giovedì 2 dicembre 2010

Una pausa nella tempesta perfetta!

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Finora contagiati da quanto sta accadendo in Europa, le preoccupazioni, cioé, per la tenuta dell’euro, ieri i mercati azionari statunitensi hanno vissuto una giornata di euforia per i dati sull’occupazione nel settore privato, la crescita della spesa edilizia e la conferma della crescita del fatturato delle fabbriche cinesi, tutti indicatori che lascerebbero pensare ad una crescita globale più sostenuta di quanto si ritenesse prima.

Entrando più in dettaglio nell’esame dei dati sopra riportati, va detto che la crescita delle assunzioni nel settore privato (93 mila in novembre, con una revisione al raddoppio del dato di ottobre, passato da 43 mila a 82 mila) è senza dubbio un dato positivo, anche perché si tratta del quindicesimo rialzo consecutivo, ma va anche detto che, sempre in novembre, sono cresciute di poco meno del 30 per cento le persone coinvolte in piani di riduzione del personale, piani che riguardano oltre 48 mila individui.

Sempre in tema di occupazione, non è di poco conto il fatto che ieri scadevano i termini dell’estensione dei benefici approvata dal Congresso per due milioni di disoccupati americani e ancora non si sa se sarà possibile un’ulteriore proroga; come si ricorderà grazie all’emergenza creata dai riflessi della tempesta perfetta sull’economia reale, sono stati portati a 100 mesi circa i sussidi di disoccupazione, previsti a livello di Stati a soli 26 mesi, così come va ricordato che tali estensioni furono assolutamente bipartisan.

Il calo dell’ISM manifatturiero in novembre è stato lieve e inferiore alle previsioni, passando da 56,9 in ottobre a 56,6, anche se va considerato che sono sedici mesi consecutivi che l’indice si trova al di sopra della soglia di 50 che indica espansione.

Su questi ‘germogli di ripresa’ come ama dire Bernspan sta per abbattersi la scure del progetto di contenimento del deficit per 4 mila miliardi di dollari dal 2011 al 2020, un piano che verrà votato venerdì da un Congresso che ancora vede la maggioranza saldamente in mano ai democratici in entrambi i suoi rami, ma che non dovrebbe comunque essere osteggiato dalla minoranza repubblicana.

Intanto iniziano i primi acquisti di titoli del Tesoro a stelle e strisce da parte della Federal Reserve, acquisti probabilmente concentrati sulle scadenze brevi, in quanto il decennale è quasi crollato tornando ad occhieggiare alla soglia psicologica del 3 per cento.

Dopo un fuoco di fila di prese di posizione sia da parte di esponenti dell’Unione europea sia da parte del presidente della Banca Centrale Europea, Jean Claude Trichet, si è un po’ allentato l’attacco ai titoli di Stato di Italia, Spagna e Portogallo, mentre l’euro ha recuperato terreno nei confronti del dollaro, riportandosi in vista della soglia di 1,32 dollari.

Per la mia memoria della battaglia delle valute del 1992, non sono così certo che il peggio sia passato, perché in genere la speculazione opera ad ondate e molla temporaneamente la presa quando governi e banche centrali fanno quadrato per poi attaccare in un secondo momento.

mercoledì 1 dicembre 2010

Gli 007 di Zapatero contro gli speculatori!

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Come scrivevo nella puntata di ieri del Diario della crisi finanziaria, i mercati sembrano non credere che la crisi del debito nell’eurozona sia conclusa con il salvataggio dell’Irlanda, così le borse sono scese di parecchio lunedì ed hanno continuato a scendere ieri, ma dove gli operatori si sono sbizzarriti è nel dare colpi potenti alle quotazioni dei titoli di Stato del Portogallo, della Spagna e dell’Italia, inviando i differenziali dei titoli di questi ultimi due paesi a 305 e 210 punti base di differenza rispetto al Bund.

Non so se il per la terza volta ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, vorrà unirsi all’iniziativa del primo ministro portoghese e di quello spagnolo di istituire una figura di 007 per indagare sulle malefatte degli speculatori, ma è certo che fra poco, approvato o meno dall’Unione europea il piano di stabilità da lui presentato a Bruxelles (la riunione è prevista per il 15 dicembre, un giorno dopo il poco prevedibile voto di fiducia), l’eventuale incaricato avrà il suo bel da fare contro operatori convinti che quello dell’Italia sia l’obiettivo grosso del loro gioco e che ogni giorno di più appare, come dicono nel loro gergo, un calcio di rigore tirato a porta vuota.

Non vorrei essere facile profeta, ma tutti i tentativi di contrastare la speculazione internazionale sui cambi o sui titoli di Stato sono sempre finiti nel nulla, basti ricordare quello che successe nell’attacco portato da George Soros alla lira e alla sterlina o quelle che è accaduto durante la crisi asiatica con lo stesso Soros dichiarato persona non gradita in Malesia e in altri paesi dell’Estremo Oriente.

Non che non esistano sistemi per contrastare i giochi dei traders e delle istituzioni finanziarie delle quali gli stessi fanno parte, ma basta vedere quello che è successo nel 2008 sul petrolio e quello che sta accadendo in questi stessi giorni per capire che nessuno ha veramente voglia di tagliare le unghie a Goldman Sachs o altre banche più o meno globali che operano alla grande sulle azioni, le obbligazioni, le materie prime e via discorrendo.

Alzare i margini di garanzia come è stato fatto per i titoli di stato irlandesi è una mossa utile ma non sempre efficace, in quanto dipende da quale è l’obiettivo e la determinazione degli speculatori, può al massimo tenere fuori della partita i pesci piccoli che si aggregano ai grandi operatori per spartire le soglie della preda.

Nel frattempo, l’euro è sempre più sotto pressione nei confronti del dollaro e ieri si è portato al di sotto della soglia psicologica degli 1,30 euro restando, invece, alquanto stabile nei confronti dello yen giapponese, valuta che a sua volta risente del nuovo livello record della disoccupazione e del continuo calo del fatturato industriale.

martedì 30 novembre 2010

I mercati snobbano il piano di salvataggio!


Il salvataggio dell’Irlanda, sarebbe meglio dire delle banche irlandesi già statalizzate e di quelle in via di esserlo, rappresenta un salto di qualità rispetto alla ‘colletta’ a suo tempo organizzata dai paesi dell’Unione europea con il concorso generoso del Fondo Monetario Internazionale, in quanto il fondo di salvataggio è stato istituito soltanto dopo.

Il salto di qualità è rappresentato dalla destinazione specifica di parte delle somme previste, 35 miliardi di euro sui complessivi 85, alle banche, mentre il resto verrà utilizzato per la riduzione del deficit che attualmente viaggia intorno al 32 per cento del prodotto interno lordo, ma è anche la prima applicazione al fondo di salvataggio previsto dai sedici paesi dell’eurozona, un applicazione onerosa in quanto il tasso previsto è del 6 per cento, più del 5,25 spuntato dalla Grecia, ma sensibilmente inferiore all’attuale rendimento dei bond decennali irlandesi.

Il finanziamento è suddiviso in tre parti uguali tra il fondo di salvataggio, il bilancio dell’Unione europea e il Fondo Monetario Internazionale, ma a queste somme si aggiungeranno prestiti bilaterali concessi dalla Gran Bretagna, dalla Svezia e dalla Danimarca.

A garanzia del prestito, anche questa è una novità, verranno messe le riserve dei fondi pensione irlandesi per un ammontare di 16,5 miliardi di euro, un’altra via per colpire i cittadini, una volta come contribuenti e la seconda come futuri pensionati, ma aggiungerei anche una terza, come destinatari di un welfare che sarà drasticamente ridimensionato dal piano di tagli e aumenti delle tasse presentato in questi giorni da un Premier che può già essere definito uscente.

Gli unici a sorridere in questa specie di tragedia sono gli imprenditori che, nonostante le pressioni dei partner europei, vedono mantenuta al 12,5 per cento la corporate tax, anche se fossi in loro mi preoccuperei della domanda interna che dovrebbe risentire e non poco delle conseguenze dei tagli al welfare state!

Ma i tedeschi e i francesi non mollano la presa sulla loro proposta di rendere permanente il fondo di salvataggio, raddoppiandone le risorse rispetto ai 444 miliardi di euro attuali, prevedendo inoltre la partecipazione dei privati e la ristrutturazione dei bond delle entità pubbliche o private entrate in difficoltà.

Per ora si tratta soltanto di proposte che dovranno raccogliere il consenso degli altri quattordici paesi membri dell’Eurogruppo, ma resta certo, invece, il prolungamento di quattro anni, da sei a dieci, del prestito in favore della Grecia.

Quello che è altrettanto certo è l’effetto deflattivo che i piani di austerità avranno su Grecia e Irlanda, così come effetti depressivi eserciteranno i piani degli altri paesi che vorranno mettersi in regola con i parametri previsti dal trattato di Maastricht.

I mercati azionari europei, dopo un’iniziale salita, hanno girato decisamente in rosso, in particolare quello italiano dopo che il differenziale tra BTP e Bund si è portato a 201 punti base!

lunedì 29 novembre 2010

S&P's affonda le banche irlandesi!

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E’ difficile distrarsi rispetto a quello che sta accadendo nel Vecchio Continente, fosse anche per una sola puntata del Diario della crisi finanziaria, ed eccomi di nuovo a parlare del piano di salvataggio dell’Irlanda e dei rumors che vorrebbero fosse in corso un pressing sul governo del povero Portogallo affinché si decida anche esso a chiedere aiuto ai partners dell’eurozona e ai governi volenterosi che, pur membri dell’unione europea, non hanno accettato di abbandonare le loro monete per confluire nell’euro.

Standard & Poor’s, per non sapere né leggere né scrivere, ha degradato a raffica le banche irlandesi e le affiliate irlandesi di banche straniere, portando i loro bonds a livello dei titoli spazzatura, minacciando anche ulteriori revisioni al ribasso dei ratings se verrà abbassato ulteriormente il giudizio sul debito sovrano irlandese e, così, anche il Portogallo è avvertito.

La cosa curiosa della crisi delle banche irlandesi e di quelle portoghesi sta nel fatto che le prime vedono grossi investimenti delle banche inglesi, mentre quelle portoghesi potrebbero mettere a rischio quelle spagnole, un dato di fatto che fa pensare che possano essere coinvolti due colossi come il Santander e il Bilbao Vizcaya y Argentaria (quest’ultima, al di là del nome così lungo, è una sola banca).

Se le cose stanno così, il salvataggio dell’Irlanda è un po’ anche il salvataggio della Gran Bretagna, e si capisce così meglio la sollecitudine del Governo di Sua Maestà nel partecipare alla schiera dei salvatori, così come alla partecipazione della Svezia potrebbe non essere estraneo qualche massiccio coinvolgimento delle sue banche; d’altra parte anche questo è il bello della finanziarizzazione!

Dopo aver fatto tremare i mercati e contribuito a far affondare l’euro, la cancelliera Angela Merkel ha iniziato a vedere mezzo pieno quello stesso bicchiere che nei giorni scorsi vedeva mezzo vuoto, anche se l’effetto delle valutazioni positive non è stato neanche lontanamente paragonabile a quello delle valutazioni negative precedenti, ma, incurante delle reazioni dei mercati alle sue esternazioni, ora la signora Merkel ci tiene a far sapere che vorrebbe che le cose procedessero più speditamente e tutti lì a profetizzare una conclusione positiva nel fine settimana.

Ieri sera i ministri delle finanze della Unione europea hanno ratificato l'accordo raggiunto tra i ministri dell'eurozona concedendo 85 miliardi di euro all'Irlanda, 35 dei quali sono ad appannaggio delle maggiori banche irlandesi, a margine della riunione, Barroso, con senso dell'umorismo, ha detto che le speculazioni sul possibile attacco a Portogallo e Spagna le lascia agli speculatori.

venerdì 26 novembre 2010

Segnali contrastanti dagli States!

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Dopo tante puntate del Diario della crisi finanziaria dedicate ai problemi dell’Irlanda e dell’area dell’euro, è utile tornare a porre l’attenzione sugli Stati Uniti d’America che rimangono l’area economica nella quale ha avuto inizio la tempesta perfetta.

Un articolo pubblicato su uno dei siti americani che visito maggiormente si permette di ironizzare sulle differenze tra il nuovo e il vecchio continente, dimenticando che buona parte dei problemi di cui soffre il sistema bancario irlandese e un po’ tutto quello europeo hanno origine nei prodotti più o meno tossici sparsi per il mondo dalle investment banks e dalle banche più o meno globali con sede negli States.

Nei giorni in cui ho volto la mia attenzione altrove, ci sono state notizie importanti quali la revisione verso l’alto della crescita annualizzata del prodotto interno lordo statunitense nel terzo trimestre, passata dal 2,0 al 2,5 per cento, l’aumento dei redditi e dei consumi, ma anche quella della propensione al risparmio (dal 5,6 al 5,7 per cento del reddito disponibile), il calo degli ordini di beni durevoli in ottobre (-3,3 per cento), un forte calo dei jobless claims e un fortissimo calo delle vendite di nuove case, giunte al minimo degli ultimi 47 anni.

Come si vede un bel minestrone di notizie alquanto contraddittorie tra di loro, ma che non mi inducono a cambiare opinione sulla crescita negli USA come di un fenomeno in larga misura attribuibile al ciclo delle scorte, anche perché la revisione della crescita nel terzo trimestre non ha toccato la componente consumi che allo 0,8 (cioè 0,2 moltiplicato 4) era e tale è rimasta, così come il calo a 407 mila dei jobless claims settimanali dovrà vedere conferma nelle prossime settimane prima che lo si possa giudicare una vera inversione di tendenza.

Un discorso a parte lo merita l’aumento della propensione al risparmio, un fenomeno cui assistiamo da parecchi mesi e che è clamoroso ove si pensi che prima della tempesta perfetta si aggirava intorno all’uno per cento, quasi sei volte meno dei valori toccati attualmente, un dato che va di pari passo con la risistemazione del debito delle famiglie, che vede non solo una razionalizzazione, ma anche una riduzione dei debiti.

Collegare questo fenomeno alla riduzione degli ordini di beni durevoli è quasi automatico e credo che se ne vedranno presto conseguenze marcate nella produzione di questi beni che sono di per sé costosi e che un tempo erano acquistati attraverso finanziamenti di tipo finalizzato o meno!

Così come un discorso a parte lo merita il tonfo delle vendite di case nuove, quelle esistenti sono ancora drogate dalla presenza massiccia di vendite legate agli espropri, vendite che sono seguite da quanti sanno che, se non si assisterà ad una svolta nell’edificazione di case nuove e all’apertura di nuovi cantieri, difficilmente si potrà parlare di una fine della crisi.

giovedì 25 novembre 2010

La Germania getta benzina sul fuoco!


Finora non si sono viste le file agli sportelli delle maggiori banche irlandesi come accadde nell’estate del 2007 di fronte a quelli della poi nazionalizzata Northern Rock, un po’ perché la maggior parte di esse sono state già nazionalizzate, mentre per Bank of Ireland si pensa lo sarà molto presto, di fatto o di diritto ancora non si sa, per ora si assiste alla fuga degli azionisti che vendono a rotta di collo portando verso lo zero le quotazioni che già la settimana scorso era ridotte a poche decine di centesimi di euro.

Le dichiarazioni di martedì del ministro delle finanze tedesco, Schauble, e ancor più quella della Cancelliera, Angela Merkel, hanno affondate le borse al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico, ma anche quelle asiatiche di ieri mattina, una drammatizzazione propria degli esponenti politici tedeschi, seguita a stretto giro di posta dal downgrade di Standard & Poors, da AA ad A, sul debito irlandese.

Secondo il numero due del Fondo Monetario Internazionale, John Lipsky, le rinnovate turbolenze nei mercati europei del debito potrebbero contagiare l’economia reale, così come la ritrosia di fronte all’acquisto di debito sovrano potrebbe espandersi anche verso altre regioni, attraverso maggiori costi della raccolta,, una stretta (sic) del credito e un’inversione di tendenza nei flussi di capitale, per non parlare dei drammatici effetti sulle finanze pubbliche dei paesi colpiti.

Come insegnava John Maynard Keynes, quando i mercati si orientano in senso negativo, quello che conta non è il valore vero dei titoli scambiati quanto il modo di pensare degli operatori, un modo che raramente è improntato a razionalità e sangue freddo.

Il balletto in corso nel governo irlandese, con il premier che vorrebbe restare sino a che la manovra di austerità venga approvata e l’opposizione e pezzi della sua maggioranza che vorrebbero arrivare ad elezioni anticipate prima di Natale rende ancor più risibile l’analogo balletto in corso in Italia, dove, per paura dei mercati e degli organismi sopranazionali, sembra sia impossibile aprire una crisi di governo di fatto già esistente.

Se decideranno di sparare sull’Italia, gli speculatori lo faranno sia che ci sia un governo Berlusconi con una maggioranza risicata e che va sotto un giorno sì e l’altro pure, sia se ci sarà un governo istituzionale, sia che si vada al voto anticipato!

Le dichiarazioni di Lipski fanno invece pensare che sia iniziato l’allarme per il debito sovrano dei new comers dell’Unione europea, paesi sulle sorti dei quali si è steso un velo di silenzio almeno da un anno a questa parte, un default dei quali avrebbe conseguenze per le banche dei paesi europei più forti che sono presenti in forze e con investimenti di non poco conto.

Per quanto riguarda invece il confronto tra la bellicosa Corea del Nord e l’industriosa Corea del Sud, penso, a costo di essere smentito, che tutto si risolverà come sempre in un nulla di fatto, dopo l’intervento di Stati Uniti e Cina.


mercoledì 24 novembre 2010

Tintinnio di manette a Wall Street! (2)

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L’irruzione di uomini del Federal Bureau of Investigation nelle sedi di tre hedge funds ha gettato altra benzina sul fuoco della mega inchiesta sull’insider trading avviata tre anni fa dal distretto giudiziario di New York che si avvale dell’assistenza dell’ FBI e di altre agenzie governative, la tensione è aumentata quando si è appreso che, oltre a documenti, dalla sede di uno dei tre hedge funds visitati sono state portate via anche tre persone.

Che il mercato cominci a prendere sul serio questa indagine è ben dimostrato dalle perdite di oltre il 4 per cento subite lunedì a Wall Street da Goldman Sachs e di quelle attorno al 3 per cento subite da Bank of America che non è nemmeno citata dall’articolo del Wall Street Journal tra le banche indagate.

Non vi è dubbio che l’amministrazione Obama, uscita malconcia dalle elezioni di Mid Term abbia tutto l’interesse di portare sul banco degli imputati le banche e i loro clienti privilegiati e quelli istituzionali, anche per dimostrare che il Governo è schierato più dalla parte di Main Street che da quella di Wall Street.

Ma un’altra nube attorno alle grandi banche statunitense ed è rappresentata dalle implicazioni dell’accordo di Basilea III che prevede che il Core Tier 1 debba non solo essere portato dal 4 al 7 per cento, ma che prudenzialmente dovrebbe essere dell’8 per cento.

Ebbene, uno studio del Financial Times ha fatto i conti in tasca alle banche statunitensi, scoprendo che le stesse per raggiungere i requisiti patrimoniali previsti avrebbero bisogno di aumenti di capitale per un ammontare compreso tra i 100 e i 150 miliardi di dollari e che il 90 per cento di tale cifra, cioè tra i 90 e i 135 miliardi di dollari, farebbero capo alle prime sei banche a stelle e strisce, banche che si sono già viste costrette negli ultimi anni a varare massicci aumenti di capitale.

Non che per le banche poste al di qua dell’Oceano Atlantico le cose vadano meglio, anche esse infatti dovranno varare aumenti di capitale per rispettare i nuovi requisiti e per superare gli stress cui vengono sottoposte dalle rispettive autorità di vigilanza, il che rende un po’ strano l’interesse del Financial per le banche USA invece che per quelle del Vecchio Continente.

Venendo proprio alle vicende europee, risulta evidente che l’avvio dei veri negoziati per il finanziamento da concedere all’Irlanda non ha dissipato le nubi su quel paese e sull’intera area dell’euro e, per il secondo giorno consecutivo, le azioni delle banche irlandesi sono sotto tiro pur avendo delle quotazioni da prefissi telefonici!

Ma le forti perdite di ieri nei mercati azionari di tutto il mondo sono legate al rischio di un conflitto tra le due Coree e alle dichiarazioni di parte tedesca sui rischi che sta correndo in questa fase l’euro, ma di tutto questo parlerò più diffusamente nella puntata di domani.

Marco Sarli