giovedì 31 marzo 2011

L'Irlanda nazionalizza altre due banche!


Mentre si aspetta il prevedibile finale della crisi portoghese che avverrà quando il governo dimissionario ma ancora in carica (o quello che scaturirà dalle elezioni anticipate o un esecutivo delle larghe intese creato per evitarle) accetterà l’aiuto internazionale per la ventilata somma di 75 miliardi di euro, i riflettori tornano ad accendersi sulla Grecia e sull’Irlanda, le due prime nazioni dell’area euro che hanno accettato consistenti aiuti finanziari dall’apposito fondo di salvataggio, dall’Unione europea e dal Fondo Monetario Internazionale.


Per quanto riguarda la Grecia, c’è stato ieri l’ennesimo declassamento di Standard & Poor’s che ha portato la valutazione ancor più nell’area dei junk bonds, mentre l’Irlanda dovrà, dopo il prevedibile pessimo esito degli stress test, a nazionalizzare anche le uniche due grandi banche ancora non sotto il controllo dello Stato.

Attualmente sono sotto il controllo del ministero delle finanze irlandese la Anglo Irish Bank, la Irish Allied Bank, la EBS Building Society e la Irish Nationwide Building Society, con interventi finanziari complessivi per decine di miliardi di euro, uno sforzo a cui si aggiungerà ora quello necessario a ricapitalizzare la Bank of Ireland e la Irish Life & Permanent, un esborso che dovrebbe costare poco meno di trenta miliardi di euro (27,5 miliardi per la precisione).

L’ennesimo salvataggio delle banche irlandesi si accompagna a un feroce attacco al welfare state, una contraddizione che era già chiara ai tempi del salvataggio dell’Irlanda e che ha acceso un dibattito che ha lacerato il Paese.

mercoledì 30 marzo 2011

Il Portogallo è il prossimo! (3)


Ho dato conto, nella puntata di ieri del Diario della crisi finanziaria, del degradamento operato da Standard & Poor’s del debito sovrano del Portogallo, o meglio del Portogallo tout court, notizia che era disponibile sui siti internazionali ma che è stata riportata solo oggi dai mezzi di comunicazione di massa italiani, un ritardo che può essere frutto di distrazione o di scarsa considerazione dei rischi insiti nella crisi finanziaria portoghese, mentre la novità è rappresenta dalla decisione della stessa società di rating di portare i titoli di Stato della Grecia a livello dei titoli spazzatura.

Nel frattempo la crisi politica portoghese è completamente avvitata su se stessa e non si vedono le possibilità di dare vita a quel governo di larghe intese che solo potrebbe da un lato varare un piano credibile su deficit e debito e dall’altro negoziare un programma di aiuti internazionali come chiedono pressantemente i partner dell’eurozona.

Un’ondata di vendite ha colpito i titoli bancari italiani, in gran parte a causa di timori di aumenti di capitale già annunciati o soltanto temuti, colpiva ieri l’andamento del titoli di banca UBI che ha perso l’11 per cento del suo valore in un solo giorno.

E’ comunque difficile tenere in questi giorni la mente sulle vicende economiche quando una guerra divampa a poche miglia marine da casa nostra e cominciano a diventare chiare le conseguenze gravissime di quanto sta accadendo nella centrale nucleare giapponese di Fukushima, ma come si diceva un tempo the show must go on!


martedì 29 marzo 2011

Il Portogallo è il prossimo! (2)

La crisi portoghese rischia di ricalcare il copione già visto nei casi analoghi della Grecia e dell’Irlanda, perché anche in questo caso come nei due precedenti il governo, dimissionario, guidato dal socialista Socrates giura e rigiura che il Paese può salvarsi con le sue sole forze e di non avere bisogno degli aiuti internazionali per 75 miliardi di euro che verrebbero da uno sforzo tripartito dell’ FSFB, dell’Unione europea e del Fondo Monetario Internazionale, una posizione che sembra ignorare le pesanti scadenze previste per il mese di aprile e per quello di giugno.
*
Nel frattempo l’agenzia internazionale di rating Syandard & Poor’s ha ridotto di due posizioni il rating sul Portogallo, portandolo a BBB e minacciando di ridurlo a breve di un’altra posizione, una strada che porterebbe i titoli di stato portoghesi in una situazione di mercato davvero difficile con prevedibile aumento dei rendimenti al di sopra dei livelli altissimi già toccati in questi giorni.
*
Quello che è certo è che ci sono fondi per fare fronte alla scadenza di aprile ma, senza aiuti internazionali, non a quella di giugno, una circostanza che fa che sì che i mercati già scontino la capitolazione del governo di fronte alle pressioni dei partner dei paesi dell’eurozona, ma anche di quelle dei paesi dell’Unione europea che non aderiscono all’euro.
*
Gli sforzi del presidente della repubblica portoghese non sembrano sortire effetti e sembra impossibile la formazione di un governo di larga intese, vista la determinazione del centrodestra nella richiesta di elezioni, forti dei sondaggio che attualmente li premiano rispetto alle altre forze politiche.

lunedì 28 marzo 2011

Il Portogallo è il prossimo!


Ho dedicato più puntate del Diario della crisi finanziaria alla situazione del Portogallo, aggiungendo ai titoli che lo riguardavano come prossimo destinatario di un piano di salvataggio tripartito tra Unione europea, FSFB e Fondo Monetario Internazionale il punto interrogativo, ebbene, dopo la caduta del governo Socrates sul piano di austerità che avrebbe dovuto scongiurare l’intervento, è possibile dire che, salvo un miracolo dell’ultim’ora, il salvataggio, si parla di 75 miliardi di euro, è diventato d’obbligo.

Tutti ricorderanno i due casi precedenti, quello della Grecia e quello dell’Irlanda, lunghi tira e molla tra i rispettivi governi e i partner dell’area dell’euro ansiosi che si definisse il salvataggio per timore dell’effetto contagio, con i primi ministri che continuavano a negare la necessità del piano di salvataggio anche pochi minuti prima di firmarlo.

I rendimenti dei titoli portoghesi sono andati ai massimi da quando il paese ha aderito all’euro, più elevati di quelli toccati durante la crisi irlandese, quando eravamo in molti a pensare che fosse questione di settimane prima che il governo portoghese si arrendesse all’inevitabile.

Comunque vadano a finire le cose, l’attenzione degli operatori e degli speculatori si sposterà inevitabilmente sulla Spagna (anche se non è peregrino pensare che anche le vicende dell’Italia finiranno sotto osservazione), anche perché un terzo del debito portoghese fa capo alle tre principali banche spagnole con un effetto domino difficilmente disinnescabile.



venerdì 25 marzo 2011

Sempre più giù il settore edilizio USA!


Dopo il dato molto negativo sulle vendite di case esistenti in febbraio, giunte ad un dato annualizzato di 4,6 milioni di abitazioni vendute, è giunto anche il terzo tonfo consecutivo delle vendite di case di nuova costruzioni, scese in febbraio ad un dato annualizzato di 250 mila unità, un dato largamente inferiore a quello che dovrebbe denotare un settore immobiliare in salute e che viene stimato intorno alle 700 mila unità.

Per avere un’idea di quello che è il dato più basso degli ultimi 50 anni (non si va più indietro perché allora iniziarono ad essere disponibili statistiche attendibili sul settore immobiliare) basti pensare che nel lontano 1963, quando la popolazione era di 110 milioni di persone inferiore a quella odierna vennero vendute 560 mila case nuove, mentre nell’intero anno scorso ne sono state vendute 323 mila, un dato quest’ultimo significativamente più elevato di quello che, se non vi saranno impennate poco prevedibili, sarà il dato finale del 2011.

Il vero problema sta nel fatto che i costruttori stanno fortemente riducendo il numero di case costruite, che sono ora ad un minimo storico di 183 mila e vi sono segnali che ridurranno ancora di più in prospettiva il numero di cantieri aperti.

Un altro segnale fortemente negativo è rappresentato dal prezzo mediano delle nuove case crollato in febbraio a 202 mila dollari, il dato più basso dal 2003, ma anche un prezzo al quale diviene poco conveniente per i costruttori vendere una casa.


giovedì 24 marzo 2011

La Fed blocca l'aumento dei dividendi delle banche!

La Federal Reserve ricomincia a fare la banca centrale e sta rintuzzando le richiese delle maggiori banche a stelle e strisce che vorrebbero aumentare i dividendi ai propri azionisti, anche per rendere più appetibili le proprie azioni e dimostrare al contempo al mondo intero che il peggio è oramai alle spalle. Come aveva fatto nei giorni scorsi di fronte alle richieste di J.P. Morgan Chase, di Bancorp e Citigroup, la Fed ha risposto ieri alla Bank of America che di aumento dei dividendi si potrà parlare solo dopo che la banca avrà superato lo stress test, dimostrando così che il suo stato di salute consente di venire incontro alle legittime attese degli azionisti. La prudenza in questo caso è d’obbligo, considerando che quasi tutte le banche che hanno avanzato la richiesta di un innalzamento del monte dividendi sono coinvolte nel meltdown immobiliare e due di esse hanno dovuto bloccare le procedure che portano all’esproprio delle case nel caso i mutuatari siano in ritardo con il pagamento delle rate perché era emerso che centinaia di queste pratiche venivano lavorate al giorno da dipendenti definiti per questo robo signers. Per non parlare del problema rappresentato dalla montagna di titoli della finanza strutturata che, seppur in presenza della nuova regolamentazione che consente di non evidenziare le perdite, rappresentano comunque un carico enorme per le banche che li detengono al di sopra o al di sotto della linea di bilancio!

mercoledì 23 marzo 2011

Continua il meltdown immobiliare negli USA!


Mentre il mondo è in apprensione per la situazione sempre critica della centrale nucleare di Fukushima e per l’intervento armato contro la Libia di Gheddafi, negli Stati Uniti d’America non accenna a finire il meltdown immobiliare, come testimonia il dato delle vendite di case esistenti che in febbraio si è portato ad un tasso annualizzato di 4,88 milioni di case in calo del 9,6 per cento dai 5,4 milioni di gennaio e ben al di sotto di quel livello di 6 milioni di case che, secondo gli esperti del settore, starebbe ad indicare un mercato edilizio in salute.

Il fatto grave è che il 40 per cento di queste vendite sono rappresentate da vendite all’asta derivanti da procedure di foreclosure o da vendite sottocosto nelle quali i proprietari ricavano meno di quanto devono per il mutuo acceso in precedenza, così come appare strano che un terzo delle vendite avvengono per contanti, una modalità di acquisto che era ad un sesto soltanto un anno fa e che è un chiaro indizio di speculazione, in particolare nelle zone più disastrate dal punto di vista del settore immobiliare.

E’ sufficiente, peraltro, citare il caso di località come Las Vegas o Miami, dove vengono acquistate in contanti metà della case vendute, mentre il prezzo mediano delle vendite a livello nazionale si è portato intorno ai 156 mila dollari, in flessione del 5,6 per cento e il livello più basso dal lontano 2002.

Per gli ottimisti a un tanto al chilo, tutto questo sta a significare che stiamo toccando il fondo, previsione che si basa sull’apparizione in massa di persone che sono disposte a comprare case che sono convinti, o sperano, di poter rivendere a prezzi maggiori.