martedì 26 gennaio 2010

Tre domande senza risposta!


Il Congressional Budget Office ha diffuso oggi le sue stime sul deficit federale per l’anno fiscale in corso e per gli anni a seguire fino al 2015, stime ovviamente condizionate dallo scenario economico tutt’altro che favorevole, dal gigantesco sforzo teso a salvare le banche e a rivitalizzare l’economia e, in ultimo ma non certo per ultimo, dal livello elevatissimo del tasso di disoccupazione, stimato al 10,1 per cento nella media dell’anno fiscale in corso.

Le cifre sul deficit federale sono da fare tremare i polsi, con i 1.350 miliardi di dollari previsti per quest’anno e i 980 miliardi per quello prossimo, cifre che potrebbero migliorare solo se verrà mantenuto l’impegno elettorale di Obama di eliminare gli sgravi fiscali sui più ricchi voluti a suo tempo da George W. Bush.

Nel frattempo, vi è stata molta delusione per il calo dei prezzi delle case misurati dall’indice Standard & Poor’s/ Case Shiller, un calo dello 0,2 per cento che fa seguito ad una flessione dello 0,1 per cento relativa al mese precedente, ma l’indagine rivela anche che in quattro delle aree considerate i prezzi si pongono al minimo degli ultimi quattro anni.

Come avevo previsto nell’ultima puntata pubblicata alla fine dello scorso anno, i mercati azionari statunitensi, ma un po’ quelli di tutto il mondo, hanno innestato una decisa retromarcia, con l’indice Dow Jones prossimo a testare verso il basso il livello psicologico dei 10.000 punti, dopo che soltanto poco tempo fa sembrava destinato a testare verso l’alto quello degli 11.000 punti, mentre lo Standard & Poor’s 500 si sta riavvicinando pericolosamente al livello dei 1.000 punti, smentendo clamorosamente gli analisti che vedevano sino a poco tempo fa possibile il raggiungimento della soglia dei 1.500 punti.

So bene che molti attribuiscono questa inversione di tendenza alla proposta di Obama di tassare le banche statunitensi, ma mi permetto sommessamente di dissentire, non fosse altro che un aggravio fiscale di 42 miliardi in undici anni rappresenta uno sforzo più che gestibile per il sistema bancario più potente del mondo.

Il problema è, invece rappresentato dalle tre domande senza risposta che riporto per comodità del lettore:

* Quale è la vera dimensione della montagna di titoli più o meno tossici della finanza strutturata ancora in circolazione e quale è l’esatta distribuzione degli stessi tra le diverse entità protagoniste del mercato finanziario globale?


* Quale è la vera situazione del mercato immobiliare? Una domanda che, anche alla luce del dato odierno sui prezzi delle case, non trova comode risposte.

* Cosa sta accadendo nel mercato obbligazionario dopo le pesanti tosature cui sono stati sottoposti i detentori di obbligazioni tradizionali emesse da entità o entrate in procedura fallimentare o in difficoltà nella restituzione, come nel caso della Dubai World, che ha chiesto una moratoria di sei mesi sulla restituzione sia degli interessi che dei bonds in scadenza?

martedì 29 dicembre 2009

Facciamo il punto sulla tempesta perfetta


Ho impiegato alcune settimane per cercare di riflettere con più calma su quello che sta davvero accadendo nei mercati finanziari, uno sforzo non da poco dopo i devastanti ventotto mesi di tempesta perfetta che hanno provocato perdite e lutti alla flotta delle entità a diverso titolo operanti nel mercato finanziario globale.

Si è trattato in ogni caso di una pausa salutare dopo due anni di impegno quotidiano che hanno trasformato il Diario della crisi finanziaria nel giornale di bordo non autorizzato del maggiore sommovimento nei mercati finanziari mai registrato dalla crisi del 1929, anche se, e non solo il solo a pensarla a questo modo, sotto molti aspetti la magnitudo dei fenomeni che stiamo ancora vivendo è stata addirittura maggiore di quella registrata ottanta anni orsono.

Ma quello che rende difficoltoso fare il punto della situazione è rappresentato dalla domanda che pongo quasi incessantemente da oltre due anni: quale è la vera dimensione della montagna di titoli più o meno tossici della finanza strutturata ancora in circolazione e quale è l’esatta distribuzione degli stessi tra le diverse entità protagoniste del mercato finanziario globale?

Dopo la recente restituzione operata da Citigroup, si può dire che quasi tutte le maggiori banche statunitensi hanno saldato il proprio debito nei confronti dello Stato, liberandosi così dalle limitazioni sui compensi imposti dall’amministrazione Obama, ma sorte analoga non sono destinati ad avere i titoli che sono stati graziosamente sollevati dai loro bilanci e i cui relativi rischi gravano ancora sulle entità pubbliche che se ne sono fatte carico.

L’altro corno del dilemma, rappresentato dalla situazione del mercato immobiliare, non presenta maggiori punti di chiarezza, a meno di non fermarsi al rimbalzo delle vendite stimolate dagli sgravi fiscali e dai prezzi di assoluto realizzo degli immobili, una condizione quest’ultima destinata a continuare alla luce del crescente numero di procedure di foreclosure.

Ma vi è un terzo aspetto della tempesta perfetta che sta togliendo il sonno agli investitori ed è quello connesso alle pesanti tosature cui sono sottoposti i detentori di obbligazioni tradizionali emesse da entità o entrate in procedura fallimentare o in difficoltà nella restituzione, come nel caso della Dubai World, che ha chiesto una moratoria di sei mesi sulla restituzione sia degli interessi che dei bonds in scadenza.

Queste tre criticità spiegano il sostanziale arresto della crescita dei tre principali indici statunitensi dopo una corsa del 60 per cento circa dai rispettivi minimi toccati nel corso del mese di marzo, una battuta di arresto che dovrebbe preludere, almeno secondo il giudizio di uno dei più importanti gestori del mondo, il chief executive officer di PIMCO, Mohammed El-Erian, a un ribasso in tempi brevi del dieci per cento del rappresentativo Standard & Poor’s 500.

D’altra parte, una ripresa sostenuta in larga misura dall’elevatissimo deficit spending governativo e dai tassi prossimi allo zero non è destinata ad avere vita lunga e sostenibile né a produrre quei tassi di crescita che potrebbero consentire quel significativo riassorbimento del tasso di disoccupazione che potrebbe segnalare una vera inversione di tendenza.

venerdì 4 dicembre 2009

Bank of America restituisce 45 miliardi!


Per diversi giorni il mercato finanziario globale si è interrogato su quanto stava accadendo negli Emirati Arabi Uniti, in particolar modo a Dubai, la città che decise di cambiare il proprio volto e di diventare un polo di attrazione per turisti e investitori, un’operazione in parte riuscita ma a costi altissimi e ora una delle principali società utilizzate per realizzare l’impresa, la Dubai World, chiede ai detentori di suoi bonds per 60 miliardi di dollari di avere pazienza per riavere i propri “terzi e capitale”.

A breve inizieranno gli incontri per definire tempi e modalità dei futuri rimborsi, ma è evidente che i bondholders continuano a essere i soggetti maggiormente colpiti dalle conseguenze della tempesta perfetta, come ben hanno già sperimentato i detentori di titoli Chrysler e General Motors e quelli di altre società che hanno avviato rinegoziazioni del debito improntate, nella maggior parte dei casi, a pesanti, se non pesantissime decurtazioni del dovuto.

La pubblicazione del dato dell’Institute for Supply Management relativo al settore dei servizi nel mese di novembre ha turbato non poco gli operatori e gli investitori a causa dell’inatteso calo dell’indice passato da 50,6 a 48,7, ben al di sotto delle attese degli analisti che prevedevano un rialzo a 51,5, una flessione importante perché, come è noto, l’indice indica espansione solo a livelli superiori a 50.

Anche per le vendite al dettaglio delle catene a carattere nazionale, il mese di novembre 2009 non sarà tra quelli da ricordare, in quanto si è registrato un decremento delle vendite dello 0,3 per cento, un dato che sarebbe stato ancora più pesante se non fosse iniziata, con il ponte del giorno del ringraziamento, il periodo noto come Christmas Spending.

Tra le notizie positive vi è il forte calo delle nuove richieste settimanali di sussidi di disoccupazione, portatesi a 457 mila dopo essere state per tanti mesi al di sopra delle 500 mila, e la decisione di Bank of America di restituire i 45 miliardi di dollari ricevuti a suo tempo nell’ambito del programma TARP.

La decisione di Bank of America, tuttavia, sembra solo finalizzata a liberarsi dei vincoli alla compensation imposti dal rappresentante di Obama e che stanno rendendo difficile se non impossibile la ricerca del successore di Ken Lewis, il Chief Executive Officer dimissionario che lascerà a fine anno la guida della banca.

Al di là dei veri motivi alla base della decisione di BofA, è comunque certo che con questa mossa a sorpresa cresce l’isolamento di Citigroup che sembra nell’impossibilità di restituire i 45 miliardi di dollari ricevuti dal TARP ed è ancora posseduta dallo Stato per oltre un terzo del suo capitale azionario.

martedì 24 novembre 2009

Un banchiere prenderà il posto di Geithner?


Non vorrei che dietro l’odierno rally della borsa statunitense più che la soddisfazione per il balzo in avanti delle vendite di case vi sia l’indiscrezione del New York Post sulla possibilità che il numero uno di J.P. Morgan-Chase, Jamie Dimon, possa subentrare all’attuale ministro del Tesoro, Timothy Geithner, un’ipotesi che considero sciagurata e che spero davvero si riveli al più presto del tutto infondata.

E’ vero che l’ipotesi appare un po’ stiracchiata, ma l’esperienza recente dell’ex (?) investment banker sulla poltrona più alta del dicastero del Tesoro a stelle e strisce, Hank Paulson, nonché quella più remota nel tempo del suo ex collega in Goldman, Robert Rubin, fa temere che non sia affatto impossibile che Obama punti su un banchiere di lungo corso per rimpiazzare il civil servant Geithner che, in effetti, è da lungo tempo sotto tiro.

I lettori del Diario della crisi finanziaria conoscono bene la mia valutazione dei trenta mesi di gestione di Paulson al Tesoro, una prestazione al di sotto di ogni sospetto e che non cercava neppure di nascondere il pesante conflitto di interessi gravante sul ministro che aveva, insieme a Bernspan beninteso, potere di vita o di morte sulla banca di provenienza e sulle sue più o meno dirette rivali, per non parlare della serie infinita di piani per uscire dalla crisi trionfalmente annunciati e, quasi sempre, repentinamente falliti.

Ma il capitolo più oscuro della saga di Paulson resta indubbiamente la decisione di lasciar fallire Lehman Brothers, una decisione che portò il mercato finanziario globale quasi oltre l’orlo del baratro, un’eventualità sciagurata che venne impedita soltanto a costo di decisioni eccezionali assunte dal G20 nell’ottobre del 2008 e che videro gettate sul piatto, tra impegni e spese realmente sostenute, decine e decine di migliaia di miliardi di dollari, in larghissima parte a rischio se non proprio a carico dei contribuenti.

Nel caso di Paulson, non si trattava nemmeno dell’eterno dilemma tra scelte in favore di Wall Street o di Main Street, in quanto era evidente a tutti l’approccio assolutamente bancocentrico dell’allora ministro del Tesoro, un approccio che contribuì a spedire General Motors e Chrysler dritte dritte nel girone infernale delle procedure fallimentari dalle quali entrambe sono uscite a spese dei loro bondhoders.

A onore di Dimon, va tuttavia detto che la banca da lui gestita è certamente quella che ha retto meglio alle intemperie della tempesta perfetta, forse anche perché era quella meno caratterizzata dagli elevatissimi rapporti di leverage che affliggevano le sue più dirette concorrenti, ma questo non è sufficiente a preferire un banchiere a un ex presidente della Fed di New York tempratosi per quasi due decenni proprio al ministero del Tesoro.

Il balzo in avanti delle vendite di case negli Stati Uniti d’America in ottobre, una crescita del 10,1 per cento rispetto al mese di settembre, trae invece origine da quelli che dovevano essere gli ultimi fuochi degli incentivi fiscali che dovevano scadere alla fine di novembre, ma che sono stati estesi fino alla fine di aprile dell’anno prossimo, bonus fiscali che sono stati estesi anche a quanti acquistano una casa non per la prima volta, purché possano dimostrare di essere in possesso dell’abitazione precedente da almeno cinque anni, anche se in questo caso il bonus si riduce da 8.000 a 6,500 dollari.

sabato 21 novembre 2009

Trichet tira il freno?


E’ oramai il terzo giorno consecutivo che il mercato azionario statunitense registra ribassi, ma stavolta la causa non è tanto interna quanto proveniente dall’altro lato dell’Oceano Atlantico, più in particolare in quel di Francoforte, da dove il germanizzato Jean Claude Trichet, presidente della Banca Centrale Europea, ha detto che è giunto il momento di ritirare il supporto eccezionale alle banche europee.

Buona parte del recente rally delle borse era dovuto alle ripetute promesse dei ministri dell’economia del G20 sul mantenimento delle misure eccezionali varate nell’ottobre del 2008, quando, dopo il fallimento di Lehman Brothers e la seconda ondata di nazionalizzazioni e salvataggi, sembrava davvero che si dovesse registrare il default sistemico del mercato finanziario globale.

Come ricorderanno i lettori del Diario della crisi finanziaria, la tempesta perfetta ebbe inizio proprio in Europa il 9 agosto del 2007 con il blocco totale della liquidità sul mercato interbancario e il primo mega intervento da parte della BCE, ma è evidente che Trichet è convinto che oramai le banche possano fare da sole.

L’intervento di Trichet deve avere gelato i partecipanti al Congresso dell’associazione bancaria europea, molti dei quali avranno iniziato subito a fare i conti di quanto costerà alle rispettive banche il venir meno del sostegno generoso della BCE, anche se è sicuro che i rubinetti non verranno chiusi bruscamente, basterebbe pensare che una delle misure annunciate sempre oggi dall’istituto di Francoforte, quella che prevede il doppio rating per i titoli che possono essere forniti dalle banche come collaterali riguarderà solo i titoli emessi dal 1° marzo dell’anno prossimo.

Il presidente della BCE ha usato anche toni duri nei confronti del comportamento delle banche, ma questa non è una novità, né sembra che i presenti se la siano presa più di tanto per i riferimenti ai bonus e al restringimento dell’offerta di credito all’economia.

A proposito di bonus, è molto interessante quanto sta avvenendo in casa della potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs, dove, stando a un informatissimo servizio del Wall Street Journal, sarebbe in corso una rivolta dei grandi azionisti contro la attribuzione di qualcosa come venti miliardi di dollari di premi ai dipendenti, un multiplo degli utili distribuiti sotto forma di dividendi agli azionisti, una distribuzione della ricchezza prodotta che appare iniqua ai possessori di pacchetti azionari rilevanti di Goldman.

Molto piccato, il portavoce di Goldman, Lucas van Praag, ha replicato che le critiche sui bonus sono fuori luogo, in quanto, a suo dire, gli azionisti vogliono che la compensation sia tale mantenere i talenti interni e da essere attrattiva per i talenti che aspirano a entrare in Goldman, una precondizione indispensabile per garantire i profitti futuri.

Gli azionisti ribelli obietterebbero che, pur tenendo conto delle ferree, almeno in terra statunitense, regole della meritocrazia, 775 mila dollari a testa, una media che prende in considerazione anche gli addetti a mansioni esecutive, sembrano un po’ troppi anche per gli addetti alla banca più potente del pianeta!

venerdì 20 novembre 2009

Milioni di case a rischio negli USA! (2)


Per il secondo giorno consecutivo, i mercati azionari, ma in particolare quello statunitense, stanno vivendo momenti poco felici, influenzati dalla non soluzione dei due nodi principali messi in luce dalla tempesta perfetta: il meltdown del settore immobiliare e il sempre più elevato tasso di disoccupazione.

In uno scenario del genere, è sufficiente che il numero delle richieste di sussidi settimanali di disoccupazione continui ostinatamente a mantenersi al di sopra delle 500 mila domande (505 mila per la precisione) per convincere operatori e investitori del fatto che l’economia a stelle e strisce sta ancora perdendo posti di lavoro, una convinzione che mal si concilia con l’idea di una ripresa forte già in atto.

Pur essendo calato a 5,6 milioni il numero di persone che ricevono i sussidi statali per le canoniche 26 settimane, va considerato che, nel frattempo, sono cresciute di 120 mila unità, giungendo a 4,2 milioni, le persone che ricevono i sussidi decisi dal congresso per 73 settimane, benefici che sono stati recentemente estesi da un minimo di 13 a un massimo di 20 settimane, il che porta il totale delle persone che ricevono un sussidio a poco meno di 10 milioni.

Avevo fornito nella puntata di martedì del Diario della crisi finanziaria i dati sui ritardi dei pagamenti nei mutui forniti dalla TransUnion, ma un quadro molto più preoccupante lo ha fornito oggi la Morgane Bankers Association che stima al 14 per cento il numero dei mutuatari in ritardo con i pagamenti delle rate, un dato che, secondo il rapporto, potrebbe rivelarsi micidiale per l’accenno di ripresa nelle vendite dovuto ai bonus fiscali decisi a livello federale, sgravi terminati a settembre ma che riprenderanno a partire dal mese di aprile del 2010 per transazioni da perfezionare entro la fine del mese di giugno.

Secondo i dati a disposizione dell’associazione, sono circa quattro milioni i mutuatari che sono già sottoposti alla procedura di foreclosure o in ritardo da almeno tre mesi nei pagamenti, numeri che confermano le previsioni formulate da uno dei vice di Geithner in una preoccupatissima deposizione al Congresso, nella quale affermava a chiare lettere che milioni di americani avrebbero perso la propria abitazione nei prossimi due anni.

I dati della Mortgage Bankers Association illustrano inoltre un fenomeno davvero preoccupante, in quanto ad andare in default non sono più i sottoscrittori di mutui subprime, passati dal 35 per cento del terzo trimestre 2008 al 16 per cento attuale sul totale dei mututari in ritardo nei pagamento o in foreclosure, ma bensì coloro che hanno sottoscritto mutui a tasso fisso e con un buon score creditizio, passati dal 21 al 33 per cento, ma è parimenti preoccupante il balzo al 18 per cento del totale di quanti hanno almeno una rata insoluta anche i mutui assistiti da garanzia della Federal Housing Administration.

In perfetta analogia con i dati forniti dalla TransUnion, anche quelli della Mortgage Bankers Association segnalano che la parte del leone la fanno i soliti quattro Stati, la Florida, la California, il Nevada e l’Arizona, che totalizzano il 44 per cento delle nuove procedure di foreclosure, con la Florida che da sola ne rappresenta il 13 per cento e il Nevada che contribuisce per il 9 per cento del totale.

mercoledì 18 novembre 2009

Milioni di case a rischio negli USA!


Sentivo ieri alla radio il resoconto abbastanza drammatico della crisi immobiliare a stelle e strisce, un dramma che il testimone descriveva in termini alquanto crudi con una serie di numeri: mezzo milione di abitazioni già espropriate dalle banche e due milioni in procinto di esserlo nel prossimo futuro, numeri che non rendono fino in fondo l’idea di interi quartieri non più abitati se non da una fitta selva di cartelli con la scritta vendesi.

Lo stesso interlocutore, un italiano che vive da alcuni anni negli Stati Uniti d’America, ha raccontato di un escamotage utilizzato dalle banche nelle zone divenute improvvisamente deserte e che consiste nell’offrire una parte delle abitazioni a un dollaro, purché l’acquirente si impegni ad abitarle, nella speranza che un panorama meno lunare del quartiere induca i potenziali acquirenti a decidere di comprare un abitazione.

Noto con piacere che diversi economisti e non pochi analisti si dichiarano convinti che senza una soluzione del problema delle foreclosure e di quello altrettanto drammatico della disoccupazione non sarà possibile uscire dall’attuale crisi e vedere l’avvio di una ripresa vera e sostenibile nel tempo.

Purtroppo, i numeri rappresentano una ben altra situazione ed è di oggi la notizia che la percentuale di mutuatari in ritardo nel pagamento delle rate da sessanta o più giorni si è portata, nel terzo trimestre, al 6,25 per cento, mentre era, seppure di poco, inferiore al 4 per cento nello stesso periodo dell’anno scorso, il che vuol dire che siamo di fronte a una percentuale di mutuata morosi multipla di quella che avrebbe costretto le finanziarie a riacquistare dalle banche i mutui spesso venduti poche ore dopo essere stati stipulati.

Per chi vuole vedere il lato pieno del bicchiere, si può notare che il tasso di crescita dei morosi nei confronti di quanti erano in tale condizione nel secondo trimestre è calato al 7,4 per cento, mentre era stato dell’11,3 per cento nel confronto tra il secondo trimestre e il primo e del 14 per cento tra il primo trimestre di quest’anno e l’ultimo del 2008, un segnale certamente incoraggiante, ma che non consente eccessi di ottimismo, anche alla luce delle drammatiche cifre rese note nei mesi scorsi da un vice ministro del Tesoro.

Nella triste graduatoria resa nota dalla TransUnion, un agenzia che dispone di un data base con 27 milioni di posizioni, primeggia il Nevada, con un tasso di delinquencies mortgage del 14,4 per cento (era del 7,7 nel terzo trimestre del 2008, seguito dalla Florida con il 13,3 per cento (7,8 per cento l’anno scorso), l’Arizona con il 10,4 per cento (5,5 per cento) e la California con il 10,2 (5,8 per cento).

In questo quadro desolante, una vera e propria isola felice è rappresentata dal North Dakota, uno Stato nel quale solo l’1,7 per cento dei mutuatari risultano essere in ritardo con i pagamenti, una percentuale che era solo dell’1,4 per cento nel terzo trimestre del 2008.

Se si rivelasse vera la previsione fatta nel rapporto che indica nel 7 per cento i mutuatari in ritardo nei pagamenti nel quarto trimestre dell’anno in corso, questo vorrebbe dire che, con riferimento al parziale seppure importante campione monitorato da TransUnion, poco meno di due milioni di abitazioni sarebbero a rischio di esproprio!