mercoledì 8 luglio 2009

Il 'libro dei sogni' di Giulio Tremonti!


Ho avuto modo di leggere le anticipazioni del ‘libro dei sogni’ redatto dal per la terza volta ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, una proposta di riorganizzazione del sistema finanziario internazionale articolato in dodici punti, anche se solo una parte di essi sono stati riportati dalla stampa e che prevederebbe una sorta di mutazione genetica dei banchieri, degli assicuratori, dei finanzieri più o meno d’assalto e, per onestà intellettuale, anche degli stessi risparmiatori/investitori che, in non pochi casi, hanno fatto da sponda non sempre inconsapevole alle proposte e alle offerte più improbabili che negli ultimi anni sono via, via apparse in quella sorta di gigantesco casinò a cielo aperto che è divenuto, a detta del presidente francese e di quello tedesco, il mercato finanziario globale.

Non so perché, ma la proposta di Tremonti mi ricorda molto da vicino le cosiddette carte dei valori o i codici deontologici adottati da numerose istituzioni finanziarie in luogo di stringenti norme che obbligassero gli operatori ad astenersi dal proporre prodotti/servizi non compatibili con il profilo del cliente, norme che, peraltro, esistono nonostante la deregulation più o meno selvaggia intervenuta negli ultimi venticinque anni, ma non è per questo motivo che mi asterrò dall’esaminarlo, quanto, piuttosto, per la semplicissima ragione che attendo di vedere quello che scaturirà in proposito dal G8 che si apre oggi e, ancor più, da quello che verrà deciso nel prossimo G20/G21!

Venendo a cose più serie, la seduta di ieri sui mercati azionari di tutto il mondo ha fatto rapidamente giustizia di quello scatto di orgoglio che aveva caratterizzato lunedì sera il Dow Jones Industrials e il ben più rappresentativo Standard & Poor’s 500, anche perché è oramai evidente ai più che la corsa dell’orso iniziata dopo i minimi toccati a metà marzo era costruita sulla sabbia, così come sta diventando sempre più difficile trovare un’analista o un economista disposti ancora a scommettere sulla possibilità di una ripresa dopo l’estate, mentre ferve il dibattito tra chi la vede dopo l’estate del 2010 e chi non ci spera nemmeno dopo l’estate del 2011, il che vorrebbe dire, se questi ultimi ovviamente avessero ragione, che il fondo del barile non verrebbe toccato prima del quarto compleanno della tempesta perfetta.

Commentando il nuovo record in termini di sofferenze sulle variegate forme di credito al consumo possibili per le donne e gli uomini che abitano gli Stati Uniti d’America, un dato che ci dice che il 6,60 per cento dell’outstanding complessivo è in ritardo di almeno i 30 giorni canonici previsti (un dato che peraltro non include i delinquency rates sulle micidiali carte di credito revolving, in quanto questi ultimi vengono aggregati ai crediti veri e propri), ma che sottostima largamente la situazione delle grandi banche, come Bank of America, che è già giunta a sofferenze del 12,5 per cento sulle sole carte di credito.

Un altro mercato sul quale si sta verificando un più che salutare redde rationem è quello del petrolio, ma, più in generale, delle materie prime, un mercato nel quale, dopo l’errore di un trader infedele che aveva spedito il prezzo al barile sino ai 73,5 dollari, sono state rotte in pochi giorni soglie psicologiche importanti quali quelle poste a 70 e poi a 65 dollari, mentre era scambiato ieri al di sotto dei 63 dollari, il che vuol dire che è molto probabile, anche alla luce della più che probabile virata operata dalla potente e ancor più preveggente Goldman Sachs e dagli altri grandi operatori che le si muovono in scia, il test a breve della soglia posta a 60 dollari e il ritorno in quell’area dei 50 dollari indicata per l’anno in corso dagli esperti dell’Arabia Saudita!

martedì 7 luglio 2009

Verso un nuovo sistema monetario internazionale? (versione per stampa)


Temo proprio che non si stia seguendo con la dovuta attenzione il sempre più intenso dibattito in corso tra Cina, India, Brasile e Russia sull’opportunità di individuare soluzioni alternative all’utilizzo del dollaro statunitense come mezzo di pagamento e valuta di riserva, un dibattito che avviene a margine di accordi bilaterali tra questi paesi, accordi che prevedono o l’utilizzo delle proprie valute o l’individuazione di ‘valute sintetiche’ spesso basate su un paniere composto dalle principali valute convertibili.

Pur essendo del tutto evidente che non è interesse di questi paesi un crollo verticale delle quotazioni del dollaro o di quei titoli rappresentativi del debito statunitense che rappresentano insieme oltre il 70 per cento delle loro riserve valutarie, è tuttavia indubitabile lo sforzo in termini di diversificazione operato dai gestori di queste disponibilità, così come è del tutto evidente la crescente preferenza per titoli statunitensi a breve se non a brevissima scadenza, in luogo della precedente preferenza per i Treasury Bonds a 10 se non a 30 anni.

Analoghi interrogativi e mutamenti di comportamenti caratterizzano da alcuni decenni i governi e le autorità monetarie dei paesi arabi esportatori di petrolio e del Giappone, paesi strutturalmente esportatori netti per rilevanti ammontari medi e che si sono confrontati ben prima dei new comers sul ‘dilemma del dollaro’, una questione che ha assunto, almeno a tratti, carattere davvero angoscioso e che ha comportato scelte di investimento diversificate rappresentate da un mix di interventi in aziende industriali, nel settore del real estate, nell’acquisizione di quote di debito sovrano in Europa, in Asia, in America Latina e in svariati paesi dell’Estremo Oriente, mosse spesso accompagnate da una graduale ma sensibile riduzione del peso del dollaro e dei Treasury Bonds nelle loro riserve valutarie e che ha significativamente contribuito alla riduzione di questo peso a livelli che oscillano al 65 per cento, un livello che seppur ancora preponderante è largamente inferiore a quello riscontrabile negli ultimi decenni del secolo scorso.

Come è a tutti noto, lo squilibrio strutturale della bilancia commerciale statunitense e la correlativa crescita della posizione netta sull’estero di quella grande nazione è stato sino a oggi finanziato da un flusso di investimenti verso gli Stati Uniti d’America di dimensioni pari o superiore al fabbisogno, anche se è sempre più evidente la crescente riluttanza dei paesi creditori, complice anche la tempesta perfetta in corso da poco meno di due anni, a perpetuare questa davvero anomala forma di aggiustamento resa possibile dall’asimmetria implicita nei meccanismi individuati nel corso della conferenza di Bretton Woods, ‘miracolosamente’ sopravvissuti alla decisione unilaterale assunta il 15 agosto del 1971 dall’allora presidente Richard Nixon consistente nell’abbattimento dello sbilenco pilastro rappresentato dalla piena convertibilità del dollaro in oro, nel rapporto prefissato di 35 dollari per oncia.

Pur rinviando per maggiori dettagli i lettori al mio articolo “Accordi di cambio e speculazione: spunti per un nuovo approccio teorico”, apparso nel n° 5 del 1993 di Rivista Bancaria-Minerva Bancaria (pagg. 95-104), credo proprio sia necessario dedicare un approfondimento al sistema valutario che verrà, non solo e non tanto nei vertici del G20/G21 prossimi venturi, quanto sulla base del movimento spontaneo descritto nei paragrafi precedenti, un movimento prudente e graduale, ma a mio avviso, irreversibile e che si intreccerà in modo quasi inestricabile con gli sviluppi della crisi finanziaria e con la molto sottovalutata questione del più che possibile ingolfamento dell’offerta di titoli di Stato, ma di tutto questo mi occuperò più diffusamente nella puntata di domani.
*
Ridotta davvero all’osso, la questione relativa alla necessità di un nuovo sistema valutario internazionale è rappresentata dalla sempre più evidente insostenibilità di una situazione che vede materie prime e manufatti, nonché aziende industriali o di servizi, immobili e terreni agricoli, scambiati in cambio di dollari statunitensi dal valore sempre più incerto in prospettiva.

Il concetto precedente può essere espresso anche in altri termini, in quanto è stata altrettanto insostenibile la pretesa degli Stati Uniti d’America di non pagare in alcun modo il ‘costo’ della globalizzazione, mantenendo, almeno sino alla metà del 2007, livelli di reddito pro capite, tassi di occupazione e livelli di consumo del tutto incompatibili con la nuova divisione internazionale del lavoro, con l’evidente perdita di competitività dei propri prodotti/servizi, con la crescente di pendenza in termini di materie prime energetiche e non, nonché con la stessa perdita dell’autosufficenza agroalimentare.

Tutto questo non sarebbe stato assolutamente possibile se non valesse una sorta di extraterritorialità di fatto degli USA assolutamente rispettata, almeno sino a oggi, dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, nonché dalle sempre più screditate agenzie di rating che hanno ribadito anche di recente di non avere all’ordine del giorno la possibilità di una revisione del massimo rating attribuito a una nazione che sarà anche la più armata del pianeta, ma che è di fatto tecnicamente fallita!

Basterebbe, peraltro, dare un’occhiata a un eloquente rapporto dell’Associated Press dedicato alla non marginale questione del debito pubblico a stelle e strisce, giunto, secondo quanto riportava implacabilmente mercoledì scorso il debt clock situato nei pressi di Times Square, alla cifra di 11.518.472.742.288 dollari (quando è stato inaugurato, nel 1989, lo stesso meccanismo indicava la cifra di 2.700 miliardi di dollari, meno di un quarto di quella attuale), mentre il deficit per l’anno in corso è ufficialmente stimato in 1.850 miliardi di dollari e il servizio del debito a 452 miliardi di dollari, balzando alla quarta posizione nella graduatoria dei capitoli di spesa pubblica, dopo Medicare-Medicaid, Social Security e Difesa.

In una pausa dell’efficacia della pozione che lo trasforma in Bernspan, Ben Bernanke ha molto saggiamente osservato che “fino a che non dimostreremo un forte impegno in termini di sostenibilità fiscale nel lungo termine, non avremo né stabilità finanziaria, né una sana crescita economica”, peccato che, appena uscito dalle aule del Congresso dove aveva pronunciato le sagge e ponderate parole, ha continuato imperterrito a inondare di liquidità a tasso zero le molto malmesse banche statunitensi, acquisire i titoli più o meno tossici della finanza strutturata e sostituirsi alle banche nell’acquisizione di quelle Commercial Papers essenziali per il funzionamento delle corporations statunitensi sopravvissute ai marosi della tempesta perfetta e al sempre più feroce credit crunch in corso.
*
Quello che non è del tutto chiaro alla maggior parte degli abitanti del pianeta è, invece, seguito con grande attenzione dei creditori dell’azienda America che sanno benissimo di essere seduti su un barile pieno di polvere da sparo circondato dal fuoco e che stanno studiando giorno e notte una possibile exit strategy, ognuno temendo che l’altro possa decidere i imitare il defunto Generale De Grulle che chiese e ottenne la conversione di un miliardo di dollari in oro poche settimane prima della decisione di Nixon di rinunciare allo scudo rappresentato da quel relitto barbarico!

Come ricordavo al termine della seconda parte di questa serie di puntate del Diario della crisi finanziaria dedicate al sistema finanziario internazionale che verrà, serpeggia tra i maggiori creditori degli Stati Uniti d’America il sospetto che uno di loro possa rompere gli indugi e cercare di portare a casa il massimo possibile del valore della più o meno elevata immobilizzazione in dollari statunitensi, una mossa che potrebbe vedere gran parte del proprio successo nella prevedibile azione difensiva messa in campo sia dalle principali banche centrali che dagli altri creditori rimasti con il classico cerino acceso in mano.

Pur appartenendo quasi tutti questi paesi a cartelli della più varia origine e natura, un’eventualità del genere non può essere esclusa a priori, anche perché da mesi, se non da qualche anno, sono in corso operazioni di alleggerimento effettuate sia direttamente, sia mediante i cosiddetti fondi governativi, anche se poco o nulla è dato di sapere sull’entità e le tecnicalità di queste operazioni, anche perché le varietà di opzioni offerte dagli strumenti della finanza strutturata sono molteplici e variegate, mentre le statistiche internazionali, oltre a essere alquanto datate, non sempre riescono a catturare le operazioni effettuate in modo sofisticato, operazioni note alle banche più o meno globali che sono chiamate a effettuarle, il che determina un’ulteriore elemento di asimmetria informativa a un quadro già di per sé ben poco trasparente.

E’ in questo contesto che si rafforza la possibilità di una mossa preventiva e anticipatoria effettuata, complice l’approssimarsi di un momento ideale quale è il periodo a cavallo della metà del mese di agosto, dalle quattro banche centrali che stanno agendo davvero all’unisono dal mese di agosto del 2007 e che sono individuabili nel sistema della riserva federale, nella Banca Centrale Europea, nella Bank of England e nella Bank of Japan, le stesse che hanno impedito al dollaro di sprofondare verso livelli ancora, e significativamente, più bassi degli attuali, emittenti, peraltro, di quelle stesse valute che invariabilmente finiscono nel paniere degli accordi più o meno conosciuti, quando non si tratta di accordi bilaterali basati sulle stesse valute dei paesi firmatari.

Pur rappresentando una simile eventualità uno smacco evidente della pretesa americana di lasciare le cose come stanno, è, tuttavia, evidente che un accordo di cambio tra dollaro, euro, yen e sterlina potrebbe consentire di evitare quello squagliamento incontrollato del dollaro e il tonfo delle quotazioni dei Treasury Bonds che potrebbe essere determinato dal si salvi chi può conseguente alla mossa azzardata di uno dei paesi creditori e che potrebbe fornire qualche mese, se non qualche anno, di respiro alle autorità monetarie statunitensi che di tutto hanno bisogno al momento meno che di una caduta senza freni delle quotazioni del dollaro o di quelle dei titoli rappresentativi del debito.

Una volta stabilità l’opportunità di una mossa concertata, resta da vedere la praticabilità della stessa, a sua volta fortemente condizionata dalla possibilità di un allargamento della preparazione della stessa al gruppo denominato BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), alla Corea del Sud, ai principali paesi arabi, una possibilità che è rafforzata dall’allargamento del Financial Stability Forum contestuale alla sua trasformazione in Financial Stability Group e alla crescente centralità assunta dai vertici del G20/G21, riunioni nelle quali sono presenti i leaders e i banchieri centrali della maggior parte dei paesi coinvolti nella non secondaria questione dell’individuazione di un nuovo sistema valutario internazionale che, pur se a tempo determinato e dal successo incerto, potrebbe rappresentare una efficace via d’uscita agli immensi problemi attualmente sul tappeto!

Verso un nuovo sistema monetario internazionale? (terza e ultima parte)


Come ricordavo al termine della seconda parte di questa serie di puntate del Diario della crisi finanziaria dedicate al sistema finanziario internazionale che verrà, serpeggia tra i maggiori creditori degli Stati Uniti d’America il sospetto che uno di loro possa rompere gli indugi e cercare di portare a casa il massimo possibile del valore della più o meno elevata immobilizzazione in dollari statunitensi, una mossa che potrebbe vedere gran parte del proprio successo nella prevedibile azione difensiva messa in campo sia dalle principali banche centrali che dagli altri creditori rimasti con il classico cerino acceso in mano.

Pur appartenendo quasi tutti questi paesi a cartelli della più varia origine e natura, un’eventualità del genere non può essere esclusa a priori, anche perché da mesi, se non da qualche anno, sono in corso operazioni di alleggerimento effettuate sia direttamente, sia mediante i cosiddetti fondi governativi, anche se poco o nulla è dato di sapere sull’entità e le tecnicalità di queste operazioni, anche perché le varietà di opzioni offerte dagli strumenti della finanza strutturata sono molteplici e variegate, mentre le statistiche internazionali, oltre a essere alquanto datate, non sempre riescono a catturare le operazioni effettuate in modo sofisticato, operazioni note alle banche più o meno globali che sono chiamate a effettuarle, il che determina un’ulteriore elemento di asimmetria informativa a un quadro già di per sé ben poco trasparente.

E’ in questo contesto che si rafforza la possibilità di una mossa preventiva e anticipatoria effettuata, complice l’approssimarsi di un momento ideale quale è il periodo a cavallo della metà del mese di agosto, dalle quattro banche centrali che stanno agendo davvero all’unisono dal mese di agosto del 2007 e che sono individuabili nel sistema della riserva federale, nella Banca Centrale Europea, nella Bank of England e nella Bank of Japan, le stesse che hanno impedito al dollaro di sprofondare verso livelli ancora, e significativamente, più bassi degli attuali, emittenti, peraltro, di quelle stesse valute che invariabilmente finiscono nel paniere degli accordi più o meno conosciuti, quando non si tratta di accordi bilaterali basati sulle stesse valute dei paesi firmatari.

Pur rappresentando una simile eventualità uno smacco evidente della pretesa americana di lasciare le cose come stanno, è, tuttavia, evidente che un accordo di cambio tra dollaro, euro, yen e sterlina potrebbe consentire di evitare quello squagliamento incontrollato del dollaro e il tonfo delle quotazioni dei Treasury Bonds che potrebbe essere determinato dal si salvi chi può conseguente alla mossa azzardata di uno dei paesi creditori e che potrebbe fornire qualche mese, se non qualche anno, di respiro alle autorità monetarie statunitensi che di tutto hanno bisogno al momento meno che di una caduta senza freni delle quotazioni del dollaro o di quelle dei titoli rappresentativi del debito.

Una volta stabilità l’opportunità di una mossa concertata, resta da vedere la praticabilità della stessa, a sua volta fortemente condizionata dalla possibilità di un allargamento della preparazione della stessa al gruppo denominato BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), alla Corea del Sud, ai principali paesi arabi, una possibilità che è rafforzata dall’allargamento del Financial Stability Forum contestuale alla sua trasformazione in Financial Stability Group e alla crescente centralità assunta dai vertici del G20/G21, riunioni nelle quali sono presenti i leaders e i banchieri centrali della maggior parte dei paesi coinvolti nella non secondaria questione dell’individuazione di un nuovo sistema valutario internazionale che, pur se a tempo determinato e dal successo incerto, potrebbe rappresentare una efficace via d’uscita agli immensi problemi attualmente sul tappeto!

lunedì 6 luglio 2009

Verso un nuovo sistema monetario internazionale? (seconda parte)


Ridotta davvero all’osso, la questione relativa alla necessità di un nuovo sistema valutario internazionale è rappresentata dalla sempre più evidente insostenibilità di una situazione che vede materie prime e manufatti, nonché aziende industriali o di servizi, immobili e terreni agricoli, scambiati in cambio di dollari statunitensi dal valore sempre più incerto in prospettiva.

Il concetto precedente può essere espresso anche in altri termini, in quanto è stata altrettanto insostenibile la pretesa degli Stati Uniti d’America di non pagare in alcun modo il ‘costo’ della globalizzazione, mantenendo, almeno sino alla metà del 2007, livelli di reddito pro capite, tassi di occupazione e livelli di consumo del tutto incompatibili con la nuova divisione internazionale del lavoro, con l’evidente perdita di competitività dei propri prodotti/servizi, con la crescente di pendenza in termini di materie prime energetiche e non, nonché con la stessa perdita dell’autosufficenza agroalimentare.

Tutto questo non sarebbe stato assolutamente possibile se non valesse una sorta di extraterritorialità di fatto degli USA assolutamente rispettata, almeno sino a oggi, dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, nonché dalle sempre più screditate agenzie di rating che hanno ribadito anche di recente di non avere all’ordine del giorno la possibilità di una revisione del massimo rating attribuito a una nazione che sarà anche la più armata del pianeta, ma che è di fatto tecnicamente fallita!

Basterebbe, peraltro, dare un’occhiata a un eloquente rapporto dell’Associated Press dedicato alla non marginale questione del debito pubblico a stelle e strisce, giunto, secondo quanto riportava implacabilmente mercoledì scorso il debt clock situato nei pressi di Times Square, alla cifra di 11.518.472.742.288 dollari (quando è stato inaugurato, nel 1989, lo stesso meccanismo indicava la cifra di 2.700 miliardi di dollari, meno di un quarto di quella attuale), mentre il deficit per l’anno in corso è ufficialmente stimato in 1.850 miliardi di dollari e il servizio del debito a 452 miliardi di dollari, balzando alla quarta posizione nella graduatoria dei capitoli di spesa pubblica, dopo Medicare-Medicaid, Social Security e Difesa.

In una pausa dell’efficacia della pozione che lo trasforma in Bernspan, Ben Bernanke ha molto saggiamente osservato che “fino a che non dimostreremo un forte impegno in termini di sostenibilità fiscale nel lungo termine, non avremo né stabilità finanziaria, né una sana crescita economica”, peccato che, appena uscito dalle aule del Congresso dove aveva pronunciato le sagge e ponderate parole, ha continuato imperterrito a inondare di liquidità a tasso zero le molto malmesse banche statunitensi, acquisire i titoli più o meno tossici della finanza strutturata e sostituirsi alle banche nell’acquisizione di quelle Commercial Papers essenziali per il funzionamento delle corporations statunitensi sopravvissute ai marosi della tempesta perfetta e al sempre più feroce credit crunch in corso.

Quello che non è del tutto chiaro alla maggior parte degli abitanti del pianeta è, invece, seguito con grande attenzione dei creditori dell’azienda America che sanno benissimo di essere seduti su un barile pieno di polvere da sparo circondato dal fuoco e che stanno studiando giorno e notte una possibile exit strategy, ognuno temendo che l’altro possa decidere i imitare il defunto Generale De Grulle che chiese e ottenne la conversione di un miliardo di dollari in oro poche settimane prima della decisione di Nixon di rinunciare allo scudo rappresentato da quel relitto barbarico!

domenica 5 luglio 2009

Verso un nuovo sistema monetario internazionale? (prima parte)


Temo proprio che non si stia seguendo con la dovuta attenzione il sempre più intenso dibattito in corso tra Cina, India, Brasile e Russia sull’opportunità di individuare soluzioni alternative all’utilizzo del dollaro statunitense come mezzo di pagamento e valuta di riserva, un dibattito che avviene a margine di accordi bilaterali tra questi paesi, accordi che prevedono o l’utilizzo delle proprie valute o l’individuazione di ‘valute sintetiche’ spesso basate su un paniere composto dalle principali valute convertibili.

Pur essendo del tutto evidente che non è interesse di questi paesi un crollo verticale delle quotazioni del dollaro o di quei titoli rappresentativi del debito statunitense che rappresentano insieme oltre il 70 per cento delle loro riserve valutarie, è tuttavia indubitabile lo sforzo in termini di diversificazione operato dai gestori di queste disponibilità, così come è del tutto evidente la crescente preferenza per titoli statunitensi a breve se non a brevissima scadenza, in luogo della precedente preferenza per i Treasury Bonds a 10 se non a 30 anni.

Analoghi interrogativi e mutamenti di comportamenti caratterizzano da alcuni decenni i governi e le autorità monetarie dei paesi arabi esportatori di petrolio e del Giappone, paesi strutturalmente esportatori netti per rilevanti ammontari medi e che si sono confrontati ben prima dei new comers sul ‘dilemma del dollaro’, una questione che ha assunto, almeno a tratti, carattere davvero angoscioso e che ha comportato scelte di investimento diversificate rappresentate da un mix di interventi in aziende industriali, nel settore del real estate, nell’acquisizione di quote di debito sovrano in Europa, in Asia, in America Latina e in svariati paesi dell’Estremo Oriente, mosse spesso accompagnate da una graduale ma sensibile riduzione del peso del dollaro e dei Treasury Bonds nelle loro riserve valutarie e che ha significativamente contribuito alla riduzione di questo peso a livelli che oscillano al 65 per cento, un livello che seppur ancora preponderante è largamente inferiore a quello riscontrabile negli ultimi decenni del secolo scorso.

Come è a tutti noto, lo squilibrio strutturale della bilancia commerciale statunitense e la correlativa crescita della posizione netta sull’estero di quella grande nazione è stato sino a oggi finanziato da un flusso di investimenti verso gli Stati Uniti d’America di dimensioni pari o superiore al fabbisogno, anche se è sempre più evidente la crescente riluttanza dei paesi creditori, complice anche la tempesta perfetta in corso da poco meno di due anni, a perpetuare questa davvero anomala forma di aggiustamento resa possibile dall’asimmetria implicita nei meccanismi individuati nel corso della conferenza di Bretton Woods, ‘miracolosamente’ sopravvissuti alla decisione unilaterale assunta il 15 agosto del 1971 dall’allora presidente Richard Nixon consistente nell’abbattimento dello sbilenco pilastro rappresentato dalla piena convertibilità del dollaro in oro, nel rapporto prefissato di 35 dollari per oncia.

Pur rinviando per maggiori dettagli i lettori al mio articolo “Accordi di cambio e speculazione: spunti per un nuovo approccio teorico”, apparso nel n° 5 del 1993 di Rivista Bancaria-Minerva Bancaria (pagg. 95-104), credo proprio sia necessario dedicare un approfondimento al sistema valutario che verrà, non solo e non tanto nei vertici del G20/G21 prossimi venturi, quanto sulla base del movimento spontaneo descritto nei paragrafi precedenti, un movimento prudente e graduale, ma a mio avviso, irreversibile e che si intreccerà in modo quasi inestricabile con gli sviluppi della crisi finanziaria e con la molto sottovalutata questione del più che possibile ingolfamento dell’offerta di titoli di Stato, ma di tutto questo mi occuperò più diffusamente nella puntata di domani.

sabato 4 luglio 2009

La ripresa si allontana ancora!


In assenza dei mercati azionari statunitensi fermi per il lungo ponte previsto per la festività del 4 luglio, la giornata di ieri non ha fornito particolari indicazioni di direzione in Europa, mentre i mercati asiatici non hanno potuto che risentire di quanto è successo giovedì dopo la diffusione dei dati sull’occupazione in giugno negli Stati Uniti, dati che hanno fatto il paio con le omologhe informazioni relative sia all’eurozona che a alla più vasta area dell’Unione Europea.

Chiedo venia ai miei lettori per l’imprecisione relativa al tasso di disoccupazione nell’eurozona, da me erroneamente indicato al 9,6 per cento, mentre è stato del tutto identico a quello segnalato negli Usa e, cioè, pari al 9,5 per cento, mentre si mantiene all’8,9 per cento quello relativo ai ventisei paesi dell’Unione Europea, una lieve imprecisione che, purtroppo, non toglie nulla alla gravità della situazione sia al di qua che al di là dell’Oceano Atlantico, mentre vi è molta inquietudine in Giappone per l’approssimarsi del tasso di disoccupazione locale al massimo storico del 5,5 per cento.

Come ho ricordato nella puntata di ieri, la situazione del mercato del lavoro a stelle e strisce è ben più grave di quella segnalata dai dati ufficiali, in quanto gli stessi non tengono conto di quanti rinunciano del tutto a cercare un lavoro, così come non prendono in esame la trasformazione più o meno coatta di rapporti di lavoro a tempo pieno in rapporti a part-time, mentre sono del tutto esclusi dalle rilevazioni i 2,2 milioni di detenuti e gli svariati milioni di cittadini sottoposti al regime della libertà su parola o ad altre restrizioni della libertà alternative al regime carcerario, un’aggiunta, quest’ultima, che porterebbe il tasso effettivo di disoccupazione a poco meno del 20 per cento e, cioè, a oltre 30 milioni di donne e di uomini americani in età lavorativa ma non occupati, un numero assoluto pressoché doppio rispetto ai 14,7 milioni ufficiali e ai 26 milioni risultanti dall’applicazione dei criteri europei.

Per quanto riguarda, invece, il fronte del meltdown immobiliare in corso da oltre tre anni, ai poco positivi dati segnalati nei primi giorni della settimana ha fatto seguito il primo sensibile calo delle quotazioni nella città di New York, località che aveva sinora resistito abbastanza bene rispetto al resto del paese, un calo tra il 13 e il 19 per cento che si registra in contemporanea con un calo delle transazioni immobiliari che, secondo lo stesso studio, è pari al 50 per cento rispetto a quelle realizzate nell’anno precedente.

A costo di risultare noioso, mi permetto di ricordare che gli ultimi dati sull’occupazione e sulla perdurante crisi del settore immobiliare hanno già superato lo scenario peggiore dei già alquanto annacquati stress tests cui il sistema della riserva federale ha sottoposto le prime diciannove entità creditizie e assicurative operanti nel mercato finanziario statunitense, scenario che dovrebbe, a giudizio degli esperti, peggiorare ulteriormente da qui a fine anno, evidenziando tendenze di peggioramento dell’economia reale destinati a tradursi in un aumento dei non performing loans delle banche, mentre hanno largamente già superato i livelli di guardia i deliquency rates relativi alle carte di credito e ai prestiti personali.

Una piccola notazione sul consistente calo del prezzo del petrolio rispetto ai massimi di fase recentemente toccati, un calo del 10 per cento in pochi giorni che dovrebbe essere solo prodromico a cali più sensibili legati alle nuove stime dell’AIE che vedono una domanda in calo per poco meno di 7 milioni di barili al giorno nel biennio 2009-2010 rispetto ai livelli toccati nel 2008.

venerdì 3 luglio 2009

Il Non Farm Payrolls gela Wall Street!


In perfetta sintonia con il titolo della puntata di ieri del Diario della crisi finanziaria (Americani in cerca di casa e lavoro), è giunto un uno-due micidiale rappresentato dalla perdita netta di 467 mila posti di lavoro nel mese di giugno e una sostanziale invarianza al di sopra delle 600 mila unità (614 mila, per la precisione) dei sussidi settimanali di disoccupazione, mentre il tasso di ufficiale di disoccupazione passa dal 9,4 al 9,5 per cento, un dato di uno 0,1 per cento inferiore a quello segnalato sempre ieri nell’Unione Europea e che porta a poco meno di 15 milioni di disoccupati ufficiali e a 6,7 milioni il dato sullo stock dei riceventi sussidi di disoccupazione in maniera continuativa.

Non c’è che dire, siamo di fronte all’ennesima doccia gelata sulle speranze dei tanti analisti e giornalisti embedded, quelli che si sforzano, un giorno sì e l’altro pure, di convincere risparmiatori e investitori che il peggio è oramai passato e che basterà aspettare la fine dell’estate per assistere alla ripresa economica, anche se riesce loro sempre più difficile spiegarlo ai 26 milioni di donne e di uomini statunitensi che rappresentano il vero esercito dei disoccupati, un dato tutt’altro che segreto e che viene illustrato negli stessi dispacci di agenzia che riportano i dati ufficiali, anche se colpisce davvero la flessione del numero di ore lavorate che si ferma a 33 ore, il che vuol dire che, oltre a licenziare e a non assumere, le imprese americane stanno facendo poco ricorso al lavoro straordinario dei lavoratori superstiti.

Quello che è davvero impressionante nella nuova falcidia di posti di lavoro registrata nel mese di giugno è il peggioramento che riguarda tutti i settori produttivi sia pubblici che privati, dalle costruzioni al settore manifatturiero, dal settore sanitario ai dipendenti della pubblica amministrazione, per i quali ultimi la perdita dei posti di lavoro è pari al quintuplo di quanto registrato nel mese di maggio, una situazione non destinata a migliorare dopo la dichiarazione di emergenza fiscale fatta dal Governatore della California, Arnold Swarzenegger, che è un po’ l’anticamera del default di uno Stato che, ove venisse considerato una nazione, si collocherebbe, o per meglio dire si collocava, al sesto posto tra le economie del pianeta, uno Stato che sta appena peggio di altri duramente colpiti dal meltdown immobiliare e dalla chiusura a raffica di impianti industriali!

Come ho avuto più volte modo di ricordare nei ventuno mesi in cui mi sono assunto l’onere di tenere il diario di bordo della malmessa flotta finanziaria nella tempesta perfetta, il problema non è rappresentato soltanto dall’emorragia continua di posti di lavoro al netto delle nuove assunzioni, 6,5 milioni dal dicembre del 2007, quanto dal fatto che, in una parte rilevante di casi, si trattava di posti di lavoro ben retribuiti sia in termini salariali, sia sotto il profilo previdenziale, che dal punto di vista dei programmi di assistenza sanitaria, posti ‘pesanti’, per così dire, e che spesso vengono rimpiazzati, quando va bene, da impieghi da Wal Mart o in una delle tante catene di fast food di cui è piena l’America.

Quando ci si interroga sulla data fatidica in cui avverrà la ripresa, sarebbe utile pensare a quale potrà essere lo stato della domanda effettiva in presenza di un processo di proletarizzazione della classe media statunitense quale non si era mai visto neppure quando quella grande nazione ‘subiva’ l’invasione di prodotti giapponesi, cinesi, europei e da quasi ogni parte del mondo, ma allora il depauperamento non avvenne grazie alla moltiplicazione dei pani e dei pesci operata dalla finanza più o meno strutturata!