mercoledì 30 marzo 2016

Ma chi è Daniéle Nouy e perché parla male delle banche italiane?


Primo capo della vigilanza sulle banche dei paesi membri dell'area euro e prima donna nel consiglio della Banca Centrale Europea, Daniéle Nouy, 66 anni, entra nel 1974 alla Banca di Francia e ne esce venti anni dopo per fare esperienza in organismi finanziari sovranazionali e poi tornare alla Banca di Francia nel 2010 come capo della vigilanza, incarico che ricoprirà fino al giorno della nomina a presidente del Supervisory Board presso la BCE, cioè appunto capo della neonata vigilanza bancaria europea.

Ho ripercorso pedissequamente il suo brillante curriculum perché è fondamentale per capire il suo modo di intendere il problema della solidità e stabilità delle banche, che è un approccio con molte somiglianza con quello proprio della Bundesbank e non è un caso se, nell'analisi delle criticità di una banca tipo, l'asse franco-tedesco privilegi quella riferibile ai Non Performing Loans, crediti deteriorati e sofferenze in senso stretto (sia lorde che nette) rispetto a quella rappresentata da quelle vere e proprie montagne difficilmente scalabili denominati derivati e titoli tossici in pancia alle banche globali come Deutsche Bank, Commerzbank, BNP Paribus, Credit Lyonnaise che evidenziano un nozionale complessivo che è un deciso multiplo del prodotto lordo dell'intera Unione europea, inclusi i paesi esterni all'area euro, per non parlare del salvataggio delle landesbanken e delle sparkassen tedesche!

E' questo un rovesciamento della realtà del quale pagheremo tutti alla lunga le conseguenze, ma intanto Daniéle procede come un rullo compressore con una particolare attenzione alle banche nostrane, che non è che siano esenti da difetti, e, nel giro di pochi mesi ha colpito Carige, Banco Popolare e Banca Popolare di Milano, Banco popolare di Vicenza e Veneto Banca ( in questi ultimi due casi decisamente troppo tardi), sta attenzionando Monte dei Paschi di Siena e Unipol Banca e sta strattonando Banca Popolare dell'Emilia Romagna e Ubi Banca perché raccattino qualche banca di medie dimensioni e via discorrendo perché, anche nelle banche non ancora colpite, vi è una diffusa insonnia dei vertici provocata dal timore di ricevere una draft da Francoforte.

Ma è di ieri la notizia che il fondo statunitense Apollo avrebbe proposto a Banca Carige di rilevare tutte le sue sofferenze a prezzi di mercato proponendosi di ripianare le conseguenti e ingenti perdite con un aumento di capitale riservato al fondo per 500 milioni di euro mentre 50 milioni sarebbero riservati agli attuali azionisti, Malacalza in testa, un'offerta apertamente gradita dalla Nouy che non del tutto a caso chiede a Carige di presentare un funding plan entro il 31 marzo, cioè entro domani!

martedì 29 marzo 2016

Riuscirà La mossa di Gianni Zonin?


Ad un uomo che per tanti anni è stato il dominus indiscusso della Banca Popolare di Vicenza non difettano certo consulenti ed advisors a guidarne le mosse ed è così che, dopo aver rassegnato pochi mesi fa le dimissioni da presidente della sofferente banca veneta, ha  prima ceduto tutte le azioni dell'omonima e fortunata azienda vitivinicola, Zonin 1821, ai figli e ha ora ceduto il timone di comando al figlio Domenico, ha promosso ad amministratore delegato il fido Massimo Tuzzi, mentre gli altri tre figli assumono la carica di vicepresidenti della società che ha triplicato il fatturato in pochi anni, giungendo a 186 milioni di euro di fatturato nel 2015.

Mentre la banca, dopo aver evidenziato perdite miliardarie accumulate sotto la sua gestione ed essersi attirata le attenzioni di Madame Danielle Nouy, da un anno a capo della vigilanza della Banca Centrale Europea, attenzioni che si sono tradotte in una lettera di fuoco che ha costretto gli azionisti della Popolare di Vicenza ad una lunga ed infuocata assemblea al termine della quale hanno approvato a larghissima maggioranza la trasformazione in società per azioni e un aumento di capitale da 1,7 miliardi di euro, per citare solo i due punti più dolorosi per gli azionisti di una banca non quotata nei mercati regolamentati e che hanno visto il valore via via attribuito dalla banca al diritto di recesso portarsi a 6,3 euro un valore del 90 per cento inferiore ai massimi toccati dalla quota, anche se il diritto non viene riconosciuto in quanto una provvida, per i vertici, direttiva della Banca d'Italia stabilisce  che la banca può rifiutare l'esercizio di questo diritto, quando, e questo è il caso, non sia in grado di rispettare il rispetto dei parametri di patrimonializzazione stabiliti a livello europeo.

Quella di Zonin è evidentemente una mossa ispirata da ben remunerati azzeccagarbugli e non so francamente se sarà coronata dal successo, quello che è certo è che ho seguito le sue vicende anni fa come responsabile dell'ufficio studi di un sindacato nazionale del settore del credito e credo che in pochi casi ho visto una gestione più accentrata nelle mani di un uomo solo, né una banca, fata eccezione forse per il Monte dei Paschi di Siena, più attaccata al suo territorio, quelle province del ricco Nord Est che dopo una fiammata produttiva non accompagnata da investimenti, si sono poi afflosciate su se stesse, provocando una valanga di sofferenze che hanno letteralmente messo a rischio la banca che le aveva concesse, una banca che vedrà il valore dell'azione, una volta avvenuta la quotazione, ben distante dal valore di quel diritto di recesso che gli azionisti non possono più esercitare!

venerdì 25 marzo 2016

La BCE chiude un occhio: via libera alla fusione Banco Popolare-BPM


Alla fine Danielle Nouy, capo della vigilanza bancaria europea da quando questa è stata istituita, ha ceduto, sebbene il via libera alla fusione tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano sia informale e non ufficiale, sia avvenuto solo perché le due riottose banche con i loro ultimi chiarimenti avevano ceduto su tutta la linea alle richieste pressanti venute da Francoforte sia in termini di governance che di rafforzamento patrimoniale, per non parlare dei tempi di smaltimento delle sofferenze per giungere infine al venir meno della pretesa di autonomia della BPM per tempi da piano quinquennale di sovietica memoria.

Avendo vissuto in prima linea la prima e la seconda fase di ristrutturazione del sistema bancario italiano, quella per capirci in cui si giunse alla creazione di Unicredit e di Intesa San Paolo e alla sciagurata acquisizione di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena, sì quell'operazione che tanti lutti inferse alla omonima fondazione senese, vedere questa operazione di fusione così rapida e così distruttrice di organismi societari pletorici e frutto di mediazioni spesso inconfessabili mi fa capire che qualcosa davvero sta cambiando nel sistema bancario italiano e che ha davvero ragione la Nouy quando afferma che molto ancora c'è da fare per giungere a quei livelli di concentrazione di cui da tempo va parlando anche il presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi.

Se le assemblee straordinarie dei due istituti previste per maggio daranno il via libera, già nel novembre di questo''anno il nuovo gruppo vedrà la luce con 120 miliardi di impieghi, 2.700 sportelli, 4 milioni di clienti e un carico di sofferenze davvero notevole, anche perché in entrambe le banche che vanno a matrimonio il livello di copertura delle sofferenze supera di poco il 30 per cento, un livello di copertura molto basso che fa sì che la differenza tra le sofferenze lorde e quelle nette sia molto meno netta che nelle altre grandi banche italiane, il che, con un livello di sofferenze lorde più vicine ai 30 che ai 20 miliardi non può che preoccupare chi da Francoforte deve occuparsi di vigilare sulla sostenibilità dei bilanci delle banche dell'area euro.

L'aumento di capitale da un miliardo di euro che il Banco Popolare si è  impegnato a varare, visti i tempi e gli sciagurati precedenti, verrà riservato agli investitori istituzionali e verrà effettuato in tempi brevissimi grazie alla regia e alla garanzia di Mediobanca, ma lasciatemi dire che con la trasformazione in società per azioni verrà finalmente detta la parola fine alla gestione sindacale della BPM, sindacato aziendale che dovrà accontentarsi di un rappresentante nel consiglio di amministrazione dell'entità risultante, a mezzi ovviamente con i loro colleghi dell'ormai ex Banco Popolare! 

giovedì 24 marzo 2016

Cosa sta accadendo alle banche venete?


Mi sono già occupato, nella seconda puntata sulla vigilanza europea sulle banche italiane, delle vicende della Banca Popolare di Vicenza, costretta da una lettera intimatoria della BCE a prevedere la trasformazione in società per azioni, la quotazione in borsa e un congruo aumento di capitale, ma il problema riguarda anche un'altra popolare presente sul territorio veneto, Veneto Banca, che ha tutta una serie di somiglianze con la banca un tempo guidata dal viticoltore Zonin, nonché il piccolo particolare che, insieme, hanno perso negli ultimi anni la bella cifra di 4 miliardi di euro all'incirca.

Quando hanno conferito un valore alle loro azioni, ovviamente non quotate nei listini principali, le due banche, come ricorda Stefano Righi sul Corriere della Sera, si sono rivolte a professionisti esterni che hanno stilato una perizia di parte, in questi due casi assolutamente di parte, sul valore della banca, valore che poi ha raggiunto nel tempo i 62,5 euro nel caso della Popolare di Vicenza e i 40,75 euro nel caso di Veneto Banca, portando la capitalizzazione massima della prima a 6,3 miliardi di euro e quella della seconda a 5,08 miliardi di euro.

Il tempo, che in questo caso è stato ben poco galantuomo, ha visto il valore delle azioni delle due banche squagliarsi letteralmente e rimanere inchiodato ai rispetti valori del diritto di recesso attribuiti all'atto dell'assegnazione a 6,3 euro per la Popolare di Vicenza e ai 7,3 euro per Veneto Banca, valori che le due banche ricorrendo allo stesso escamotage giuridico non riconoscono ai possessori delle stesse nonostante sia inferiore del 90 per cento nel caso della Banca di Vicenza e dell'82 per cento circa nel caso di Veneto Banca, ma, se ha ragione Stefano Righi, il valore vero delle azioni, quando approderanno in Piazza Affari, non si discosterà molto dal valore di un euro, centesimo in più centesimo in meno e la frittata sarà stata davvero fatta con buona pace dei risparmiatori che ci hanno creduto.

Come ricordavo all'inizio, ho scritto diversi articoli sulla occhiuta vigilanza europea svolta dalle donne e dagli uomini della BCE, ma credo che quello che è accaduto nelle ricche province del Veneto, sotto una vigilanza della Banca d'Italia che è eufemistico definire assente, è qualcosa di gravissimo e che fa il paio con il doloroso caso delle quattro banche medie recentemente dissolte, ovviamente tutte trasformate in una new bank dopo che azionisti, obbligazionisti e depositanti oltre la soglia dei 100 mila euro hanno perso terzi e capitale, e fa dire che ben venga una vigilanza terza che non guarda in faccia a nessuno e non è per di più ingessata da leggi e disposizioni che facevano arrivare Banca d'Italia sempre in ritardo sugli avvenimenti.

I banchieri si lamentano spesso della reputazione di cui godono presso l'opinione pubblica, ma casi come quello dell'Euribor taroccato, l'anatocismo che rischia sempre di uscire dalla porta e rientrare dalla finestra, l'appoggio tolto alle aziende affidate al primo stormir di fronde e via discorrendo fanno dire questa lack of reputation se la sono cercata.

mercoledì 23 marzo 2016

L'economia del terrore


Ho visto come tutti le scene del macello avvenuto ieri all'aeroporto di Bruxelles e in due stazioni della metropolitana del centro della stessa città una a pochi passi dalla sede dell'Unione europea dove lavorano 33 mila persone e dal palazzo dove si tengono le riunioni sempre più frequenti del Consiglio d'Europa, il consesso dei 28  capi di Stato e di Governo che decide sui destini dei 500 milioni circa di abitanti dei paesi membri dell'Unione e dire che sono sgomento è poco, non solo di fronte alle scene di dolore che hanno contrassegnato quella che doveva essere una tranquilla giornata di inizio primavera, ma anche di fronte alla tranquillità, quasi indifferenza, che si coglieva sui volti dei tre attentatori ripresi nel video di una telecamera di sorveglianza, volti nei quali non si scorgeva alcun timore per la loro stessa prossima morte, destino al quale tuttavia uno dei tre si è sottratto, non sapremo mai se per paura o se perché il suo ruolo doveva essere semplicemente di appoggio all'azione degli altri due.

Sembra impossibile pensare che le terribili conseguenze dell'azione degli uomini dello stato islamico siano riconducibili  all'azione di una sola cellula dormiente, un numero di persone che va dai cinque che hanno partecipato agli attacchi a un numero pari o di poco superiore che ha avuto presumibilmente funzioni di appoggio o di natura logistica, una decina di persone o poco più che possono mettere in scacco le forze di polizia e le funzioni statuali antiterroristiche, peraltro attivamente supportate dalle omologhe forze francesi, al punto di paralizzare completamente la vita della capitale del Belgio che è anche sede dell'Unione europea.

La sottovalutazione con la quale l'Occidente tutto ha affrontato la fase iniziale del movimento jaidista, un esercito che contava all'inizio poche migliaia di adepti è certamente alla base della estensione dell'area di influenza dell'IS a intere regioni mediorientali come l'Irak e la Siria dove, in alcuni momenti, è sembrato che potessero addirittura vincere la loro battaglia, almeno fino a che si è mossa una coalizione capitanata dagli Stati Uniti d'America e, e forse soprattutto, si è mossa pesantemente la Russia che ha in poco tempo capovolto le sorti della guerra in corso nella Siria di Assad.

Quello che colpisce, oltre alla estrema ferocia ostentata dagli uomini del califfato, è la disinvoltura con la quale si sono buttati in ogni tipo di attività economica criminale, dal traffico di droga, all'esportazione illegale di petrolio, a disinvolti movimenti bancari non sempre intercettati dall'intelligence occidentale, giungendo a muovere centinaia di milioni di dollari, almeno fino a che l'azione di contrasto non ha sortito i primi effetti e i giacimenti petroliferi sono stati in tutto o in parte messi sotto il controllo delle forze della coalizione.

martedì 22 marzo 2016

Quel pasticciaccio del Euribor va in tribunale


Non so quanti soldi abbia accantonato il Chief Executive Officer di Deutsche Bank per le cause legali pendenti e per quelle future riguardanti il mal operato del colosso bancario da lui guidato, ma credo che saranno ampiamente insufficienti se, nel settembre di questo anno di disgrazia 2016, il tribunale britannico di Southwark in quel di Londra dovesse riconoscere colpevoli i quattro ex dirigenti di Deutsche per i quali la Gran Bretagna ha chiesto e ottenuto un mandato di arresto europeo insieme a un ex trader di Société Generale che ha già annunciato tramite il suo legale che si opporrà con tutte le sue forze all'arresto.

Certo per questa manipolazione del tasso Euribor, iniziata nel 2006 e durata fino al 2010 e scoperta clamorosamente nel 2012, Deutsche Bank, Citigroup, UBS e altre banche si sono già viste comminare multe miliardarie, così come l'ideatore della truffa, Tom Hayes è stato già condannato a 14 anni di carcere dallo stesso tribunale inglese che ora sta giudicando gli altri undici imputati, ma rileva il fatto che queste multe non inibiscono alle molte decine di milioni di clienti delle banche danneggiate di rivalersi per i danni subiti sui loro finanziamenti o sui loro mutui indicizzati appunto al tasso Euribor taroccato dagli esponenti delle banche chiamate in causa, e in quel caso cosa ne sarà della "piscina di liquidità" di 215 miliardi di euro dell'istituto di Francoforte?

Quello che fa specie è che per quattro anni Citigroup, UBS You & I, Societe Generale, Deutsche e altre banche abbiano lavorato indefessamente e in perfetta sintonia per danneggiare gli interessi di quelli che dovrebbero rappresentare il loro bene più prezioso, la clientela appunto, un comportamento che conferma i peggiori pregiudizi dell'opinione pubblica, in questo caso sarebbe giusto parlare di giudizi, nei confronti delle banche e la pena subita dal capofila di questo manipolo di colletti bianchi di alto bordo, anche se elevata, risulta quasi infima rispetto al danno arrecato agli ignari correntisti e mutuatari.

Ma quello che colpisce è il numero di alti dirigenti di Deutsche Bank sul totale degli imputati,  quattro su dodici, a testimonianza dell'importanza dell'operazione per l'istituto di Francoforte, un colosso del credito sul quale sarebbe più che opportuno che la Banca Centrale Europea accendesse un faro con la stesse determinazione con la quale si occupa delle banche italiane! 

lunedì 21 marzo 2016

L'occhio della BCE sulle banche italiane (3)


So bene che guadagnano milioni di euro l'anno più le provvidenziali stock options, ma sono alcuni mesi che gli amministratori delegati e i presidenti delle banche italiane, in particolare di quelle di dimensione medio-grande, stentano a prendere sonno la notte nel timore che arrivi il giorno dopo sulle loro scrivanie una draft proveniente dalla vigilanza della Banca Centrale Europea, una lettera che, se non vi sarà un riscontro fattivo e obbediente, può dare l'avvio a un procedimento che può portare anche alla messa in liquidazione della banca.

Se per molti di loro è un discorso ipotetico, per i vertici del Banco Popolare e per quelli della Banca Popolare di Milano si tratta di una dura realtà che rischia seriamente di mandare in fumo i progetti di un matrimonio alla pari tra i due gruppi bancari, un matrimonio nel quale la BPM avrebbe mantenuto un certo grado di autonomia per tre anni e con una governance che definire pletorica è ben poco, visto che il consiglio di amministrazione della realtà risultante sarebbe stato composto da ben diciannove membri.

Ma il problema vero sollevato dalla lettera di Francoforte è quello dell'adeguatezza del capitale e della qualità dell'attivo, un termine elegante per definire le sofferenze dei due istituti che il piano di fusione pensa di affrontare in cinque anni e gli uomini e le donne della vigilanza della BCE vorrebbero fossero adeguatamente affrontati molto prima e attraverso la via maestra di un adeguato aumento di capitale.

La borsa ha punito entrambe le banche, ma si è concentrata in modo ancora più duro nei confronti di quella che, piaccia o no alla BPM, è in realtà l'acquirente e cioè il Banco Popolare, la cui azione giovedì ha lasciato sul terreno poco meno di un sesto del valore registrato nel corso della seduta precedente.

Di fronte a tutto questo fa sorridere il piano B escogitato dalle sigle sindacali della BPM, tuttora vere padrone della banca che pensano di far rientrare in partita Andrea Bonomi, sì quello stesso uomo d'affari che ha presieduto il consiglio di gestione della banca dal 2011 e 2014 che costrinsero a lasciare per contrasti insanabili, come se il problema fosse di nomi e non di un aumento ingente di capitale!