giovedì 25 marzo 2010

La speculazione all'attacco dell'euro!

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La crisi della Grecia e il declassamento del Portogallo deciso da Fitch hanno spinto l’euro sotto il livello di 1,33 dollari, il tutto mentre l’Unione europea non riesce a trovare una linea per affrontare la situazione, a causa del rifiuto tedesco non solo ad accettare un piano che consenta di venire in soccorso di Atene, ma anche rispetto alla stessa ipotesi di una riunione dei paesi dell’eurogruppo che preceda il vertice europeo.

La speculazione internazionale si è ovviamente gettata a capofitto sull’incapacità europea di trovare una soluzione, portando in pochi mesi la valuta europea da livelli prossimi a 1,50 dollari al minimo degli ultimi dieci mesi toccato ieri, ma sembra ancora indecisa sull’opportunità di un attacco frontale che presenta al momento più rischi che opportunità.

Il problema vero, come ho peraltro ripetutamente scritto in diverse puntate del Diario della crisi finanziaria, consiste nell’anomalia di una valuta unica europea in assenza di un vero e proprio governo europeo dotato di poteri effettivi in materia economico-finanziaria, un’asimmetria le cui conseguenze sono oggi sotto gli occhi di tutti e che rischia di produrre effetti nefasti nei prossimi mesi se non nelle prossime settimane.

venerdì 5 febbraio 2010

Una nuova ondata della tempesta perfetta


Nell’ultima puntata del Diario della crisi finanziaria, avevo commentato le drammatiche previsioni sul deficit federale statunitense elaborate dal Congressional Budget Office, cifre da far tremare i polsi e che prevedevano una voragine stimabile in migliaia di miliardi di dollari nel triennio 2009-2011, cifre che peraltro sono per buona metà già reali, mentre è forte il sospetto che la parte che temporalmente deve ancora realizzarsi possa essere ancora più pesante delle già alquanto fosche previsioni.

Ma la revisione effettuata dal ministero del lavoro statunitense sulla perdita di posti di lavoro nei ventisei mesi dall’inizio della recessione è altrettanto drammatica, con un totale di 8,6 milioni di posti di lavoro persi, 1,4 milioni in più di quanto era stato precedentemente stimato, ma il record dei posti di lavoro persi viene attribuito al 2009, anno nel quale sono stati persi poco meno di 5 milioni di donne e uomini americani hanno smesso di ricevere un salario e hanno iniziato a sopravvivere con il sussidio di disoccupazione fortunatamente esteso temporalmente grazie a ripetuti interventi del Congresso.

Anche se molto inferiore a quella di dicembre, anche la perdita di posti di lavoro registrata in gennaio segnala che la ripresa non è ancora iniziata e che il timido segno positivo nel settore manifatturiero e quello più sensibile nel settore dei servizi non permettono di vedere una reale inversione di tendenza rispetto alle tendenze dei mesi scorsi, così come il miglioramento del tasso di disoccupazione è più da leggere come un aumento degli scoraggiati che come un aumento degli occupati.

L’insostenibilità del deficit pubblico a stelle e strisce e l’assoluta emergenza occupazionale spiegano in parte lo sfondamento verso il basso della soglia psicologica dei 10 mila punti del Dow Jones, mentre appare rinviata solo di poco quella dei 1.000 punti dello Standard & Poor’s 500, test che avevo previsto nella puntata del 26 gennaio.

Ma, al di là dell’andamento della borsa di New York, restano come macigni le altre due domande che sinora non hanno trovato risposta, quella relativa alla residua consistenza dei titoli più o meno tossici della finanza strutturata e quella relativa allo stato di salute del mercato immobiliare a stelle e strisce.

Il terremoto europeo di ieri, ma i segni meno sono apparsi, anche se meno netti, anche oggi, non sembra avere impressionato i commentatori di oltre oceano, eppure le ambasce di Grecia, Spagna e Portogallo sono dovute in gran parte proprio agli effetti di quella tempesta perfetta iniziata due anni e mezzo fa proprio con il blocco totale del mercato dell’euribor verificatosi il 9 agosto del 2007, mentre resta tutta da chiarire la reale situazione dei paesi dell’Est Europa.

Pur non essendo un esperto di tempeste, ero e sono convinto che la fase di relativa bonaccia degli ultimi mesi non potesse durare a lungo, visto che nulla si è fatto per aggredire le vere cause che hanno originato il fenomeno, così come credo che i prossimi mesi metteranno a dura prova i nervi dei risparmiatori e degli investitori.



martedì 26 gennaio 2010

Tre domande senza risposta!


Il Congressional Budget Office ha diffuso oggi le sue stime sul deficit federale per l’anno fiscale in corso e per gli anni a seguire fino al 2015, stime ovviamente condizionate dallo scenario economico tutt’altro che favorevole, dal gigantesco sforzo teso a salvare le banche e a rivitalizzare l’economia e, in ultimo ma non certo per ultimo, dal livello elevatissimo del tasso di disoccupazione, stimato al 10,1 per cento nella media dell’anno fiscale in corso.

Le cifre sul deficit federale sono da fare tremare i polsi, con i 1.350 miliardi di dollari previsti per quest’anno e i 980 miliardi per quello prossimo, cifre che potrebbero migliorare solo se verrà mantenuto l’impegno elettorale di Obama di eliminare gli sgravi fiscali sui più ricchi voluti a suo tempo da George W. Bush.

Nel frattempo, vi è stata molta delusione per il calo dei prezzi delle case misurati dall’indice Standard & Poor’s/ Case Shiller, un calo dello 0,2 per cento che fa seguito ad una flessione dello 0,1 per cento relativa al mese precedente, ma l’indagine rivela anche che in quattro delle aree considerate i prezzi si pongono al minimo degli ultimi quattro anni.

Come avevo previsto nell’ultima puntata pubblicata alla fine dello scorso anno, i mercati azionari statunitensi, ma un po’ quelli di tutto il mondo, hanno innestato una decisa retromarcia, con l’indice Dow Jones prossimo a testare verso il basso il livello psicologico dei 10.000 punti, dopo che soltanto poco tempo fa sembrava destinato a testare verso l’alto quello degli 11.000 punti, mentre lo Standard & Poor’s 500 si sta riavvicinando pericolosamente al livello dei 1.000 punti, smentendo clamorosamente gli analisti che vedevano sino a poco tempo fa possibile il raggiungimento della soglia dei 1.500 punti.

So bene che molti attribuiscono questa inversione di tendenza alla proposta di Obama di tassare le banche statunitensi, ma mi permetto sommessamente di dissentire, non fosse altro che un aggravio fiscale di 42 miliardi in undici anni rappresenta uno sforzo più che gestibile per il sistema bancario più potente del mondo.

Il problema è, invece rappresentato dalle tre domande senza risposta che riporto per comodità del lettore:

* Quale è la vera dimensione della montagna di titoli più o meno tossici della finanza strutturata ancora in circolazione e quale è l’esatta distribuzione degli stessi tra le diverse entità protagoniste del mercato finanziario globale?


* Quale è la vera situazione del mercato immobiliare? Una domanda che, anche alla luce del dato odierno sui prezzi delle case, non trova comode risposte.

* Cosa sta accadendo nel mercato obbligazionario dopo le pesanti tosature cui sono stati sottoposti i detentori di obbligazioni tradizionali emesse da entità o entrate in procedura fallimentare o in difficoltà nella restituzione, come nel caso della Dubai World, che ha chiesto una moratoria di sei mesi sulla restituzione sia degli interessi che dei bonds in scadenza?

martedì 29 dicembre 2009

Facciamo il punto sulla tempesta perfetta


Ho impiegato alcune settimane per cercare di riflettere con più calma su quello che sta davvero accadendo nei mercati finanziari, uno sforzo non da poco dopo i devastanti ventotto mesi di tempesta perfetta che hanno provocato perdite e lutti alla flotta delle entità a diverso titolo operanti nel mercato finanziario globale.

Si è trattato in ogni caso di una pausa salutare dopo due anni di impegno quotidiano che hanno trasformato il Diario della crisi finanziaria nel giornale di bordo non autorizzato del maggiore sommovimento nei mercati finanziari mai registrato dalla crisi del 1929, anche se, e non solo il solo a pensarla a questo modo, sotto molti aspetti la magnitudo dei fenomeni che stiamo ancora vivendo è stata addirittura maggiore di quella registrata ottanta anni orsono.

Ma quello che rende difficoltoso fare il punto della situazione è rappresentato dalla domanda che pongo quasi incessantemente da oltre due anni: quale è la vera dimensione della montagna di titoli più o meno tossici della finanza strutturata ancora in circolazione e quale è l’esatta distribuzione degli stessi tra le diverse entità protagoniste del mercato finanziario globale?

Dopo la recente restituzione operata da Citigroup, si può dire che quasi tutte le maggiori banche statunitensi hanno saldato il proprio debito nei confronti dello Stato, liberandosi così dalle limitazioni sui compensi imposti dall’amministrazione Obama, ma sorte analoga non sono destinati ad avere i titoli che sono stati graziosamente sollevati dai loro bilanci e i cui relativi rischi gravano ancora sulle entità pubbliche che se ne sono fatte carico.

L’altro corno del dilemma, rappresentato dalla situazione del mercato immobiliare, non presenta maggiori punti di chiarezza, a meno di non fermarsi al rimbalzo delle vendite stimolate dagli sgravi fiscali e dai prezzi di assoluto realizzo degli immobili, una condizione quest’ultima destinata a continuare alla luce del crescente numero di procedure di foreclosure.

Ma vi è un terzo aspetto della tempesta perfetta che sta togliendo il sonno agli investitori ed è quello connesso alle pesanti tosature cui sono sottoposti i detentori di obbligazioni tradizionali emesse da entità o entrate in procedura fallimentare o in difficoltà nella restituzione, come nel caso della Dubai World, che ha chiesto una moratoria di sei mesi sulla restituzione sia degli interessi che dei bonds in scadenza.

Queste tre criticità spiegano il sostanziale arresto della crescita dei tre principali indici statunitensi dopo una corsa del 60 per cento circa dai rispettivi minimi toccati nel corso del mese di marzo, una battuta di arresto che dovrebbe preludere, almeno secondo il giudizio di uno dei più importanti gestori del mondo, il chief executive officer di PIMCO, Mohammed El-Erian, a un ribasso in tempi brevi del dieci per cento del rappresentativo Standard & Poor’s 500.

D’altra parte, una ripresa sostenuta in larga misura dall’elevatissimo deficit spending governativo e dai tassi prossimi allo zero non è destinata ad avere vita lunga e sostenibile né a produrre quei tassi di crescita che potrebbero consentire quel significativo riassorbimento del tasso di disoccupazione che potrebbe segnalare una vera inversione di tendenza.

venerdì 4 dicembre 2009

Bank of America restituisce 45 miliardi!


Per diversi giorni il mercato finanziario globale si è interrogato su quanto stava accadendo negli Emirati Arabi Uniti, in particolar modo a Dubai, la città che decise di cambiare il proprio volto e di diventare un polo di attrazione per turisti e investitori, un’operazione in parte riuscita ma a costi altissimi e ora una delle principali società utilizzate per realizzare l’impresa, la Dubai World, chiede ai detentori di suoi bonds per 60 miliardi di dollari di avere pazienza per riavere i propri “terzi e capitale”.

A breve inizieranno gli incontri per definire tempi e modalità dei futuri rimborsi, ma è evidente che i bondholders continuano a essere i soggetti maggiormente colpiti dalle conseguenze della tempesta perfetta, come ben hanno già sperimentato i detentori di titoli Chrysler e General Motors e quelli di altre società che hanno avviato rinegoziazioni del debito improntate, nella maggior parte dei casi, a pesanti, se non pesantissime decurtazioni del dovuto.

La pubblicazione del dato dell’Institute for Supply Management relativo al settore dei servizi nel mese di novembre ha turbato non poco gli operatori e gli investitori a causa dell’inatteso calo dell’indice passato da 50,6 a 48,7, ben al di sotto delle attese degli analisti che prevedevano un rialzo a 51,5, una flessione importante perché, come è noto, l’indice indica espansione solo a livelli superiori a 50.

Anche per le vendite al dettaglio delle catene a carattere nazionale, il mese di novembre 2009 non sarà tra quelli da ricordare, in quanto si è registrato un decremento delle vendite dello 0,3 per cento, un dato che sarebbe stato ancora più pesante se non fosse iniziata, con il ponte del giorno del ringraziamento, il periodo noto come Christmas Spending.

Tra le notizie positive vi è il forte calo delle nuove richieste settimanali di sussidi di disoccupazione, portatesi a 457 mila dopo essere state per tanti mesi al di sopra delle 500 mila, e la decisione di Bank of America di restituire i 45 miliardi di dollari ricevuti a suo tempo nell’ambito del programma TARP.

La decisione di Bank of America, tuttavia, sembra solo finalizzata a liberarsi dei vincoli alla compensation imposti dal rappresentante di Obama e che stanno rendendo difficile se non impossibile la ricerca del successore di Ken Lewis, il Chief Executive Officer dimissionario che lascerà a fine anno la guida della banca.

Al di là dei veri motivi alla base della decisione di BofA, è comunque certo che con questa mossa a sorpresa cresce l’isolamento di Citigroup che sembra nell’impossibilità di restituire i 45 miliardi di dollari ricevuti dal TARP ed è ancora posseduta dallo Stato per oltre un terzo del suo capitale azionario.

martedì 24 novembre 2009

Un banchiere prenderà il posto di Geithner?


Non vorrei che dietro l’odierno rally della borsa statunitense più che la soddisfazione per il balzo in avanti delle vendite di case vi sia l’indiscrezione del New York Post sulla possibilità che il numero uno di J.P. Morgan-Chase, Jamie Dimon, possa subentrare all’attuale ministro del Tesoro, Timothy Geithner, un’ipotesi che considero sciagurata e che spero davvero si riveli al più presto del tutto infondata.

E’ vero che l’ipotesi appare un po’ stiracchiata, ma l’esperienza recente dell’ex (?) investment banker sulla poltrona più alta del dicastero del Tesoro a stelle e strisce, Hank Paulson, nonché quella più remota nel tempo del suo ex collega in Goldman, Robert Rubin, fa temere che non sia affatto impossibile che Obama punti su un banchiere di lungo corso per rimpiazzare il civil servant Geithner che, in effetti, è da lungo tempo sotto tiro.

I lettori del Diario della crisi finanziaria conoscono bene la mia valutazione dei trenta mesi di gestione di Paulson al Tesoro, una prestazione al di sotto di ogni sospetto e che non cercava neppure di nascondere il pesante conflitto di interessi gravante sul ministro che aveva, insieme a Bernspan beninteso, potere di vita o di morte sulla banca di provenienza e sulle sue più o meno dirette rivali, per non parlare della serie infinita di piani per uscire dalla crisi trionfalmente annunciati e, quasi sempre, repentinamente falliti.

Ma il capitolo più oscuro della saga di Paulson resta indubbiamente la decisione di lasciar fallire Lehman Brothers, una decisione che portò il mercato finanziario globale quasi oltre l’orlo del baratro, un’eventualità sciagurata che venne impedita soltanto a costo di decisioni eccezionali assunte dal G20 nell’ottobre del 2008 e che videro gettate sul piatto, tra impegni e spese realmente sostenute, decine e decine di migliaia di miliardi di dollari, in larghissima parte a rischio se non proprio a carico dei contribuenti.

Nel caso di Paulson, non si trattava nemmeno dell’eterno dilemma tra scelte in favore di Wall Street o di Main Street, in quanto era evidente a tutti l’approccio assolutamente bancocentrico dell’allora ministro del Tesoro, un approccio che contribuì a spedire General Motors e Chrysler dritte dritte nel girone infernale delle procedure fallimentari dalle quali entrambe sono uscite a spese dei loro bondhoders.

A onore di Dimon, va tuttavia detto che la banca da lui gestita è certamente quella che ha retto meglio alle intemperie della tempesta perfetta, forse anche perché era quella meno caratterizzata dagli elevatissimi rapporti di leverage che affliggevano le sue più dirette concorrenti, ma questo non è sufficiente a preferire un banchiere a un ex presidente della Fed di New York tempratosi per quasi due decenni proprio al ministero del Tesoro.

Il balzo in avanti delle vendite di case negli Stati Uniti d’America in ottobre, una crescita del 10,1 per cento rispetto al mese di settembre, trae invece origine da quelli che dovevano essere gli ultimi fuochi degli incentivi fiscali che dovevano scadere alla fine di novembre, ma che sono stati estesi fino alla fine di aprile dell’anno prossimo, bonus fiscali che sono stati estesi anche a quanti acquistano una casa non per la prima volta, purché possano dimostrare di essere in possesso dell’abitazione precedente da almeno cinque anni, anche se in questo caso il bonus si riduce da 8.000 a 6,500 dollari.

sabato 21 novembre 2009

Trichet tira il freno?


E’ oramai il terzo giorno consecutivo che il mercato azionario statunitense registra ribassi, ma stavolta la causa non è tanto interna quanto proveniente dall’altro lato dell’Oceano Atlantico, più in particolare in quel di Francoforte, da dove il germanizzato Jean Claude Trichet, presidente della Banca Centrale Europea, ha detto che è giunto il momento di ritirare il supporto eccezionale alle banche europee.

Buona parte del recente rally delle borse era dovuto alle ripetute promesse dei ministri dell’economia del G20 sul mantenimento delle misure eccezionali varate nell’ottobre del 2008, quando, dopo il fallimento di Lehman Brothers e la seconda ondata di nazionalizzazioni e salvataggi, sembrava davvero che si dovesse registrare il default sistemico del mercato finanziario globale.

Come ricorderanno i lettori del Diario della crisi finanziaria, la tempesta perfetta ebbe inizio proprio in Europa il 9 agosto del 2007 con il blocco totale della liquidità sul mercato interbancario e il primo mega intervento da parte della BCE, ma è evidente che Trichet è convinto che oramai le banche possano fare da sole.

L’intervento di Trichet deve avere gelato i partecipanti al Congresso dell’associazione bancaria europea, molti dei quali avranno iniziato subito a fare i conti di quanto costerà alle rispettive banche il venir meno del sostegno generoso della BCE, anche se è sicuro che i rubinetti non verranno chiusi bruscamente, basterebbe pensare che una delle misure annunciate sempre oggi dall’istituto di Francoforte, quella che prevede il doppio rating per i titoli che possono essere forniti dalle banche come collaterali riguarderà solo i titoli emessi dal 1° marzo dell’anno prossimo.

Il presidente della BCE ha usato anche toni duri nei confronti del comportamento delle banche, ma questa non è una novità, né sembra che i presenti se la siano presa più di tanto per i riferimenti ai bonus e al restringimento dell’offerta di credito all’economia.

A proposito di bonus, è molto interessante quanto sta avvenendo in casa della potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs, dove, stando a un informatissimo servizio del Wall Street Journal, sarebbe in corso una rivolta dei grandi azionisti contro la attribuzione di qualcosa come venti miliardi di dollari di premi ai dipendenti, un multiplo degli utili distribuiti sotto forma di dividendi agli azionisti, una distribuzione della ricchezza prodotta che appare iniqua ai possessori di pacchetti azionari rilevanti di Goldman.

Molto piccato, il portavoce di Goldman, Lucas van Praag, ha replicato che le critiche sui bonus sono fuori luogo, in quanto, a suo dire, gli azionisti vogliono che la compensation sia tale mantenere i talenti interni e da essere attrattiva per i talenti che aspirano a entrare in Goldman, una precondizione indispensabile per garantire i profitti futuri.

Gli azionisti ribelli obietterebbero che, pur tenendo conto delle ferree, almeno in terra statunitense, regole della meritocrazia, 775 mila dollari a testa, una media che prende in considerazione anche gli addetti a mansioni esecutive, sembrano un po’ troppi anche per gli addetti alla banca più potente del pianeta!