giovedì 13 dicembre 2007

Allacciate le cinture di sicurezza!

Mercoledì scorso, prima dell’apertura dei mercati statunitensi, è accaduto esattamente quello che non doveva accadere nel corso di una crisi finanziaria senza precedenti a partire dal secondo dopoguerra e, cioè, l’annuncio di un’azione massiccia e coordinata delle principali banche centrali del pianeta all’unico scopo di riportare manu militari un clima più sereno sul mercato interbancario statunitense, britannico ed europeo.

Perché si tratta di una mossa sbagliata e i cui effetti potrebbero essere diametralmente opposti ai desiderata dei banchieri centrali scesi pubblicamente su un campo che, in realtà, non hanno mai abbandonato a partire dal 9 agosto scorso?

Semplicemente perché quelli che, almeno in materia di politica monetaria, venivano considerati gli uomini più potenti del mondo occidentale hanno le armi spuntate, il che è dimostrato dal fatto che dopo interventi sul mercato per somme mai viste in precedenza, dopo aver esperito in ogni modo possibile la moral suasion nei confronti delle banche, dopo ripetuti tagli dei tassi di interesse negli USA, un taglio almeno in Canada e Gran Bretagna e i non rialzi nell’area dell’euro, le condizioni esistenti nel mercato interbancario, invece di distendersi, si sono irrigidite al punto che i tassi nelle due scadenze di maggior riferimento per mutui e prestiti indicizzati nell’area dell’euro hanno superato, poco prima dell’annuncio, la soglia psicologica del 5 per cento, mentre in Gran Bretagna il differenziale tra l’appena ridotto tasso di riferimento e quelli interbancari si colloca ormai a 120 punti base in favore ovviamente di questi ultimi.

D’altra parte, la reazione isterica del mercato azionario statunitense al terzo taglio di fila sui Fed Funds e la riduzione complessiva di un punto e mezzo del tasso ufficiale di sconto, ma più in particolare il tracollo del comparto bancario e finanziario, principale beneficiario delle sforbiciate compiute ed attese di Bernanke e compagni, è stata più eloquente di ogni analisi e, non a caso lo scenario si è ripetuto nuovamente dopo l’annuncio con un rally prontamente abortito, mentre nel comparto finanziario si è ripetuto, per il secondo giorno consecutivo, la conta dei morti e dei feriti.

Il problema è rappresentato da un’errata analisi delle cause delle crisi, con i giornali che non a caso continuano a vedere nei subprime non tanto la causa scatenante ma il problema dei problemi, incuranti dell’analisi recente del Maestro Alan Greenspan che ha candidamente ammesso che, se non fosse iniziata nel comparto dei subprime, la crisi sarebbe comunque partita prima o poi da uno dei tanti segmenti della finanza strutturata, LBO, CDO, Commercial Papers, ben inzeppati nei veicoli di varia denominazione, SIV e Conduit, opportunamente tenuti fuori dai bilanci delle banche, se non per il passaggio a conto economico delle laute commissioni percepite dalle banche in un’attività che assomiglia molto più a quella di un salumificio che a quella tipicamente creditizia.

E’ utile riportare un passaggio dell’articolo del Maestro pubblicato sul Wall Street Journal, quando afferma che “il rischio ha iniziato ad essere sottoprezzato in modo crescente da quando l’euforia del mercato, sospinta da un tasso di crescita globale senza precedenti, ha sperimentato una spinta cumulativa….la crisi era dunque un evento che stava per accadere”.
Ma vi è un aspetto più grave in questa crisi, che va al di là delle diagnosi giuste o errate e delle corrispettive terapie più o meno giuste, ed è rappresentato dalla scoperta che un mare magnum di liquidità era allocata in organismi che, per la loro natura, erano assolutamente al di fuori della vigilanza delle stesse banche centrali, così come ancora oggi non si capisce se esisteva una qualche istituzione deputata a tutelare un altrettanto mare di risparmiatori rispetto ai rischi insiti in titoli talmente complessi che è nata la nuova figura professionale dello spacchettatore per fornire una risposta di qualche attendibilità alla non marginale questione del valore di mercato di questi stessi titoli.

Non si tratta di un approccio da consumerista o, peggio ancora, da leguleio, quanto della constatazione che volumi di attività finanziarie nell’ordine assolutamente prudenziale di 10-15 mila miliardi di dollari potessero liberamente vagare per il mercato globale senza che, da una semplice analisi incrociata tra assett presenti nei bilanci delle banche e flussi di commissioni, emergesse che una buona parte delle banche globali avesse il controllo, seppur indiretto, di montagne di finanza strutturata multiple dei volumi di carattere più strettamente creditizio.

Non è, peraltro, accidentale che anche la timida proposta del ministro italiano dell’economia, Tommaso Padoa Schioppa, che lo ricordo spingeva l’Ecofin a farsi promotore della istituzione di qualche forma di vigilanza transnazionale nell’ambito dell’Unione europea è stata respinta con perdite da un fronte trasversale che vedeva accomunati i new comers e paesi che rappresentano un pezzo importante della lunga storia dell’Europa comunitaria, ripetendo così il copione che era andata in scena questa estate, quando i nuovi entrati si opposero ad una vigilanza centralizzata sui loro sistemi bancari.

Alla base dell’annuncio della azione coordinata tra le cinque banche centrali vi è anche l’ultima vagonata di svalutazioni miliardarie in dollari sui titoli della finanza strutturata annunciate da Bank of America, Wachovia e dal PNC Financial Services Group, solo per citare i nomi più importanti.

Una volta sistemato il vertice aziendale, Citigroup si appresta a fare sul serio e, forte anche dei suggerimenti del precedente numero uno Weill, il nuovo amministratore delegato, Vikram Pandit, si appreseterebbe a rifocalizzare radicalmente i principali comparti di attività della multinazionale creditizia statunitense, portando, tanto per gradire, il numero dei licenziandi a 30 mila, un numero che sfiora il 10 per cento dell’attuale organico, pari a circa 330 mila dipendenti.

Venendo all’Italia, si era appena appreso che le banche di credito cooperativo hanno deciso di costituire un fondo di salvataggio per gli effetti che la crisi finanziaria potrà avere sul comparto, che è giunta la notizia che si è rotta la tela di Penelope della riforma delle banche popolari che il paziente tessitore Giorgio Benvenuto, presidente della Commissione Finanze del Senato, aveva in ogni modo cercato di portare a termine.

mercoledì 12 dicembre 2007

Bernanke ha deluso i banchieri e le locuste

Dopo essersi affannati per alcune settimane a pesare le percentuali di possibilità riservate alla recessione statunitense prossima ventura, gli operatori del mercato finanziario globale possono confrontarsi con il primo report di una banca globale basata negli Stati uniti che, non utilizzando più i se ed i ma, affonda chiaramente il problema e prevede per l’anno prossimo una, seppur lieve recessione di quella che è stata per decenni la locomotiva del pianeta e che rimane lo sbocco possibile per la maggior parte delle merci asiatiche ed europee al di fuori dei rispettivi confini di area.

In un articolo dal titolo di per sé inquietante, Recession Coming, Richard Berner e David Greenlaw, economisti di Morgan Stanley ma non per questo da considerarsi automaticamente embedded, affermano che, a causa degli effetti della più grave crisi finanziaria degli ultimi sessanta anni, allo sciopero degli investitori farà con ogni probabilità seguito il ben più temibile sciopero dei consumatori più consumatori del mondo, le voraci cicale statunitensi che saranno costretti a mettere il silenziatore al frenetico zip zip delle loro micidiali carte di credito revolving che, seppur in attesa della conferma statistica, sono caratterizzate da un outstanding che ormai sfiora i mille miliardi di dollari.

L’isterica reazione di un mercato azionario statunitense ormai chiaramente dominato dagli investimenti delle corporations di ogni ordine e grado al terzo taglio dei tassi sui Fed Funds e alla quarta riduzione del tasso ufficiale di sconto dal 9 agosto scorso è comprensibile solo alla luce della percezione sempre più diffusa che l’effetto domino abbia ormai caratteristiche inarrestabili, in quanto basato sull’attacco frontale a due questioni cruciali per le famiglie statunitensi e che sono rappresentate dall’abitazione e dalla disponibilità sempre più scarsa di credito abbondante e poco caro.

L’ira degli investitori è accresciuta dal dispositivo della sentenza emessa ieri dal FOMC della Federal Reserve, che, nell’annunciare la riduzione del tasso sui Fed Funds dal 4,50 al 4,25 per cento e quello del TUS dal 5 al 4,75 per cento, rende noto per la prima volta che, per la Fed, i rischi di un contagio della crisi finanziaria alla economia reale USA sono ben maggiori dei rischi di inflazione, anche se i componenti del Board hanno ben chiaro che l’effetto congiunto dei prezzi delle materie prime e del valore esterno del dollaro sui prezzi al consumo sarà tutt’altro che trascurabile.

E’ però importante comprendere che la maggiore delusione degli investitori, e segnatamente delle banche, non è stata tanto legata alla misura del taglio sui Fed Funds, quanto per quella del tasso al quale le banche possono rifornirsi dalla banca centrale di quella liquidità ormai merce realmente rara, dando peraltro in cambio titoli dal sempre più dubbio valore, snobbando l’evidente considerazione che, dopo una lunga permanenza al 6,25 per cento, il taglio di questo tasso su un’operazione in passato utilizzata in rarissime occasione è sceso di 150 punti in base in soli quattro mesi, una riduzione che supera quella effettuata sui Fed Funds di ben 50 punti base.

La notazione sul ruolo delle aziende sull’andamento dei tre listini principali negli USA non è basata su un semplice sospetto, in quanto, solo in base ai programmi di buy back deliberati da società industriali e finanziarie, il volume di fuoco di cui dispongono le aziende è tale da riuscire a condizionare fortemente l’andamento giornaliero degli scambi ed i relativi valori, così come è ovvio che il momento migliore per realizzare i programmi di acquisto deliberati è quello nel quale i corsi risultano particolarmente depressi.

Se si pensa, poi, all’utilità per i piani di stock options dei top manager della contrazione del capitale sociale derivante dal buy back, con l’automatico innalzamento del livello del ROE, si comprende meglio la diffusione massiccia di questa opportunità di ridurre la massa di azioni in circolazione.

A coronamento del lungo dibattito sul modo di operare delle locuste, denominazione molto in voga per descrivere quei club per super ricchi che sono i private equity, giunge una notizia di carattere congiunturale e a fornirla è un addetto ai lavori, David Rogers, che sostiene che: “i fondi che si sono sempre limitati a guadagnare con l’ingegneria finanziaria soffriranno nei prossimi anni. Molti di loro genereranno guadagni inferiori alle aspettative degli investitori, per cui saranno forse costretti ad uscire dal business o forse non riusciranno più a raccogliere capitali”.

Ovviamente, l’esperto in questione proviene dal mondo delle locuste e dà la colpa della situazione attuale ai subprime che, mettendo in crisi l’intero comparto della finanza strutturata, hanno svelato al mondo intero una verità che era nota in genere ai soli addetti ai lavori e che consiste nel fatto che dietro alle mirabolanti scalate che hanno dominato le cronache finanziarie degli ultimi anni non vi erano i soldi investiti dai ricchi in questi fondi, ma un micidiale mix di credito bancario (poco) e di titoli emessi a copertura totale o parziale delle acquisizioni (tanto), meccanismo che, a partire da luglio, si è inceppato ed ha costretto le banche a rischiare i propri soldi ed a chiedere tassi più elevati e maggiori garanzie alle incredule locuste per troppo tempo abituate ad ottenere dollari a decine di miliardi con poco più di un giro di telefonate a banchieri felici di essere stati prescelti.

Citigroup ha finalmente un nuovo amministratore delegato nella persona dell’indiano Vikram Pandit, nato 50 anni fa a Bombay e già capo della divisione investimenti alternativi di Citi, ed un nuovo presidente, sempre scelto in casa, l’inglese Sir Win Bishoff, già capo delle operazioni europee della multinazionale statunitense del credito, mentre l’esausto Robert Rubin è finalmente tornato al suo remuneratissimo ruolo di nullafacente, un ruolo ben più adatto a chi ha speso una vita ai vertici di Goldman Sachs e si è anche dovuto sobbarcare la fatica di essere, per qualche anno, il ministro del Tesoro ai tempi della presidenza di Bill Clinton.

Come era largamente prevedibile dopo il disastro legato alle vicende della finanza strutturata, il presidente di UBS verrà presto messo alla porta e non sono in pochi a ritenere che anche l’amministratore delegato del colosso svizzero del credito, Marcel Rohner, lo seguirà su questa triste strada a stretto giro di posta.

martedì 11 dicembre 2007

Inizia il reimpatrio dei SIV nei bilanci delle banche

La notizia della maxi svalutazione dei titoli della finanza strutturata effettuata dal colosso creditizio svizzero UBS ed il contemporaneo annuncio dell’aumento di capitale riservato al fondo statale di Singapore e ad un non meglio precisato investitore arabo hanno oscurato altri importanti avvenimenti che sono avvenuti nella giornata che ha aperto quella che promette di essere una settimana davvero cruciale per la più grande crisi finanziaria degli ultimi sessanta anni.

Bank of America ha, infatti, annunciato di aver chiuso le sottoscrizioni ad un suo importante fondo da 12 miliardi di dollari, il Columbia Strategic Cash Portfolio, una chiusura resa necessaria per fare fronte alle perdite registrate negli ormai famigerati structured investment vehicles (SIV), una notizia che fa il paio con le certamente non sufficienti svalutazioni per 3 miliardi di dolari nel quarto trimestre annunciata dalla banca americana e condita da un’altra sforbiciata agli organici che riguarderà 3 mila persone nel corso del 2008.

E pensare che proprio oggi inizia il road show del MLEC, il fondo fortemente voluto dal ministro del Tesoro statunitense Henry Paulson e che vede come partecipanti la stessa Bank of America, J.P. Morgan-Chase e Citigroup, un fondo che rischia di vedere la luce quando la maggior parte dei giochi saranno ormai fatti, anche perché la moral suasion della Federal Reserve e le stringenti previsioni del FASB 157 difficilmente consentiranno di perpetuare il giochetto del fuori bilancio per il quale sono stati costituiti la maggior parte dei SIV e dei conduit.

L’arrivo, come primo azionista di UBS, del Singapore Investment Corp. e il non marginale ruolo che verrà svolto nella multinazionale svizzera del credito dal non meglio precisato socio mediorientale, segue di poco l’intervento nel capitale azionario di Citigroup, dove era già presente in forze Bin Al Wahaled, del fondo governativo di Dubai, e credo di essere facile profeta prevedendo che, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, il peso nelle banche globali dei fondi che devono ricollocare parte degli petrodollari e/o i fondi asiatici crescerà e di parecchio.

Nel frattempo, una delle banche europee indiziate numero uno per aver giocato un po’ troppo nel grande mercato finanziario statunitense, ha annunciato di aver riportato nei propri conti assett per 4,3 miliardi di dollari provenienti dal suo SIV americano denominato Pace, acronimo che sta per Premier Assett Collateralized Entity, che presenta ben 387 milioni di esposizione su subprime e chissà quanto negli altri prodotti della finanza strutturata che, come ricordavo ieri sono ormai peggio degli junk bonds, le obbligazioni spazzatura che ora vengono molto richieste sul mercato, anche da investitori prudenti e sagaci come il mitico Warren Buffett.

Anche nel caso della francese Socgen, come del resto è accaduto per le altre banche appena citate, il mercato ha ritenuto di non stare a sottilizzare sui danni patrimoniali e sulla evidente assenza di trasparenza, ben evidenziata dalle favole riportate nel bilancio del terzo trimestre da poco reso noto, precipitandosi ad acquistare il titolo che ha riportato significativi processi nelle due prime sedute di questa settimana.

Per non essere da meno della Bank of America, anche Washington Mutual, tra le prime entità specializzate nel settore dei mutui residenziali statunitensi, ha reso noto che iscriverà nel bilancio del quarto trimestre perdite dovute a svalutazioni per 1,6 miliardi di dollari e che sarà costretta a chiudere molte filiali e a ridurre il personale esattamente nella stessa misura, 3 mila dipendenti, annunciata in precedenza da Bank of America in tutti gli ambiti dell’attività umana, le bugie hanno le gambe corte e questo vale a maggior ragione quando si ha a che fare con le banche globali, non proprio dei modelli di trasparenza e di attenzione al rischi reputazionale.

Dopo la notevole pena pecuniaria (618 milioni di dollari) inflitta dalla SEC a William McGuire, un tempo amministratore delegato di United Health, è giunta la condanna a sei anni e mezzo di carcere (ne erano stati chiesti 24) per l’ex re dei media, Lord Conrad Black, per i danni inflitti ai suoi azionisti e per la violazione delle norme societarie vigenti negli Stati Uniti.

Mentre sembra ancora lontana la parola fine sulla sistemazione della disastrata Northern Rock, si apprende che il suo secondo azionista, l’hedge fund Rab Capital, dovrà con ogni probabilità rivedere drasticamente al ribasso le stime dei propri utili che, certamente, saranno ben lontani dai 58,8 milioni di sterline stimati prima che una folla di risparmiatori inferociti desse l’assalto agli sportelli della sua partecipata.

In un piccolo riquadro pubblicato ieri a pagina 35 del Corriere della Sera è riportata la notizia che l’inchiesta della Vigilanza della Banca d’Italia sull’operato in materia di derivati aperta, con ispezioni in loco, nei confronti di quattro importanti banche italiane è giunta ormai alle battute finali, ma che, nel frattempo, la stesa Vigilanza si starebbe apprestando ad allargare l’indagine ad altre aziende di credito.

Nella speranza di non rivedere sui siti delle principali banche italiane o delle banche estere operanti in Italia annunci di non coinvolgimento, come è accaduto dopo le poco trasparenti dichiarazioni rese lo scorso 6 novembre in Parlamento dal numero uno operativo di Via Nazionale, Fabrizio Saccomanni, ricordo che l’indagine è volta ad accertare la correttezza del comportamento delle banche nella vendita di strumenti di copertura alle aziende ed agli enti locali, indagine, almeno temporalmente, aperta dopo le numerose denuncie ospitate dalla trasmissione Report di Milena Gabanelli.

Commenterò domani la decisione del FOMC della Federal Riserve sui tassi sui Fed Funds e sul tasso di sconto, anche se appare del tutto scontato che Bernanke e soci non deluderanno le attese del mercato che sembra ormai certo che vi sarà un taglio di 25 punti base per i primi e, forse, anche dello 0,5 per cento per il TUS.

Le bugie, anche nella finanza, hanno le gambe corte


Nel mercato finanziario, come del resto in tutti gli ambiti dell’attività umana, le bugie hanno le gambe corte e questo vale a maggior ragione quando si ha a che fare con le banche globali, non proprio dei modelli di trasparenza e di attenzione al rischi reputazionale.

A cadere in contraddizione con le ripetute smentite sull’esistenza di un grosso problema con i titoli della finanza strutturata, è stavolta la UBS, il colosso creditizio svizzero con grande proiezione internazionale che ieri ha dovuto ammettere svalutazioni sulle varie tipologie di titoli in suo possesso per ulteriori 10 miliardi di dollari, ma l’annuncio è stato dato solo dopo che in soccorso della banca svizzera è giunto il fondo governativo di Singapore e, seppur in misura più ridotta un non meglio precisato investitore mediorientale.

Il Singapore Investment Corp. Ha acquisito il 9 per cento delle azioni di UBS per 9,75 miliardi di dollari, mentre il non meglio precisato investitore arabo si è dovuto accontentare di una quota azionaria più modesta, avendo sborsato solo 1,77 miliardi di dollari e, a quanto pare, né l’uno né l’altro hanno chiesto di avere propri rappresentanti nel board of directors di UBS.

Per avere un’idea della entità della svalutazione comunicata ieri, basti pensare che, con riferimento al terribile terzo trimestre, UBS aveva operato svalutazioni su titoli della finanza strutturata per soli 3,4 miliardi di dollari e che fu la prima tra le entità creditizie europee a comunicare di aver contratto il contagio statunitense, anche se in forma ed entità molto lontane da quelle rese note solo dopo aver messo sufficiente fieno in cascina, anzi, in realtà, assicurandosi mezzi freschi eccedenti il fabbisogno per ben 1,5 miliardi di dollari, il che, per una banca che comunicherà una perdita per il quarto trimestre e per l’intero esercizio, non era del tutto scontato.

Di molto meno si è dovuto accontentare il numero uno delle compagnie statunitensi che garantiscono i prestiti, la MBIA, che è stata sospesa ieri dalle contrattazioni a causa dell’annuncio di un finanziamento da Warburg Pincus per appena un miliardo di dollari, somma che era assolutamente necessaria per evitare la perdita della tripla A, o rating equivalente, dalle principali società di rating.

A proposito delle società di rating, sotto accusa in questi mesi al di qua e al di là dell’Oceano per il comportamento non proprio esemplare tenuto in questi anni, si è appreso in questi giorni che hanno provveduto a degradare, con buona pace dei possessori, poco meno di 20 mila emissioni precedentemente da loro stesse considerate come oro zecchino, spesso incassando una lauta commissione per il rating ed un’altra per la preziosa consulenza prestata agli emittenti di quei titoli che adesso sono valutati dal mercato al di sotto delle obbligazioni spazzatura.

A sollevare un po’ gli animi è poi giunta la notizia, riportata in una corrispondenza de Il Sole 24 Ore, della transazione fatta con la SEC da William McGuire, un tempo amministratore delegato di United Health, che ha accettato di pagare 618 milioni di dollari per sanare il contenzioso con l’organo di vigilanza e con gli azionisti per la allegra pratica di retrodatare opportunamente le vagonate di stock option che riceveva dalla società, anche se non andrà per questo in miseria perché, tra stock option giudicate legittime e i sudati stipendi, ha messo da parte oltre 1,3 miliardi di dollari.

McGuire, peraltro, si trova in buona compagnia, in quanto sono 120 le società accusate di aver consentito ai loro top manager di fissare a loro piacimento la data a cui retrodatare le proprie stock option e almeno 80 i manager che hanno perso il posto a seguito dell’investigazione a tappeto effettuata a loro carico dalla Securities and Exchange Commission.

Nella ressa di improbabili acquirenti della disastrata Northern Rock, fatta di private equity, hedge fund e un simpatico self man inglese non noto per il suo profilo di banchiere, si è finalmente fatto avanti uno del mestiere, Luqman Arnold, ex numero uno di UBS, ora a capo della società di investimenti Olivant Advisers, che ha messo sul piatto 800 milioni di sterline per il 15 per cento del pacchetto azionario ed ha affermato che la caratteristica distintiva della sua offerta è quella di non puntare, come fanno invece gli altri pretendenti, ad ottenere il controllo di Northern.

Se qualcuno si aspettava rovesci sulle borse europee e su quella statunitense dopo la maxi svalutazione di UBS e il salvataggio di MBIA, è rimasto certamente deluso, in quanto, non solo le azioni delle due entità citate, ma anche il comparto finanziario quasi nella sua interezza hanno vissuto una giornata assolutamente tranquilla e caratterizzata anche da qualche brillante performance, un comportamento un po’ schizofrenico ma che ha alla sua base la valutazione che, finché ci sono salvatori e margini in cassa, anche le cattive notizie non sono poi così brutte.

Il vero elemento di preoccupazione continua ad essere rappresentato dalla scarsa condizione di liquidità in cui continua a versare il mercato interbancario dell’area euro e quello britannico che nelle scadenze cui sono legati la maggior parte dei mutui e prestiti indicizzati continuano a segnalare differenziali rispetto ai tassi ufficiali stabiliti dalle banche centrali che sono ormai pari al punto percentuale nel caso dell'euro e addirittura di 110 punti base per i tassi a 3 mesi sulla sterlina.

domenica 9 dicembre 2007

Templari naufraghi nella tempesta


In attesa di conoscere gli esisti delle indagini disposte dall’Attorney General di New York, Andrew Cuomo, sulle maggiori banche e case di investimenti operanti sulla piazza finanziaria americana, si apprende da un articolo apparso ieri su La Repubblica che il taglio medio dei bonus non dovrebbe essere superiore al 10 per cento di quella montagna di dollari che erano stati previsti in precedenza (una flessione nettamente più modesta di quella registrata, nel frattempo, dagli utili delle aziende eroganti i premi) e che, nella sola Goldman Sachs, la torta da spartirsi tra Blankfein e associati, poi giù sino all’ultimo degli addetti si aggira sui 20 miliardi di dollari che, come ricorda l’autore dell’articolo, è ben il doppio del PIL della Giamaica.

La festa è comunque un po’ guastata dalla proporzione tra azioni e soldi, in quanto le prime peseranno per il 70 per cento ed i secondi solo per il 30 per cento, una proporzione esattamente opposta a quella registrata nel 2006 e che apre anche i beneficiari al rischio di ulteriori deprezzamenti del titolo della loro banca, così come solitamente accade ai comuni mortali, senza considerare che quella modesta flessione del 10 per cento del monte bonus rappresenta la prima flessione dal 2002.

Ma la flessione non riguarda tutti i comparti del variegato mercato finanziario, in quanto si apprende che nel settore delle fusioni e acquisizioni, un settore peraltro dalle prospettive fosche per l’anno che sta per iniziare, l’ammontare dei bonus 2007 sarà del 15-20 per cento superiore a quello registrato a fine 2006, rendendo agli interessati meno traumatica la prospettiva del più che probabile licenziamento previsto nell’ambito dei processi di downsizing già allo studio in molte delle entità specializzate in questa che è una delle attività più vulnerabili in relazione all’attuale e, ancor più, al previsto impatto del credit crunch, un fenomeno destinato a raggiungere una dimensione compresa tra i 6 e gli 8 mila miliardi di dollari.

Anche se non se ne parla molto, quello dei licenziamenti nel settore finanziario e nell’annesso comparto dell’intermediazione immobiliare sta raggiungendo, almeno negli Stati Uniti, dimensioni allarmanti, con un saldo negativo che potrebbe superare, a fine anno, la soglia dei 200 mila addetti, un fenomeno che si accompagna ai tagli occupazionali nel settore manifatturiero ed in quello dell’edilizia e che non porta al segno meno a livello complessivo solo perché, da cinque mesi, crescono gli addetti alla sanità pubblica e privata, al settore alberghiero, a quello dell’insegnamento e, in misura marcata, i dipendenti pubblici a livello locale e federale.

Sin dalla diffusione delle prime indiscrezioni sul piano Bush-Paulson, ma ancor più quando ne sono stati rivelati i dettagli, si sono levate vibranti critiche alla prevista attribuzione del peso del previsto congelamento quinquennale degli interessi su subprime ed altri mutui indicizzati a carico degli acquirenti di bond che, in tutto o in parte, sono legati agli stessi mutui, anche perché, oltre al prevedibile, ulteriore calo di questi bond, ciò farà crescere la già forte allergia dei risparmiatori e degli investitori istituzionali verso questa forma di investimento.
L’andamento degli indici azionari statunitensi, ma in particolare il livello delle azioni delle banche e delle altre entità maggiormente sensibili agli effetti del piano, è, peraltro, eloquente, anche perché, dopo gli entusiasmi iniziali (non eccezionali, in verità), si è registrata, nell’ultima seduta della settimana scorsa, una maggiore cautela sui tre indici principali e l’annullamento di buona parte dei guadagni registrati nelle sedute precedenti per quanto riguarda i titoli di banche e finanziarie, in particolare nel caso del duo Fannie Mae e Freddie Mac.

Nonostante l’impegno della Federal Reserve, della Banca Centrale Europea e della Bank of England, il livello dei tassi sui mercati interbancari continua a macinare un record dietro l’altro, mentre nessuno sa dove arriverà a ridosso della cruciale scadenza di fine anno, spingendo i differenziali tra i libor e l’euribor rispetto ai tassi ufficiali a livelli abnormi e che rischiano di vanificare l’effetto dei tagli dei tassi ufficiali realizzati dalla Fed e dalle BoE e gli stessi mancati rialzi della BCE.

A questo proposito, è veramente emblematico il caso del libor sulla sterlina britannica che, per le scadenze più cruciali, incluse quelle a brevissimo, supera di 110 punti base il tasso del 5,50 stabilito giovedì scorso dall’istituto guidato dall’ineffabile King, ma anche quelli sull’euribor ad un mese e a tre mesi si collocano ormai a poco meno di un punto percentuale dal tasso ormai congelato applicato dalla BCE.

Pur trattandosi di un fenomeno che, seppure in modo strisciante, va avanti da alcune settimane, solo nei giorni scorsi esso, o meglio l’effetto che sta avendo sulle rate di mutui carte revolving ed altre forme di credito personale ed al consumo indicizzati, sulla base di riferimenti puntuali o basati su medie, a questi indicatori che in realtà dimostrano di essere soggetti a forze che sono largamente indipendenti rispetto ai desiderata dei rispettivi banchieri centrali.

Così come, almeno negli ultimi giorni, quasi tutti i commentatori mettono in relazione questa disubbidienza di banche e finanziarie con il crescere dei sospetti che qualche grande istituzione finanziaria europea potrebbe trovarsi in acque molto pericolose, al punto da non essere in grado di procurarsi livelli sufficienti di liquidità in vista della sempre più attesa chiusura di fine anno, sospetti che le ultime dichiarazioni di qualche commissario europeo non sono serviti certo a dissipare.

Anche sul fronte sul quale stanno realizzando dei parziali successi, quello rappresentato dai principali cross sul mercato valutario, i templari della BCE e gli apprendisti stregoni di Fed, BoE e della Bank of Japan, stanno in realtà contrastando e comprimendo le forze di mercato che sono orientate ad un indebolimento ancora maggiore del dollaro verso tutte le altra valute, inclusa, se esistesse, la pizza di fango del Camerun, con il prevedibile risultato che, alquanto a breve, il trend ribassista riprenderà con maggior forza e facendo la fortuna di tutti coloro che nella posizione dei banchieri centrali hanno letto un chiaro disco verde ad andare corti sul biglietto verde.

venerdì 7 dicembre 2007

Bush espone la dottrina di Paulson

Sotto l'occhio vigile ed un po' preoccupato di Henry Paulson, George W. Bush ha dato ieri il meglio di sé nell'illustrare le misure escogitate dal suo ministro del tesoro d'intesa con la potentissima lobby bancaria statunitense, misure volte ad aiutare almeno una parte dei mutuatari in difficoltà e che, oltre all'ormai noto congelamento dei tassi per cinque anni, prevede anche la possibilità di rifinanziamento del mutuo, limitatamente a chi non è in ritardo con le rate ed abita la casa oggetto del finanziamento.
Pur avendo sbagliato il numero verde istituito per i milioni di mutuatari in difficoltà, il presidente USA se l'è cavata bene, anche perché la materia creditizia è forse una delle poche delle quali ha una qualche esperienza personale.
Pur tra molti dubbi sull'efficacia, soprattutto sul piano quantitativo, del piano governativo e in attesa della legge bipartisan che dovrebbe vedere la luce in tempi rapidi, l'effetto sui listini è stato positivo e tutti e tre gli indici di Wall Street hanno chiuso con rialzi superiori al punto percentuale, mentre Fannie Mae e Freddie Mac hanno registrato incrementi superiori al 7 per cento.
A rovinare un po' la festa è giunto sempre ieri il dato sulle procedure di esproprio delle abitazioni, che, nel terzo trimestre, ha toccato il massimo di tutti i tempi, aggiungendo qualche centinaio di migliaia di mutuatari all'elenco di quelli che, per definizione, non potranno usufruire delle previsioni del piano Paulson.
Mentre le cose sembrano mettersi bene per il secondo piano escogitato dall'ex numero uno di Goldman Sachs, non altrettanto si può dire per il primo parto di questa mente così prolifica, l'ormai celebre MLEC, quel Conduit dei Conduit che doveva fare da discarica per buona parte dei titoli della finanza strutturata parcheggiata presso SIV e Conduit messi in piedi dalle banche statunitensi, ma non presenti nei bilanci delle stesse.
Dopo aver strombazzato ai quattro venti che la dotazione del fondo sarebbe stata pari a 100 miliardi di dollari, le banche partecipanti, Bank of America, J.P. Morgan-Chase e Citigroup, hanno mestamente annunciato che, anche alla luce dello scaro interesse dei possibili interessati, la dotazione iniziale verrà pressocché dimezzata e che quindi non si andrà oltre i 50 miliardi di dollari.
Nel frattempo, scottata dall'annunciato disimpegno di Citigroup, l'olandese Rabobank ha deciso di incorporare nel proprio bilancio un SIV da 7,6 miliardi di dollari messo in piedi assieme alla banca americana ed ha contemporaneamente reso noto che la qualità dei titoli parcheggiati nel SIV è buona e che l'incorporazione non produrrà significativi effetti depressivi sui suoi conti del 2007.
Anche Royal Bank Of Scotland ha rassicurato i mercati, annunciando che le svalutazioni legate ai titoli della finanza strutturata saranno inferiori alle stime pessimistiche che circolavano tra gli analisti e che ciò consentirà di registrare per l'intero 2007 utili nell'ordine dei 10 miliardi di sterline.
Lo scontro ai vertici della Banca Centrale Europea tra la linea templare e quella più attenta alle sirene della politica si è chiuso con l'ennesimo nulla di fatto ed il tasso di riferimento è rimasto inchiodato al 4 per cento, mentre quelli ben più importanti segnalati dal mercato interbancario sull'euro continuano inesorabilmente a salire, mentre quelli sulla sterlina hanno di fatto ignorato il primo taglio dei tassi deciso in due anni dalla Bank of England e passati dal 5,75 al 5,5 per cento.

giovedì 6 dicembre 2007

Lo sceriffo Cuomo getta nel panico i banchieri


Non hanno avuto il tempo per rallegrarsi dell’uscita di scena dello sceriffo Spitzer i boss delle maggiori banche e case di investimento di Wall Street, che ecco che un nuovo spauracchio appare all’orizzonte e giusto in tempo per guastare gli allegri festini di fine anno, nei quali, tra bottiglie di champagne e tavole riccamente imbandite, si aprono le buste contenenti bonus e superbonus destinati a top manager e semplici manager delle varie entità che popolano il mercato finanziario statunitense.

Il nuovo sceriffo ha un cognome importante nella grande mela, si chiama Andrew Cuomo ed è l’Attorney General della procura dello Stato di New York, che ha deciso di mettere sotto indagine il Gotha della finanza statunitense e le banche globali operanti negli Usa per gli eventuali reati commessi nella gigantesca traslazione del rischio dalle banche agli investitori istituzionali e ai semplici risparmiatori.

L’indagine tocca anche il controverso rapporto tra le banche e le società di rating che avevano il compito di certificare la qualità dei titoli della finanza strutturata emessi, ma che ricevevano lauti compensi per le consulenze che prestavano alle stesse banche per servizi che consistevano nel suggerire il modo migliore per realizzare l’impacchettamento mediante soluzioni, a volte, talmente complessi e astrusi che è ancor oggi difficile attribuire un valore ragionevole a buona parte di questa carta.

Anche se lo stile ed i metodi di Cuomo sono alquanti diversi da quelli che caratterizzavano il suo predecessore, è difficile dimenticare, ad esempio, la massiccia retata che agenti dell’FBI in tenuta antisommossa effettuarono anni fa negli uffici di banche e finanziarie di New York in pieno orario di lavoro e in diretta televisiva, credo che la preoccupazione dei vertici delle entità indagate sia oggi molto maggiore di quella che provavano ai tempi dello sceriffo Spitzer.

D’altra parte, il maggior timore trae fondamento da quello che è avvenuto in questi anni, una vera e propria trasformazione genetica del mestiere del banchiere, un mestiere che traeva la sua ragion d’essere dall’intermediazione creditizia e da quel proverbiale fiuto dell’addetto ai lavori nella delicata attività di pesare e valutare colui che chiedeva un finanziamento che nasceva e moriva nella banca che lo aveva concesso, mentre tutto questo, con la finanziarizzazione spinta, è divenuto pressochè superfluo, anche perché spesso il tempo che intercorreva dalla concessione alla cessione si misurava in poche ore.

Di fronte all’evidente scetticismo dei mercati sulle possibilità di concretizzazione del piano annunciato da Henry Paulson sul congelamento degli interessi sui mutui subprime ed indicizzati in generale, anche Bush ha deciso di rompere gli indugi e ha fatto sapere che seguirà personalmente il dossier, forte anche dell’esperienza personale vissuta al tempo del disastro delle casse di risparmio statunitensi negli anni Novanta (il futuro presidente era al vertice di una di queste in texas), un salvataggio che costò ben 125 miliardi di dollari ma evitò un’ondata di fallimenti che avrebbe avuto un costo finale per un ammontare oltre tre volte superiore.

E’ quasi esilarante che, solo ieri, Il Sole 24 Ore ha dedicato un corsivo al conflitto di interessi che caratterizza Henry Paulson, oggi ministro del Tesoro Usa ma, fino a poco tempo fa, potentissimo numero uno di Goldman Sachs, cosa che induce a ritenere che tra qualche tempo il quotidiano della Confindustria, che si è peraltro recentemente quotato in borsa seguendo pedissequamente lo schema adottato dal più grande private equity statunitense qualche mese orsono, dedicherà un’accurata inchiesta alle ben più stridenti stranezze che caratterizzano il passato, il presente e lo stesso futuro prevedibile di Goldman Sachs .

Come era facile prevedere, sta tramontando rapidamente la possibilità che Virgin o qualcuno degli altri dipendenti possa acquisire il controllo di Northern Rock e questo non per lo scandalo legato ai benefici fiscali impropriamente goduti dalla disastrata banca britannica, ma per la inconsistenza degli affidamenti bancari necessari per completare l’acquisizione, il che apre una sola strada per evitare il fallimento della banca e che è rappresentata dalla possibile nazionalizzazione.

Sempre a proposito della ormai celebre Northern, stupisce che nessuno si sia stupito del fatto che nessuna banca basata in Gran Bretagna, né peraltro nessuna banca di nessuna parte del pianeta abbia avanzato un’offerta per acquisire il controllo dell’ottava banca britannica (quinta nell’erogazione di mutui immobiliari), ma che a farsi avanti siano stati un hedge fund, un private equity e un personaggio certamente originale e poliedrico quale certamente è l’ineffabile Richard Branson.

Nel frattempo, l’ulteriore rialzo dei tassi sul mercato interbancario europeo, un rialzo che assomiglia ormai ad una traslazione verso l’alto in quanto riguarda quasi tutte le scadenze, segnala che la caccia per individuare le due grandi banche cui faceva riferimento il commissario UE, Neelie Kroes, è ben lungi dall’essersi conclusa, mentre, come era altrettanto prevedibile, l’Ecofin si è preso una bella pausa di riflessione sul progetto di sorveglianza unica transfrontaliera avanzato dal ministro italiano dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa.

Se L’unione europea si rivela sempre più una sorta di Torre di Babele, non sta certamente messo meglio il board della Banca Centrale Europea, un organismo presieduto dal navigatissimo Jean Paul Triche e letteralmente dilaniato da uno scontro interno tra l’ala templare olandese e tedesca, vera erede dello spirito della Bundesbank e quei pochi membri che, consapevoli dei rischi connessi all’attuale crisi, vorrebbe mettersi sulla scia della Federal Reserve, che tra qualche giorno concederà quasi certamente al mercato finanziario quello che il mercato pretende e cioè il terzo ribasso consecutivo del tasso sui Fed Funds e forse anche un ulteriore ritocco al tasso ufficiale di sconto.