sabato 16 ottobre 2010

Il mercato punisce le banche a stelle e strisce!

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La notizia del blocco delle procedure di foreclosure non aveva prodotto ieri particolari reazioni da parte degli investitori, in parte perché presi dalle altre notizie della giornata, notizie di tenore positivo, ma anche tranquilli perché le azioni delle banche particolarmente coinvolte quotavano a sconto di un terzo rispetto ai massimi toccati sei mesi orsono.

Ben diversa la situazione odierna, con una discreta pioggia di ordini di vendita su Bank of America, che nella prima parte della seduta ha sfiorato una perdita del 6 per cento, ma sotto pressione anche J.P. Morgan-Chase, uno dei pochi colossi creditizi statunitensi ad aver retto sostanzialmente bene agli alti marosi della tempesta perfetta, con perdite di poco al di sotto dei tre punti percentuali.

Per chi non avesse letto la puntata di ieri del Diario della crisi finanziaria, va detto che le banche sono state costrette a sospendere le procedure di esproprio dopo che cinquanta procuratori di altrettanti Stati hanno avviato indagini per appurare se risponda al vero che le stesse banche stavano procedendo contro i mutuatari prima della scadenza dei termini che danno loro la possibilità di rivalersi sul debitore insolvente, se non, secondo un’accusa ancora più forte, modificando i termini del contratto al fine di anticipare i tempi.

I lettori più affezionati ricorderanno quante volte ho citato il caso di quegli sventurati che erano stati inviati nelle fabbriche prodotti delle banche di investimento o nelle divisioni di Investment & Corporate Banking delle banche più o meno globali per spacchettare i più fantasiosi tra i titoli della finanza strutturata, ma non pensavo di trovarmi di fronte ai robo-signers persone in grado di mandare alla disperazione svariate centinaia di famiglie al giorno, persone ancora più disperate perché convinte di tenere il passo con i pagamenti.

Eppure, nel lontano autunno del 2007, una donna al vertice di uno dei tanti enti federali, Sheila Bair, aveva capito tutto e aveva proposto che venisse adottato un piano coraggioso per dare modo ai mutuatari di poter rinegoziare i mutui in modo da evitare il pignoramento delle case, un progetto che partiva dalla realistica previsione che mandare milioni di case all’asta avrebbe fatto sprofondare il già traballante mercato immobiliare.

Imperando allora la filosofia conservatrice dei repubblicani, quella che prevede che chi sbaglia paga e neanche i cocci sono suoi, il piano di Sheila fu bocciato e solo più tardi vennero approvati programmi che hanno risolto il problema a poche decine di migliaia di mutuatari, mentre proliferavano le vendite all’asta che hanno provocato il tracollo dei prezzi, bloccando al contempo l’attività edilizia.

In questi giorni c’è, e a mio modesto avviso ha ragioni da vendere, chi dice che le banche dovrebbero ringraziare questo blocco e anche la paventata moratoria, perché rischiano di vedere una riduzione delle insolvenze e un recupero del valore degli immobili, che è poi quello che più dovrebbe interessare loro: un miglioramento della qualità degli assets.


giovedì 14 ottobre 2010

Le banche USA prese con il sorcio in bocca!


Come tutti ricorderanno, la goccia che fece traboccare il vaso di Pandora della finanza strutturata fu rappresentata dai mutui subprime e da altre forme di mutui come i famigerati ARM, un’ondata di default a catena che vide scomparire in un batter d’occhio la quasi totalità delle finanziarie specializzate che avevano rifornito le banche di grande dimensione di carta non avente più quasi nessun valore.

Oggi, a tre anni e rotti di distanza dall’avvio ufficiale della tempesta perfetta, si scopre che le banche superstiti stanno facendo le furbe con decine, se non centinaia, di migliaia di mutuatari accelerando i tempi dei pignoramenti mediante pratiche disinvolte che dalle banche vengono sbrigativamente liquidate come errori, mentre secondo i procuratori di 50 Stati sarebbero pratiche fraudolente.

Il bello è che i mutui in oggetto non sono più solo i subprime o gli ARM, ma mutui concessi a famiglie con buon score creditizio, proprio quelle famiglie destinatarie degli sforzi sia della precedente amministrazione che di quella di Obama volti alla rinegoziazione dei mutui a condizioni che scongiurassero il rischio dei pignoramenti oramai divenuti una vera e propria piaga sociale, procedure forzate che hanno gravi conseguenze sociali e che sono state determinanti nel crollo dei prezzi delle case e nel tracollo dell’attività edilizia a stelle e strisce.

Colta con il sorcio in bocca è stata in particolare Bank of America, forzatamente divenuta leader di quel mercato dei mutui stimato in 11 mila miliardi di dollari tramite l’acquisizione di Countrywide, con il risultato che la banca ha bloccato i pignoramenti negli stessi cinquanta Stati che hanno avviato l’azione giudiziaria, esempio seguito da Gmac Mortgage, mentre l’ineffabile J.P. Morgan-Chase ha limitato lo stop alle pratiche di esproprio agli Stati nei quali è richiesto il permesso del giudice per procedere.

Come per lo scoppio della bolla della finanza strutturata tutta la colpa fu attribuita all’avventatezza se non peggio dei richiedenti i mutui subprime, così ora le banche sotto accusa parlano di errori umano commessi dagli incaricati di avviare le pratiche di esproprio, mentre i procuratori parlano di procedure fraudolente.

La questione degli espropri “facili” rischia di trasformarsi in vero e proprio boomerang per tutte le banche statunitensi, comprese quelle che hanno seguito rigorosamente le regole previste in materia di espropri, in quanto il Congresso, anche in vista delle elezioni di Mid Term, potrebbe approvare in maniera bipartisan la proposta avanzata da esponenti del partito democratico di varare una vera e propria moratoria degli espropri a livello nazionale, mentre non è escluso che sull’intera vicenda si pronunci lo stesso Obama.

D’altra parte, non è un caso se si sta allargando il divario tra le condizioni del mercato finanziario e quelle dell’economia reale negli Stati Uniti d’America, il primo in apparente ripresa, mentre la seconda, quella fatta di donne e uomini in carne e ossa, sempre più in difficoltà.

mercoledì 23 giugno 2010

Le fosche profezie di George Soros!



Sembra proprio che io debba interrompere questo periodo di riposo dal ruolo di commentatore della crisi finanziaria sempre a causa dell’euro, nei mesi scorsi per le difficoltà incontrate da Spagna, Grecia e Portogallo e, oggi, per le implicazioni sul futuro dell’Europa e sulla moneta unica derivanti dalla politica deflazionistica recentemente adottata dal governo della tostissima cancelliera Angela Merkel.

Ma a spingermi a trattare la questione sono gli stralci di un’intervista rilasciata a Die Zeit da George Soros, uno del quale tutto si può dire tranne che non se ne intenda delle conseguenze delle politiche economiche adottate dai governi sul cambio esterno delle rispettive valute.

Secondo Soros, la politica economica tedesca danneggia fortemente l’economia di quel paese e quelle dei suoi vicini, minacciando di distruggere il progetto europeo, mentre non si può escludere che possa portare al collasso dell’euro.

L’uomo che nel 1992 mise in ginocchio la sterlina e la lira si è anche permesso di fare una proposta provocatoria al governo tedesco e che consiste nel possibile innalzamento dei salari, una mossa che avrebbe un positivo effetto di dimostrazione sui partner europei.

Non posso, anche stavolta, che concludere ripetendo quello che ho scritto in diverse puntate del Diario della crisi finanziaria e, cioè, che il problema vero consiste nell’anomalia dell’esistenza di una valuta unica europea in assenza di un vero e proprio governo europeo dotato di poteri effettivi in materia economico-finanziaria, un’asimmetria le cui conseguenze sono oggi sotto gli occhi di tutti e che rischia di produrre effetti nefasti nei prossimi mesi se non nelle prossime settimane.

mercoledì 28 aprile 2010

Le sorti di Atene nelle mani di Berlino!


Ho trascorso un pranzo discutendo con un amico delle possibili conseguenze della crisi della Grecia sul futuro del sistema dell’euro, conseguenze che, almeno secondo il mio commensale, non potevano che essere l’uscita della Grecia dall’eurosistema, un intervento drastico ma necessario alla luce della condotta del governo greco in materia di politica economica, per non parlare poi della questione della corretta, o meno, rappresentazione delle cifre del bilancio pubblico.

Non so se la posizione della Germania verrà a modificarsi sotto il pressing congiunto della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale, ma credo proprio che la tentazione di dare un esempio non occupi un posto secondario nella mente di Frau Merkel, anche se penso che nessuno possa sottovalutare le conseguenze dell’estromissione di un paese, anche se, come la Grecia, affiliato in un secondo momento dal sistema dell’euro.

Va detto che il mercato non sembra scontare una conclusione così drastica della vicenda, con l’euro che continua ad oscillare intorno al livello di 1,33 dollari, ma quello che colpisce è l’incapacità delle istituzioni politiche europee, Commissione e Parlamento a trovare una soluzione a problemi posti sul tappeto oramai da alcuni mesi.

In assenza di un ripensamento tedesco, le prospettive sono quelle di un sistema che rischia di perdere i pezzi a meno di dieci anni dalla introduzione dell’euro in luogo delle precedenti valute dei paesi fondatori, un’ipotesi che, al di là di quello che pensano i fautori della linea dura, spingerebbe la speculazione internazionale a gettarsi a capofitto, puntando, a ragione o a torto, a rinverdire i fasti di George Soros nella sua epica battaglia contro la lira italiana e la sterlina.

Non posso che concludere ripetendo quello che ho scritto in diverse puntate del Diario della crisi finanziaria e, cioè, che il problema vero consiste nell’anomalia dell’esistenza di una valuta unica europea in assenza di un vero e proprio governo europeo dotato di poteri effettivi in materia economico-finanziaria, un’asimmetria le cui conseguenze sono oggi sotto gli occhi di tutti e che rischia di produrre effetti nefasti nei prossimi mesi se non nelle prossime settimane.

giovedì 25 marzo 2010

La speculazione all'attacco dell'euro!

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La crisi della Grecia e il declassamento del Portogallo deciso da Fitch hanno spinto l’euro sotto il livello di 1,33 dollari, il tutto mentre l’Unione europea non riesce a trovare una linea per affrontare la situazione, a causa del rifiuto tedesco non solo ad accettare un piano che consenta di venire in soccorso di Atene, ma anche rispetto alla stessa ipotesi di una riunione dei paesi dell’eurogruppo che preceda il vertice europeo.

La speculazione internazionale si è ovviamente gettata a capofitto sull’incapacità europea di trovare una soluzione, portando in pochi mesi la valuta europea da livelli prossimi a 1,50 dollari al minimo degli ultimi dieci mesi toccato ieri, ma sembra ancora indecisa sull’opportunità di un attacco frontale che presenta al momento più rischi che opportunità.

Il problema vero, come ho peraltro ripetutamente scritto in diverse puntate del Diario della crisi finanziaria, consiste nell’anomalia di una valuta unica europea in assenza di un vero e proprio governo europeo dotato di poteri effettivi in materia economico-finanziaria, un’asimmetria le cui conseguenze sono oggi sotto gli occhi di tutti e che rischia di produrre effetti nefasti nei prossimi mesi se non nelle prossime settimane.

venerdì 5 febbraio 2010

Una nuova ondata della tempesta perfetta


Nell’ultima puntata del Diario della crisi finanziaria, avevo commentato le drammatiche previsioni sul deficit federale statunitense elaborate dal Congressional Budget Office, cifre da far tremare i polsi e che prevedevano una voragine stimabile in migliaia di miliardi di dollari nel triennio 2009-2011, cifre che peraltro sono per buona metà già reali, mentre è forte il sospetto che la parte che temporalmente deve ancora realizzarsi possa essere ancora più pesante delle già alquanto fosche previsioni.

Ma la revisione effettuata dal ministero del lavoro statunitense sulla perdita di posti di lavoro nei ventisei mesi dall’inizio della recessione è altrettanto drammatica, con un totale di 8,6 milioni di posti di lavoro persi, 1,4 milioni in più di quanto era stato precedentemente stimato, ma il record dei posti di lavoro persi viene attribuito al 2009, anno nel quale sono stati persi poco meno di 5 milioni di donne e uomini americani hanno smesso di ricevere un salario e hanno iniziato a sopravvivere con il sussidio di disoccupazione fortunatamente esteso temporalmente grazie a ripetuti interventi del Congresso.

Anche se molto inferiore a quella di dicembre, anche la perdita di posti di lavoro registrata in gennaio segnala che la ripresa non è ancora iniziata e che il timido segno positivo nel settore manifatturiero e quello più sensibile nel settore dei servizi non permettono di vedere una reale inversione di tendenza rispetto alle tendenze dei mesi scorsi, così come il miglioramento del tasso di disoccupazione è più da leggere come un aumento degli scoraggiati che come un aumento degli occupati.

L’insostenibilità del deficit pubblico a stelle e strisce e l’assoluta emergenza occupazionale spiegano in parte lo sfondamento verso il basso della soglia psicologica dei 10 mila punti del Dow Jones, mentre appare rinviata solo di poco quella dei 1.000 punti dello Standard & Poor’s 500, test che avevo previsto nella puntata del 26 gennaio.

Ma, al di là dell’andamento della borsa di New York, restano come macigni le altre due domande che sinora non hanno trovato risposta, quella relativa alla residua consistenza dei titoli più o meno tossici della finanza strutturata e quella relativa allo stato di salute del mercato immobiliare a stelle e strisce.

Il terremoto europeo di ieri, ma i segni meno sono apparsi, anche se meno netti, anche oggi, non sembra avere impressionato i commentatori di oltre oceano, eppure le ambasce di Grecia, Spagna e Portogallo sono dovute in gran parte proprio agli effetti di quella tempesta perfetta iniziata due anni e mezzo fa proprio con il blocco totale del mercato dell’euribor verificatosi il 9 agosto del 2007, mentre resta tutta da chiarire la reale situazione dei paesi dell’Est Europa.

Pur non essendo un esperto di tempeste, ero e sono convinto che la fase di relativa bonaccia degli ultimi mesi non potesse durare a lungo, visto che nulla si è fatto per aggredire le vere cause che hanno originato il fenomeno, così come credo che i prossimi mesi metteranno a dura prova i nervi dei risparmiatori e degli investitori.



martedì 26 gennaio 2010

Tre domande senza risposta!


Il Congressional Budget Office ha diffuso oggi le sue stime sul deficit federale per l’anno fiscale in corso e per gli anni a seguire fino al 2015, stime ovviamente condizionate dallo scenario economico tutt’altro che favorevole, dal gigantesco sforzo teso a salvare le banche e a rivitalizzare l’economia e, in ultimo ma non certo per ultimo, dal livello elevatissimo del tasso di disoccupazione, stimato al 10,1 per cento nella media dell’anno fiscale in corso.

Le cifre sul deficit federale sono da fare tremare i polsi, con i 1.350 miliardi di dollari previsti per quest’anno e i 980 miliardi per quello prossimo, cifre che potrebbero migliorare solo se verrà mantenuto l’impegno elettorale di Obama di eliminare gli sgravi fiscali sui più ricchi voluti a suo tempo da George W. Bush.

Nel frattempo, vi è stata molta delusione per il calo dei prezzi delle case misurati dall’indice Standard & Poor’s/ Case Shiller, un calo dello 0,2 per cento che fa seguito ad una flessione dello 0,1 per cento relativa al mese precedente, ma l’indagine rivela anche che in quattro delle aree considerate i prezzi si pongono al minimo degli ultimi quattro anni.

Come avevo previsto nell’ultima puntata pubblicata alla fine dello scorso anno, i mercati azionari statunitensi, ma un po’ quelli di tutto il mondo, hanno innestato una decisa retromarcia, con l’indice Dow Jones prossimo a testare verso il basso il livello psicologico dei 10.000 punti, dopo che soltanto poco tempo fa sembrava destinato a testare verso l’alto quello degli 11.000 punti, mentre lo Standard & Poor’s 500 si sta riavvicinando pericolosamente al livello dei 1.000 punti, smentendo clamorosamente gli analisti che vedevano sino a poco tempo fa possibile il raggiungimento della soglia dei 1.500 punti.

So bene che molti attribuiscono questa inversione di tendenza alla proposta di Obama di tassare le banche statunitensi, ma mi permetto sommessamente di dissentire, non fosse altro che un aggravio fiscale di 42 miliardi in undici anni rappresenta uno sforzo più che gestibile per il sistema bancario più potente del mondo.

Il problema è, invece rappresentato dalle tre domande senza risposta che riporto per comodità del lettore:

* Quale è la vera dimensione della montagna di titoli più o meno tossici della finanza strutturata ancora in circolazione e quale è l’esatta distribuzione degli stessi tra le diverse entità protagoniste del mercato finanziario globale?


* Quale è la vera situazione del mercato immobiliare? Una domanda che, anche alla luce del dato odierno sui prezzi delle case, non trova comode risposte.

* Cosa sta accadendo nel mercato obbligazionario dopo le pesanti tosature cui sono stati sottoposti i detentori di obbligazioni tradizionali emesse da entità o entrate in procedura fallimentare o in difficoltà nella restituzione, come nel caso della Dubai World, che ha chiesto una moratoria di sei mesi sulla restituzione sia degli interessi che dei bonds in scadenza?