venerdì 30 dicembre 2016

The Big Short 2, Steve Eisman ci riprova con le banche italiane!


In omaggio all'evento più eclatante di quest'anno di disgrazia 2016 che volge oramai al termine e, cioè, la nazionalizzazione prossima ventura del Monte dei Paschi di Siena, ripubblico la puntata del 20 novembre scorso su uno dei personaggi che più hanno contribuito a che le cose per la più antica banca italiana, se non del mondo intero, prendessero questa piega. Tanti auguri a tutti i lettori per il nuovo anno!

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Dopo essere diventato miliardario in dollari con l'attacco nel 2007-2008 alle banche a stelle e strisce che avevano in pancia il maggior numero di titoli della finanza strutturata zeppi di mutui subprime ma ai quali le più che compiacenti Moody's e Standard and Poor's avevano concesso la tripla A, non dopo aver ricevuto laute commissioni per la loro attività di consulenza alle stessa banche per costruirli in modo da rispettare i requisiti per ottenere tale massima valutazione, vendendo allo scoperto tramite il suo hedge fund, il finanziere Steve Eisman, immortalato da un bravissimo attore nel celeberrimo film The Big Short, ci riprova con le oramai inguaiatissime banche italiane gravate da Non Performing Loans  per la bella cifra di 360 miliardi di euro, una bella fetta dei quali concentrati sui primi cinque gruppi in classifica che, lo ricordo, sono Intesa-San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Banco Popolare e Unione delle Banche Italiane, tutti gruppi che si sono formati a partire dall'ultimo decennio del secolo scorso raccattando decine di banche e casse di risparmio che, a loro volta, erano zeppe di NPL's.

In un'intervista al quotidiano britannico Guardian, ripresa dal sito italiano di gossip Dagospia,  Eisman, vero emulo del mio faro nella Tempesta Perfetta, George Soros,  dichiara che il punto di debolezza delle banche italiane messe peggio sotto questo profilo, e delle quali non rivela l'identità a meno di diventare clienti del suo hedge con quote a partire da un milione di dollari, sta nel fatto di contabilizzare queste partite non al loro mark to market che, secondo standard internazionali, non va al di sopra del 20 per cento del valore nominale, applicando, altresì, cosa purtroppo concessa dalla normativa vigente, al mark to value che porta il valore di questi crediti deteriorati al 45-50 per cento, un prezzo che neppure il pilotatissimo Fondo Atlante è disposto a riconoscere, fermandosi, nelle ultime valutazioni sui crediti del Monte dei Paschi, a valori non superiori ad un terzo del valore iniziale, avendo peraltro una dotazione di capitale residua molto esigua dopo il salasso di 2,5 miliardi di euro per acquisire integralmente la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ossia il cuore di quel buco nero del credito in Italia che è rappresentato dalla Regione Veneto, due banche delle quai, in realtà, non sa bene che farsene!

Non conoscendo la tempistica delle operazioni di Eisman, né le banche cui ha rivolto le sue attenzioni, è molto difficile stimare i profitti teorici o fattuali già realizzati dal finanziere statunitense, ma un'occhiata ai valori di borse delle azioni dei primi cinque gruppi fa capire che siamo già a livelli superiori al cinquanta per cento, che, in una visione dinamica delle operazioni stesse, (che prevede un numero elevatissimo di vendite e a questi in base di valori di take profit e stop loss molto articolari e, ovviamente, molto segreti) porta a ritorni anche di molto superiori e non vi annoio con cifre sulla debacle in borse delle principali banche in questo anno di disgrazia 2016, anche perché le stesse sono riportate in molte puntate del Diario della crisi finanziaria nonché sulla stampa generalista e specializzata che sta registrando un Italian Case realmente straordinario per la chiarezza delle problematiche, un case study che spinge, seppur in tempi, con impegno finanziario  e con modalità diverse, una flottiglia di speculatori che si sono messi in scia a questo molto disinvolto finanziere a stelle e strisce.

Venendo a conoscenza solo ora delle mosse di Eisman e Company, anche se ovviamente molto era chiaro già all'inizio di questo anno di disgrazia 2016, mi sento di spezzare una lancia in favore del triumvirato di ferro (di cui fa parte anche l'italiano Ignazio Angeloni) che guida dal giugno del  2014 la neonata Vigilanza sulle banche dell'area dell'euro presso la Banca Centrale Europea e il suo pressing sulle banche italiane affinché facciano una radicale pulizia nei loro bilanci, quale quella imposta al povero Fabrizio Viola ex CEO e direttore generale del Monte dei Paschi di Siena, un gruppo creditizio che è oramai diventato il vero banco di prova per capire se vi è una possibilità di salvezza per il sistema bancario italiano, anche se credo che, visti i livelli infimi di quotazione raggiunti dall'azione della sventurata banca senese, per seguire le mosse degli speculatori bisogna osservare meglio i titoli delle altre quattro componenti del quintetto di testa, nonché un gruppo selezionato di altre banche presenti nella lista delle 15 banche italiane direttamente vigilate dalla BCE e farlo seguendo le diverse lettere di messa in mora giunte in questi mesi da Francoforte e le risposte pervenute dalla banche coinvolte, per non parlare delle ispezioni in loco che vedono impegnati sia ispettori targati Bankitalia che i loro omologhi della BCE!

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Per la rilevanza dell'argomento questo post rimarrà in testa al blog anche domani, lunedì 21 novembre, e, poiché non lo scrivo da qualche tempo, credo sia utile ricordare che è davvero utile  per i naviganti nella Tempesta Perfetta, soprattutto se coinvolti nel mare magnum del mercato finanziario, allacciare le cinture di sicurezza!

giovedì 29 dicembre 2016

Perché la Vigilanza BCE stavolta potrebbe aver ragione su MPS!


Vedo fare elenchi di banche beneficiarie del fondo da 20 miliardi di euro costituito con l'apposito decreto legge di qualche giorno fa, decreto le cui linee guida sono state approvate a larga maggioranza da entrambi i rami del Parlamento e che va a debito, cioè non incide sul deficit, un elenco che comprende le due tecnicamente fallite banche venete (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca) salvate a suo tempo dal Fondo Atlante che ha staccato un assegno da 2,5 miliardi complessivamente e ora è chiamato ad un esborso di un altro miliardo per la fusione nella Banca delle Venezie.

Vi è poi la Banca Carige, una ex cassa di risparmio letteralmente devastata dalla gestione Berneschi ed ora saldamente nelle mani dei fratelli Malacalza che temono si concretizzi la richiesta di un nuovo aumento di capitale fino a due miliardi di euro che metterebbe in discussione la loro posizione di azionisti di riferimento e che vede i vertici della banca pensare seriamente di fare le barricate fino a contestare giuridicamente la validità della posizione della Trimurti (un nome che ricorda tanto la famigerata Troika di ellenica memoria).

C'è poi un elenco di banche più piccole sulle quali non vorrei soffermarmi, perché secondo me manca il bersaglio grosso: Unicredit Group sul quale mi sono speso nella puntata di ieri del Diario della crisi finanziaria, ma sul quale ieri ho evitato di dire che la strategia sottile della Trimurti di Francoforte è quella di indurla a smantellare sostanzialmente l'impero che ha costruito in una ventina di paesi, ma che, in alcuni di questi, segnatamente la Germania la vede in una posizione di comprimaria nel mercato creditizio locale.

Vengo ora alla decisione rappresentata dalla lettera al Ministero dell'Economia italiano giunta nel giorno di Santo Stefano, decisione che avrebbe visto contrari sia Angeloni che Panetta, membri rispettivamente del gruppo di vertice, la Trimurti appunto, il primo e in rappresentanza di Banca d'Italia il secondo, una contrapposizione che non ha precedenti e che potrebbe vedere l'intera partita demandata al Consiglio Direttivo della BCE presieduto da Mario Draghi.

Ma cosa dice la lettera inviata direttamente a Piercarlo Padoan che poi l'ha girata al CdA della banca, afferma sostanzialmente che i fabbisogni di capitale indicati a novembre, i famosi cinque miliardi di euro non valgono nel caso di intervento con fondi pubblici, mentre ne servono 8,8 di miliardi e questo sia in relazione allo stato fallimentare risultante dall'ultimo stress test che vedeva, in caso di scenario avverso, un Tier 1 negativo del 2,2 per cento (ma questo a novembre già ben lo si sapeva), sia ai paletti indicati alle quattro banche greche che avevano fatto ricorso agli aiuti pubblici, una lettera che, tuttavia, non faceva menzione dell'esclusione degli obbligazionisti subordinati retail dalla procedura di bail in (in effetti li vede prima coinvolti e poi salvati con la conversione al 100 per cento della carta straccia in loro possesso con obbligazioni senior), così come non viene messa in discussione l'esclusione dei depositanti over 100 mila euro dalla mania prevista dalle norme entro l'otto per cento del totale dell'attivo della banca.

Salvo ripensamenti in peius dell'ultima ora, quello proposto dalla Vigilanza BCE sembra un compromesso ragionevole tra una drastica applicazione delle regole e gli obiettivi politici del Governo italiano, interessato sostanzialmente ad evitare un bagno di sangue tra depositanti affluent, quelli over 100 mila nei loro depositi, e  i 42 mila piccoli risparmiatori in possesso delle obbligazioni subordinate, un salvataggio generalizzato che poteva essere sostituito dal ristorno nei casi accertati di frode da parte della banca al momento della sottoscrizione delle stesse obbligazioni subordinate!

mercoledì 28 dicembre 2016

Unicredit è la prossima vittima della BCE?


Se non tutti, molti avevano pensato che il Chief Executive Officer di Unicredit, De Mustier avrebbe continuato la campagna di vendite delle partecipazioni, nonché il ritiro da alcuni territori stranieri, riducendo così al minimo l'aumento di capitale della maggiore banca italiana per totale dell'attivo, mentre la prima per capitale e fondi di riserva è senza dubbio Intesa San Paolo, che è anche la prima per capitalizzazione di borsa, e, invece, il banchiere straniero ha stupito tutti lanciando un aumento di capitale da 13 miliardi che sarebbero tutti garantiti da una folta selva di banche straniere che avrebbero già assunto, pro quota, questo mega aumento di capitale.

Contemporaneamente, dopo aver ceduto Non Performing Loans per 18 miliardi dal 2014 ad oggi, De Mustier ha anche annunciato una cessione di sofferenze lorde per ulteriori 20 miliardi di euro tutte assistite da garanzia pubblica e un incremento delle uscite anticipate di personale per 6500 unità il che porta il totale a 14 mila, nonché la chiusura di molte dipendenze oltre quelle già previste dal piano precedente.

Ma cosa c'è alla base di queste decisioni così drastiche? Come ho ricordato in diverse puntate di questo blog, la Vigilanza europea presso la BCE ha deciso di applicare ad Unicredit e Deutsche Bank un innalzamento del ratio Tier 1 del 12,25 per cento dal 10,25 precedente e di sollecitare un'azione più energica sui Non Performing Loans pari a 52,2 miliardi di euro, di qui l'attivismo nel biennio precedente e l'annuncio della odierna maxi cartolarizzazione, ma i guai della banca di piazzetta Gae Aulenti non finiscono più e hanno a che vedere con la sterminata rete estera, edificata ai tempi in cui sulla banca regnava incontrastato Alessandro Profumo appena bilanciato dal banchiere di lungo corso Lucio Rondelli che, ad un certo punto abdicò dalla presidenza: due sono i nodi esteri più spinosi e, cioè Bank Austria, in via di cessione, e Hipoverein Bank (HVB) la quarta banca tedesca, inzeppata di NPL's quasi come una banca italiana e con problemi nell'ambito della finanza strutturata.

Certo, l'aumento di capitale da solo supera anche gli aumenti di MPS (nella versione da 8,8 miliardi richiesti di recente dalla Vigilanza BCE), della Popolare di Vicenza, del Banco Popolare e di Veneto Banca che tutti assieme arrivano a 12,3 miliardi e che, tranne nel caso di Banca Popolare, sono tutti stati bocciati dal mercato e, quindi, voglio proprio vedere come andrà e, comunque, ancora non è chiaro se la cifra sarà diminuita dal valore delle vendite effettuate quest'anno dal colosso creditizio milanese!

Il giudizio della borsa non è stato particolarmente lusinghiero e, nonostante De Mustier abbia sparato tutte le sue cartucce, l'azione si trova al di sotto della soglia psicologica dei 3 euro e, pur avendo recuperato più di un euro dai minimi (1,70 euro) è ancora all'incirca alla metà del valore che quotava 12 mesi e ad un terzo di quello che valeva tornando indietro di ulteriori dodici mesi, una posizione, quella del mercato, chiaramente attendista e che si traduce nei consigli degli analisti che, nella maggior parte dei casi, non va oltre un tiepido hold. 


martedì 27 dicembre 2016

Cosa manca al piano industriale del Monte dei Paschi di Siena


Mentre continuo ad attendere risposte chiarificatrici sulle commissioni che percepiranno J.P. Morgan Chase e Mediobanca per la loro palesemente azione fallimentare come advisor di MPS, commissioni, lo ricordo, che Fabrizio Viola volle rigidamente legate ai risultati effettivi conseguiti, mentre nulla so di quanto ha previsto in proposito il nuovo amministratore delegato, Marco Morelli, in passato dipendente di J.P. Morgan, noto con piacere che si carica di attesa la nuova formulazione del piano industriale della banca senese, atteso ansiosamente il mese prossimo sia dalla Commissione UE, sia dalla Trimurti della Vigilanza della BCE, che vogliono capire due cose: l'esclusione dei piccoli risparmiatori detentori di obbligazioni subordinate e, e direi soprattutto, se il piano prossimo venturo avrà la caratteristica della sostenibilità, anche perché stavolta il vertice della banca, d'intesa con il prossimo proprietario assoluto, non può assolutamente sbagliare.

Un piano industriale, solitamente su base triennale, non è in estrema sintesi che una proiezione di voci di conto patrimoniale e di conto economico, costi, in particolare quelli del personale, e ricavi, con il relativo utile o perdita di esercizio. Un esercizio previsivo per il quale fondamentali sono le azioni che il vertice aziendale intende adottare e che devono tenere conto dell'ambiente normativo e regolamentare esistente, una cornice che per i prossimi tre anni dice inequivocabilmente che bisogna approfittare della finestra aperta sul Fondo esuberi di settore dal, non proprio casuale, trasferimento di risorse pubbliche per 600 milioni di euro per il triennio che si apre tra pochi giorni e l'allungamento del periodo massimo di esodo da cinque a sette anni (modello Alitalia per hi ricorda quella estenuante trattativa che vide migliaia di lavoratori aspettare l'agognato momento della pensione con l'80 per cento del precedente trattamento economico).

L'attuale stato dell'arte dice che il Monte ha in cascina accordi per l'uscita di poco più di quattromila lavoratrici e lavoratori, ma un potenziale acquirente della banca senese aveva cercato rassicurazioni governative per ulteriori seimila posizioni lavorative e un taglio più radicale delle filiali rispetto a quanto previsto nel piano industriale licenziato da Fabrizio Viola nel luglio di questo anno di disgrazia 2016. La presenza al 60 per cento del Tesoro prevista al termine del processo di ricapitalizzazione induce a ritenere che Padoan non scordi quello che ha fatto con la sinistra, mentre con la destra darà, a tempo debito, il suo benestare allo stato prospettico triennale dei conti della sua maggiore partecipazione nel sistema bancario italiano, confortante dal fatto che, almeno sinora, si sono sempre trovati dipendenti bancari favorevoli ad uscire qualche anno prima dal lavoro ricevendo una buona percentuale dello stipendio e tutti i benefit di quando era ancora in servizio presso la banca di appartenenza.

Faceva tenerezza in proposito la dichiarazione del segretario generale della First Cisl, tal Romani, che, appena firmato un accordo per 600 dipendenti del Monte dei Paschi, diceva che oramai si era fatto il massimo sforzo e che di esuberi non si sarebbe trattato più per molto tempo e suggerisco sommessamente a lui e agli altri suoi colleghi di prenotare per tempo un alloggio a Siena per quella che sarà ricordata come la Madre di tutte le trattative!

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Anche a Francoforte fanno gli straordinari e in una lettera inviata ieri la Vigilanza BCE avverte il Ministero dell'Economia italiano che il costo effettivo dell'aumento di capitale di MPS, in base agli stress test di luglio e all'esperienza del salvataggio delle banche greche (?), sarà non più di 5 miliardi di euro come noto fino a ieri, ma di 8,8 miliardi, dei quali 4,3 a carico degli azionisti e degli obbligazionisti subordinati e che, se come noto lo Stato si propone di sostituire al cento per cento le subordinate in possesso della clientela retail (2 miliardi) con obbligazioni subordinate, ebbene il conto per via XX Settembre dell'aumento di capitale sarà di 6,3 miliardi.

Il senso della lettera ci viene spiegato, in un'intervista ad un quotidiano dal membro della Trimurti della Vigilanza Ignazio Angeloni ed è proprio vero che dagli amici mi guardi Dio che dai nemici mi guardo io!

venerdì 23 dicembre 2016

Lo Stato interviene in MPS, ma la storia non finisce qui!


Come ho raccontato in precedenza, la difficilissima azione di aumento di capitale del Monte dei Paschi di Siena e la contestuale ripulitura di qualcosa di più di 28 miliardi di sofferenze lorde era stata  oggetto di attenzione di almeno uno dei colossi del credito in Europa e nel mondo, la francese BNP Paribas, che però pose al Governo italiano e alla Vigilanza BCE due condizioni difficili da digerire e, cioè, la rottamazione di diecimila dipendenti sul totale di 25.600 (e su questo piano il Governo Renzi inondò di denaro il Fondo esuberi del credito con 600 milioni di euro, nei prossimi tre anni allungando altresì il periodo massimo di esodo dai cinque ai sette anni) e l'esonero dell'aumento di capitale perché il Cet 1 della banca francese era capiente per "digerire" i conti della molto malmessa banca senese che sarebbe stata fusa per incorporazione e poi tornata ad una relativa autonomia con i conti in ordine sotto il cruciale profilo delle sofferenze che sarebbero state gestite direttamente dalla capogruppo al netto di quelli oramai in carico ad Atlante II.

Certo, l'ennesima scorribanda di Bollorè su Mediaset, dopo quelle su Mediobanca e Telecom, rischia di far apparire appannato il bianco del Cavaliere che si offrisse di salvare MPS, dopo aver acquisito in zona Cesarini la Banca Nazionale del Lavoro e, solo al termine di una lunga battaglia legale, la regina del credito al consumo Findomestic, nonché una significativa presenza diretta come BNP Italia, ma la disperazione che regna sovrana tra Siena e Roma è di quelle che non permetterebbero di rifiutare una seconda e più convinta avance di Jean Laurent Bonafé, uomo forte di BNP e profondo conoscitore del sistema creditizio italiano, una eventuale proposta che troverebbe il  Governo italiano, dopo il disastro evidente della strategia di Jamie Dimon di J.P. Morgan-Chase e di Mediobanca i due advisor del disastroso piano di aumento del capitale del Monte Paschi e dopo che quest'ultimo ha reso noto di aver perso depositi per 20 miliardi di euro, 6,5 dei quali dalla uscita di Fabrizio Viola (settembre 2016) ad oggi e di avere liquidità per soli quattro mesi.

Più difficile da convincere sarebbe la Trimurti che guida la Vigilanza BCE, anche perché la stessa ha appena respinto un ragionamento simile fatto da Viktor Messiah di UBI Banca che non voleva fare un aumento di capitale per acquisire Banca Etruria, Banca Marche e CariChieti (chissà che fine farà la povera CariFerrara?) e alla fine ha dovuto cedere alle pretese di Madame Nouy e compagni e deliberare un aumento di capitale da 600 milioni, ma va da sé che è sempre vero quello che ha detto il terzo membro della Trimurti, l'italiano Ignazio Angeloni, quando affermava in una bella ed emblematica intervista a Fubini che le regole vanno adattate in una logica del caso per caso e quindi è difficile capire quale potrebbe essere la risposta ad una domanda che giungerebbe in ogni caso all'ultimo minuto.

Certo, tutto sembra far propendere per una soluzione che fa perno sullo Stato e su una applicazione mirata del bail in volta a salvare gli obbligazionisti retail, semmai con le farraginose regole del ristoro, e i depositanti oltre la soglia dei 100 mila euro, ma non escluderei la possibilità di un colpo di scena ad opera di BNP o di altri soggetti appartenenti alla categoria degli investitori "avvoltoi", d'altra parte mancano poche ore, o pochissimi giorni, e sapremo tutto. Quello che è più probabile è un accordo tra BNP e il Governo italiano per accompagnare la fase di uscita dello Stato da MPS, uscita che può avvenire, in base alle regole europee, non oltre i due anni successivi all'entrata con una quota di rilievo, anche perché<è allora MPS sarà una banca ripulita e con i conti in ordine, forse la più bella banca italiana!

Sono proprio curioso di sapere se di fronte alla disastrosa gestione dell'aumento di capitale Dimon e Nagel pretenderanno i 450 milioni di euro di commissioni previste o se questa somma verrà ridotta in relazione al risultato come Fabrizio Viola aveva preteso e ottenuto!

Nella tarda serata di ieri, il neo presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e il ministro dell'Economia, Piercarlo Padoan, hanno annunciato il salvataggio di MPS con un intervento che darà la maggioranza assoluta delle azioni della banca senese al Tesoro dello Stato, mentre per gli obbligazionisti subordinati retail vi sarà la trasformazione in azioni e poi, sempre al 100 per cento del valore, la trasformazione in obbligazioni ordinarie. Le contrattazioni delle azioni del Monte dei Paschi sono, ovviamente sospese, così come, altrettanto ovviamente, si apre la caccia a chi subentrerà al Tesoro nel periodo di due anni che è il massimo che la normativa europea concede per una presenza pubblica così massiccia nel capitale di una banca.

giovedì 22 dicembre 2016

La Vigilanza BCE sta ristrutturando le banche italiane (quarta e ultima parte)


Il ristrutturando contenuto nel titolo di questa breve serie di puntate del Diario della crisi finanziaria può trarre in inganno, perché in realtà quello che la Trimurti della Vigilanza BCE sta facendo nel sistema bancario italiano assomiglia più ad un processo di distruzione creativa che porta alla quarta fase del processo di ristrutturazione e riorganizzazione, un processo che avuto il suo avvio dopo la Legge Amato dell'inizio degli anni Novanta e che si è sviluppato lungo tre fasi che hanno visto il più rilevante processo di concentrazione e che ha visto raggrupparsi intorno ai primi cinque gruppi, in particolare ai primi due, centinaia di altri istituti che, per un tempo eccessivamente lungo e che per UBI Banca si sta concludendo in questi giorni, le banche acquisite hanno mantenuto il marchio e strutture di sede centrale e altre amenità costate molte decine di miliardi e che sono proprio quelli che mancano all'appello e che avrebbero consentito alle banche aggreganti di presentare dei Cet 1 a prova di bomba.

A differenza delle prime tre fasi del processo di ristrutturazione del sistema bancario italiano che nascevano dall'interesse convergente di banche aggreganti ed aggregate, questa quarta fase è sostanzialmente eterodiretta da Francoforte con la Vigilanza BCE che adatta misure importanti come gli indici patrimoniali a seconda di altri elementi non sempre a conoscenza della banche italiane oggetto della sua attenzione, anche se è ovviamente vero che Cet 1 come quello di Intesa o di altri gruppi sono talmente elevati che è difficile per i magnifici tre operanti in quel di Francoforte eccepire qualcosa, almeno in questa fase in cui ci sono banche molto più esposte a ricevere quelle poco piacevoli missive.

Continuando a scorrere l'elenco troviamo Mediobanca, o come si diceva al Nord la Mediobanca, giocattolo creato da Raffaele Mattioli per il giovane Enrico Cuccia, il genero di Beneduce, star economica del Fascismo e fondatore dell'IRI noché salvatore delle tre banche che da quel momento si chiamarono di interesse nazionale, Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano e Banca di Roma; sì Mediobanca la banca di affari per eccellenza e storicamente il salotto buono del capitalismo italiano, che grazie all'opera indefessa di Cuccia poté continuare per lungo tempo a fregiarsi del titolo di capitalismo delle grandi famiglie, gli Agnelli e i Pirelli solo per citare le più famose, l'inventore della storica frase "le azioni si pesano non si contano" morto ad oltre novanta anni quando il suo sistema era oramai scosso da sinistri scricchiolii e sul quale ha oramai messo le mani il corsaro bretone Bollorè, ma le prime unghiate le aveva date un uomo che non a caso fu definito il pirata, Raul Gardini, sì proprio quello che gli strappò l'amata Montedison per poi pagare con la vita la sua improntitudine,

Ebbene Mediobanca non ha nulla, proprio nulla da temere dalla Trimurti della Vigilanza europea, non fosse altro che è una banca sostanzialmente a medio termine e che pochi, pochissimi dei suoi clienti oserebbero non onorare le scadenze dei prestiti da loro contratti con una tal blasonata istituzione creditizia, un gesto che costituirebbe un rischio certo di vedersi chiudere istantaneamente tutte le linee di credito con le banche italiane ed europee.

Di Unicredit e dell'Unione di Banche Italiane (UBI) ho già parlato diffusamente in questo blog e rinvio alle puntate a loro dedicate, se non per dire che la prima è chiamata, all'inizio dell'anno  prossimo, ad un aumento mostre da 13 miliardi di euro e sta ristrutturando ferocemente la galassia delle sue partecipazioni e presenze all'estero, mentre la seconda è chiamata ad un aumento di capitale da 5-600 milioni di euro per la sua acquisizione di Banca Etruria, Banca delle Marche e CariChieti, un aumento del quale avrebbe fatto volentieri a meno. (fine)


mercoledì 21 dicembre 2016

La Vigilanza BCE sta ristrutturando le banche italiane (terza parte)


Dopo molte chiacchiere e non poche incertezze, il Consiglio dei Ministri ha varato una nota di variazione alla Legge di Bilancio 2017 che impegna una somma fino a venti miliardi (erano 15 fino a pochi giorni fa) per intervenire sulle banche in difficoltà e in odore di procedura di risoluzione, quelle banche, ad esempio Monte dei Paschi di Siena, dove, secondo il BRDD, si potrebbe applicare il bail in con relativo bagno di sangue per azionisti, obbligazionisti subordinati e depositanti per la quota eccedente la soglia garantita pari a 100 mila euro e che, solo per MPS, era pari a 64,8 miliardi di euro con area di applicazione pari a 13 miliardi di euro, interventi che non eviteranno comunque la conversione forzosa delle obbligazioni subordinate in azioni ad un prezzo svantaggioso rispetto a quello offerto nella finestra che si chiude domani dalla banca senese (tra l'85 e il 100 per cento del valore nominale contro il 50-60 per cento circa dei valori di mercato). L'elevazione del paracadute a 20 miliardi fa pensare che vi siano molte più banche in difficoltà rispetto a quelle di cui si parla, MPS e le due banche venete, ma allo stato dei fatti e delle informazioni è difficile capire se si tratti soltanto di un'apposizione prudenziale o se il lavoro comune incessante tra Governo italiano, Commissione UE, BCE e Banca d'Italia non abbia già prodotto dossier significativi su banche italiane di medie o grandi dimensioni!

Dall'elenco delle quindici banche, ridottesi a tredici per la fusione di Banco Popolare e Banca Popolare di Milano (che sarà legalmente efficace dal 1° gennaio 2017) e quella molto probabile e fortemente voluta dal proprietario Fondo Atlante tra Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, possiamo tranquillamente superare la Banca Popolare di Sondrio, Barclays Italia (presente solo perché non consolida i dati con l'illustre capogruppo britannica), la holding delle BCC, ICCREA e il Credito Eniliano, a meno di sorprese oggi non prevedibili e anche perché si tratta di realtà ben patrimonializzate e con un livello di Non Performing Loans non preoccupante, cosa che non si puà certo dire per quella Unipol Banca che sta zavorrando da anni i conti della relativa Holding con il suo mare di sofferenze per crediti andati a male nei confronti di aziende impegnate nel settore edilizio e immobiliare per complessivi quattro miliardi di euro nel 2015.

Con Intesa san Paolo veniamo alla regina delle banche italiane nato attorno alla Cassa di Risparmio delle Province Lombarde e sulle ceneri del vecchio Banco Ambrosiano divenuto poi il nuovo Banco Ambrosiano, una banca che ha continuato per anni nello shopping di banche di ogni dimensione, incluse la Banca Commerciale Italiana e il San Paolo di Torino che, a loro volta si erano date parecchio da fare acquisendo banche di ogni dimensioni prima di essere acquisite a loro volta dal duo Bazoli-Guzzetti due uomini che sono oggi al centreo di quella rete di salvataggio che vede nella loro creatura Fondo Atlante un elemento indispensabile, anche se il loro euolo in Atlante è talmente forte che molte banche ed entità finanziarie italiane e straniere non hanno voluto partecipare all'iniziativa, pur condividendone gli obiettivi.

Sul piano delle sofferenze lorrde, Intesa presenta un totale di circa 32 miliardi di euro che sono coperti per quasi il 50 per cento da appositi fondi e rappresentano il 9 per cento del totale degli impieghi vivi, ma è in corso una gestione attiva delle sofferenze che vede molti operatori specializzati interessati ai 2,5 miliardi di sofferenze lorde offerte dalla banca milanese, va inoltre considerato che il Cet 1è appena al di sotto del 14 per cento e di quattro punti percentuali superiore a quello della concorrente Unicredit che, non a caso, dovrà fare un aumento di capitale da 13 miliardi e rivedere buona parte delle sue strategie. (continua)