venerdì 17 ottobre 2008

Il Colonnello Gheddafi diventa il secondo azionista di Unicredit Group!


Mentre i tre maggiori hedge funds statunitensi si sono messi alla finestra e si limitano a gestire la loro liquidità tenendosi a debita distanza dall’azionario, i mercati di tutto il mondo hanno vissuto ieri l’ennesima giornata di passione, iniziata in Asia, con il calo record del Nikkei, di dimensione appena inferiore al balzo in avanti registrato martedì, proseguito in Europa, con flessioni del 5 per cento e più per i principali listini e conclusosi con l’ennesima seduta ad altissima volatilità a Wall Street, dove il Dow Jones ha perso oltre 300 punti sulle catastrofiche notizie provenienti dall’economia reale (con la produzione industriale USA in calo in settembre di poco meno del 3 per cento, un vero e proprio tonfo dell’indice della Fed di Philadelphia a -35 ed il sostanziale mantenimento dei livelli record di richieste di sussidi settimanali di disoccupazione), per poi rimbalzare nel finale ad incrementi cifrabili in poco meno di cinque punti percentuali, in linea peraltro con gli altri due listini principali di New York.

D’altra parte, anche la riunione di ieri dei capi di Stato e di governo dei ventisette paesi dell’Unione europea non ha potuto fare a meno di constatare che, pur avendo assunto, grazie al piano britannico, le misura atte a mettere in uno stato di relativa sicurezza il sistema bancario, gli effetti della tempesta perfetta hanno ormai raggiunto l’apparato industriale sempre più stretto tra un crescente credit crunch ed un sempre più evidente calo della domanda di consumi, cui ci si prepara giocoforza a rispondere con un forte incremente degli investimenti pubblici che, al di là delle scontate affermazioni di rito dei singoli commissari e dello stesso presidente Barroso, non potranno che mandare in soffitta il rigore sui parametri stabiliti a Maastricht per garantire i paesi forti dell’Unione nei confronti dell’ingresso dell’Italia ed altri paesi mediterranei nell’euro, ma oggi assolutamente inapplicabili, a meno di rendere la recessione già oggi pienamente in atto un fenomeno di lunga, se non lunghissima durata.

Tutto questo è nei prezzi delle azioni delle principali società europee, indipendentemente dal settore di appartenenza, riguardando più o meno allo stesso modo le banche, le compagnie di assicurazioni, le case automobilistiche e le altre imprese manifatturiere di ogni ordine e grado ammesse alla quotazione nei mercati regolamentati, anche se va aggiunto per onestà che molta strada verso il basso è ancora, purtroppo, da percorrere prima che si possa dire che si è raggiunto il pavimento di questa vera e propria discesa agli inferi dell’economia e della finanza globali, un tratto di strada che alcuni, peraltro i meno pessimisti, individuano in una flessione pressoché omogenea dei listini statunitensi ed europei, per quelli asiatici il discorso è certamente più complesso, nell’ordine almeno di un ulteriore 20-30 per cento in un orizzonte temporale che presumibilmente coprirà l’intero biennio 2009-2010, mentre i pessimisti si spingono anche molto oltre.

Vorrei che fosse chiaro ai miei lettori che non esistono precedenti che presentino analogie tali da consentire ad alcuno di avere certezze sulle dimensioni, l’intensità e, soprattutto, la durata della recessione già pienamente in corso, basti pensare ai diversi programmi di stop alla produzione di autoveicoli già adottati dalle maggiori case automobilistiche europee, ai programmi di concentrazione nello stesso settore negli Stati Uniti d’America, con un merger tra la General Motors e la Chrysler sempre più all’ordine del giorno, anche perché le facilitazioni da 25 miliardi di dollari varate a tempo di record dal congresso statunitense rappresentano davvero delle noccioline rispetto alle dimensioni della crisi delle tre principali case automobilistiche a stelle e strisce, come indirettamente evidenziato dalla rottura della soglia dei 70 dollari al barile registrato ieri su quel mercato del greggio che solo pochi mesi orsono toccava il record di 147 dollari ed era vista da revisori molto interessati a 200 entro Natale!

M ail maggior processo di concentrazione e di decimazione è quello in corso nel settore bancario sia al di qua che al di là dell’oceano Atlantico, un processo talmente veloce che è veramente difficile tenergli dietro e che ha visto, a solo titolo d’esempio, la scomparsa delle Investment Banks, rapidamente trasformatesi in banche normali, la scomparsa di marchi quali Bear Stearns, Lehman Brothers, Countrywide, Merrill Lynch (le ultime due entrambe assorbite da Bank of America), l’assorbimento di Wachovia Bank da parte di Wells Fargo, il fallimento di quindici banche, la nazionalizzazione di Fannie Mae, Freddie Mac e del colosso assicurativo AIG, ma non si scherza neanche in Europa, Gran Bretagna, ovviamente, compresa.

La nazionalizzazione decisa da Gordon Brown e dalle autorità monetarie di Northern Rock, HBOS-Lloyd TSB e Royal Bank of Scotland potrebbe non essere che l’inizio di un percorso al termine del quale l’intero gruppo delle principali otto banche potrebbe vedere lo Stato in posizione di azionista di maggioranza o di rilevante minoranza, mentre ,dopo l’acquisizione di buona parte di Fortis da parte di BNP Paribas, altri movimenti potrebbero avvenire in Francia, né è prevedibile che nulla in tal senso accada in germania, non fosse altro che per le ingentissime risorse messe a disposizione da Frau Merkel.

Più complesso, se possibile, il discorso che riguarda l’Italia, anche perché, dopo l’allarme lanciato dal primo ministro sui rischi derivanti da acquisizioni ostili derivanti dagli appetiti dei fondi governativi arabi ed asiatici, si è appreso ieri che due entità riconducibili al governo libico hanno moltiplicato per otto la loro partecipazione in Unicredit Group, acquisendo peraltro le azioni direttamente sul mercato ed a prezzi davvero stracciati (ma dove sarebbero finiti senza il miliardo di euro speso da Tripoli?), proiettando Gheddafi direttamente nella posizione di secondo azionista con il 4,2 per cento, dopo Paolo Biasi di Cariverona, con il 5 per cento, mentre entrambe le entità hanno già dichiarato di avere stanziato mezzo miliardo di euro in vista della ricapitalizzazione decisa di recente ed in seduta straordinaria dal consiglio di amministrazione dell’istituto di Piazza Cordusio.

Sarà interessante vedere se troveranno conferma le voci di ricapitalizzazione dell’altro grande gruppo tricolore, quell’Intesa-San Paolo che in sede di fusione decise, con il senno del poi alquanto improvvisamente, di restituire la bellezza di dieci miliardi di capitale giudicato eccessivo ai propri azionisti, voci che, per il momento, hanno affondato il titolo, mentre mancano notizie su quel che decideranno Draghi e Tremonti per il Monte dei Paschi di Siena!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

giovedì 16 ottobre 2008

Non è proprio un bel segnale se i tre maggiori hedge funds abbandonano i mercati azionari!


Dalla gazzetta di bordo della decimata flotta delle maggiori protagoniste della finanza globale, il Wall Street Journal, apprendo che i tre maggiori hedge funders hanno dimostrato ancora una volta di avere capito tutto ed hanno liquidato per tempo le loro posizioni sull’azionario, parcheggiando decine di miliardi di dollari in strumenti del mercato monetario, diventando così del tutto o in larghissima parte liquidi e del tutto indifferenti al più che prevedibile rally che ha caratterizzato lunedì le borse di tutto il mondo (martedì mattina il Nikkei 225 per ragioni di chiusura per festività nel giorno dell’euforia collettiva), un balzo in avanti senza precedenti legato alle speranze indotte negli alquanto disperati analisti ed operatori dallo scatto di reni verificatosi in Europa con l’approvazione pressoché pedissequa da parte dei paesi dell’euro zona del piano di salvataggio elaborato per Gordon Brown da un ex banchiere pentito che attualmente presta gratuitamente, ma molto fattivamente, la sua opera da ministro del governo britannico.

L’ingresso nel porto sicuro della liquidità delle navi ammiraglie dei maestri indiscussi della volatilità, sta gettando nello sconcerto gli altri 7.997 vascelli impegnati nello stesso ramo di attività (o almeno quanti tra di loro non hanno dovuto chiudere i battenti a causa della marea montante dei riscatti pretesi dai loro molto infuriati sottoscrittori), che stanno freneticamente cercando di replicare, come sono soliti fare, le mosse di autentici mostri del settore quali Stephen Cohen, di Sac Capital Advisors, Israel Englander, del fondo Millenium Partners e, the last but not the least, John Paulson dell’omonimo Paulson & Company, che è poi quel personaggio che per primo quantificò in 1.300 miliardi di dollari le perdite legate alla tempesta perfetta, bagnando il naso agli economisti alle dipendenze del Fondo Monetario Internazionale, allora fermi ad una stima di 200 miliardi, poi divenuti 945, per giungere, nello scorso week end, alla cifra di 1.400 miliardi di dollari, 600 circa dei quali a carico delle banche europee.

I tre hedge funds in questione gestiscono complessivamente 63 miliardi di dollari, anche se il solo Paulson (non ha nessun grado di parentela con Hank, l’ex (?) investment banker attualmente alla guida del dicastero del Tesoro Usa, che, anzi, in un pranzo recente, avrebbe dichiarato, secondo quanto ha raccontato Richard fuld nella sua drammatica audizione al Congresso, di “voler uccidere gli hedge funds cattivi e regolamentare duramente tutti gli altri”) ne gestisce 35 ed ha guadagnato ben il 20 per cento scommettendo sulla direzione dei venti della tempesta perfetta virulentemente ancora in corso ad oltre quattordici mesi dal suo inizio, mentre è rimasto pressoché in pari Englander e peggio è andata a Stephen Cohen che, pur perdendo il 9 per cento ha nettamente battuto il Dow Jones che ne ha persi quasi trenta di punti percentuali, ma che ha bruscamente accentrato i portafogli dei suoi gestori che, almeno a suo dire, “non vedevano più la palla”, il che non è poi strano viste le avverse condizioni meteorologiche determinate dalle crescenti ondate della tempesta in corso.

Ma perché i topi stanno precipitosamente abbandonando la nave? Come mai i maggiori esperti nello sfruttare le onde della volatilità in base al loro know how, la migliore strumentazione esistente sul mercato e ad un fiuto da setter inglese, si sono ritratti come fossero un sol uomo dalla fase di massima volatilità sui mercati di ogni ordine e specie mai registrata a memoria d’uomo?

Ebbene, almeno per questi tre, non regge assolutamente la facile spiegazione legata al timore dei riscatti, in quanto i loro sottoscrittori hanno buone ragioni per continuare a nutrire una fiducia pressocchè cieca nei loro tre eroi che, nel durissimo processo di selezione che caratterizza il mercato finanziario in generale ed il settore degli hedge funds in particolare, hanno mostrato il loro valore in mille battaglie, beneficiando peraltro del fly to quality che sta inducendo i massicci riposizionamenti degli investitori, il che ci lascia una sola spiegazione che poi, come spesso accade, è la più semplice e coerente con le loro recenti azioni concrete: hanno una fifa blu del comportamento da mandria di bufali impazziti che caratterizza quello che i vecchi operatori di borsa chiamavano il parco buoi!

L’etichetta di keynesiani e neokenesiani è certamente molto spesso attribuita el tutto a sproposito a persone che dimostrano di non avere capito un accidente del pensiero di John Maynard Keynes, ma credo proprio che Paulson, Englander e Cohen abbiano pienamente compreso quella parte del pensiero del mai troppo compianto economista di Cambridge relativa al comportamento degno di un manuale psichiatrico della maggior parte dei risparmiatori/investitori, un comportamento nella maggior parte dei casi del tutto irrazionale che può essere sfruttato alla grande da volponi come certamente sono questi tre, tranne quando la paura si trasforma in panico, o in brevi fasi di euforia dagli effetti altrettanto perniciosi del menzionato panico, del quale rappresentano proprio l’altra faccia della medaglia.

Non ho chiuso del tutto a caso ogni forma di comunicazione con il crescente numero di lettori del Diario della crisi finanziaria, in quanto, nelle poche puntate in cui avevo lasciato la possibilità di inviare posts, ero stato sommerso da richieste di consulenza su investimenti già effettuati o da effettuare, un’attività per la quale non solo non sono abilitato, ma per la quale non nutro alcuna forma di interesse, ritenendo fermamente che la maggior parte di quelli che decidono di distaccarsi dal proprio denaro dovrebbero prima fare a sé stessi un profondo esame di coscienza sulla loro preparazione specifica, sulla strumentazione di cui dispongono e sulla autoassegnazione di stringenti regole di stop loss e profit taking, ancora più severe di quelle che le entità finanziarie assegnano ai loro dipendenti, un percorso alquanto severo che non credo proprio caratterizzi coloro che decidono di investire in azioni, obbligazioni o quant’altro viene offerto dall’un tempo magico mondo della finanza più o meno globale!

Quella che si era aperta come la settimana della riscossa dei mercati, rischia molto seriamente di replicare la certo non esaltante performance che ha caratterizzato l’ottava scorsa, mentre apprendo con soddisfazione che il prezzo del greggio si è appena posto al di sotto della previsione che avevo formulato il 31 dicembre del 2007, il che mi consente molto più tranquillamente di confermare il nuovo obiettivo formulato di recente e che vede il greggio a 50 dollari al barile entro la fine dell’anno.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

mercoledì 15 ottobre 2008

L'ira dei maggiori banchieri a stelle e strisce per il "regalo" da 125 milardi di dollari ricevuti dal trio Bush-Paulson-Bernspan!


Con una alquanto drammatica conversione sulla via della City, un molto riluttante Hank Paulson, con a fianco quella che secondo molti potrebbe essere il prossimo ministro del Tesoro statunitense, l’attuale presidentessa del Federal Deposit Insurance Corporation, Sheila Bair, ha dovuto inghiottire il rospo forse più grosso della sua lunghissima carriera di investment banker al top della molto potente ed ancor più preveggente Goldman Sachs, esperienza dalla quale non riesce completamente a distaccarsi anche ora che si trova da due anni a guidare il dicastero del Tesoro, un conflitto interiore che fa sì che la sua voce si spezzi quando deve annunciare ai suoi ex (?) colleghi che “devono” accettare un massiccio investimento in azioni privilegiate da parte dello Stato, un investimento che prevede anche l’opzione all’acquisto di azioni ordinarie per un sesto circa dell’impegno finanziario nelle stesse azioni privilegiate ed accompagnato dal rispetto, a carico delle banche “beneficiate”, di alcune regole in materia di finanziamenti all’economia, alle altre banche e, soprattutto, limiti precisi sul piano della compensation dei top bankers e degli altri dipendenti destinatari di bonus e stock options.

Non deve assolutamente essere stata facile la riunione con i maggiori banchieri statunitensi svoltasi lunedì nel palazzo che ospita gli uffici del ministero del Tesoro, né credo sia stato semplice convincere i massimi esponenti delle nove maggiori banche statunitensi a richiedere “volontariamente” di ricevere i primi 125 miliardi di iniezioni di capitale condizionati, appunto, alle predette norme, disagio perfettamente espresso da quel Wall Street Journal che sarà pure il giornale di bordo della tempesta perfetta, ma rappresenta pur sempre il portavoce di quel Big Business che, ad onta del fallimento sistemico in atto, mal sopporta le ingerenze dello Stato nei propri affari e che sperava veramente che i 700 miliardi del piano Bush-Paulson-Bernspan servissero soltanto a sbolognare una parte dei i titoli tossici attualmente sul loro groppone ad un prezzo multiplo di quello accettato da John Thain di Merrill Lynch, gli ormai famosi 22 centesimi per dollaro, gravati dalle altrettanto celebri clausole onerose, un sacrificio che pure ha consentito a Merrill di non fare la fine di Lehman Brothers ed allo stesso Thain di diventare il capo del Corporate & Investment Banking della salvatrice Bank of America!

In un lunghissimo articolo, disponibile come di raro accade anche gratuitamente sul web, dall’inquietante titolo che più o meno dice che il Diavolo si nasconde nei dettagli del piano di salvataggio, la Bibbia di Wall Street si fa portavoce delle proteste a mezza bocca o ad alta voce espresse da alcuni dei partecipanti alla riunione che non sputano certo sui 25 miliardi di dollari che toccano alle banche maggiori sino ai 3 miliardi previsti per la banca di New York, ma non sopportano quelli che il titolo dell’autorevolissimo quotidiano definisce i dettagli e che loro considerano vere e proprie limitazioni al principio per loro sacro che gli affari li gestiscono loro, così come la compensation, spesso non correlata agli effettivi profitti, mentre sono disponibilissimi a fare a mezzi delle perdite con quello stesso Stato che nella loro visione esiste solo a tale scopo e non certo per insegnare loro come si fa il mestiere del banchiere.

Peccato che anche dopo l’ennesimo e drastico taglio del tasso sui Fed Funds e l’ancor più significativa riduzione di quel tasso di sconto al quale loro riscontano come se fossero soldi veri i titoli tossici presso l’ampia discarica a cielo aperto gestita dalla Fed di New York, i tassi interbancari sul dollaro invece di scendere siano balzati al 4,50 per cento per la scadenza a tre mesi, un tasso triplo rispetto a quello sui Fed Funds ed assolutamente non gradito dalle autorità monetarie che sono perfettamente consce che questo importante spread sta ad indicare che la febbre non solo non è scesa ma si è anzi avvicinata a quei 40 gradi che possono essere molto pericolosi per l’organismo umano e segno inequivocabile che nonostante le migliaia di miliardi di dollari messi a disposizione da governi e banche centrali le banche continuino a non fidarsi assolutamente l’una dell’altra ed, a volte, neanche di sé stesse, soprattutto di quelle zone oscure strettamente interrelate con la finanza strutturata!

D’altra parte, come scrivo da tempo, non è del tutto saggio chiedere il sostegno dello Stato e, quindi, del contribuente a poche settimane dalle elezioni forse più importanti degli ultimi decenni, perché anche un bambino capirebbe che le donne e gli uomini che si giocano la loro rielezione o quelli che allo scranno aspirano sono del tutto disponibili a dare in pasto ad una molto inferocita, ed in modo del tutto bipartisan, pubblica opinione i banchieri, gli assicuratori, gli hedge funders e tutti gli altri rappresentanti del mondo della finanza universalmente visti come i responsabili della più grave crisi finanziaria mai vista dal genere umano!

Né stupisce molto che il vero autore del piano di salvataggio presentato orgogliosamente da quello che sino a pochi giorni orsono era il sicuro perdente delle prossime elezioni politiche in Gran Bretagna, Gordon Brown, sia il ministro della City, un banchiere pentito che presta la sua opera da civil servant a titolo gratuito e che sa perfettamente quali sono le vere cause del marasma attuale e che non si può chiedere ai principali responsabili dello stesso di gestire il difficilissimo percorso che, forse, potrebbe consentire di evitare quel collasso sistemico dell’economia globale sull’orlo del quale siamo secondo l’autorevole opinione del numero uno del Fondo Monetario Internazionale, un clima che, peraltro, ha pesato non poco nel convincere i componenti la giuria che assegna il Nobel Prize per l’economia ad attribuire l’ambitissimo riconoscimento proprio a Paul Krugman, un economista che ha denunciato per tempo gli errori di Bush ed il disastro prossimo venturo (quando lo scriveva da anni nei suoi seguitissimi editoriali sul New York Times) su quel mercato finanziario globale, che lo ricordo per i più distratti, viene da tempo definito dai presidenti della Germania e della Francia come del tutto impazzito.

Una piccola notazione sulle banche italiane, anche perché noto che qualcuno ancora continua a propagare la tavoletta del sistema più solido perché meno evoluto, per ricordare che il gruppo di testa delle banche italiane, nonché le maggiori compagnie di assicurazioni, non si è certo sottratto alle seducenti sirene dell’investment banking, comportamento che ha invece caratterizzato l’unico che di questi strumenti se ne intendeva veramente e, forse proprio per questo, se ne è tenuto caparbiamente alla larga, l’ex amministratore delegato di capitalia, Matteo Arpe!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

martedì 14 ottobre 2008

L'inedito asse Brown-Sarkozy consentirà l'edificazione degli Stati Uniti d'Europa?


L’adozione da parte dei governi europei di quella che il bravissimo Federico Rampini ha giustamente definito l’arma nucleare ha sortito ieri i suoi primi effetti sui mercati che hanno fornito una risposta entusiastica alla forte assunzione di responsabilità degli Stati e delle autorità monetarie che hanno, seppure ad oltre un anno dall’inizio della tempesta perfetta, una cintura di sicurezza cifrabile in 2.300 miliardi di dollari, largamente superiore al piano di salvataggio a stelle e strisce di “soli” 700 miliardi a rate, ma, e forse soprattutto, adottando misure molto diverse da quelle originariamente contenute nel piano Bush-Paulson-Bernspan, in quanto quella a cui si assisterà nel Vecchio Continente (Gran Bretagna a pieno titolo inclusa) è, di fatto ed in parte di diritto, una vera e propria sostituzione dello Stato alle banche, con il primo che va ben al di là del suo ruolo di prestatore di ultima istanza e si prepara, almeno fino alla fine del prossimo anno, ad esercitare di fatto il credito “tramite” i consigli di amministrazione delle istituzioni finanziarie, a prescindere dall’ingresso o meno di suoi rappresentanti diretti negli stessi board of directors.

Va senza dubbio dato atto a Gordon Brown di essere molto più bravo nel ruolo di Cancelliere dello Scacchiere (l’equivalente del ministro dell’economia e delle finanze dei paesi “normali”) che in quello di primo ministro, così come va riconosciuta alla Gran Bretagna la capacità di apprendere la lezione degli errori commessi nei primissimi mesi della tempesta perfetta, quando, di fronte alle drammatiche scene avvenute all’esterno ed all’interno degli sportelli della Northern Rock, dimostrava veramente di non sapere che pesci prendere, dando il via alla più incredibile asta popolata da inappropriati pretendenti, per poi decidersi a procedere ad una nazionalizzazione di lunga durata di quella che era la quinta banca per erogazione di mutui e l’ottava per total assets.

Nella poco esaltante coda della vicenda di Northern Rock, sta tuttavia l’origine della presa di consapevolezza di Brown e compagni rispetto alle vere cause della crisi finanziaria più grande della storia e la loro decisione di prendere letteralmente il toro per le corna stanziando, in anticipo sugli allora ancora recalcitranti governi dell’euro zona, ben 500 miliardi di sterline, parte dei quali dichiaratamente volti ad entrare in forze nel capitale delle più che disperate banche britanniche, cosa che è già avvenuta nel gigante dei mutui HBOS e nella davvero malandata Royal Bank of Scotland, decisioni che i giornali attribuiscono ad un neo ministro, banchiere pentito e che sta svolgendo la sua attività di civil servant a titolo totalmente gratuito!

Non credo che la stampa ed i media in generale abbiano dato il giusto risalto del ruolo svolto dallo stesso Brown, nella davvero inusuale parte informale della riunione dell’eurogruppo, dal quale peraltro la Gran Bretagna è formalmente esclusa a causa del perdurante esercizio di una opting out che credo abbia davvero vita breve e che ha consentito la sopravvivenza della sterlina come moneta indipendente, perché è proprio in quello scambio di vedute che, grazie anche all’incondizionato appoggio di un Sarkozy determinato ad uscire dal week end con una soluzione forte, chiara ed efficace, che il premier britannico ha fatto breccia nelle forti resistenze della Cancelliera tedesca, che, pur mantenendo la sua opposizione al “fondo cassa comune”, ha deciso di aderire al progetto ed ha messo sul piatto 500 miliardi, di euro stavolta, fornendo il maggior contributo dopo quello britannico ai 2.300 miliardi di euro di cui parlavo all’inizio e che non includono l’impegno finanziario italiano che, come ha voluto sottolineare il per la terza volta ministro italiano dell’economia, Giulio Tremonti, saranno decisi volta per volta e caso per caso, anche al fine di non gravare sin dall’inizio sui già aggravati conti pubblici del Belpaese.

Vergin di servo encomio e di codardo oltraggio, nonché autore di una lettera aperta ai due contendenti delle prossime e non più così decise in anticipo elezioni legislative nel paese di Sua Maestà britannica, che rappresenta l’unica puntata in inglese del Diario della crisi finanziaria, credo proprio di poter dire che la più che necessaria evoluzione verso la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa ha trovato nelle più che drammatiche ore di questo lunghissimo week end un inizio molto, ma molto promettente, ancor più perché l’impulso determinante è venuto dai governante del popolo che, a torto o a ragione, è considerato il più scettico rispetto ad una simile prospettiva e, forse proprio per questo, quello che potrebbe svolgere un ruolo insostituibile per realizzarla ove credesse che è solo grazie a loro che quei polentoni continentali possono individuare la strada per uscire dall’attuale marasma finanziario e, purtroppo, anche reale nel quale stiamo tutti insieme, a prescindere dal grado di entusiasmo per la costruzione della nazione europea che possiamo nutrire, anche perché che la costruiamo per convinzione o per paura di un futuro incerto non ha poi questa grande importanza!

Così come non ho dato grande risalto alla settimana borsistica peggiore vissuta dai mercati, così non cedo alla tentazione di esaltare il miglior avvio di settimana, proseguito stamane a Tokyo che ieri era chiusa per festività, che si ricordi, anche perché sono convinto che la strada da percorrere sia ancora molto lunga e non scevra di curve pericolose, consapevolezza che, una volta tanto, mi trovo a condividere con la maggior parte degli analisti e degli operatori più anziani, una prudenza tristemente dettata dalla permanenza di quella montagna di titoli della finanza strutturata, nonché di quell’arma di distruzione di massa rappresentata dai credit default swaps, che, insieme alla più che incerta sorte degli hedge funds e di altri investitori più o meno istituzionali, non consente di entusiasmarsi di fronte ad una rondine solitaria che, come si usa dire, non fa primavera.

Ciò non toglie che, dopo errori che verranno, almeno così mi auguro, studiati nei corsi post-graduates con altrettanta attenzione di quanta viene giustamente dedicata all’isuperabile “Arte della guerra” di Sun Tsu, si può tranquillamente affermare che i governi e le autorità monetarie hanno fatto finalmente quello che era nelle loro possibilità per rimettere il carro sulla strada, anche se è altrettanto indubbio come non sia più dilazionabile la riscrittura delle regole del codice della strada del credito e della finanza, così come non sarebbe saggio indugiare oltre nell’individuare le regole di un nuovo ordine economico internazionale caratterizzato da minori ingiustizie ed asimmetrie di quello uscito sessantaquattro anni orsono dalla Conferenza di Bretton Woods!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

lunedì 13 ottobre 2008

Verso una nuova Bretton Woods?


Confesso che, quando ho sentito, come decine di milioni di cittadini europei, il corrispondente della RAI da Parigi dire poco dopo le 20 di ieri sera che il summit dei capi di stato e di governo dell’euro zona era stato sospeso, sono andato a letto pensando che eravamo alle solite e che non sarebbe stato adottato il coraggioso piano in sei punti, uno in più di quelli contenuti nel, per una volta almeno, chiaro ed alquanto coraggioso comunicato finale del G7 finanziario svoltosi venerdì a Washington, e lasciando i leaders europei a provare a sbrogliare l’intricata matassa, forse resa ancora più intricata dalle insensate dichiarazioni che per buona parte di questi quattordici mesi di tempesta perfetta sono risuonate dalle loro bocche e da quelle dei loro omologhi d’oltreoceano, frasi come: “il peggio è ormai alle spalle”, “le banche sono solide”, “gli unici responsabili della crisi sono quelli che hanno chiesto mutui non avendo i requisiti per farlo”, “la colpa è degli speculatori”, “si vede la luce in fondo al tunnel” e via straparlando.

Purtroppo, la previsione si è puntualmente avverata, e, al di là di una riaffermata volontà di muoversi in modo coordinato, la realtà è data dalla riaffermazione del fatto che ogni paese annuncerà solo stamane le misure che intende prendere per dar fronte alla crisi del proprio mercato finanziario, cosa che avverrà in Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna, mentre rimane assodato che non vi sono veti da parte della Commissione europea, né della Banca Centrale Europea, ad interventi dei singoli Stati volti a ricapitalizzare le banche maggiormente in difficoltà, a garantire per cinque anni le nuove emissioni obbligazionari (possibilità che dovrebbe venire meno alla fine del prossimo anno), mentre è certo che verranno modificate le attuali previsioni sul mark to market, anche se non è affatto chiaro quali saranno i nuovi criteri contabili destinati a sostituire quello che comunque rimane un principio di trasparenza dei bilanci delle banche e degli altri maggiori protagonisti del mercato finanziario a livello sia nazionale che globale.

La mancata approvazione di un’azione comune non era, tuttavia, del tutto scontata, anche alla luce dell’ottima notizia rappresentata dall’arrivo a Parigi del primo ministro britannico, Gordon Brown, che, pur non potendo partecipare al summit a causa della non partecipazione del suo paese all’euro, ha comunque voluto ragguagliare direttamente Sarkozy e gli altri partner europei sulle decisioni assunte dal governo di Sua Maestà per cavare le castagne molto arroventate dal braciere finanziario britannico, misure anticipate sul finire della scorsa settimana, ma arricchitesi, nel lunghissimo week end finalmente trascorso, di importanti dettagli, quali la nazionalizzazione di fatto del colosso dei mutui HBOS e della molto malandata Royal Bank of Scotland, mentre non si esclude che verranno annunciati già stamane nuovi interventi nelle altre sei maggiori entità creditizie operanti oltremanica, una visita che aveva un duplice significato, in quanto da un lato indicava una strada controversa ma certamente coraggiosa ai partners, ma sembrava anche indicare la consapevolezza britannica di una minore difesa del sistema finanziario del suo paese implicita nella auto esclusione dalla moneta unica!

Eppure, non erano mancate le speranze di un ammorbidimento delle riserve della Cancelliera tedesca legate a quanto era emerso nell’incontro ravvicinato con il decisionista Sarkozy in occasione del cinquantenario della pacificazione tra i due paesi che se le sono date di santa ragione nell’ultimo secolo dello scorso millennio, ma evidentemente le arti seduttorie del presidente francese sono un po’ appannate e la nuova dama di ferro ha mantenuto ieri sera il suo fermo rifiuto a qualsiasi indicazione di un plafond degli interventi che avrebbe visto la Germania nella molto scomoda posizione di maggior contribuente del pesante piè di lista che si profila, circostanza che ha consentito al germanizzato Trichet di affermare, che c’è ancora molto da fare, negando al suo rivale inquilino dell’Eliseo di portare a casa quello in cui aveva tanto sperato in quelle drammatiche ore e che avrebbe rappresentato per lui un indubbio successo diplomatico.

Non voglio con questo intrupparmi in quel commento che sembrava serpeggiare ieri in tarda serata nelle strade della Ville Lumiere, un molto amaro “troppo poco, troppo tardi!”, in quanto credo che lo sforzo fatto in queste ultime settimane dai ravveduti governanti e dagli altrettanto pentiti governatori delle banche centrali dei maggiori paesi industrializzati sia stato davvero uno sforzo enorme, anche se va detto che la sveglia data loro dai mercati è stata davvero senza precedenti e che ha letteralmente imposto loro l’agenda ed in gran parte le stesse misure da adottare in questo che verrà, al di là dei risultati concreti che verranno conseguiti, certamente ricordato dagli storici della tempesta perfetta come il fine settimana della risposta dei decision makers dell’occidente industrializzato alle emergenze sempre più chiaramente sul tappeto.

L’intervento dello Stato in quei gangli fondamentali del capitalismo che sono le banche e le compagnie di assicurazione, una misura che può anche essere nelle corde della Vecchia Europa, è davvero qualcosa di rivoluzionario per gli Stati Uniti d’America, una nazione che del neo liberismo ha fatto negli ultimi decenni la sua bandiera e che vede un investment banker puro come Hank Paulson chiamato a guidare il dirottamento di una parte rilevante dei “suoi” 700 miliardi di dollari verso l’acquisizione di quote, anche rilevanti, del capitale delle banche statunitensi, indotto a questa rivoluzione copernicana dalla sua consapevolezza, acuita dalla sua profonda conoscenza dei fenomeni sottostanti, che l’unica alternativa possibile sarebbe la chiusura di molte di queste, nonché di effetti veramente catastrofici per l’economia reale, effetti che già si vedono nel settore automobilistico ed in altri importanti settori manifatturieri statunitensi.

Un tutt’altro che rassegnato Sarkozy non ha accettato di abbandonare il palcoscenico senza tentare un ultimo colpo di teatro, lanciando un pressante appello a Bush ed agli altri extracomunitari, affinché venga indetta al più presto una conferenza internazionale avente l’ambizioso obiettivo della riscrittura pressoché radicale dell’ordine economico e monetario internazionale scaturite dalla storica conferenza tenutasi nel 1944 a Bretton Woods, una conferenza, quella proposta da Sarkozy, che rappresenterebbe una vendetta postuma del compianto John Maynard Keynes, nonché della ragione e del buon senso!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

domenica 12 ottobre 2008

Oggi verranno scritte a Parigi le nuove regole!


Se vi era un istituzione veramente sacra per quanti operavano nelle banche, nelle compagnie di assicurazione ed in tutte le altre entità a vario titolo coinvolte nel mercato finanziario, questa era rappresentata da quella pausa che iniziava il venerdì pomeriggio e si concludeva all’alba di ogni lunedì, una consuetudine rispettata in alcuni paesi da secoli ed in altri solo da qualche decennio e legata alla necessità di rispettare entrambe le pause settimanali previste dalla religione ebraica e da quella cristiana, mentre non ha ancora trovato adeguata considerazione sul mercato finanziario globale la considerazione per la giornata del venerdì, dedicata dai credenti islamici al riposo ed alla preghiera, circostanza che, assieme ad altre certamente più importanti, spiega lo scarso sviluppo della finanza anche in paesi di religione islamica beneficiati da una rilevante ricchezza finanziaria e l’insediamento a Londra ed in altri paesi europei di banche controllate da quei medesimi paesi.

Ebbene, da almeno quattordici mesi, la sacralità del week end è stata letteralmente infranta, con la settimana lavorativa dei protagonisti del credito e della finanza, dei regolatori, dei ministri economici e, purtroppo, almeno da alcune settimane, anche dei spesso incolpevoli risparmiatori/investitori, tutti impegnati a confrontarsi con le ondate sempre più alte di una tempesta perfetta senza precedenti e che non accenna affatto a placarsi pur essendo in corso dal 9 agosto del 2007 per il grande pubblico, ma che era stata avvistata da alcune grandi istituzioni finanziarie quasi due anni prima, non fosse altro che per il semplice fatto che buona parte dei fenomeni alla base della crisi finanziaria erano stati partoriti proprio dall’evoluzione esponenziale della loro attività!

Appartenendo a pieno titolo alla schiera delle persone costrette ad essere vigili ed attive anche nei giorni destinati al riposo, come testimoniato dalla cadenza del Diario della crisi finanziaria, posso tranquillamente dire che questo non si presenta come quelli che lo hanno preceduto, in quanto si è aperto con il primo G7 finanziario non conclusosi con un documento finale fumoso e di scarso impatto sui fenomeni sottostanti, è proseguito con una chiamata a raccolta dei ministri e governatori delle banche centrali dei medesimi paesi attorno al presidente degli Stati Uniti d’America, che, non pago di ciò, ha voluto partecipare, assieme al duo Paulson-Bernspan, ai lavori del G20, un consesso molto più allargato e, proprio per questo, molto più rappresentativo della platea delle istituzioni finanziarie e dei risparmiatori/investitori più immediatamente colpiti dagli alti marosi della tempesta perfetta in corso.

Ma il fine settimana non si chiude qui, in quanto, con ancora nelle orecchie le parole del direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, che, sulla base delle evidenze fornitegli dai suoi economisti, vaticina che il sistema finanziario globale si trova sull’orlo del precipizio e che solo un esile diaframma lo separa dalla precipitazione della crisi finanziaria sempre più sistemica, gli stessi protagonisti europei del G7 e gli altri loro colleghi dell’euro zona si vedranno a Parigi per mettere in atto quanto previsto nei cinque punti del comunicato finale del vertice di venerdì, preceduti, come spesso accade, dalle decisioni unilaterali prese dal governo britannico, da quello francese e da quello tedesco, che, secondo indiscrezioni di stampa molto prevedibilmente del tutto pilotate dagli stessi decision makers, prevederebbero sin da domani il massiccio intervento in termini di ricapitalizzazione delle maggiori banche operanti in quegli stessi paesi, decisioni cui difficilmente potrà o vorrà sottrarsi il governo italiano e quelli degli altri paesi partecipanti all’odierno meeting parigino, preceduto da un cruciale incontro diretto tra Nicolas Sarkozy ed Angela Merkel, un incontro che sarebbe stato decisivo nel fugare i residui dubbi della cancelliera tedesca rispetto alla necessità di varare un mega intervento pubblico nel capitale della banche tedesche.

D’altra parte, la repentina inversione ad u intervenuta negli ultimi, drammatici giorni della scorsa settimana negli Stati Uniti d’America, dove, grazie ad un’interpretazione autentica parlamentare del piano di salvataggio approvato appena nove giorni orsono, Hank Paulson ha finalmente accettato il totale snaturamento di quel piano da lui stesso redatto assieme ai suoi più stretti collaboratori con lui legati da un sodalizio che nasce nella sede della molto potente ed altrettanto preveggente Goldman Sachs, una revisione radicale che vede, anche nella patria del più sfrenato liberismo, la nazionalizzazione, parziale o totale a seconda dei casi e delle necessità, di parte del sistema finanziario a stelle e strisce, unico antidoto credibile alla catastrofe incombente e, forse, l’unico modo per restaurare la fiducia dei risparmiatori/investitori in quelle istituzioni finanziarie che hanno perso in questi lunghissimi mesi il capitale, nonché la faccia!

Come ben sanno i maggiori banchieri e finanzieri operanti nei paesi che hanno oramai decisamente imboccato la strada della nazionalizzazione totale o parziale delle maggiori protagoniste dei rispettivi mercati finanziari, è previsto per loro un prezzo, a volte salato, da pagare a questa dolorosa scelta dei rispettivi governi, un prezzo che, almeno in alcuni casi, si tradurrà nel loro defenestramene visto come conditio sine qua non per un recupero, si spera rapido, della credibilità delle entità che hanno guidato per lungo o per breve tempo verso l’orlo di quel precipizio lugubremente evocato da Dominique Struass Khan nella sua conferenza stampa tenuta al termine dei lavori annuali del Fondo Monetario Internazionale nella lunghissima giornata di ieri in quel di Washington, District of Columbia, United States of America, Mondo.

L’utilizzo di parecchie centinaia, se non di alcune migliaia, di miliardi di euro e di dollari dei contribuenti non potrà non avere conseguenze sulla aspra contesa in corso per l’attribuzione ad uno dei due maggiori contendenti alla Casa Bianca, né potrà lasciare del tutto le cose come stanno anche in Gran Bretagna ed in diversi ed importanti paesi europei, ma, molto difficilmente, le conseguenze potranno fermarsi alla sovrastruttura politica, perché, come ha ben sintetizzato il per la terza volta ministro italiano dell’Economia Giulio Tremonti, adesso è venuto il momento di adottare nuove regole, seppure con l’ovvia difficoltà di non poterlo fare avendo un adeguato tempo a disposizione in un confortevole albergo posto al centro di un bosco, come accadde nel 1944 a Bretton Woods, ma pressoché istantaneamente e prima che i mercati asiatici aprano le contrattazioni domani, che poi sarebbe stanotte in Europa e in serata negli USA, regole che difficilmente saranno quelle immaginate da quelli che lui stesso ebbe a definire i topi posti a guardia del formaggio!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

sabato 11 ottobre 2008

Il G7 dichiara guerra alla tempesta perfetta!


Non riesco ad immaginare quello che hanno pensato Hank Paulson e Larry Blankfein, l’ex e l’attuale numero uno della molto potente ed ancor più preveggente Goldman Sachs, quando hanno visto sugli screens l’azione della loro banca toccare l’infamante livello di 74 dollari, un livello che va raffrontato a quel massimo di 250 toccati dalla ex Investment Banks in piena tempesta perfetta e che riduceva a meno di un quarto la capitalizzazione di borsa toccata allora, portando la stessa, seppur temporaneamente, a 25 miliardi di dollari circa, sempre tanti rispetto agli appena 10 miliardi cui è giunta la capitalizzazione che il mercato attribuisce alla altra ex Investment Bank, Morgan Stanley, una banca che solo poche settimane fa veniva implicitamente valutata dalla banca giapponese che ne ha prenotato una quota del 21 per cento per 9 miliardi di dollari, la bellezza di 43 miliardi, ma, d’altra parte, questo è pur sempre il mercato, bellezza!

Anche se fa un po’ sorridere apprendere che il per la terza volta ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, avrebbe minacciato di non firmare il documento finale della riunione di emergenza dei ministri economici e dei governatori delle banche centrali del G7 svoltasi ieri a Washington ove non fossero state prese misure adeguate nei confronti dello sfacelo determinato dalle alte ondate della tempesta perfetta, bisogna ammettere che, un po’ per celia e un po’ per non morire, i convenuti al consesso si sono dati in qualche modo una mossa, concordando e mettendo nero su bianco cinque impegni che, come vostro cronista della crisi finanziaria, ritengo opportuno riportare di seguito nella versione ripresa dai siti on line dei quotidiani italiani, avvertendo che il testo è quello che viene attribuito al comunicato finale, un testo prontamente definito “eccellente” dal Governatore della Banca d’Italia e presidente del Financial Stability Forum, Mario Draghi, ma la sintassi è mia, a causa dell’italiano un po’ zoppicante della frettolosa traduzione:

1. “Verranno messe in atto azioni decisive e verranno usati tutti gli strumenti disponibili per sostenere sistematicamente le istituzioni finanziarie importanti al fine di prevenirne il fallimento”.

2. “Verranno compiuti tutti i passi necessari per scongelare il credito ed i mercati monetari, al fine di assicurare che le banche e le altre istituzioni finanziarie abbiano ampio accesso alla liquidità ed alla raccolta”.

3. “Si agirà per assicurare che le nostre banche e gli altri importanti intermediari finanziari, se necessario, possano raccogliere capitali da fonti sia pubbliche che private, in ammontari sufficienti per ristabilire la fiducia e permettere loro di continuare a finanziare privati ed aziende”.

4. “Si agirà per assicurare che i nostri programmi di garanzia sui depositi siano robusti ed adeguati, cosicché i risparmiatori continuino ad avere fiducia nella sicurezza dei loro depositi”.

5. Verranno compiute azioni, dove serve, per far ripartire i mercati secondari dei mutui e delle altre attività cartolarizzate”.

A questi punti che, per la prima volta dal 9 agosto del 2007, danno il segno evidente della preoccupazione e della determinazione dei decision makers della politica economica e monetaria dei sette paesi più grandi del mondo industrializzato, viene aggiunta una importante chiosa nel comunicato, ove si afferma che “tutte queste azioni dovranno essere prese in modo da proteggere i contribuenti ed evitare effetti potenzialmente dannosi in altri paesi…Useremo strumenti di politica macroeconomia, se necessario ed appropriato…Sosteniamo fortemente il ruolo cruciale del Fondo Monetario Internazionale nell’assistenza ai paesi colpiti da questa turbolenza…Accelereremo la piena realizzazione delle raccomandazioni del Financial Stability Forum… Siamo impegnati in una immediata riforma del sistema finanziario… Rafforzeremo la nostra cooperazione e lavoreremo con altri per realizzare questo piano”.

Come redattore del giornale di bordo della tempesta perfetta, devo notare che questo evidente, anche se tutto da verificare, cambio di passo dei sette grandi del mondo industrializzato qualche effetto lo ha già sortito, in quanto il Dow Jones, sprofondato in apertura di seduta nella parte superiore dell’area dei 7 mila punti, in perfetta sintonia con i pesanti tonfi delle borse asiatiche e di quelle europee nessuna esclusa, ha iniziato un rally che ha consentito anche di segnare valori positivi, chiudendo, ala fine di una estenuante e voltalissima seduta, con una perdita di “appena” l’1,48 per cento, mentre il Nasdaq riusciva addirittura a segnare un lievissimo progresso rispetto alla chiusura disastrosa del giorno precedente, mentre il polso della situazione viene dai volumi veramente eccezionali di azioni scambiate che hanno sfiorato il livello di 16 miliardi di azioni scambiate in un solo giorno sui molteplici listini di cui si compone il mercato azionario a stelle e strisce.

Non vorrei assolutamente sottovalutare un’importante affermazione di Giulio tremonti fatta a margine degli alquanto convulsi lavori, in quanto il per la terza volta ministro dell’Economia ha voluto rimarcare a chiare lettere ed evidentemente a scanso di equivoci che “l’obiettivo del governo italiano è quello di salvare tutte le banche e non solo quelle ‘sistemiche’”, un’affermazione che farebbe dire alla bella e brava Simona Marchini nel suo delizioso romanesco:”ma che avrà voluto dì?”

Restando sulle frasi da trasmissione comica e/o satirica, mi vedo costretto a segnalare che in piena conferenza stampa a chiusura dei lavori di un Consiglio dei Ministri svoltosi in trasferta in quel di Napoli ed immagino nei saloni del Palazzo Reale posto proprio al centro della ex capitale del borbonico regno delle due Sicilie, il presidente del consiglio italiano, Silvio Berlusconi, forse influenzato dall’augusto luogo o pensando di essere ancora sul palco del Bagaglino, si è prodotto in esternazioni su materie molto delicate quali quelle legate alla crisi finanziaria in corso e, parlando dell’ipotesi di una nuova Bretton Woods, ha anche detto che, per dare il tempo a coloro che saranno chiamati a scrivere le regole di un nuovo ordine e economico internazionale, si poteva anche prevedere una chiusura temporanea dei mercati azionari in tutto il mondo!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.