domenica 15 marzo 2009

Perché il prossimo vertice di Londra non partorirà vere nuove regole, né un nuovo ordine economico mondiale!


Entrati oramai da qualche giorno nel ventesimo mese di vita della tempesta perfetta, credo sia giunto il momento di fare il punto della rotta, anche al fine di dare modo ai miei lettori di orientarsi tra effetti e contro effetti delle misure assunte dai governi e dalle banche centrali dei maggiori paesi industrializzati in vista dell’appuntamento del G20/G21 previsto per il 2 aprile a Londra.

Per chiunque si ponga il problema di comprendere la traiettoria dell’economia e della finanza a livello globale, ignorare l’impatto che le misure anticicliche assunte dall’amministrazione Bush prima e da quella Obama poi, oppure trascurare l’impatto delle migliaia di miliardi di dollari impiegati dal Tesoro, ma soprattutto dal sistema delle riserva federale, a sostegno delle maggiori banche statunitensi, può indurre, infatti, a errori di prospettiva fatali, anche perché, pur non essendo assolutamente risolutive del problema di fondo di questa crisi finanziaria, queste manovre di gigantesche dimensioni modificano, e di molto, i tempi e i modi del meltdown della finanza e dell’economia reale in corso.

Tralasciando volutamente l’Europa e l’Asia per comodità di analisi, credo sia importante cercare di capire cosa sarebbe accaduto negli Stati Uniti d’America se gli assunti teorici della teoria economica implicita nell’azione dei governi repubblicani e democratici succedutisi dopo la cosiddetta rivoluzione reaganiana fossero stati pedissequamente applicati anche dopo il blocco totale della liquidità intervenuto nel mercato interbancario il 9 agosto del 2007, negando, cioè, il massiccio sostegno del sistema della riserva federale alle banche in totale debito di ossigeno e rifiutando qualsiasi intervento della mano pubblica volto a contrastare il fallimento delle banche e delle altre maggiori protagoniste del mercato finanziario statunitense.

Anche se alla luce di quanto è realmente avvenuto nei diciannove mesi successivi all’evento citato un’ipotesi del genere può apparire del tutto irrealistica, tuttavia essa è del tutto coerente con le affermazioni reiterate negli anni e ribadite all’indomani dello tsunami finanziario dell’estate del 2007, posizioni di autorevoli economisti, politici e perfino banchieri che anche in pieno marasma si affannavano a dichiarare in buona sostanza che il governo doveva continuare a disinteressarsi della finanza, che era oramai tramontato il principio del too big to fail, che il mercato avrebbe trovato da solo il suo nuovo equilibrio molto meglio quanto meno vi fossero state interferenze da parte delle autorità monetarie, non parliamo poi della reazione pressoché compatta del mondo degli affari e della finanza all’ipotesi da qualcuno ventilata di modificare in corsa le regole del gioco!

Ebbene, se i fondamentalisti del mercato avessero prevalso, il sistema finanziario statunitense, ma con esso quello di tutto il mondo, non esisterebbe più, così come non vi sarebbero che le macerie delle tre maggiori case automobilistiche a stelle e strisce, ma poco resterebbe anche del resto dell’industria manifatturiera americana, con le evidenti conseguenze sul settore dei servizi che così largo peso ha nel complesso dell’attività economica statunitense, con le conseguenze sociali che si possono facilmente immaginare.

La brusca inversione teorica su questioni per niente marginali come il rapporto tra Stato e mercato, la gerarchia effettiva dei poteri tra le entità multinazionali della finanza o dell’industria manifatturiera, il ruolo delle banche centrali e altre questioni che non è qui il caso di esaminare, rivela, in fondo, quanto l’autonomia della politica e la consistenza delle stesse sovrastrutture ideologiche siano in realtà ben fragili quando è a repentaglio la sopravvivenza di entità economiche di dimensioni ed estensione geografiche tali da esprimere il potere reale a livello dell’intero pianeta, rappresentando, in particolare in situazioni di assoluta emergenza quali quella che stiamo vivendo, il vero momento decisionale al di sopra e al di là delle istituzioni pro tempore della società o delle società nelle quali si trovano ad agire.

Un’analisi attenta dei rapporti reali di forza tra il potere economico rappresentato da queste entità a carattere globale e i governi regolarmente eletti è stata fatta di recente da Jaques Attali, una persona di grande apertura mentale che ha ricoperto diversi ruoli in istituzioni finanziarie sovranazionali e che è stato ed è ascoltato consigliere di diversi presidenti della Repubblica francese e che, in un suo recente libro, ha provato a formulare scenari che si spingono molto lontano nel futuro, anche se credo che lo stesso Attali sia rimasto non poco stupito di quanto è realmente accaduto su questo delicatissimo tema in questa fase di assoluta turbolenza della finanza e dell’economia reale a livello planetario.

Sbaglieremmo in tanti se ci illudessimo che la tempesta perfetta stia attribuendo realmente più potere agli esecutivi, sino al punto da consentire agli uomini che governano pro tempore i loro rispettivi paesi di ‘mettere sotto’ la sovranità degli Stati le entità economiche e finanziarie di maggiori dimensioni, dalle quali spesso peraltro provengono parte dei banchieri centrali e degli stessi governanti, così come sarebbe profondamente illusorio ritenere che questa ipotetica sottomissione possa realizzarsi attraverso un nuovo sistema di regole o l’individuazione di un nuovo ordine economico mondiale.

D’altra parte, come ebbe modo di constatare molto amaramente il mai troppo compianto John Maynard Keynes partecipando sia ai lavori della Conferenza di Parigi del 1919, sia ai lavori di Bretton Woods svoltisi tra i boschi del New Hampshire nel 1944, perché si giunga a nuove regole, è spesso necessario essere passati per una guerra mondiale e che le stesse le detta più che la ragione la convenienza del vincitore di turno, una situazione che oggi, e per fortuna, non c’è!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

sabato 14 marzo 2009

Sfida all'Ok Corral tra Tremonti e Draghi!


Delle baruffe chiozzotte tra il per la terza volta ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, e il Governatore della Banca d’Italia, nonché da oltre tre anni presidente del Financial Stability Forum, Mario Draghi, ho scritto oramai più volte, al punto da rinviare alle cinque puntate del Diario della crisi finanziaria di luglio 2008, poi riprese con leggere modifiche nel numero 9 di Lavoro Italiano, e nelle dieci puntate dedicate a Le conseguenze economiche di Silvio Berlusconi, edite poi di seguito per esclusiva comodità del lettore desideroso di stampare il testo.

Le cronache di questi ultimi giorni mi costringono, purtroppo, a tornare mio malgrado dell’argomento, anche perché credevo proprio che il repertorio di Tremonti nei confronti dell’uomo che lui stesso ha designato per l’alto incarico si fosse francamente esaurito, dopo la definizione di aspirina utilizzata per descrivere la prima bozza dell’intenso lavoro svolto da Draghi e dai suoi colleghi sulla tempesta perfetta, o quell’analogia che ha fatto sbellicare gli esperti mondiali tra i banchieri centrali e i topi posti a guardia del formaggio, per non parlare poi dell’evidente ironia utilizzata nei confronti di alcune misure proposte dallo stesso Draghi in non ricordo più quale consesso mondiale al quale partecipavano entrambi.

Intendiamoci, nulla a che vedere con il clima avvelenato dei rapporti cui eravamo abituati ai tempi della forzata convivenza tra l’ìmmaginifico e creativo professore di scienza delle finanze e tributarista di chiara fama e il Governatore di Alvito, provincia di Frosinone, quell’Antonio Fazio che si ostinò fino all’ultimo a non credere nell’ingresso dell’Italia nell’euro sin dal primo giro di corsa, che si oppose strenuamente a tante fusioni credibili e industrialmente valide per accogliere a braccia aperte i progetti più strampalati avanzati da chi aveva la furbizia di chiedere il suo via libera preventivo, per finire poi malamente invischiato nella storia dei furbetti del quartierino, perché tutto si può dire di Fazio meno che non fosse disponibile ad allearsi anche con il Diavolo pur di sbarrare la strada a quei frammassoni degli olandesi e a quei banchieri baschi non proprio amici di Don Emilio Botin!

Chi ricorda quei viaggi a Washington su aerei rigorosamente separati o le sceneggiate davanti alla stampa internazionale al gran completo non può assolutamente confondere la tranquilla rissa odierna con la guerra più che dichiarata di ieri che, non certo a caso, alla fine si concluse, dopo qualche vittoria di Pirro conseguita dall’uomo di Alvito, con la vittoria di Tremonti e la nomina, appunto, dell’ex Ciampi’s Boy, ex direttore generale del Tesoro addetto alle privatizzazioni, ex boss europeo della potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs, nonché membro del comitato esecutivo mondiale della stessa banca di investimenti, da pochi giorni incluso nella lista dei cinquanta personaggi che salveranno, almeno si spera, il mondo dalle conseguenze nefaste della tempesta perfetta in corso oramai da oltre diciannove mesi e che minaccia di durare almeno altrettanto.

Ma stavolta la materia del contendere tra i due economisti è tutta italiana e fa riferimento ai poteri attribuiti per decreto dal Governo ai prefetti in materia di vigilanza sulla corretta e adeguata erogazione del credito a famiglie e imprese, nell’eventualità tutt’altro che remota che i banchieri decidano di lesinare la materia prima a quei piccoli e piccolissimi imprenditori di cui abbonda il nostro Paese e ai quali quasi nessuno pensa mai a sufficienza, pur rappresentando gli stessi forse la vera caratteristica distintiva tra la nostra economia e quella dei tre maggiori tra i paesi membri dell’Unione europea, una ricchezza che può facilmente trasformarsi in fragilità sotto gli alti marosi della tempesta perfetta e il conseguente credit crunch che, almeno per questi imprenditori, costituisce già un’amara ed evidente realtà.

Non si erano ancora messi al lavoro i 103 prefetti e, a maggior ragione, quei venti tra di loro cui spetta il compito di costituire gli osservatori su base regionale, che già la Banca d’Italia interveniva, per via circolare alle proprie da poco ridotte dipendenze sul territorio nazionale, per intimare il divieto agli stessi prefetti di ottenere informazioni disaggregate dalle banche, in luogo di quelle informazioni aggregate, vecchiotte e poco utili per distinguere il gran dal loglio rappresentate da quelle informazioni statistiche della Banca d’Italia, che il Governatore, con grande magnanimità, intende fornire anche via internet.

Non vi è dubbio che l’intervento a gamba tesa del Governatore nei confronti delle decisioni dell’Esecutivo, seppur motivate dalla legittima difesa delle oramai scarse prerogative dell’un tempo istituto di emissione, è di quelle mosse destinate a scatenare un putiferio nel gallinaio politico italiano, come ben dimostrato dall’intervento conciliatore del ministro leghista dell’Interno, Roberto Maroni, che ha di volata concesso agli esponenti della Banca d’Italia di fare parte dei suddetti comitati, ipotesi assolutamente non prevista nel testo licenziato a suo tempo dal Governo, non chiarendo, peraltro, né forse poteva farlo, se la presenza delle donne e degli uomini di Draghi è prevista a livello provinciale o a quello regionale.

Per un Governatore che aveva fatto il suo esordi pubblico esortando le banche italiane a tenere conto, oltre ovviamente agli altri rischi di carattere più finanziario e/o operativo, anche del rischio reputazionale, la mossa sopra menzionata non è certo di quelle destinate a passare ai posteri, ma, almeno stando alle ricostruzioni della stampa, Draghi non poteva non tenere conto della posizione dell’Associazione Bancaria Italiana che, ovviamente, mal digerisce il controllo dei prefetti sull’operato delle singole banche e che, anzi, sembra stia facendo pressione su quegli istituti di credito decise ad approfittare dei Tremonti Bonds a ritardare la propria adesione in attesa che si posi la polvere nello scontro tra il Ministro e il Governatore!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

venerdì 13 marzo 2009

Il blando downgrade di General Electric mette le ali al mercato azionario a stelle e strisce!


Con l’ammissione di colpevolezza da parte di Bernard L. Madoff per tutti e undici i capi di accusa si è aperto e repentinamente chiuso il processo a carico dell’ex presidente del Nasdaq, nonché uno dei tre maggiori broker operante su quel mercato azionario, anche se, sulla base dell’alquanto originale rito giudiziario a stelle e strisce, soltanto a giugno conosceremo la sentenza che potrebbe anche essere di una condanna a 150 anni di carcere, un po’ troppi perché il settantenne finanziere che ha replicato davvero alla grande lo schema di Ponzi possa sperare si uscire vivo dalla più o meno confortevole cella del carcere al quale verrà associato in via definitiva.

Anche i tre mesi che lo separano dal verdetto, Madoff dovrà trascorrerli in cella, in quanto il giudice ha ritenuto che non fosse proprio il caso di consentirgli un’uletriore permanenza nella lussuosa Penthouse sita in una delle parti più esclusive dell’isola di Manhattan, una misura resasi necessaria non solo e non tanto per il concreto pericolo di fuga dell’imputato, quanto volta a garantirgli una possibilità di sopravvivenza più concreta di quella assicuratagli ieri da un giubbotto antiproiettile gentilmente fornitogli dalle autorità che temevano seriamente che qualcuno dei miliardari da lui ridotti letteralmente sul lastrico potesse decidere di farsi giustizia con le proprie mani!

Lasciando Madoff alle sue prigioni, veniamo alla vera e propria guerra delle parole ufficialmente aperta martedì dal giovane Chief Executive Officer di Citigroup, Vikram Pandit, e ripresa ieri dal collaudatissimo numero uno di Bank of America che ha avuto modo anche lui di rendere noto al mondo che la sua banca sarebbe tornata in attivo, presumibilmente sempre con riferimento ai risultati dei primi due mesi dell’anno in corso, ma anche lui omettendo qualsiasi riferimento alle appostazioni necessarie per far fronte alla liquefazione dei titoli più o meno tossici della finanza strutturata e al deterioramento progressivo della cosiddetta qualità del credito.

Pur non sottovalutando l’impatto positivo sui conti dei due colossi creditizi a stelle e strisce derivante dalle ripetute iniezioni di capitali pubblici e dall’ancora più provvidenziale passaggio a rischio dei contribuenti di titoli tossici per ben seicento miliardi di dollari, credo proprio che un altro aiutino a Citi e BofA sia venuto dalla decisione presa con la pistola alla tempia dal G20/G21 svoltosi nell’orribile mese di ottobre del 2008, decisione relativa all’eliminazione della necessità di effettuare quella valorizzazione mark to market dei titoli della finanza strutturata che aveva prodotto infiniti lutti alle banche più o meno globali ovunque basate, una misura che ha reso certamente meno traparenti i bilanci delle banche e delle compagnie di assicurazione, ma che rischia di trasformarsi in un boomerang sui bilanci che verranno resi noti in un futuro non remoto.

A conferma della sua fama di uomo prudente, il numero uno della ben più solida J.P. Morgan Chase, James Dimon, si è astenuto da commenti sulle performance bimestrali della banca da lui guidata e che non del tutto a caso capitalizza più di Citi e BofA messe assieme, limitandosi ad affermare che si registrano cauti segnali di minor tensione nell’economia americana.

Ma quello che ha impresso una decisa virata in positivo di una seduta apertasi in Europa sotto non proprio buoni auspici è stata la perdita di un solo livello del rating del gigante delle utilities americane General Electric, un conglomerato che è anche, è bene ricordarlo, un gigante finanziario, una decisione, quella presa da Standard & Poor’s molto, ma molto più blanda di quella attesa dagli analisti e dagli operatori, che temevano un declassamento più drastico e che sono stati anche rassicurati da una nota della stessa agenzia di rating che li ha informati che non prevede di dover effettuare ulteriori declassamenti della società.

In un simile scenario, poco importa se la ricchezza dei milionari di tutto il mondo riportata dalla prestigiosa rivista Forbes si è bruscamente ridotta da 4.200 a 2.400 miliardi di dollari, né che, come ha ricordato ieri uno studio della Federal Reserve, la ricchezza dei cittadini americani sia scesa nell’ultimo trimestre del 2008 del 9 per cento, una flessione quale non si registrava da cinquanta anni, chiarendo che il riferimento temporale coincide perfettamente con la data di avvio di tale rilevazione da parte della stessa Fed, notizie certamente sovrastate dal calo sorprendentemente esiguo delle vendite al dettaglio nel mese di febbraio, calate soltanto dello 0,1 per cento, mentre le vendite di carburanti sono salite di ben il 3,4 per cento.

A quanto pare, gli operatori e gli investitori non hanno dato molto peso all’ennesimo dato catastrofico sulle nuove richieste settimanali di sussidi di disoccupazione, che continuano imperterrite a mantenersi a livelli oscillanti intorno alle 650 mila unità, mentre il dato cumulato supera oramai i cinque milioni di donne e uomini in carne e ossa, il che non è proprio di buon auspicio anche alla luce del fatto che in ben quattro Stati il tasso di disoccupazione è giunto a un valore a due cifre.

Come era largamente prevedibile dopo la coraggiosa mossa del nuovo amministratore delegato del Banco Popolare ed ex top manager della gloriosa Banca Commerciale Italiana, Pier Francesco Saviotti, il ghiaccio esistente tra i principali gruppi bancari italiani e il per la terza volta ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti si è definitivamente rotto, come è ben testimoniato da voci fatte sapientemente filtrare da Piazza Cordusio, sede di Unicredit Group, tendenti ad accreditare una richiesta di 2-2,5 miliardi alle autorità austriache e una di un miliardo tondo al ministero dell’Economia italiano, una richiesta alla quale si aggregheranno, presumibilmente entro il fine settimana, altre quattro o cinque banche, decisioni chiaramente influenzate dalle parole pronunciate mercoledì sera da Silvio Berlusconi all’indirizzo dei banchieri presenti ad una cena offerta dal premier.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

giovedì 12 marzo 2009

Quando il gioco si fa duro, David Einhorn e i suoi amici entrano in campo!


A quanto riferiscono gli osservatori un po’ indiscreti, David Einhorn e il nutrito plotone di miliardari che da settembre del 2007 hanno shortato tutto lo shortabile, vendendo a piene mani azioni di banche, compagnie di assicurazione e quelle di altre entità protagoniste del mercato finanziario globale, si stavano iniziando ad annoiare, in quanto la traiettoria delle quotazioni era divenuta monotona (il termine matematico non quello psicologico) e, pur consolandosi con il fatto di essere tra i pochi a veder crescere invece che deperire i loro rispettivi gruzzoletti, stavano addirittura meditando di lasciare i loro esclusivi e iper riservati resort esotici per tornare in massa alle loro lussuose abitazioni nella Grande Mela, anche per vedere un po’ più da vicino gli effetti più o meno catastrofici del loro incessante ma non rischioso operato!

Come scrivevo ieri, quanto sta accadendo da tre sedute sulle principali piazze azionarie di tutto il mondo, ma in particolare su quelle europee e a Wall Street, appare poco più che una riproposizione di uno schema che abbiamo visto più volte negli oltre diciannove mesi della tempesta perfetta, un giuoco alquanto pericoloso nel quale giocano un ruolo da primi attori Ken Lewis di Bank of America e l’indoamericano Vikram Pandit, il dead man walking legato con stretti giri di corda al timone della semiaffondata e seminazionalizzata Citigroup, due che si stanno esibendo dal vivo o via comunicati stampa sul terreno molto, ma molto scivoloso delle cosiddette notizie sensibili che piovono su un mercato che definire sull’orlo di una crisi di nervi è davvero un eufemismo.

Il bello della storia è che i due in realtà non stanno dicendo proprio nulla, in quanto il primo si limita a dire che non chiederà più soldi al Tesoro a stelle e strisce, in una fase peraltro nella quale Timothy Geithner sembra più interessato a convertire tutto o parte di quanto ha generosamente fornito alle maggiori banche americane l’ex (?) investment banker Hank Paulson da azioni privilegiate in azioni che sono sì di rischio ma anche di comando, mentre il secondo si esibisce in un assolo su dati di bilancio bimestrali (sic), dimenticandosi di chiarire il peso delle cosiddette one time items, quelle perdite straordinarie e dall’impatto istantaneo che hanno mandato la ‘sua’ banca in profondo rosso per cinque trimestri consecutivi, mentre non è ancora del tutto escluso che non lo facciano anche per la sesta volta con riferimento al periodo gennaio-marzo dell’anno in corso!

Non vorrei dover ricordare che il numero uno di Bank of America sta cercando in tutti i modi possibili e qualcuno anche un po’ impossibile di sottrarsi alle semplici richieste del nuovo sceriffo di New York, quell’Andrew Cuomo che sembra ogni giorno che passa più consapevole che l’accertamento delle responsabilità dei banchieri nell’attuale meltdown della finanza più o meno strutturata rappresenta la sua occasione d’oro per ripercorrere i fasti della carriera politica del padre, spingendosi forse anche fino alla candidatura alla massima carica prevista dalla Costituzione degli Stati Uniti d’America, un Attorney General che sta giocando in perfetta sintonia con gli esponenti politici della nuova amministrazione americana, ma che è anche perfettamente consapevole che sta suscitando reazioni in ambienti che contano molto e che non sembrano assolutamente disposti a lasciare tutto lo spazio di manovra che il giovane figlio d’arte chiede a gran voce.

Di quanto il gioco si stia facendo duro, sembrano molto più consapevoli i vertici delle altre due grandi banche universali, Wells Fargo e soprattutto J.P. Morgan-Chase, ma ancor di più quelli delle due uniche Investment Banks sopravvissute alla morìa incorsa alle altre tre che sono o fallite come Lehman Brothers o sono state forzosamente e molto frettolosamente accasate una proprio alla banca dei nipotini di John Pierpoint Morgan e di Nelson Rockfeller, mentre l’altra sta adducendo tanti lutti al povero Lewis che forse ha avuto l’unico torto di fidarsi dell’operato dell’ex Chief Executive Officer di Merrill Lynch, quel John Thain cresciuto in Goldman Sachs ma svezzatosi definitivamente da numero uno di quel New York Stock Exchange da lui lasciato solo alla condizione di un contratto blindato e un ingaggio multimilionario degno di un calciatore di prima grandezza!

Prontamente disdettati i voli per New York, i giocatori d’azzardo della tempesta perfetta si sono lanciati nella mischia già nelle prime ore di ieri pomeriggio, proprio quando le azioni delle sei maggiori entità creditizie a stelle e strisce stavano ripetendo, seppur in tono minore, l’exploit della seduta precedente, esercitandosi nel gioco che loro riesce meglio, quello di servire in quantità industriali quei sempliciotti che realmente pensavano in un’inversione di tendenza dopo tanti mesi di frustrazioni e delusioni a raffica, un ‘contre’ che ha immediatamente spento gli ardori e i bollori dei risparmiatori/investitori che già pregustavano di mettersi in tasca guadagni pari al 40-50 per cento delle somme investite.

Come le loro omologhe statunitensi, anche le maggiori banche europee hanno prontamente messo da parte le velleità di ripetere gli exploit che hanno segnato l’euforica seduta di martedì per accontentarsi di performance molto, ma molto più tranquille, incluse le poche entità creditizie più o meno globali che avevano realmente un qualcosa da festeggiare, ma tanti, davvero tanti, problemi ancora insoluti, in particolare in quei ricchi e promettenti mercati dell’Est Europa che si stanno uno dopo l’altro liquefacendo!

Dopo la saggia decisione di Pie Francesco Saviotti che ha deciso di mettersi nelle mani del per la terza volta ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, siamo tutti in trepida attesa delle decisioni che vorranno assumere i vertici degli altri quattro principali gruppi creditizi italiani, anche se temo che si tratti proprio di una scommessa a senso unico, per la semplicissima ragione che quella offerta da Tremonti è più una richiesta dai toni alquanto ultimativi che una opportunità da cogliere.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

mercoledì 11 marzo 2009

Mentre Citigroup torna in nero, il Banco Popolare si mette nelle mani di Tremonti!


Mentre guardavo l’andamento dei mercati finanziari sul fuso europeo e su quello americano nella giornata di ieri, non potevo fare a meno di riandare con la mente a quanto accadeva nel folle mese di ottobre del 2007, quando, a meno di due mesi dal blocco totale della liquidità interbancaria verificatosi l’ormai celebre 9 di agosto di quell’anno, i tre principali indici statunitensi andarono letteralmente alle stelle, con il Dow Jones che segnava il massimo di tutti i tempi al di sopra della soglia dei 14 mila punti e con il Nasdaq e lo S&P’s 500 ai massimi degli ultimi due anni, un’evidente schizofrenia dei mercati vogliosi di lasciarsi a tutti i costi alle spalle i fantasmi della tempesta perfetta che allora sembrava perfettamente controllabile attraverso le un po’ originali mosse di un duo quale quello rappresentato da Hank Paulson e Ben Bernanke, in arte Bernspan, che allora era davvero alle prime armi.

D’altra parte, i mercati azionari europei avevano spedito verso l’alto le alquanto depresse quotazione delle maggiori banche europee ben prima che il dead man walking, Vikram Pandit, il cinquantenne banchiere di origine indiana che è ancora miracolosamente legato al timone della tecnicamente fallita Citigroup, diramasse urbi et orbi un comunicato stampa che magnificava i dati relativi ai primi due mesi di questo sinora descritto come orribile 2009, dati, che opportunamente manipolati e proiettati sull’intero trimestre in corso, starebbero a indicare la possibilità che, dopo oltre cinque trimestri in profondo rosso, la potente banca basata a New York potrebbe presentare un utile addirittura superiore agli 8 miliardi di dollari, anche se la previsione è stata un po’ ‘sporcata’ dal rifiuto dello stesso Pandit a fornire dettagli sulla reale entità delle perdite sulla montagna di titoli della finanza strutturata più o meno tossici che sono rimasti sui suoi libri dopo che le autorità monetarie si sono fatte carico di titoli della specie per ben 325 miliardi di dollari, oltre alle decine di miliardi erogati dal munifico Paulson a titolo di ricapitalizzazione.

Come è noto, il nuovo ministro del Tesoro, Timothy Geithner, ha decisamente cambiato registro e ha tramutato una parte degli aiuti forniti a Citi, come peraltro alle altre principali entità creditizie a stelle e strisce, sotto forma di onerosissime azioni privilegiate in azioni ordinarie e costringendo, con la pistola alla tempia secondo il Wall Street Journal, gli altri possessori di azioni privilegiate a fare lo stesso, il che non ha proprio reso felici il principe saudita Bin Al Whaleed né i fondi sovrani arabi e asiatici che contavano molto sull’elevatissimo yield derivante dal loro prudente e lucrosissimo investimento e che ora si trovano, al prezzo di oltre 3 dollari cadauna, azioni di Citigroup dal molto incerto valore, anche perché Geithner potrebbe sempre decidersi a tramutare altre decine di miliardi di dollari in un mare di azioni ordinarie con il correlato effetto diluitivo!

Mentre vedevo le quotazioni delle azioni di Citigroup, Bank of America, J.P. Morgan-Chase e Wells Fargo schizzare verso l’alto segnando incrementi quotidiani che andavano dal 10 al 40 per cento, ho letto con sollievo i commenti dei più quotati analisti che mettevano in guardia i propri lettori dal prendere troppo sul serio il rally in corso, da alcuni di loro opportunamente definito come mercato dell’orso, per non parlare della valanga di ricoperture effettuate dalla legione di quanti sino al giorno prima si dilettavano a vendere allo scoperto tutto quanto aveva nella propria denominazione le parole bank o finance, come un tempo accadeva per le dot.com in quella roulette denominata Nasdaq, della quale forse non del tutto a caso era stato presidente quel Bernard L. Madoff ieri impegnato in schermaglie procedurali in un aula di tribunale nella parte bassa di Manhattan nel processo che lo vede accusato di avere frodato i propri clienti e amici di qualcosa come 50 miliardi di dollari, dividendi stratosferici contabilizzati ovviamente inclusi!

Prima ancora che scoppiassero i fuochi di artificio su Citigroup e le sue cinque sorelle, i mercati azionari europei avevano già avuto modo di vivere il loro martedì da leoni, con le maggiori banche europee letteralmente sugli scudi sia in Gran Bretagna, che in Germania che in Francia, ma immagino anche negli altri paesi membri dell’Unione europea, rialzi che in alcuni casi avevano anche un fondamento reale, mentre in molti altri appaiono basati più su fantasticherie che su dati reali atti a significare una qualche forma di miglioramento delle performance sottostanti, anche se è sempre vero che “così è, se vi pare”.

Ma qualcosa di reale è intervenuto nel mercato creditizio italiano, dove finalmente uno dei grandi gruppi bancari con sede nel Belpaese ha rotto gli indugi e ha reso ufficialmente noto di avere avviato le pratiche per ottenere il permesso di emettere quelli che oramai tutti definiscono i Tremonti Bonds, sì quelli che, almeno a giudizio di molti commentatori, apparivano la più realistica rappresentazione di quel mitico animale denominato Araba Fenice (che vi sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa), e che il prudente e molto navigato Pierfrancesco Saviotti, da qualche mese al timone del Banco Popolare con la scialuppa semiaffondata Italease al seguito, ha ritenuto essere molto opportuni per garantire un’ordinata, anche se alquanto onerosa, ricapitalizzazione del Banco.

Non so se era al Banco Popolare che si riferiva Silvio Berlusconi quando, da una capitale straniera, affermava che una banca italiana avrebbe fatto richiesta dei Bonds voluti dal suo per la terza volta ministro dell’Economia, ma voglio azzardare la previsione che anche gli altri quattro gruppi creditizi che con la banca di Saviotti occupano i primi cinque posto della graduatoria creditizia italiana formuleranno nei prossimi giorni analoga istanza presso il dicastero di Via XX Settembre e presso quella Banca d’Italia che dista solo qualche centinaio di metri in linea d’aria dall’ufficio di Tremonti, ma che sembra distarne in realtà qualche anno luce, almeno a sentire la ricostruzione fatta dai più maligni tra gli osservatori sui rapporti tra il Ministro e il Governatore!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

martedì 10 marzo 2009

Nelle pieghe del salvataggio di AIG la ragione dei guai delle banche europee!


Ho letto nel web una ricostruzione della vicenda che ha portato nel settembre dello scorso anno al salvataggio e nazionalizzazione di AIG, il colosso mondiale delle assicurazioni, che mi sembra assolutamente inverosimile e, forse proprio per questo, anche vera, anche perché se c’è una cosa che ho capito tenendo il giornale di bordo della tempesta perfetta appena entrata nel suo ventesimo mese di vita è che le cose più strane e inverosimili spesso sono quelle reali.

Ma cosa diceva questa ricostruzione apparsa su un sito finanziario italiano, ma ripresa da articoli apparsi oltreoceano, di così incredibile da farmi saltare letteralmente sulla sedia svedese posta davanti al mio computer? Semplicemente che i vertici della tecnicamente fallita compagnia americana avevano avuto la bella pensata di avere venduto alle principali europee contratti di assicurazione sul rischio di default dei loro crediti alla clientela per la bella cifra di 300 miliardi di dollari, una mossa che, come riportato nella relazione di bilancio della stessa AIG, aveva il solo scopo di alleggerire i requisiti patrimoniali delle banche europee coinvolte, una circostanza che le avrebbe messe nella peste se Paulson e Bernspan avessero lasciato fallire AIG così come avevano appena fatto ai danni di Lehman Brothers.

Come i miei lettori ricorderanno benissimo, in quelle stesse ore di metà settembre del 2008, oltre al pollice verso per Dick Fuld e la ‘sua’ Lehman e alla grazia concessa ad AIG, il rinomato trio Bush-Paulson-Bernspan benedisse anche l’acquisizione dell’altrettanto tecnicamente fallita Merrill Lynch da parte della potente ma ben poco preveggente Bank of America, il cui numero uno sta seriamente rischiando il carcere per la sua ostinazione di rifiutare al nuovo sceriffo di New York, Andrew Cuomo, la lista dei beneficiari dei bonus milionari elargiti dall’ex Chief Executive Officer di Merrill, John Thain, in anticipo non solo sui tempi consueti, ma anche qualche giorno prima che venisse formalizzato il passaggio ufficiale per una baracata di miliardi di dollari carta contro carta della ex investment bank a BofA.

Allo stato, il salvataggio della nazionalizzata AIG è già costato ai contribuenti americani centinaia di miliardi di dollari, ma che cosa accadrebbe se il nuovo inquilino della Casa Bianca decidesse di lasciare andare alla deriva la compagnia di assicurazioni o se il consiglio direttivo dell’associazione competente su tali tipi di contratti la considerasse ‘tecnicamente’ in default? Beh, credo proprio che le banche europee coinvolte dovrebbero semplicemente trovare dai rispettivi Stati di appartenenza o dal mercato quegli stessi 300 miliardi di dollari che, grazie ai buoni uffici della potente e ancor più preveggente Goldman Sachs, venivano in precedenza garantiti dai citati contratti stipulati con AIG, un’ipotesi che ha almeno il merito di spiegare il meltdown successivo delle quotazioni delle azioni delle principali banche europee in corso proprio da quell’orribile bimestre settembre-ottobre dell’anno scorso quando, come amava dire il numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss Kahn, il mercato finanziario globale era sull’orlo, e anche un po’ oltre, del precipizio, una frase che servì molto a spingere un terrorizzato G20/G21 a darsi una mossa e ad approvare a tempo di record piani di salvataggio su base nazionale megagalattici e ad assicurare non solo i depositi della clientela delle banche dei rispettivi paesi, ma anche le posizioni sull’immenso mercato interbancario!

Non ho motivo di dubitare della ricostruzione che di tutta la vicenda ha fatto un giornale autorevole come il Financial Times, anche se devo dire che se quanto ivi riportato dovesse rispondere al vero non riesco proprio a capire come i vigilatori principi delle principali banche europee, cioè i Governatori delle banche centrali e lo stesso Board of Directors della Banca Centrale Europea, stiano ancora bellamente ai loro rispettivi posti, anche perché uno scenario simile a quello sopra riportato renderebbe la storica frase del per la terza volta ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, quella “dei topi posti a guardia del formaggio”, non l’offesa bruciante che molti descrissero, ma poco più della carezza in un pugno della mitica canzone di Adriano Cementano, equiparando al contempo le molto minacciose esternazioni del leader della Lega Nord, Umberto Bossi, peraltro fatte alla presenza di un Giulio sorridente, poco più di un buffetto sulla guancia dei vigilatori e dei banchieri nostrani!

Non so proprio quale possa essere la banca italiana disposta a emettere i cosiddetti Tremonti Bonds, sì proprio quella di cui da una capitale europea ha parlato, senza farne il nome, il nostro attuale presidente del Consiglio dei ministri, ma credo proprio che non possa che essere identificata in uno dei cinque primi gruppi bancari italiani, che, da quel momento, sono stati ininterrottamente colpiti da una grandinata di vendite che non si sono fermate neppure nella seduta di ieri, con la novità della debacle dell’azione di quella Mediobanca che pure ha da tempo dichiarato che non ha alcuna intenzione di fare ricorso a questo strumento oneroso e molto condizionante di finanziamento, una dichiarazione che farà pure onore ai suoi vertici ma che non ha impedito di sfondare di un balzo verso il basso la soglia psicologica dei 5 euro, con una flessione di poco superiore al 10 per cento, mentre il Banco Popolare ne perdeva appena nove, di punti percentuali, e sfondava anche esso verso il basso la soglia dei 2 euro e la Banca Popolare di Milano si portava al di sotto della soglia dei tre euro, livelli ancora stellari per la povera Intesa-San Paolo che minaccia ogni giorno che passa di portarsi al di sotto dell’euro, come da tempo hanno fatto Unicredit Group, banca Monte dei Paschi di Siena e Unipol Gruppo Finanziario, mentre ancora si tiene al di sopra dei sei euro UBI Banca, solida aggregazione di banche del Nord, peccato che ne quotasse poco meno di 23, sempre di euro, nel maggio del 2007.

Per onore di cronaca, devo rilevare che l’unica azione bancaria di rilievo ad andare in controtendenza ieri è stata quella di Unicredit Group che ha chiuso a ben 73 centesimi, ma quotava 7,75 euro ai tempi dell’acquisizione di Capitalia!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

lunedì 9 marzo 2009

Secondo l'Asian Development Bank, le perdita di valore delle attività finanziarie nel 2008 è stata pari a 50 mila miliardi di dollari!


Sono stati diffusi ieri i dati di una ricerca commissionata dall’Asian Development Bank sull’impatto della crisi finanziaria sul valore complessivo delle attività finanziarie, valute-azioni-bonds, nel corso dell’orribile 2008, anno bisesto e molto funesto, una ricerca dalla quale emerge che vi sarebbe stata una decurtazione di tale valore complessivo a livello globale pari alla stratosferica cifra di 50 mila miliardi di dollari, 9.600 dei quali sarebbero riferiti alla sola area asiatica di competenza dell’ADB, istituzione sovranazionale basata a Singapore, mentre sarebbe molto più modesto l’impatto sui paesi dell’America latina, area nella quale la perdita dei valore delle attività finanziarie sarebbe stata di ‘soli’ 2.100 miliardi di dollari.

Le drammatiche stime divulgate dall’ABD consentono di stimare per gli Stati Uniti d’America e le due nazioni ad essi legati nell’ambito del NAFTA (Canada e Messico) e per l’area europea complessivamente intesa (dal Regno Unito alla Russia) una perdita di valore delle attività finanziarie non inferiore ai 38 mila miliardi di dollari, ipotizzando per l’intera area africana una perdita non superiore a qualche centinaio di miliardi di dollari, un impatto di dimensioni superiore a qualsiasi valutazione precedente e che consente di comprendere meglio l’attuale meltdown nel mercato finanziario globale e il rapido estendersi del contagio, via crollo verticale della domanda effettiva e delle aspettative, all’economia reale!

Non è peraltro un caso, se le previsioni dell’ABD, così come quelle degli economisti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, spostano la possibile fine della tempesta perfetta alla fine dell’anno in corso o all’inizio del prossimo, anche se va detto che si tratta di previsioni largamente dettate dal cosiddetto ottimismo della volontà, piuttosto che da un’analisi fredda e ragionata della situazione, in quanto lo studio citato non prende in considerazione le ingenti perdite del valore complessivo delle attività finanziarie intervenute negli ultimi mesi del 2007, né tanto meno quelle che si stanno accumulando in questo primo scorcio di 2009, un anno che si preannuncia peggiore di quello che lo ha preceduto, non fosse altro che per la semplice ragione che dai valori alquanto virtuali delle attività finanziarie la crisi sta cominciando sempre di più a colpire i redditi, l’occupazione e, di conseguenza, la stessa tassazione, per non parlare poi dei livelli della produzione industriale e del correlativo grado di utilizzo degli impianti.

In uno studio diffuso pressoché in contemporanea con quello dell’ABD, la Banca Mondiale ci informa che l’impatto della tempesta perfetta sul commercio internazionale è di tale entità da costringere i suoi economisti a prevedere che nel 2009 si toccherà il livello più basso degli ultimi ottanta anni, il che ci riporta, guarda caso, ai volumi toccati in quel 1929 cui fece seguito quel lunghissimo ciclo recessivo che si meritò pienamente il nome di Grande Depressione, una crisi che si protrasse fino ai primissimi anni Quaranta e dalla quale gli Stati Uniti d’America uscirono solo allo sforzo bellico senza precedenti legato alla decisione di entrare in guerra a fianco della Gran Bretagna minacciata di essere invasa dai nazisti che avevano già conquistato il resto dell’Europa.

Se si pensa che stime prudenziali valutavano, con riferimento all’inizio del 2007, lo stock della ricchezza finanziaria a livello globale, al netto del valore delle proprietà immobiliari, ad un valore di 150 mila miliardi di dollari e che buona parte degli stessi erano impiegati proprio nelle attività finanziarie sopra menzionate, si può avere un’idea alquanto sommaria della perdita incorsa nei portafogli delle istituzioni finanziarie intese in senso lato, così come in quelli dei ricchi e super ricchi inclusi nell’ampia graduatoria delle prime 1.062 posizioni (fino al minimo di un miliardo di dollari di ricchezza) stilata dalla prestigiosa rivista americana Forbes, una classifica che, ovviamente, include più di 1.062 persone, in quanto riporta innumerevoli ex equo, soprattutto ai livelli più ‘bassi’ della stessa classifica.

Ma se i ricchi piangono per la perdita di oltre un terzo delle proprie attività finanziarie già realizzatasi, i non affluenti certamente non ridono, anche perché le alte e più recenti ondate della tempesta perfetta da oggi entrata nel suo ventesimo mese di vita li sta colpendo duramente non in proporzione, come è ben testimoniato da milioni di famiglie statunitensi che hanno perso la casa, il lavoro o, in una parte rilevante di casi, li hanno persi entrambi, il che ha prodotto un passaggio pressoché istantaneo da una condizione di relativo benessere ad una di miseria assoluta che li porta spesso a vivere esclusivamente di sussidi di disoccupazione e di buoni alimentari, con l’automobile trasformata in abitazione!

L’avvitamento della crisi su sé stessa sta spingendo ad un’accelerazione dei piani dei governi volti a intraprendere strade non del tutto battute in precedenza pur di trovare una qualche via d’uscita dal pantano in cui oramai ci troviamo tutti insieme appassionatamente, piani che vengono rinforzati più o meno ogni fine settimana e che, puntualmente, vengono rivisti ogni lunedì successivo, ad onta dei trilioni di dollari o di euro impegnati o spesi, dei livelli davvero infimi raggiunti dai tassi di interesse, dei tagli a volte selvaggi delle tasse o della miriade di incentivi alla rottamazione di tutto quanto è rottamabile.

Come ho scritto più volte nelle settimane e nei mesi scorsi nel Diario della crisi finanziaria, l’esitazione nell’intraprendere con decisione la via della nazionalizzazione dei principali gruppi bancari operanti a livello più o meno globale rischia di portarci inevitabilmente verso il cosiddetto scenario giapponese che poi non è che la più evidente applicazione pratica e pluridecennale di quella intuizione di John Maynard Keynes rappresentata dalla teoria denominata trappola della liquidità, l’insensibilità cioè degli imprenditori al livello dei tassi di interesse, anche ove questo si approssimi o sia pari allo zero!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .