mercoledì 19 novembre 2008

Approfittando del rinvio del G20, Giulio Tremonti cala l'asso dell'innalzamento per decreto del core Tier 1 dal 6 all'8 per cento!


Ieri Hank Paulson ha davvero dato il meglio di sé testimoniando di fronte alla Commissione Bancaria del Senato degli Stati Uniti d’America, a fianco di un silente ed alquanto imbarazzato Bernspan, compiendo il capolavoro di distruggere quel velo di finzione che separa le sue attuali e molto temporanee attribuzioni di civil servant ed il suo lunghissimo passato al vertice della potente ed ancor più preveggente Goldman Sachs, l’ex Investment Bank che, per evitare l’onta del fallimento, si è dovuta piegare al diktat della Federal Reserve e diventare una banca commerciale, una “scelta” che ha peraltro condiviso con Morgan Stanley che, insieme a Goldman, è l’unica Investment Bank sopravvissuta alla tempesta perfetta.

Dopo essere stato costretto a digerire il gigantesco rospo della brownizzazione del suo iniziale piano di salvataggio del sistema bancario statunitense, basato sull’acquisto a prezzi del tutto fuori mercato di parte della montagna di titoli tossici che attualmente ingolfano i bilanci delle banche di ogni ordine e grado, ha dirottato la prima tranche delle risorse accordategli dal Congresso, 250 miliardi di dollari, nell’acquisto di azioni delle 30 principali banche statunitensi (125 dei quali alla sua ex (?) banca ed altre big del settore, 25 miliardi ciascuna a Citigroup e Bank of America), ma quando gli è stato chiesto di utilizzare parte del “bottino” per salvare le tre big del settore automobilistico dal fallimento e di spendere altri 25 miliardi per favorire la rinegoziazione dei mutui, come proposto dalla brava presidentessa della Federal Insurance Deposit Corporation, Hank è tornato quello di un tempo ed ha di fatto detto che dovranno passare sul suo cadavere prima di scippargli le risorse che servono esclusivamente a riparare le malefatte dei suoi ex (?) colleghi.

Il bello è che Paulson ha ottenuto dal Congresso una sorta di manleva molto simile a quella che, secondo Alexandre Dumas padre, sarebbe stata consegnata dal cardinale Richelieu alla bella Milady, un salvacondotto che lo rende penalmente irresponsabile di quanto farà fino a che non verrà sollevato di forza dal suo incarico dal nuovo presidente eletto Barack Obama, che, tanto per non sbagliare, farebbe bene a rispedire l’attuale numero uno della Fed agli amati studi sulle crisi finanziarie (sic), consentendogli di ricalcare quegli stessi fioriti vialetti della prestigiosa Università di Princeton a suo tempo percorsi da Albert Einstein, ‘o tempora, o mores’.

Pur ritenendo tutti i nomi indicati come possibili successori di Hank di ottimo livello, mi permetto di avanzare un piccolo suggerimento, ben consapevole che il giovane presidente non avrà mai modo di venirne a conoscenza, e che consiste nell’opportunità di nominare proprio quel Paul Volker che fu costretto a lasciare la Fed per la sua opposizione alla reaganomics, quel mix davvero micidiale di deregolamentazione, finanziarizzazione e globalizzazione alla carlona che ci ha portati dritti, dritti al meltdown della finanza e dell’economia reale nel quale ci troviamo adesso!

Nel frattempo i mercati fanno quello che possono e continuano a scommettere sulle nazionalizzazioni prossime venture di banche e compagnie di assicurazione, al di quà ed al di là del sempre più stretto Oceano Atlantico, spedendo letteralmente agli inferi le quotazioni delle azioni dei big del settore, con la tanto amata da Hank Goldman Sachs che si trova oramai a quotare un quarto di quanto valeva tredici mesi orsono ed il colosso Citigroup abbondantemente al di sotto dei 10 dollari, per non parlare delle due maggiori monoliner, MBIA ed Ambac, per le quali le agenzie di rating non trovano più ulteriori spazi di downgrade.

Come ricordavo ieri, il discorso riguarda anche, e forse in misura ancora maggiore, le banche dei quattro principali paesi dell’unione Europea, che si apprestano a vivere il più rapido e violento processo di concentrazione mai vissuto, con l’obiettivo neanche troppo nascosto dei rispettivi governi di ridurre al minimo il numero dei colossi anche per fare economie di scala sugli indispensabili aiuti, una prospettiva inimmaginabile soltanto un anno e mezzo fa e che sta gettando lo scompiglio nei quartier generali delle banche che non sono state prescelte come aggreganti da Brown, Sarkozy o dalla bellicosa cancelliera Angela Merkel.

Come sempre accade, il mercato tende a punire più le entità che dovranno caricarsi del fardello delle altre che di quelle destinate a scomparire e, pertanto, i movimenti azionari dei giorni scorsi sono alquanto self explaining e non necessitano di ulteriori approfondimenti, cosa peraltro ben nota ai banchieri esclusi dagli abboccamenti governativi più o meno riservati in corso oramai da alcune settimane, in alcuni casi da mesi.

Noto con piacere che l’interpretazione da me data a caso del “fallimento” del recente summit del G20/G21 inizia a trovare proseliti tra i commentatori, che iniziano a dire apertamente che dietro quel lunghissimo rinvio di ogni decisione alle calende greche si cela la tanto richiesta mano libera dei governi più o meno pronti a dare il via a quel vero e proprio regolamento di conti da tempo minacciato.

E’ in questo quadro che è maggiormente comprensibile l’indiscrezione fatta filtrare attraverso il quotidiano MF in edicola stamane e che vorrebbe inserita nel decreto legge proposto dal per la terza volta ministro dell’Economia Giulio Tremonti, l’innalzamento dell’asticella del core TIER 1 al proibitivo livello dell’otto per cento, dall’attuale già problematico sei per cento, un qualcosa che richiede aumenti di capitale o prestiti subordinati di speciale natura per decine di miliardi di euro solo fermandosi ai primi cinque gruppi bancari del Belpaese, una misura che mette i principali banchieri italiani letteralmente nelle mani di un ministro che non ha tralasciato occasione per dire quello che pensa delle vere cause della tempesta perfetta in corso, ma che, soprattutto, sembra avere un’idea molto chiara sulle responsabilità personali!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

Solo i Governi sanno quali saranno le banche aggreganti e quali le aggregate!


Mentre Hank Paulson e Bernspan difendono con le unghie e con i denti il loro bottino di 700 miliardi di dollari davanti alla Commissione bancaria del Senato degli Stati Uniti d’America dall’assalto dei massimi esponenti dell’industria automobilistica a stelle e strisce che reclamano una cospicua fetta di quella somma per non vedere le loro aziende andare a ramengo, il mercato continua a scommettere contro qualsivoglia cosa abbia a che fare con il mercato finanziario statunitense, ma anche, e con rinnovata virulenza, vende il vendibile delle banche e delle compagnie di assicurazioni europee, oramai universalmente considerate alla vigilia di ancor più massicci e condizionanti interventi da parte dei rispettivi governi.

Pensavo proprio in questi giorni che, se avessi detto due anni fa che Lehman Brothers poteva fallire, Bear Stearns e Merrill Lynch essere ignominiosamente assorbite da banche commerciali, i tre massimi esponenti dei colossi dell’auto presentarsi con il cappello in mano di fronte ai senatori per essere salvati, il minimo che poteva capitarmi era di essere rinchiuso in qualche casa di cura per malattie mentali, un pensiero che si accompagnava alla tristissima constatazione che questo non è che l’inizio di un terreno del tutto inesplorato per chi è nato dopo la fine del secondo conflitto mondiale e non ha avuto modo di misurarsi con le conseguenze della Grande Depressione seguita al crollo borsistico del 1929.

Ho avuto modo di ascoltare l’intervista fatta da tre giornalisti all’autore di Crack, una sorta di instant book scritto da un economista, ex banchiere ed ex proprietario di una casa che realizzava i software utilizzati dagli apprendisti stregoni delle fabbriche prodotto delle principali banche d’investimento e delle divisioni di Corporate & Investment Banking delle banche più o meno globali, un signore abbastanza anziano per avere potuto toccare con mano gli effetti della Grande Depressione e che ha lucidamente messo in luce le analogie tra l’abbondanza di liquidità degli anni Venti del secolo scorso e quella che ha caratterizzato questi ultimi quindici anni, ma che ha anche ricordato come alcune grandi banche che si sono tenute alla larga dall’ingegneria finanziaria ed hanno mantenuto bassi i livelli di leverage ratio godano a tutt’oggi di buona salute, anche se negli anni passati si sono dovuti accontentare di ROE molto più modesti di quelli vantati dalle banche più disinvolte, così come i loro amministratori hanno ricevuto stipendi ben più bassi dei loro concorrenti, ma almeno manterranno il posto!

Venendo all’attualità, va ricordato il vero e proprio tracollo dell’indice dei prezzi alla produzione negli USA, che ha segnato un calo record del 2,8 per cento nel mese di ottobre, in larga misura determinato dal crollo dei prezzi delle materie prime, in particolare di quelle energetiche, a sua volta determinato da un calo della domanda tale da fugare ogni dubbio sulla profondità della recessione in corso nell’ultimo trimestre di questo veramente orribile 2008, un trimestre che dovrebbe registrare un calo del prodotto interno lordo nell’ordine del 3,5 per cento, sempre che le cose non decidano di mettersi peggio, anche perché non va mai dimenticato che il rischio maggiore che stiamo vivendo è quello di entrare alquanto bruscamente da una fase di prezzi in decisa salita ad una di prezzi ancor più rapidamente in discesa.

Come dicevo sopra, gli operatori e gli investitori cominciano a sentire il sangue delle diverse entità protagoniste del mercato finanziario globale ed intensificano le loro scommesse sugli esiti possibili dei processi di feroce ristrutturazione e concentrazione per ora nella mente dei decision makers politici ubicati al di qua ed al di là dell’Oceano Atlantico, anche perché è molto più difficile intuire le intenzioni del governo giapponese, mentre è quasi impossibile anticipare le mosse dei vertici del partito comunista cinese in materia creditizia e finanziaria.

Quello che inizia a delinearsi nei maggiori paesi europei è il superamento di quella coesistenza di tre, a volte quattro, grandi gruppi bancari, spesso aventi come azionisti di riferimento colossali compagnie di assicurazione, un numero che appariva molto ridotto ma che appare oggi destinato a ridursi ancora sino ad un massimo di due gruppi creditizi per paese, banche di dimensioni davvero colossali ma dai piedi veramente di argilla, “temporaneamente” controllati dallo Stato ed in grado di garantire il flusso desiderato di risorse alle imprese, molte delle quali, altrettanto “temporaneamente”, direttamente o indirettamente controllate dai rispettivi governi nazionali.

Le oscillazioni vistosissime di alcune banche europee sembrano anche indicare quale sarà la banca aggregante e quale quella destinata a fondere sé stessa nella prima, un gioco molto, ma molto pericoloso, a meno di non disporre di informazioni riservate, il che determinerebbe una fattispecie che esporrebbe chi le fornisse e chi le utilizzasse a grossi rischi sul piano giudiziario.

I cinque mesi circa che ci separano dal vero vertice del G20/G21 previsto per aprile, quello deciso nel corso dell’alquanto inutile passerella svoltasi nello scorso fine settimana, saranno dunque davvero cruciali per la stessa sopravvivenza come entità autonome di numerose banche americane ed europee, nonché per i destini di una vera pletora di Chief Executive Officer, Chief Financial Officer, Chief Operating Officer, nonché per centinaia e centinaia di manager di alto livello destinati ad essere soppiantati, almeno in larga parte, dai loro omologhi presenti nelle banche aggreganti, il tutto senza neanche la soddisfazione di ricevere il solito generoso bonus per Natale.

Ma mentre è abbastanza chiara la road map che verrà seguita in gran Bretagna, Germania e Francia, le richiano di presentarsi più oscure e complesse per quanto riguarda il nostro paese, per il semplice motivo che le banche in ballo sono certamente tre, se non addirittura cinque, il che rende molto complessa la scelta di quelle tra loro destinate ad aggregare e di quelle destinate ad essere aggregate!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

martedì 18 novembre 2008

In attesa di Obama, gli altri diciannove governi si apprestano a fare tutto da soli!


Il tentativo della borsa di Tokyo di reagire all’annuncio ufficiale dell’ingresso del paese asiatico in recessione dopo sette anni di espansione con uno scatto di orgoglio si è rapidamente spento sul finire delle contrattazioni con un ben misero rialzo dello 0,7 per cento e dopo aver ballato a lungo sull’orlo sottile che divide il rialzo dal ribasso, un esito tutt’altro che sorprendente dopo il tonfo del marcato azionario statunitense di venerdì scorso ed il sostanziale nulla di fatto scaturito dal popolatissimo vertice di capi di Stato e di Governo dei venti paesi maggiormente industrializzati, inutilmente scomodati, ma allo stesso tempo visibilmente rincuorati dalla corale decisione di rinviare tutto ad aprile dell’anno prossimo.

Ben più netta è stata la reazione negativa sul fuso europeo, nel corso del quale gli operatori hanno avuto modo di manifestare appieno tutta la loro delusione per l’assenza di decisioni provenienti dalla tanto strombazzata riunione di Washington, riprendendo con forza a vendere il vendibile, spedendo così i listini azionari in ribasso per un 3 per cento medio, ma punendo in maniera ancora più decisa i titoli delle principali protagoniste del mercato finanziario europeo, per il semplicissimo motivo che è oramai chiaro a tutti che ogni governo agirà per conto proprio e che l’unica azione possibile è l’ingresso, più o meno in forze e più o meno condizionante, di capitali pubblici nelle banche e nelle compagnie di assicurazione.

A rendere più tetro, se possibile, questo avvio di settimana, è venuto l’annuncio di un ennesimo taglio dei dipendenti di una grande banca statunitense, Citigroup, che dopo aver reso note nei mesi scorsi nei mesi scorsi analoghe decisioni che hanno riguardato 22 mila suoi dipendenti, ha deciso oggi di spingersi ben oltre e di tagliare altre 53 mila buste paga, il che porta il suo organico a livello planetario dal picco di 375 mila raggiunto nell’aprile 2007 al numero di 300 mila che verrà toccato quando il nuovo piano industriale sarà a regime all’inizio del 2009.

Il giovane Chief Executive Officer di Citi, Vikram Pandit, ha annunciato il suo nuovo piano di tagli in un meeting della banca svoltosi stamane a Manhattan, un piano che sembra ignorare che il maxi intervento statale per 25 miliardi di dollari appena avvenuto ha, tra le sue motivazioni, quello di mantenere ed eventualmente sviluppare il credito all’economia del colosso creditizio statunitense, mantenendo al contempo e per quanto possibile i livelli occupazionali, né sarà sufficiente per le sensibili orecchie del nuovo presidente eletto la considerazione che parte dei tagli occupazionali sono legati alla dismissioni di interi rami di attività basati all’estero, in particolare in Germania, paese nel quale sono a rischio ben 18 mila posti di lavoro nell’affiliata tedesca di Citi che è stata posta in vendita.

Se il buongiorno si vede dal mattino, è possibile dire che il banchiere indiano che ha preso il posto di Chuck prince III, a sua volta erede di un banchiere di lungo corso ancora presente nel board of directors della banca, sta effettuando non solo il più selvaggio deleverage mai visto nella storia di Citi, ma verrà anche ricordato come uno dei maggiori artefici di downsizing, il tutto in una banca che vede in una posizione di vertice Robert Rubin, una delle quindici personalità del mondo degli affari e della finanza chiamate da Barack Obama come suoi consulenti per individuare una strda socialmente sostenibile per uscire dal meltdown finanziario in corso.

Nel corso del suo intervento, Pandit ci ha tenuto a sottolineare come in importanti rami di attività i guai della banca da lui guidata sono meno gravi di quelli che affligono le dirette concorrenti J.P. Morgan-Chase, Bank of America e Wells Fargo (guai provenienti per quest’ultima in gran parte da quella Wachovia che Pandit ha lottato strenuamente per conquistare per un piatto di lenticchie grazie alla complicità di Hank Paulson e del solito Bernspan), il che non lascia molte speranze sul comportamento che i vertici di queste tre banche terranno con riferimento al mantenimento o meno degli attuali livelli occupazionali.

Se i licenziamenti avvenuti nei sedici mesi della tempesta perfetta, quelli annunciati oggi e quelli che, purtroppo, alquanto immancabilmente si verificheranno hanno carattere generalizzato, quello che sta avvenendo nelle Investment banks e nelle divisioni di Corporate & Investment Banking delle banche più o meno globali assume caratteri ben più marcati, anche perché fa seguito ad una lunghissima fase di continua espansione dell’attività e dell’organico, inducendo un po’ in tutti l’illusione che le cose sarebbero continuate così indefinitivamente, anche se si trattava di una prospettiva poco credibile alla luce della ciclicità propria dell’economia, ma ancor più della finanza più o meno strutturata.

Come ricordavo ieri, il rinvio alle calende greche delle decisioni coordinate a livello globale lascia mano libera ai governi dei singoli paesi, che hanno ora per di più almeno cinque mesi per ridisegnare la mappa del potere economico sia nel settore della finanza che in quello industriale, un’opportunità quasi irripetibile che i vari Brown, Sarkozy, Merkel e Berlusconi non sciuperanno certamente e che darà ad ognuno di loro la possibilità di regolare vecchi conti, ma, soprattutto, di rimettere al proprio posto quel potere economico che, in particolare negli ultimi venti anni, aveva cominciato a coltivare l’illusione di fare a meno del ceto politico e che ora si trova a mendicare l’intervento della mano pubblica per evitare il tutt’altro che improbabile rischio di essere costretti a portare, come si suol dire, i libri in tribunale.

Nel frattempo, terrorizzati dalla relativa insondabilità dei paini del per al terza volta ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, i banchieri italiani stanno compiendo un’affannosa ed alquanto inutile corsa ad arruolarsi sotto le bandiere del centro-destra!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

lunedì 17 novembre 2008

A chi conviene il rinvio ad aprile 2009 di ogni decisione scaturito dal vertice di Washington?


Come avevo già reso noto la settimana scorsa, sto cercando di sottrarmi all’annullamento di fatto dei fine settimana che è in corso sin dall’avvio della tempesta perfetta l’ormai storico 9 agosto del 2007, una crisi della quale non si intravede in alcun modo la conclusione e che ha avuto il merito di costringere i decision makers del pianeta, nonché i principali attori del mercato finanziario globale a rinunciare a quelle pause dorate e spesso allungate nel corso delle quali godere dei tanti privilegi del loro status e spendere una piccola frazione dei loro redditi megagalattici, un’iperattività alla quale ho deciso, almeno in parte di sottrarmi, riducendo ad una sola le puntate nei giorni dedicati al riposo.

D’altra parte, la sceneggiata verificatasi nel salone affollatissimo di Washington che si è trovato ad ospitare le centinaia di persone facenti capo a vario titolo alle ventuno delegazioni che accompagnavano i capi di Stato e di governo più importanti del mondo, solennemente riuniti per dare una risposta ai problemi prepotentemente posti sul tappeto dalla più grave crisi finanziaria mai verificatasi, si commenta da sola, presentandosi come la classica montagna che ha partorito non già l’altrettanto classico topolino, ma ha deciso di non decidere e di rinviare tutto al prossimo mese di aprile dell’anno che verrà immediatamente dopo questo davvero orribile 2008, il tutto condito da un documento finale farcito di impegni solenni quanto scritti bellamente sull’acqua e da promesse da marinaio di agire di concerto, quando tutti oramai sanno benissimo che si è deciso di andare ognuno per la sua strada, mediante l’adozione di piani di salvataggio nazionali nell’ordine di decine o centinaia di miliardi di euro, dollari o sterline, a seconda delle rispettive valute e disponibilità.

Va detto, ad onor del vero, che una volta tanto i mercati avevano capito tutto con un certo anticipo, cosa particolarmente vera per il mercato azionario statunitense che ha chiuso una delle tante ottave schizofreniche con un bel tonfo malaugarante per gli augusti ospiti convenuti nella capitale dell’ex impero a stelle e strisce, un paese dove i politici di fede repubblicana, sonoramente sconfitti nel recente Election Day, non trovano di meglio da fare che mettere i bastoni tra le ruote del piano di salvataggio dell’industria automobilistica locale, apparentemente, in qualche caso sinceramente, del tutto indifferenti al possibile ricorso alla protezione della legge fallimentare dei tre colossi del settore e che rispondono ai nomi di General Motors, Ford e Chrysler, un evento che porterebbe con sé la cancellazione di un numero sterminato di buste paga dei dipendenti delle tre compagnie, ma soprattutto dell’amplissimo indotto!

La stessa ragione del rinvio dell’ora delle decisioni più o meno fatali da parte dei tremebondi vertici politici dei ventuno paesi è davvero esilarante, in quanto era noto a tutti che il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America non si insedierà prima del 20 gennaio e non sarà in grado di prendere decisioni storiche prima della fine della primavera prossima, rendendo del tutto inattuabile la proposta di rinvio a febbraio avanzata dal bellicoso ed iper decisionista presidente francese, uno che se non prende una decisione un giorno sì e l’altro pure pensa davvero di aver sprecato un giorno della sua vita, ma che si è piegato alla dura logica delle previsioni costituzionali statunitensi che prevedono la compresenza di due presidenti per la bellezza di due mesi e mezzo.

Ma siamo poi così sicuri che i capi di Stato e di governo siano così rattristati dal fatto che le prime misure concrete verranno forse decise non prima di venti mesi dopo quello che tutti oggi definiscono lo tsunami finanziario ed in un periodo nel quale lo stesso avrà fatto in tempo a fare a polpette buona parte dell’economia cosiddetta reale?

Spiace per coloro che ancora credono alle favole, in particolare a quelle nel quale vi è sempre un cavaliere azzurri che salva la principessa da un pericolo mortale e si conclude con l’immancabile tutti vissero felici e contenti, ma l’evidenza della dura realtà dei fatti induce a ritenere che Brown, Sarkozy, Merkel, Berlusconi e compagnia cantante non vogliano farsi sfuggire l’occasione della loro vita, mettendo mani e piedi nel potere economico finanziario ed industriale, potendo finalmente rimettere al loro posto quanti, tra top manager, top bankers, numeri uno di compagnie di assicurazione, locuste e compagnia cantante si erano allargati a dismisura, spesso gestendo attivi di bilancio superiori allo stesso prodotto interno lordo del paese nel quale la loro multinazionale era basata e che avevano, per di più, la pretesa davvero insopportabile per i leaders più o meno eletti dai rispettivi popoli di rappresentare loro il potere con la p maiuscola!

Non farei troppo affidamento sulla voglia di presidenti della repubblica e primi ministri quasi miracolosamente riemersi all’onore della cronaca dal profondo rosso dei sondaggi redatti non più tardi di qualche mese orsono di tornarsene buoni, buoni al loro posto, nuovamente negletti dai loro contemporanei, proprio ora che hanno la possibilità di decidere dei destini delle banche, delle compagnie di assicurazione e di tante altre entità protagoniste del più grande casinò a cielo aperto del mondo, il mercato finanziario globale, esercitando fino in fondo l’estremo potere discrezionale legato alla fase di altrettanto estrema emergenza, una discrezionalità di cui si è già fatto massimo interprete quell’Hank Paulson, l’ex (?) investment banker un tempo a capo della potente ed ancor più preveggente Goldman Sachs, che, da ministro del Tesoro statunitense, ha deciso quale Investment Bank salvare, quale affondare, accasando Bear Stearns, Merrill Lynch, tenendo nel limbo Morgan Stanley e spedendo all’inferno della procedura fallimentare la forse a lui non simpatica Lehman Brothers, peraltro dando di questa decisione una spiegazione scritta letteralmente sull’acqua.

Non mi soffermo sulle intenzioni vere o presunte, ma nenanche troppo nascoste, di Brown, Sarkozy e Merkel, ma vorrei fare notare che l’uomo più felice del momento appare decisamente essere il per la terza volta ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che ha ora pienamente modo di applicare la sua ricetta ai da lui odiati banchieri nostrani!

Ricordo che il diario della crisi è presente anche sul mio blog http://www.diariodellacrisi.blogspot.com/ e che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

venerdì 14 novembre 2008

A Washington si profila il trionfo dei Governi sulle banche!


Anche se è del tutto vero che questi sedici mesi ci hanno davvero abituato a vederne di tutti i colori, credo proprio che quello che è avvenuto ieri sul palcoscenico di Wall Street sia qualcosa che non si era davvero mai visto, con l’indice Dow Jones che prima precipita sotto l’importante soglia psicologica degli 8.000 punti, per poi rimbalzare in su di poco meno di 900 punti, chiudendo in rialzo di oltre il 6 per cento, seguito a ruota dal Nasdaq e dallo Standard & Poor’s 500, un qualcosa che merita solo la definizione utilizzata in un noto film americano dal titolo “Un giorno di ordinaria follia”, una delle migliori interpretazioni di Michel Douglas.

Non so se questo viaggio sulle montagne russe compiuto dai tre vagoni più importanti del treno finanziario globale influenzerà le determinazione delle venti delegazioni che stanno apprestandosi a raggiungere a Washington quella dei padroni di casa, ancora guidata da Bush, ma con l’occhiuta presenza di Madeleine Albright, già potente segretario di Stato di Bill Clinton ed attualmente consigliera di Barack Obama, anche perché credo che buona parte del lavoro preparatorio sia stato già completato dai soliti sherpa, ma questo non esclude qualche colpo di scena ad opera del solito ed incorreggibile Nicolas Sarkozy, sempre ansioso di mettere il cappello sulle decisioni collegiali che verranno annunciate in questo ennesimo week end di paura.

Una giornata cominciata malissimo sulla piazza asiatica e proseguita in modo incertissimo in Europa, con recuperi davvero modesti dopo l’ennesimo bagno di sangue verificatosi il giorno precedente, si è chiusa così con scambi tornati su livelli altissimi, mentre la volatilità ha raggiunto livelli davvero poco adatti ai cardiopatici.

Eppure, la notizia più attesa della giornata negli Usa, quella relativa ai nuovi sussidi settimanali di disoccupazione era stata veramente pessima, con il dato che sfondava la soglia psicologica del mezzo milione di nuovi sussidi che ha portato con sé l’ennesimo balzo in avanti dello stock mensile, una notizia seguita da quella relativa alle nuove 84 mila case sequestrate e prossimamente messe all’asta da quelle stesse banche che dovrebbero rinegoziare i mutui degli alquanto disperati proprietari oramai non più in grado di sostenere rate che in pochi anni sono divenute multiple di quelle originariamente stabilite da contratti irti di clausole trappola.

Chissà perché mi viene in mente al proposito la frase di un notissimo banchiere a proposito della situazione attuale: “finché la musica suona è il caso di continuare a ballare”, parole che mi ricordano la famosa scena del film sull’affondamento del Titanic, quella in cui l’orchestra continua imperterrita a suonare mentre la nave inizia inesorabilmente ad affondare!

Certo, qualche notizia buona è venuta sempre ieri dal mondo della politica a stelle e strisce, con il Congresso finalmente determinato a dare il via libera ai 25 miliardi di finanziamento previsti per l’industria automobilistica statunitense, anche se va detto che quella somma servirà a stento a tamponare i buchi di bilancio determinatisi nei mesi trascorsi dalla decisione originaria, un ritardo in larga parte legato alle resistenze dei repubblicani recentemente travolti dal per loro veramente infausto esito elettorale, una notizia positiva controbilanciata dall’altrettanto attivismo dei democratici volto a prevedere durissime condizioni da imporre come collaterale all’intervento diretto del Tesoro nel capitale delle banche statunitensi.

Mentre il nuovo presidente continua a stendere una fitta cortina fumogena sulla distribuzione degli incarichi governativi, grazie all’invenzione invero felice del folto pacchetto di mischia di super consulenti che lo circonda ormai giorno e notte e, per aumentare la suspence, ha deciso di non inviare nessuno dei probabili candidati alla poltrona più ambita, quella attualmente occupata da Hank Paulson, ai lavori dell’imminentissimo G20/G21, ma, come ho ricordato sopra, ha pensato bene di spedirci un’esperta di politica estera e negoziatrice inflessibile come la Albright.

Venendo all’Europa, non c’è davvero bisogno della zingara per capire che le vere azioni dei governi dei maggiori paesi europei verranno assunte solo dopo l’appuntamento di Washington, così come non è difficile supporre che il primo a dare seguito alle più che bellicose intenzioni nei confronti degli attuali vertici bancari del suo paese sarà proprio Sarkozy, che forse si spingerà fino a dare l’annuncio della sua campagna di concentrazione su uno, due istituti di quel che resta del sistema bancario francese, una mossa che determinerà una, forse due aggregazioni mostre destinate a fare impallidire quelle, già di dimensioni considerevoli, avvenute nel recente passato.

Non credo proprio che Gordon Brown ed Angela Merkel saranno da meno del loro partner francese, così come credo che le dimensioni dei colossi a stretto controllo statale risultanti sono destinati ad avere dimensioni altrettanto gigantesche di quelle che potrebbero essere realizzate in Francia, mentre un discorso a parte dovrebbe riguardare le due maggiori banche spagnole che, miracolosamente quasi del tutto illese, pare proprio stiano aumentando il fieno in cascina per approfittare degli scampoli di fine stagione prossimi venturi.

Ho lasciato per ultima l’Italia, ma solo perché credo che il per la terza volta ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, aspetterà le decisioni dei tre più importanti paesi europei per muoversi immediatamente dopo e sulla stessa falsariga, facilitato in questo dai rovesci in borsa e dai risultati trimestrali dei tre maggiori gruppi bancari, anche perché è perfettamente consapevole che il summit dei capi di Stato e di Governo segnerà una quasi certa vittoria del potere politico non solo su quello delle banche e delle altre entità protagoniste del mercato finanziario globale, ma anche sugli un tempo potentissimi regolatori, banche centrali in primis!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

giovedì 13 novembre 2008

Paulson si tiene stretti i soldi, mentre Tremonti minaccia i banchieri italiani: chi sbaglia, fuori o in galera!


Con il solito piglio un po’ arrogante, eredità indelebile dei suoi lunghi anni passati al vertice della potente e molto preveggente Goldman Sachs, Hank Paulson ha finalmente ammesso quanto tutti avevano oramai avuto modo di capire da lunga pezza, e cioè che il suo piano di salvataggio delle banche non è più quello che era compreso nelle sue tre smilze paginette presentate a Bush ed ai leaders del Congresso statunitense, ma che, strada facendo, si era trasformato in una fotocopia del piano Brown che, a sua volta, è stato integralmente ripreso dagli atterriti e tremebondi vertici dei paesi di quell’eurozona della quale, ma non per molto, la sterlina continua ostinatamente, ma non più tanto orgogliosamente, a non fare parte, al pari delle valute di Svezia e Danimarca, due paesi che hanno già provveduto a riaprire i relativi dossier preparatori della richiesta di ammissione all’ombrello valutario europeo.

Ad un solo giorno di distanza dalla riunione dei capi di Stato e di governo del G20/G21, il meltdown dei mercati inizia davvero a prendere le sembianze della sindrome cinese che minacciò di scatenarsi a suo tempo nell’impianto nucleare di Three Miles Island, con gli indici azionari che continuano ad essere in caduta libera in tutto il mondo, ma che negli Stati Uniti d’America, prosegue in modo pressoché ininterrotto dal giorno successivo alla storica elezione di Barack Obama alla più alta carica del paese politicamente e militarmente più potente del pianeta, una strana ed anche inquietante coincidenza che la dice lunga sui sentimenti e le aspettative di Big Business, Big Pharma, Big Tabacco, Big Oil, per non parlare delle preoccupazioni con le quali viene vista la nuova amministrazione dagli esponenti del cosiddetto partito della guerra, che spesso con le forze armate in senso stretto ha ben poco a che fare, ma è tanto, ma tanto, interessato a questioni quali le forniture, gli approviggiamenti, le grandi commesse che vengono dal Pentagono!

Orfane di quella vera e propria vincita alla lotteria che era rappresentata dalla prima stesura del piano Paulson che prevedeva che almeno una parte dei titoli tossici che le stanno letteralmente affogando sarebbe finita, a prezzi del tutto fuori mercato, sulle già molto gravate spalle dei contribuenti statunitensi, le banche a stelle e strisce e le altre entità a vario titolo protagoniste del mercato finanziario a stelle e strisce sono subissate, al pari di quelle del resto dei paesi maggiormente industrializzati da una vera e propria pioggia di vendite che stanno determinando lo sfondamento dei minimi toccati nella prima decade di ottobre anche per i colossi del settore, quali Goldman Sachs, Citigroup, Bank of America, mentre anche la leader del settore delle carte di credito, l’American Express è stata costretta a presentarsi con il cappello in mano ai plenipotenziari del dicastero del Tesoro statunitense per pietire un’immissione di capitale dell’ordine di 3,5 miliardi di dollari.

Quasi un novello Sansone disposto a tutto, pure a morire insieme a tutti i filistei, Hank Paulson, pur dovendo inghiottire la radicale revisione del suo piano tanto gradito dai suoi ex (?) colleghi, ha sfoderato ieri i suoi potenti, ma da un po’ di tempo alquanto spuntiti, artigli, scagliandosi con tutte le sue residue forze contro l’ipotesi tutt’altro che peregrina che vedrebbe parte dei 700 miliardi di dollari faticosamente strappati ad un alquanto riottoso Congresso dirottati verso le esangui casse delle maggiori case automobilistiche americane, in particolare quelle della general Motors che capitalizzava martedì scorso un quinto dell’italiana FIAT, anche essa, peraltro, da mesi sotto il tiro delle vendite più o meno speculative.

Se non bastasse tutto questo per guastarvi l’umore, basta prendere in considerazione le esternazioni del Chief Executive Officer di quella Merrill Lynch che ha di recente subito l’onta dell’acquisizione da parte della Bank of America, o quelle di Jimmy Dimon, numero uno di quella J.P. Morgan-Chase che ha dovuto farsi carico della prima delle ex Investment Banks ad essere cadute sotto il fuoco incrociato della speculazione e che risponde al nome di Bear Stearns, entrambi improvvisamente trasformatisi in cupe Cassandre, l’una vaticinante la Grande Depressione parte seconda e l’altra che ci avverte del fatto che la recessione da tempo in corso presenta molti più rischi di quelli caratterizzanti la crisi finanziaria.

Benvenuti nel club del Dr. Dome, un consesso che sino a poco tempo fa era abitato solo da Nouriel Rubini e da quei pochi altri che, come me, stanno dicendo e scrivendo cose analoghe dal settembre del 2007 in avanti, in un’epoca, cioè, nella quale i predetti personaggi, l’intera schiera dei banchieri, le banche centrali ed i governi non facevano che ripetere che la tempesta perfetta era in realtà poco più di una tempesta in un bicchier d’acqua, che il sistema finanziario era sostanzialmente sano e che, soprattutto, la crisi finanziaria non avrebbe assolutamente toccato l’economia reale, il tutto ripreso, tra rulli di tamburi e squilli di trombe, dalla moltitudine di giornalisti ed opinionisti del tutto embedded alle logiche del capitale finanziario.

Scrivevo l’altroieri che Giulio Tremonti nutre propositi molto bellicosi nei confronti dei banchieri e del gotha delle fondazioni di origine bancaria ed il per la terza volta ministro dell’Economia, approfittando delle aule parlamentari ha parlato di licenziamenti e carcere per i banchieri italiani nell’eventualità del fallimento di questa o di quella banca, probabilmente dimentico di averci rassicurato poco tempo fa che una simile eventualità non si sarebbe in alcun modo presentata, ma questo avveniva, appunto, qualche tempo fa e forse anche il commercialista prestato alla politica, come a suo tempo il compianto Leonardo Sciascia, chiederà che sulla sua lapide venga scritto: “vissi e mi contraddissi”.

Sono nel frattempo uscite due molto brutte trimestrali di Intesa-San Paolo e di Unicredit Group, con la prima costretta ad annullare il dividendo e la seconda salvata in corner dalla lesta applicazione degli IAS 39 nuova edizione di cui ha beneficiato per oltre 800 milioni di euro mentre ne ha guadagnati in tutto poco più di 500!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

mercoledì 12 novembre 2008

La grande occasione di Giulio Tremonti!


Con un ritardo di ben sedici mesi, in larga parte dovuto alla sempre più aperta partigianeria dell’ex (?) investment banker, Hank Paulson, che occupa la carica di ministro del Tesoro da oltre due anni, il governo degli Stati Uniti d’America annuncia finalmente un piano volto ad intervenire sulle cause dell’ondata crescente di foreclosure che ha già fatto perdere la propria abitazione a milioni di famiglie americane in ritardo con le rate del mutuo, non necessariamente del tipo sub prime, a causa delle micidiali clausole trappola che hanno visto innalzare in ragione di multipli la relativa rata, spesso sino a superare lo stesso reddito mensile dei mutuatari, un meccanismo che si è ritorto come un boomerang sulle stesse banche concedenti che si trovano con una montagna di case che è sempre più difficile vendere.

Ebbene, l’attuale legislazione prevede la pratica impossibilità di modificare le condizioni del mutuo, legando di fatto le mani ai giudici che non possono disporre tali variazioni che, alla fine, determinerebbero una sorta di gioco win win, del quale trarrebbero giovamento tutte le parti in causa, banche, mutuatari ed anche i proprietari di case non gravate da mutuo che vedrebbero venir meno quella pressione eccessiva da offerta che sta spingendo inesorabilmente verso il basso le quotazioni delle loro case.

Come ho avuto più volte modo di ricordare nei mesi scorsi, si tratta né più, né meno dell’idea venuta ad una donna facente parte dell’amministrazione uscente, che perorò questa soluzione sin dal settembre del 2006, raccogliendo consensi di facciata, ma non riuscendo a perforare quel vero e proprio muro di fondamentalismo neoliberista che si oppose in ogni modo alla realizzazione di questo uovo di Colombo, preferendo sperperare centinaia di miliardi di dollari nel vano tentativo di rianimare le principali protagoniste del mercato finanziario statunitense e di quello globale che hanno finito per diventare le vittime dei micidiali marchingegni escogitati dagli apprendisti stregoni operanti nelle fabbriche prodotto delle oramai ex Investment Banks e di quelle divisioni di Investment & Corporate Banking che, da galline dalle uova sempre d’oro, si sono trasformate in vere e proprie palle al piede che stanno trascinando verso il baratro le banche più o meno globali.

L’ennesima ondata di panic selling in corso su tutti i mercati azionari del pianeta, nonché il recente esito delle elezioni presidenziali statunitensi, stanno spingendo inesorabilmente verso l’adozione di tale misura che, seppur non sufficiente per fermare il meltdown in corso, è, tuttavia, del tutto necessaria per minimizzare i danni giganteschi prodotti dalle sempre più alte ondate della tempesta perfetta in corso senza soste di rilievo dal 9 agosto del 2007.

Certo non aiutano dichiarazioni come quella del bellicoso e decisionista presidente francese, Nicolas Sarkozy, che, non si sa sulla base di quali informazioni, afferma di conoscere l’entità dei titoli tossici in possesso delle diverse entità operanti nel mercato finanziario europeo, una montagna da oltre 600 miliardi di euro che risulta largamente superiore a quanto dichiarato dalle diverse autorità di vigilanza e che rende comprensibili, vista l’autorevolezza della fonte, il nuovo tracollo delle azioni delle maggiori banche europee, alcune delle quali hanno toccato ieri livelli di perdita assolutamente senza precedenti, il tutto mentre interi settori industriali, quali quello dell’auto, stanno viaggiando a fari spenti nella notte in una situazione che non consente di escludere esiti drammatici anche per quelli che fino a poco tempo fa erano considerato colossi solidissimi, quali la General Motors o la Ford, per non parlare della tecnicamente fallita Chrysler.

Ma l’ondata ribassista sembra anche forzare prepotentemente la mano ai governi dei paesi maggiormente industrializzati verso misure volte ad un processo più deciso di nazionalizzazione delle maggiori banche e delle maggiori compagnie di assicurazione, quasi indicando in questa rivoluzione copernica rispetto al neoliberismo spinto sin qui dominante l’unica possibilità di evitare quel credit crunch da decine di migliaia di miliardi di dollari altrimenti inevitabile se le banche continueranno ad essere gestite dagli attuali vertici assolutamente terrorizzati dalle reazioni dei loro azionisti!

Non so se qualcuno tra i prossimi partecipanti al vertice del G20/G21 riuscirà a rimanere insensibile rispetto al grido di dolore che si leva dai mercati, ma sono sicuro che due di questi protagonisti, Gordon Brown e Nicolas Sarkozy, sono del tutto determinati ad impedire, costi quel che costi, che la riunione si risolva in nulla di fatto, avendo indissolubilmente legato i loro personali destini politici a quella che assomiglia sempre più ad una crociata contro i responsabili del disastro attuale, inclusi i regolatori e le agenzie di rating, colpevoli, e non solo agli occhi dei due leaders, di colpevole inerzia i primi e di erori a catena e non del tutto disinteressati i secondi.

Ma sono altrettanto certo che vi è un altro uomo politico che non è assolutamente preoccupato della tristissima piega che stanno prendendo gli eventi e questi risponde al nome di Giulio Tremonti, il per la terza volta ministro dell’Economia che vede finalmente giunta la sua ora per regolare una volta per tutte i conti con quei banchieri e quei finanzieri, sino ad ieri salvati in extremis dalle manovre di Gianni Letta e dai tentennamenti di Silvio Berlusconi che, oltre ai noti conflitti di interessi, non se l’è sentita di assecondare i piani del suo ministro, forse perché timoroso delle possibili reazioni degli attuali vertici delle maggiori banche e di quelle fondazioni di origine bancaria che sono le vere azioniste di riferimento dei tre principali gruppi bancari.

Le perdite assolutamente senza precedenti registrate ieri dalle azioni di Intesa-San Paolo e di Unicredit Group, per non parlare di quelle cumulate nei mesi precedenti, nonché il conflitto al vertice di Intesa, stanno creando l’occasione favorevole che Tremonti aspettava da tempo per vincere le resistenze in seno al Governo rispetto alla prima versione del suo piano di salvataggio, che torna così prepotentemente d’attualità!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.