mercoledì 5 gennaio 2011

Allarme inflazione nell'Eurozona!

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L’edizione online del New York Times dedica ampio spazio al balzo in avanti dell’indice medio dei prezzi al consumo nell’area dell’euro, passato dall’1,9 per cento di novembre al 2,2 per cento nel mese di dicembre, un dato che ha sorpreso gli analisti che prevedevano una crescita dei prezzi su base annua del 2,0 per cento.

Si tratta, ovviamente, di un dato medio che vede, ad esempio, l’Italia ancora all’1,9 per cento, che è però un tasso di crescita di prezzi su base annua doppio rispetto a quello registrato nel dicembre del 2009, mentre superiori alla media sono le variazioni dei prezzi al consumo in paesi come la Germania e in Spagna.

Il redattore del quotidiano statunitense pone l’accento sul fatto che, per la prima volta dal 2008, l’inflazione si pone al di sopra del limite del 2 per cento fissato dalla Banca Centrale Europea e si chiede fino a quando l’istituto di Francoforte tollererà uno scostamento simile che minaccia di peggiorare nei prossimi mesi a causa dei rincari nei prodotti energetici e nelle materie prime in generale.

A parziale rettifica di quanto scritto ieri a proposito della decisione di Bank of America di pagare a Fannie Mae e Freddie Mac somme per 2,8 miliardi di dollari in luogo del riacquisto di titoli legati a mutui immobiliari venduti da Countrywide, si scopre che il rischio complessivo massimo legato alla transazione sarebbe, secondo un autorevole centro di ricerca, pari a 10 miliardi di dollari, una cifra di molto inferiore a quella prevista per l’azione promossa da otto investitori istituzionali tra i quali la Fed di New York, Pimco e BlackRock.

martedì 4 gennaio 2011

Un pittbull azzanna Bank of America! (3)

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DIARIO DELLA CRISI FINANZIARIA

martedì 4 gennaio 2011

Bank of America ha reso noto che presenterà una perdita straordinaria di circa 2 miliardi di dollari per il riacquisto di titoli legati a mutui immobiliari venduti da Countrywide a Fannie Mae e Freddie Mac, anche se i riacquisti legati a queste due gigantesche entità divenute pubbliche a causa della tempesta perfetta sono pari a 2,6 miliardi di dollari.

L’annuncio che nello stesso quarto trimestre vi sarà una posta straordinaria pari a 3 miliardi di dollari implica che sono stati effettuati altri riacquisti di obbligazioni per un importo di 400 milioni di dollari da operatori di minori dimensioni.

Questo primo cedimento della linea sinora seguita da BofA, un approccio che in estrema sintesi puntava a non riconoscere i diritti dei detentori delle obbligazioni, lascia intendere che anche l’azione promossa da una avvocatessa molto determinata, al punto di meritarsi l’appellativo di pittbull, possa avere successo, anche se in questo caso la cifra vantata dagli otto investitori istituzionali, Federal Reserve di New York in testa, rappresenterebbe un affondamento del conto economico di BofA per molti trimestri a venire.

Per quanto riguarda questa possibile mega transazione, le parti si sono date trenta giorni di tempo (vedi la puntata ‘un pitbull azzanna Bank of America’(2) apparsa di recente nel Diario della crisi finanziaria), ma è evidente che la banca sosterrà che si tratta di un caso molto diverso rispetto a quello che ha visto coinvolte Fannie Mae e Freddie Mac, in quanto il problema con queste ultime era legato a obblighi legali che non sarebbe stato il caso, anche nell’interesse degli azionisti, di disattendere.

lunedì 3 gennaio 2011

Si presenta arduo l'anno per Obama!

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Il primo scoglio che minaccia di guastare i rapporti alla Camera dei Rappresentanti tra la nuova maggioranza repubblicana e la minoranza democratica potrebbe essere il rischio molto concreto che l’indebitamento pubblico, 13,9 mila miliardi di dollari, possa raggiungere e superare il tetto posto dal Congresso nel febbraio dell’anno scorso a 14,3 mila miliardi di dollari, un’eventualità tutt’altro che remota visto che il debito a stelle e strisce cresce alla vorticosa velocità di 4 miliardi di dollari al giorno.

D’altra parte, basta pensare che il provvedimento che estende i tagli fiscali voluti da Bush ed estende di altre 13 settimane i benefici per i senza lavoro, nonché misure minori ma non per questo meno onerose, impegna per il prossimo biennio somme per poco meno di 900 miliardi di dollari, tra minori entrate e maggiori uscite!

Anche se ha fatto passi da gigante durante la tempesta perfetta, il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo in Eurolandia è di poco superiore al 70 per cento, mentre quello degli Stati Unti d’America si pone intorno al 100 per cento e sarà molto difficile che questo rapporto possa migliorare nei due anni che restano ad Obama, soprattutto considerando che l’ultimo dei due sarà un anno di campagna elettorale.

Come ho scritto in numerose puntate del Diario della crisi finanziaria, lo spirito bipartisan che ha portato al varo di un provvedimento che, nella sua parte fiscale, riprendeva appieno ai desiderata repubblicana svanirà come neve al sole non appena cambieranno gli equilibri parlamentari sia alla Camera che al Senato, dove la maggioranza democratica si è molto ridotta dopo il risultato elettorale di novembre.

venerdì 31 dicembre 2010

Il quarto anno della tempesta perfetta!

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Questa è l’ultima puntata dell’anno del Diario della crisi finanziaria, ed è anche l’ultima del quarto anno di tempesta perfetta, fenomeno che i più fanno risalire al 9 agosto del 2007, quando si verificò il congelamento dei mercati interbancari posti al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico e le banche centrali, BCE in testa, furono costrette a inondare liquidità nei mercati per importi di gran lunga superiori a quelli immessi all’indomani dell’11 settembre 2001.

Certo, rispetto al primo anno, quando fallirono banche e finanziarie, le cose sembrano essere molto meno dure, ma questo riguarda solo Wall Street e dintorni e non le decine di milioni di persone che hanno perso il lavoro all over the world e i milioni di persone che hanno perso la casa, spesso, purtroppo, trovandosi in entrambe le situazioni.

La crisi sociale va anzi accentuandosi e gli ultimi dati sulle procedure di esproprio parlano chiaro e dicono, secondo il capo analista di Moody’s, che 1.800.000 famiglie hanno subito le procedure che portano all’esproprio al termine del 2010, mentre saranno 2.100.000 nell’anno che sta per cominciare.

Ma crisi sociale e crisi finanziaria sono inscindibilmente connesse e solo con un cambiamento di atteggiamento delle banche nei confronti dei loro debitori si potrà trovare un nuovo punto di equilibrio, ma di tutto questo avremo tanto tempo per parlare nell’anno che verrà e, temo, anche in quelli successivi.

Tanti auguri a tutti!


giovedì 30 dicembre 2010

Gli analisti non ne indovinano più una!

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Gli analisti a stelle e strisce sembra proprio non ne azzecchino più una, almento stando agli ultimi dati importanti dal Non Farm Payrolls ai dati relativi ai prezzi delle case, dai dati sull’inflazione a quello sulla fiducia dei consumatori, prevista quest’ultima a 56, ma rivelatasi martedì scorso a 52,5 in dicembre contro il 54,3 di novembre.

Eppure le ragioni alla base di questo forte ribasso del Consumer Confidence erano più che prevedibili, e sono tutti legati al continuo deterioramento del mercato del lavoro, tanto è vero che la risposta sul lavoro difficile da trovare ha raggiunto il livello di 46,8 dal 46,3 di novembre, mentre quella che indica la piena occupazione è scivolata a 3,9 in dicembre da 4,6 registrato nel mese di novembre.

Nel frattempo, i prezzi delle case sono calati per il quarto mese consecutivo in ottobre, come segnala denominate lo Standard & Poor’s/Case Schiller composite index, l’indagine che prende in esame le 20 aree metropolitane e che mette in evidenza come il prezzo medio sia calato dell’1 per cento rispetto a quello segnalato in settembre, mentre il calo sullo stesso mese dell’anno precedente è dello 0,8 per cento ed è la prima flessione anno su anno segnalata dall’indice dall’inizio dell’anno in corso.

In numerose puntate del Diario della crisi finanziaria avevo segnalato che la fine dell’incentivo fiscale di 8 mila dollari per gli acquirenti della prima casa avrebbe condizionato negativamente i mesi successivi ed è quanto si sta puntualmente verificando, per non parlare dell’effetto depressivo sui prezzi derivante dalle vendite all’asta delle case espropriate dalle banche, un triste fenomeno che riguarderà nel 2010 oltre un milione di famiglie americane.

mercoledì 29 dicembre 2010

E se il club delle nove banche globali decide di colpire l'Italia?

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Ripubblico il mio articolo apparso il 28 dicembre su l'Altro quotidiano.
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La tempesta perfetta è sostanzialmente un fenomeno che riguarda l’indebitamento in senso lato, indebitamento dei privati per il credito al consumo o per i mutui, delle imprese, degli Stati e delle banche per la montagna di titoli più o meno tossici della finanza strutturata con i quali hanno ricoperto il pianeta.

Molti di questi debiti sono in default, molti non sono ancora giunti a questa situazione ma vi sono vicini, altri titoli tossici vengono ritenuti buoni soltanto a causa di una modifica alle regole di rappresentazione di bilancio, ma buoni non sono.

La crisi del debito sovrano in Europa aggiunge un altro tassello a questo quadro, ma il problema non riguarda solo Grecia e Irlanda, riguarda un buon numero dei paesi del Vecchio Continente, Italia inclusa, riguarda l’euro, ma, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, riguarda i titoli di stato statunitensi e il dollaro, nonché lo stato delle banche che hanno l’etichetta del too big to fail (troppo grandi per fallire).

Come si esce da una crisi del debito? Le strade sono diverse, ma la più semplice la ha indicata la cancelliera Angela Merkel, la quale ha sostenuto che anche i creditori, i possessori cioè dei titoli, devono fare la loro parte, accettando di incassare quanto il Mercato valuta quei pezzi di carta da loro sottoscritti quando ben altra era la solidità degli emittenti.

Quello che propone oggi la Merkel è stato già vissuto sulla loro pelle dagli obbligazionisti della Chrysler e della General Motora, mentre poco si sa di quanto è accaduto ai possessori di obbligazioni emesse da entità minori e i cui default non hanno guadagnato le prime pagine dei giornali finanziari, ma non è azzardato ritenere che in molti casi non sia rimasto in mano a questi creditori molto più del classico pugno di mosche.

Per quanto riguarda l’area dell’euro, finora i creditori non sono stati toccati dal crollo dei titoli sul mercato secondario se hanno deciso di portare a scadenza i loro titoli, ma dopo Grecia e Irlanda, e forse nei prossimi giorni il Portogallo, la speculazione guidata dal club delle nove banche globali potrebbe toccare Spagna e Italia, non in questo ordine necessariamente, e allora ci sarebbe il rischio concreto di una ristrutturazione del debito che potrebbe anche colpire pesantemente i detentori dei titoli di Stato.

Ma cos’è questo club delle nove banche globali di cui ha parlato per primo il New York Times? Si tratta di sei banche statunitensi, le più grandi, tra cui Goldman Sachs, Citigroup, J.P. Morgan-Chase, Bank of America, ma anche svizzere, inglesi e tedesche che da tempo usano riunirsi in un giorno fisso della settimana per discutere di materie prime, azioni e titoli di Stato e per decidere linee guida di azione, riuscendo a influenzare l’andamento dei mercati grazie al volume di fuoco che possono scatenare.

Si tratta di volumi che possono mandare alle stelle o agli inferi il valore della moneta di un paese di medie dimensioni, o i titoli rappresentativi del debito dello stesso malcapitato paese, ma grande influenza hanno anche sui mercati delle materie prime, in particolare di quelle energetiche.

Le difese contro queste banche sono molto scarse, anche perché gli altri operatori tendono ad accodarsi ai loro movimenti, restando spesso bruciati quando i grandi decidono repentinamente di cambiare strategia.

Le stesse banche centrali e i governi dei paesi maggiormente industrializzati poco possono contro una coalizione di entità così potenti, vere e proprie multinazionali del credito che hanno in gestione quantità di denaro pari a multipli del prodotto interno lordo di questi paesi, possono al massimo esercitare una morali suasion affinché non eccedano nell’influenzare i mercati valutari e quello dei titoli di Stato e, anche in questo caso, non sempre con successo.


martedì 28 dicembre 2010

Piccole banche USA falliscono!

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La gazzetta ufficiale della tempesta perfetta, il Wall Street Journal, ha dato la notizia che poco meno di cento banche statunitensi destinatarie degli aiuti del TARP, il programma da 700 miliardi di dollari che ha evitato il fallimento di banche, compagnie di assicurazione e case automobilistiche, sarebbero sull’orlo del default.

Per avere un’idea del problema basti pensare che il fallimento di sette banche destinatarie di aiuti è già costato 2,7 miliardi di dollari al TARP ed è facile capire cosa accadrebbe se la stessa sorte accadesse a tutte o larga parte delle banche a rischio, banche che, complessivamente, hanno ricevuto 4,2 miliardi dal programma di aiuti.

Da due anni non passa week end nel quale non vengano chiuse banche di piccole e medie dimensioni e quest’anno il fenomeno ha raggiunto dimensioni preoccupanti riguardando oltre 100 banche, il numero più alto dalla crisi delle casse di risparmio a stelle e strisce dei primi anni Novanta.

Ma guardando oltre il caso delle 98 banche citate dal Wall Street Journal, fonti ufficiali parlano di 814 banche sulle 7.760 totali esistenti negli USA in difficoltà e non in grado di rispettare i ratio previsti, anche se va detto che la precedente crisi bancaria vide il numero delle banche passare da 14 mila a poco più di 7 mila.

L’accelerazione della chiusura di banche lascia intuire che il 2011 sarà l’anno della verità, l’anno, cioè, nel quale l’onda lunga della tempesta perfetta porterà il suo carico di insolvenze di famiglie e imprese sui bilanci delle banche di piccole e medie dimensioni disseminate sul vasto territorio degli States ed è allora che ne vedremo delle belle!