza del Gesù, sede dell’ABI!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

domenica 8 febbraio 2009

Mentre scoppia lo scandalo delle belle di giorno a Wall Street, Sarkozy e Angela Merkel fanno le corna all'Europa!


Non so quanto corrispondano al vero le notizie riguardanti un giro di prostituzione di altissimo livello con sede nei paraggi di Wall Street e frequentato anche da manager bancari, in particolare, pare, operanti presso la defunta Lehman Brothers, disposti a pagare anche 2 mila dollari per sessanta minuti di compagnia di ragazze molto belle, ben vestite e in grado di sostenere anche colte conversazioni con gli executives molto stressati ma provvisti di provvidenziali credit cards aziendali che venivano caricate del prezzo pattuito con una maitress che ha deciso di collaborare con gli inquirenti che rispondono agli ordini del nuovo sceriffo di New York, Andrew Cuomo, il rampollo dell’ex Governatore dello Stato che ospita la grande mela e che ha preso il posto di un molto ambizioso predecessore finito in uno scandalo similare dopo aver lasciato la prestigiosa ma molto faticosa carica.

Pur ignorando la fondatezza o meno di questo particolare benefit più o meno aziendale, credo proprio che non sarebbe la maggiore delle stranezze in quell’allucinante sistema di compensation che, svoltata la boa del terzo millennio, sembra proprio non avere conosciuto “più limiti, né confini” come recitava una bella lirica di Mogol per il suo socio Lucio Battisti, una fantasia sfrenata della quale si iniziano a scorgere i spesso poco edificanti dettagli, un sistema che non vedeva distinzioni tra le oramai ex Investment Banks o le grandi banche più o meno globali e nel quale qualsiasi innovazione veniva imitata alla velocità della luce dai competitors, ad un costo che, limitandosi alle sole dodici principali entità protagoniste del mercato finanziario statunitense, è costato la bellezza di 350 miliardi di dollari, ma con un accelerazione negli ultimi anni che rende impossibile qualunque media!

Non voglio rubare il mestiere a quel bravissimo telepredicatore americano che considera i debitori cronici alla stregua degli alcolisti anonimi, confessioni pubbliche e rogo delle micidiali tesserine di plastiche incluse, ma credo proprio che ci vorrà molto tempo e molta dedizione da parte dei ricercatori per scoprire i molteplici modi nei quali i vertici aziendali delle svariate entità attive nel mercato finanziario hanno distrutto non solo la reputazione, ma anche i conti delle banche o delle compagnie di assicurazioni da essi amministrate, mediante sistemi vari di incentivazione che, purtroppo, scendevano ‘pe li rami’ e in quantità ovviamente di molto decrescenti fino all’ultimo degli operatori che affollavano le trading rooms e che ora sono spesso disoccupati e/o in cura da un costoso psicanalista che cerca, spesso invano, di convincerli che il mondo al quale erano abituati è irrimediabilmente finito.

Certo, è molto diverso farsene una ragione quando si è liquidati con 160 milioni di dollari e dopo averne guadagnati a carrettate per decenni, come è capitato al predecessore di John Thain al vertice della tecnicamente fallita Merrill Lynch che rischia di far saltare i conti del suo cavaliere bianco che risponde al nome di Bank of America, il cui presidente, forse non del tutto a caso, ha respinto con sdegno, e mettendo la mano al portafoglio, l’ipotesi che la ‘sua’ banca dovesse subire a breve l’onta della nazionalizzazione a opera di quei due ragazzini che hanno avuto l’ardire, l’uno, di vincere alla grande le elezioni presidenziali e l’altro di essere sopravvissuto al trio Bush-Paulson-Bernspan e di occupare, alla giovane età di 47 anni, sulla poltrona di ministro del Tesoro di un paese i cui cittadini chiedono a gran voce di vedere perseguiti e puniti i responsabili della maggiore crisi finanziaria mai verificatasi a memoria d’uomo.

Lasciando gli americani alle loro ambasce e ai loro patemi intorno alla questione che tutti appassiona dall’estate del 2007 e che consiste nel dilemma intorno all’esistenza di soluzioni praticabili per uscire dall’attuale tempesta perfetta, ha destato molto scalpore la dichiarazione fatta da Frau Merkel e Messieur Sarkozy in margine all’adunanza di capi di Stato e di Governo attorno alle questioni della sicurezza e della lotta al terrorismo, uno scarno comunicato nel quale i due dichiarano di aver trovato un’intesa su misure a loro dire efficaci per combattere gli effetti dell’attuale crisi finanziaria e per evitare i micidiali contraccolpi che la stessa sta avendo sui livelli di occupazione e sui redditi europei e che, bontà loro, informeranno dei dettagli del nuovo piano il presidente di turno dell’Unione europea, il leader della repubblica ceca che ha avuto l’ardire di opporsi all’ipotesi alquanto balzana che il suo predecessore francese proseguisse per altri sei mesi nel suo mandato!

Suona davvero strano che un fine settimana che si era aperto sull’onda delle presunte anticipazioni del per la terza volta ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, su presunte operazioni di salvataggio di una o più banche basate in Europa e sulla possibile nazionalizzazione di un colosso creditizio multinazionale come Bank of America, si chiuda (ipotesi un po’ azzardata visto che sto scrivendo solo alle 14, ora di Roma) con la suspence intorno ai reali contorni della pensata a due franco-tedesca, che poi sarebbe a tre visti gli ottimi rapporti stretti di recente tra il decisionista presidente francese e il rinato e ringalluzzito premier Gordon Brown, un progetto che, comunque e al di là dei dettagli, dimostra ancora una volta come l’Europa a due velocità sia una triste realtà, con tre grandi paesi che cercano di operare come se fossero uno, mentre gli altri ventiquattro continuano imperterriti ad andare ognuno per i fatti propri e a varare piani di intervento di dimensioni più o meno lillipuziane, spesso anche contraddittori tra di loro.

Il pessimismo del Fondo Monetario Internazionale sulle prospettive dell’Italia, non a caso definite tetre, non è estraneo a questa situazione di fatto che vede il Belpaese, la Spagna e gli altri ventidue partner europei del tutto estranei a quanto bolle in pentola nell’alquanto inedito asse Bonn-Parigi-Londra, una circostanza che ben autorizza Trichet e i suo neotemplari colleghi del Board della BCE a pronunciare imperterriti il loro non possumus!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .