mercoledì 3 novembre 2010

Una visione con le lenti rosa!


Dopo tre sedute vissute oscillando intorno alla parità, ieri il Dow Jones ha mostrato i muscoli sin dall’apertura, così come hanno fatto gli altri due indici principali, un segnale chiarissimo di speranza che nelle elezioni di Midterm la destra conservatrice incarnata dal partito repubblicano acquisisca il controllo della Camera dei Rappresentati e, forse, anche del Senato, un’espressione di voto del mondo degli affari che non stupisce, visto che le poche cose fatte da Obama sono state mal digerite dalla upper class a stelle e strisce.

Il vero problema è rappresentato dal fatto che anche i diretti beneficiari della riforma sanitaria e del mega stimolo economico varato nei primi mesi di mandato dell’attuale inquilino della Casa Bianca continuano a pensare che si sarebbe potuto fare di più, forse utilizzando parte delle somme previste dal TARP per salvare, invece delle banche, le tante piccole e medie imprese in difficoltà, oppure cancellando l’iniqua riforma fiscale a suo tempo varata da Bush o altro ancora, ma è certo che sarebbe arduo trovare entusiasmo per l’attuale politica di Washington anche in questi ceti medi e popolari.

Eppure credo che faremmo meglio tutti a riflettere sulle parole pronunciate in Marocco da Dominique Strauss Kahn, il numero uno del Fondo Monetario Internazionale, che ha posto l’accento sull’occupazione, che è la prima, la seconda e la terza questione, un enfasi che non deve stupire alla luce dei 30 milioni di posti di lavoro persi a causa degli alti marosi della tempesta perfetta.

Siccome non vorrei che i miei lettori pensino che faccio parte della schiera dei profeti di sventura voglio citare l’articolo di ieri di Daniel Gross su Yahoo.com dal significativo titolo che recita “il cielo non sta cadendo….non per ora” e nel quale vengono citati tre aspetti positivi che vado ad elencare.

Il primo è rappresentato dal fatto che a cinque anni dall’inizio della crisi del settore immobiliare, a tre da quello della tempesta perfetta (aggiungo io), vi è stata una ristrutturazione industriale senza precedenti e un miglioramento della qualità del credito, così come questo è stato il primo fine settimana senza fallimenti di banche.

Il secondo è rappresentato dalla crescita non a ritmi esaltanti, ma sempre una crescita, della spesa per consumi, ma unita a buoni livelli di risparmio (il 5,3 per cento) del reddito disponibile, una miscela, secondo Gross, molto più rassicurante di quelle sperimentate in passato e che non poca responsabilità hanno in quello che poi è accaduto.

Il terzo è rappresentato dai dati dell’ISM che ho commentato nella puntata di ieri, dati che evidenziano il quindicesimo mese di crescita consecutiva con 14 comparti industriali su 18 che segnalano una buona salute in termini di fatturato, vendite, nuovi ordini, occupazione ed esportazioni.

Quella di Gross è una visione delle cose che non condivido appieno, ma che mi è parso utile riportare fedelmente e con rispetto, anche perché mi piacerebbe molto che le cose stiano andando esattamente così!

martedì 2 novembre 2010

La palla al piede della ripresa USA!

Dopo il balzo in avanti dell'ISM statunitense, passato da 54,4 in settembre a 56,9 in ottobre, un analogo movimento al rialzo è stato reso noto ieri mattina con riferimento alla Cina e all'India, dando l'idea di una ripresa in corso a livello globale, grazie anche ad analoghi segnali provenienti da due importanti paesi europei, ed è così che viene visto con una certa enfasi il balzo in avanti del purchase management index cinese, passato dal 53,8 di settembre al 54,7 di ottobre, mentre un analogo indice indiano gestito dalla HSBC è passato dal 55,1 di settembre al 57,2 di ottobre.

La differenza tra i due dati è rappresentata dal fatto che la produzione indiana è in larga misura destinata al mercato interno, mentre quella cinese dipende in misura tutt’altro che marginale dalla domanda estera che, almeno a giudicare dai dati relativi alla bilancia commerciale cinese non sta andando proprio benissimo.

Alla festa dell’Asia non ha partecipato il Giappone, con l’indice Nikkey in calo anche ieri, a fronte di rialzi medi del 2 per cento degli altri mercati asiatici, un paese che non festeggia perché alla produzione industriale in calo, l’indice dei prezzi al consumo che registra variazioni negative e un saldo commerciale che seppure ampiamente positivo non può non risentire di uno yen che sta tentando di battere il precedente massimo nei confronti del dollaro conseguito quindici anni orsono a 79 yen e spiccioli per un dollaro e ieri mattina era 80,4.

Analogo andamento hanno avuto indici similari in Gran Bretagna e in Germania, due paesi che non potrebbero essere più diversi sul piano dei conti con l’estero, strutturalmente deficitario il primo, ad onta del petrolio del mare del nord, strutturalmente in avanzo la seconda e non a caso fiera oppositrice del piano di Tim Geithner che prevedeva un limite del 4 per cento del prodotto interno lordo per avanzi e disavanzi.

Tanto è, alla vigilia di due avvenimenti importanti come le elezioni di Mid Term e il possibile avvio di una fase di quantitative easing da parte della Federal Reserve, i futures sui tre principali indici statunitensi sono saliti sin da quando negli Stati Uniti d’America era ancora l’alba, rialzi che preannunciano un’apertura ben diversa da quella delle ultime due sedute che si sono chiuse sostanzialmente in parità, rallentando solo dopo il pessimo dato su redditi personali e consumi, in calo i primi e in modestissima crescita i secondi.

La palla al piede della prima economia del mondo continua a essere il settore immobiliare, più in particolare la continua flessione dei prezzi delle case al centro di un bel servizio di Les Christie di CNN Money.com, nel quale viene citata la previsione di Fiserv, una società di analisi e previsioni, che vedeva a febbraio di quest’anno una crescita dei prezzi per il 2011 del 4 per cento e che ora ha dovuto rivedere la previsione portandola a una flessione del 7,1 per cento tra il 30 giungo 2010 e il 30 giugno 2011, una variazione di oltre 11 punti percentuali che la dice lunga sul disappunto provocato dai dati mensili sui prezzi che sono tornati in negativo dopo quattro mesi di recupero.

Dello stesso tenore è la visione di Mark Zandi capo economista di Moody’s Analitic, che vede un calo dell’8 per cento da ora al terzo trimestre dell’anno, portando così il calo dal picco dei prezzi al 34 per cento, vedendo una possibile ripresa nel 2012, una previsione che deve fare i conti con il milione di case che saranno espropriate quest’anno e con la stima di Morgan Stanley che vede 3,1 milioni di mutuatari in serissime difficoltà.


lunedì 1 novembre 2010

Al di qua e al di là dell'Atlantico

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Viaggiando nel fine settimana sui siti americani, si poteva cogliere molta delusione per i dati relativi alla crescita del prodotto interno lordo USA nel terzo trimestre, un più 2 per cento annualizzato che fa seguito a una crescita del 3,7 per cento nel primo trimestre e una dell’1,7 per cento nel secondo, tassi più che soddisfacenti se si trattasse di un paese europeo, ma che assolutamente non danno il segno di una svolta che possa far sperare in un rapido assorbimento di quei sette milioni di lavoratori che si sono aggiunti allo stock di disoccupati, portandolo a qualcosa di più di 14 milioni di persone.

Se è vero che sarà l’economia e non l’ideologia a farla da padrona nelle elezioni di mid term che si terranno domani, c’è davvero poco da stare allegri alla Casa Bianca, in quanto sarà gioco facile per i repubblicani e per quella strana creatura chiamata tea party accusare Obama di avere salvata Wall Street e gettato a mare Main Street, dimentichi che il ministro del Tesoro che ha partorito il TARP era l’ex (?) investment banker Henry Paulson e il presidente che lo aveva nominato risponde al nome di George W Bush, ma è altresì vero che è stato Thimoty Geithner a gestire la seconda metà dei 700 miliardi di dollari a suo tempo stanziati dal Congresso.

Certo, è stata varata quella riforma sanitaria, un’impresa non riuscita a Clinton né nel primo né nel secondo mandato, ma, al di là degli indubbi vantaggi, non è roba che si mangia e per chi vive di sussidi (oltre dieci milioni di persone) e buoni pasto c’è ben poco di essere soddisfatti e motivati a recarsi a votare.

Se vi fosse qualche dubbio, basterebbe dare un’occhiata all’ultima rilevazione della fiducia dei consumatori, portatasi in ottobre a 67,7 dal 68,2 del mese precedente e al più basso livello dal novembre dello scorso anno, un dato che un po’ contrasta con la componente consumi del GDP cresciuta del 2,8 per cento, anche se va detto che i consumatori non posso continuare in eterno a dilazionare le spese.

Torna a far sentire la sua voce Mr. Doom, al secolo Nouriel Roubini, il docente di economia che per primo avvistò la tempesta perfetta, per avvertire che vi è il rischio di un deragliamento del “treno” fiscale, anche se l’economista da atto alle politiche messe in atto sinora di avere evitato l’avvitamento della recessione, ma mette in guardia dalle manovre preannunciate dalla Federal Reserve, manovre che non otterranno a suo dire seri effetti antirecessivi.

Se volessero consolarsi, gli americani potrebbero dare uno sguardo a quanto accade al di là dell’oceano Atlantico, ad esempio l’ultimo vertice dei capi di Stato e di Governo che doveva decidere sulle regole, modificando addirittura la costituzione di Lisbona che tanti lutti addusse, e ha finito per partorire un fondo di salvataggio per i paesi membri in difficoltà, rinviando il cambiamento delle regole a tempi migliori!


venerdì 29 ottobre 2010

Le banche USA fanno man bassa di case!

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Con un po’ di ritardo, emergono le evidenze statistiche degli effetti della frenetica attività nel terzo trimestre di quest’anno dei robo-signers, quei dipendenti delle maggiori banche e finanziarie che firmavano, molto spesso senza nemmeno leggerli, i documenti che consentivano l’apertura delle procedure di foreclosure che normalmente si chiudono con un esproprio, pratiche complesse che ognuno di loro sfornava al ritmo di centinaia al giorno.

Come è noto, dopo uno stop durato pochi giorni, Bank of America, GMAC e compagnia cantante hanno ripreso a istruire le pratiche, incuranti delle indagini dei procuratori generali di 50 Stati, e di quelle di numerosi enti federali, inclusa la Federal Reserve, nonché dell’ovvia prevenzione dei giudici chiamati ad esprimersi sulla liceità della richiesta di esproprio e successiva vendita all’asta, passaggio giudiziale obbligatorio in 23 Stati.

La novità che emerge dalle statistiche relative alle procedure di foreclosure nel corso del periodo luglio-settembre, è rappresentata dal fatto che il fenomeno sta debordando da quei quattro Stati che hanno rappresentato per oltre due anni l’epicentro del fenomeno e cioè California, Nevada, Florida e Arizona (che rappresentano 19 delle 20 aree metropolitane maggiormente colpite dalle procedure di esproprio), determinando il fatto che tassi di incremento notevoli sullo stesso trimestre del 2009 stanno riguardando 133 aree metropolitane su 206.

Nell’area intorno a Seattle, l’incremento delle pratiche volte ad ottenere l’esproprio sono balzate del 71 per cento rispetto allo steso periodo dell’anno precedente, ma incrementi del 35 per cento hanno riguardato l’area metropolitana di Chicago, l’area di Houston registra incrementi del 26 per cento, quella di Detroit del 23 per cento e quella di Atlanta del 20 per cento.

Per avere un’idea delle dimensioni del fenomeno basti pensare che le banche hanno espropriato della loro casa di abitazione 816 mila famiglie nei primi nove mesi dell’anno in corso e dovrebbero agevolmente raggiungere e superare la soglia di un milione entro la fine dell’anno.

Si tratta con tutta evidenza di cifre da allarme sociale e che fanno riflettere sulla decisione di Obama di schierarsi sul fronte di quanti si sono opposti ad una moratoria sulle procedure, una moratoria che avrebbe dato il tempo di comprendere meglio cosa è realmente accaduto quest’estate, ma forse anche nei mesi precedenti, negli uffici delle banche incaricati di dare il via alle procedure di esproprio.

Nel frattempo si scopre che aumenta il numero degli investitori che hanno acquistato bonds rappresentativi di mutui immobiliari che stanno valutando, dopo la richiesta di riacquisto per 49 miliardi di dollari avanzata nei confronti di Bank of America, di avanzare analoga richiesta alle banche che hanno venduto loro i titoli!

giovedì 28 ottobre 2010

Un pittbull azzanna Bank of America!


Reduce dalla chiusura di lucrose transazioni riguardanti discutibili passaggi di titoli della finanza strutturata aventi come sottostante mutui residenziali o contratti di altro genere, una certa avvocatessa Connor, definita da quanti la conoscono il pitbull, ha inviato a Bank of America e a un intermediario una lettera nella quale chiede che BofA si riprenda 49 miliardi di bonds collegati a mutui erogati dalla acquisita Countrywide.

Al momento, né Bofa né l’intermediario hanno risposto alla lettera della Connor, ma, guardando il file dei successi della donna che passa il tempo libero ad insegnare catechismo ai bambini e quello lavorativo a fare le pulci ai mastodontici contratti in uso nelle transazioni finanziarie, certamente un po’di inquietudine sarà serpeggiata ai piani alti delle due istituzioni, ree, secondo quanti hanno dato mandato allo studio del quale la Connor fa parte di aver rifilato loro una patacca più o meno ben confezionata.

Ho trascorso oltre due a sostenere che la montagna di titoli della finanza strutturata non sarebbe scomparsa di incanto, così come credo che l’operazione in esame, un’operazione che potrebbe chiudersi in tempi brevi con una transazione o in tempi lunghi per via giudiziale, non sia che una delle tantissime messe in piedi dalle banche per traslare su altri il rischio, un rischio che nessuno come loro era in grado di prezzare appieno.

Bank of America da un lato e l’avvocato dall’altro sanno benissimo che si tratta di una vertenza pilota di enorme importanza e che è necessario ricorrere a tutti i mezzi per evitare di soccombere, la prima perché sa che se ne aprirebbero immediatamente moltissime altre, mentre la Connor è perfettamente consapevole del fatto che, vinta questa, la fila dei clienti alla porta del suo studio si allungherebbe a dismisura.

Nel frattempo, il mondo finanziario si è molto preoccupato ieri per il rallentamento della crescita della Corea del Sud nel terzo trimestre, un incremento dello 0,7 per cento pari alla metà di quella segnalata nel secondo trimestre che, a sua volta, aveva già segnalato una frenata rispetto al primo quarto dell’anno.

Come avevo segnalato in una precedente puntata del Diario della crisi finanziaria, anche la crescita del colosso cinese ha dovuto abbandonare le due cifre, fermandosi al di sotto del 10 per cento (9,6) e sia nel caso coreano che in quello cinese si segnala un rallentamento della crescita delle esportazioni.

Ma la più forte preoccupazione, con relativa flessione dei mercati azionari, l’ha innescata ieri un articolo del solitamente informato Wall Street Journal che pronosticava un approccio molto graduale e moderato nell’entità da parte della Federal Reserve, con acquisti di titoli per centinaia e non per migliaia di miliardi di dollari, acquisti, oltretutto, diluiti nel tempo.


mercoledì 27 ottobre 2010

Volerà davvero l'azionario a stelle e strisce?


Il notevole afflusso di capitali stranieri verso il dollaro spiega almeno in parte l’andamento dei tre principali indici statunitensi, con il Dow che fa l’occhietto a quota 11.200 e il Nasdaq che mantiene alquanto agevolmente quella posta a 2.500 punti, ma sembra in salute anche il ben più rappresentativo Standard & Poor’s 500 che è oramai quasi duecento punti sopra la fatidica quota mille.

Certo, siamo distanti di oltre il 25 per cento dai massimi del Dow e del 27 per cento da quelli dello S&P 500, mentre il Nasdaq dovrebbe raddoppiare per ritrovare quella quota 5 mila toccata nel pieno della bolla dei titoli tecnologici, eppure il quantitative easing abbondantemente praticato dalla Federal Reserve in questi ultimi anni, nonché quello minacciato per un prossimo, molto prossimo, futuro potrebbe far dirottare ingenti quantità di liquidità dai titoli di Stato a stelle e strisce verso l’azionario statunitense, anche perché già a questi livelli del dollaro è caro accostarsi ai titoli europei, asiatici o a quelli dei paesi latino americani.

C’è sostanzialmente questo dietro le previsioni degli strategist delle banche di investimento e delle banche più o meno globali, una previsione che potrebbe trovare delle controindicazioni in eventuali problemi per i maggiori protagonisti del mercato finanziario a stelle e strisce, problemi legati al fatto che non si possono portare all’infinito quelle montagne di titoli della finanza strutturata che ancora sono presenti al di sopra o al di sotto delle loro rispettive linee di bilancio, così come non sembrano del tutto risolti i problemi delle case automobilistiche e delle aziende che producono generi di più o meno largo consumo.

Quella dei titoli della finanza strutturata e di una domanda languente è una questione al momento irrisolta ma che si accompagna alla situazione del settore immobiliare, un settore che ha vissuto la peggiore estate dell’ultimo quindicennio, ma che ha visto a settembre un balzo in avanti delle vendite di case esistenti in larga parte spiegato dall’acquisto di case pignorate attraverso procedure che sono adesso sotto il vaglio dei procuratori generali di cinquanta Stati, di organismi quali la Federal Deposit Insurance Corporation, la Federal Reserve e il Federal Bureau of Investigation, nonché di tutti i giudici che devono vagliare sugli espropri caso per caso.

Secondo molti agenti immobiliari interpellati dalle agenzie di stampa, vi è molto timore tra chi ha acquistato le case all’asta in questi mesi, così come vi è molta paura tra quelli che si accingevano a farlo e si sono ritratti dopo l’ampia copertura mediatica della vicenda che riguarda centinaia di migliaia di famiglie americane in attesa di esproprio della propria abitazione, oltre centomila pratiche di foreclosure sono nelle mani della sola Bank of America che, non a caso, continua a perdere terreno in borsa anche in giornate positive come quella di martedì.

martedì 26 ottobre 2010

Piccole banche USA falliscono!


Dopo essermi occupato nelle ultime due puntate del Diario della crisi finanziaria dei massimi sistemi, a partire dalla proposta di Geithner al G20 al quantitative easing messo in atto dalla Federal Reserve con correlative contromosse da parte delle altre banche centrali e investitori sparsi, ritengo utile tornare a occuparmi delle cose di tutti i giorni, quelle che maggiormente interessano le persone in carne e ossa, come l’ennesima ondata di chiusure di banche piccole e medie negli Stati Uniti d’America.

Nell’ultimo fine settimana, infatti, la Federal Deposit Insurance Corporation ha decretato la chiusura di sette banche con sede in Florida, Georgia, Kansas, Alabama e Illinois, sei delle quali caratterizzate da un volume di total assets oscillante di poco attorno ai 100 milioni di dollari, mentre una, la Hillcrest Bank con sede a Overland Park nel Kansas aveva un giro di affari pari a 1,6 miliardi di dollari.

Con queste ultime chiusure, il numero delle banche che hanno chiuso i battenti (per riaprirli immediatamente dopo con lo stesso nome o con quello della banca acquirente) ha raggiunto la cifra di 139, contro le 140 che hanno caratterizzato l’anno di grazia 2009, ma inquieta che, alla stessa data, le banche USA costrette alla chiusura erano stato soltanto 106, il che fa prevedere che il conto del 2010 potrebbe tranquillamente chiudere in un range compreso tra le 170 e le 180 banche che cambiano proprietario, il livello più elevato dal 1992 anno che vide centinaia di chiusura a causa della crisi delle casse di risparmio a stelle e strisce.

Tutto questo ha dei costi per il sistema, in particolare per la FDIC che ha speso 30 miliardi di dollari nel 2009 ed è andata in deficit per oltre 15 miliardi di dollari al 30 giugno dell’anno scorso, ma anche di preoccupazione per i depositanti agiati che devono pregare per ottenere quanto eccede i 250 mila dollari garantiti dalla FDIC, per non parlare poi della scomparsa di banche locali radicate nel territorio assorbite da banche spesso basate altrove e che a quei territori potrebbero prestare minore attenzione.

Dalle 3 banche fallite nel 2007 si è passati alle 25 del 2008, ma il vero picco è stato toccato nel 2009 con 140 banche fallite, ma il problema è rappresentato dalle banche eufemisticamente sotto osservazione da parte della FDIC e giunte nel secondo trimestre di quest’anno al livello record di 829 (erano 775 tre mesi prima), con costi di salvataggio previsti tra il 2010 e il 2014 in 52 miliardi di dollari.