venerdì 9 settembre 2016

Fabrizio Viola si dimette da amministratore delegato di MPS


L'agguato a Fabrizio Viola da quattro anni amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena stava già per scattare a fine luglio, quando, a tre giorni dalla presentazione del piano di aumento di capitale da cinque miliardi e di quello molto impegnativo volto a cedere oltre venti miliardi di sofferenze lorde al Fondo Atlante (tutte le sofferenze in carico alla banca senese), Corrado Passera spalleggiato dal colosso creditizio svizzero UBS ( conosciuto nella prima fase della tempesta perfetta come UBS You & Us), presentò un piano alternativo di salvataggio del Monte dei Paschi, una mossa al limite della scorrettezza e presentata a tempo pressoché scaduto che il consiglio di amministrazione della banca, su proposta pare dello stesso presidente di MPS Tononi non prese neppure in considerazione.

Ma con il trascorrere delle settimane e mentre proseguiva alacremente il lavoro di Mediobanca e di una banca straniera che guidavano il consorzio di garanzia per l'esecuzione dell'aumento di capitale, crescevano i dubbi sulla risposta del mercato alla maxi richiesta sia sul fronte degli investitori istituzionali che, a maggior ragione, su quello degli investitori retail, al punto da spingere Viola a modificare la struttura dell'operazione che vedeva scendere l'aumento di capitale in senso stretto a tre miliardi di euro, mentre si offriva agli investitori istituzionali la possibilità di procedere alla conversione dei tre miliardi di euro di obbligazioni subordinate in azioni della banca, conversione che sarebbe avvenuta su base volontaria, una trasformazione dell'intera operazione che la faceva somigliare sempre più a quella proposta da Corrado Passera e da UBS sul piano qualitativo, mentre sul piano quantitativo la richiesta al mercato scendeva a tre miliardi complessivi.

In realtà, sulla base del prezzo che Monte dei Paschi e Fondo Atlante stanno concordando per la cessione delle sofferenze, il fabbisogno finanziario di questa importante operazione di pulizia del bilancio di MPS si aggira proprio sui tre miliardi di euro e molti hanno storto la bocca su quei due miliardi di euro che Viola chiedeva al mercato sulla base di un ragionamento molto semplice, ma anche molto contestato dai potenziali sottoscrittori, e questo ragionamento era basato sul presupposto che era il caso di mettere quanto più fieno in cascina possibile visto che si era aperta una finestra a livello di Unione europea che avrebbe consentito, anche in caso di non successo totale dell'operazione, un intervento diretto o indiretto del Tesoro che non sarebbe stato considerato aiuto di Stato.

Questa non è la prima debacle che subisce Fabrizio Viola, uno dei migliori amministratori delegati del settore creditizio italiano, un top manager che non a caso ha riportato in utile una banca come MPS che ha trovato in un stato che definire pietoso appare quasi un eufemismo, così come cercò di rimettere ordine alla Banca Popolare di Milano, una banca che aveva una governance somigliante a una fetta di formaggio con i buchi e dove fu sconfitto in una assemblea dominata dalle associazioni dei soci dipendenti, per vivere poi esperienze più tranquille al vertice di altre banche appena un po' più normali.

Sul curriculum di Corrado Passera, che voci danno come il prossimo amministratore delegato di MPS, mi sono dilungato in precedenti puntate del Diario della crisi finanziaria, ma vorrei solo ricordare in questa sede come riuscì a far saltare l'accordo ormai fatto, anche con l'assenso delle agguerrite sigle sindacali del settore, stilando un piano che venne incontro alle richieste di Silvio Berlusconi e che consegnò l'Alitalia alla cordata dei "capitani coraggiosi" capitanati da Colonnino Senior. Le ambizioni di Passera su MPS potrebbero però essere frustrate perché in queste ore si parla di Marco Morelli, numero uno di Merrill Lynch in Italia ma in passato vice direttore generale proprio di MPS, come del probabile sostituto di Viola.

E' di ieri la notizia che la Banca d'Italia ha dato il via libera all'operazione di fusione tra banco Popolare e Banca Popolare di Milano, mentre è attesa tra oggi e lunedì, da parte della Banca Centrale Europea, la licenza bancaria che permetterà al nuovo soggetto creditizio di operare.

giovedì 8 settembre 2016

Chi governa davvero il mondo?


Come ho ricordato più volte, da quando è iniziata l'avventura del Diario della crisi finanziaria, ho seguito a distanza ogni tipo di incontro tra quelli che sono considerati gli uomini e le donne più importanti della Terra, i vari G7, G8 e G20, sia a livello di capi di stato e di governo, sia a quello dei ministri economici accompagnati dai rispettivi banchieri centrali, ma, soprattutto vedendo la vacuità delle decisioni, ho iniziato a pensare che i veri livelli decisionali fossero altrove, lontano da quelle sale sfavillanti e da quei pranzi e quelle cene che costituiscono la maggior parte del tempo di quei vertici che hanno costellato buona parte della prima fase della tempesta perfetta.

Questo dubbio si è rafforzato quando ho visto i banchieri più importanti a livello globale venire strigliati a dovere in quel di New York dall'allora Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi,  nella sua veste di capo dell'organismo che doveva individuare le nuove regole volte a riportare ordine in quel casinò a cielo aperto che era, ed è, il mondo della finanza strutturata nella felice definizione dell'allora presidente della repubblica francese, Nicholas Sarkozy, anche se quello era il momento in cui i governi dei paesi più industrializzati stavano cercando di mettere la museruola ai banchieri più o meno globali in cambio di elargizioni pubbliche per migliaia di miliardi di euro volti a tappare le falle causate dai prodotti escogitati dagli apprendisti stregoni delle divisioni di Corporate & Investment Banking e da quelle che allora erano conosciute come Investment Banks tra le quali dominava, e tuttora domina, regina la potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs.

Ma c'era un piccolo particolare rappresentato dal fatto che Mario Draghi, potentissimo direttore generale del Tesoro incaricato di portare a termine un ambiziosissimo e molto controverso programma di privatizzazioni delle banche IRI, poi passato ad un ruolo remunerassimo e di primo piano nella gestione delle attività di Goldman Sachs in Europa era da poco diventato Governatore della Banca d'Italia dopo la rovinosa caduta di Antonio Fazio e la sua nomina a capo dell'organismo incaricato di scrivere le nuove regole della finanza suscitò non poche perplessità in termini non di competenza, quella era indiscussa, ma di opportunità, anche se si trattava di una pagliuzza rispetto alla trave rappresentata dal fatto che il numero uno della stessa Goldman Sachs, Henry "Hank" Paulson, aveva lasciato il suo incarico da 100 milioni di dollari l'anno per diventare Segretario al Tesoro USA nel giugno 2006, esattamente un anno prima dello scoppio della tempesta perfetta e quando ai piani alti del mondo della finanza globale si sapeva perfettamente quello che sarebbe accaduto visto che la montagna di derivati e di titoli della finanza più o meno strutturata era stata partorita proprio nelle  loro fabbriche prodotto, così come Hank giocò un ruolo di primo piano nella vicenda che portò al fallimento della principale concorrente di Goldman Sachs, la derelitta Lehman Brothers.

Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti e il mondo del business in senso lato si è ripreso dallo spavento provocato dalle altissime onde delle prime due fasi della tempesta perfetta e ha ripreso a considerare i governi di ogni ordine e grado al più come un mezzo utile per raggiungere i loro obiettivi che, ovviamente, vanno concordati nelle sedi opportune per comporre i contrasti derivanti dagli interessi particolari esistenti sia nel mondo dell'industria che in quello della finanza e dei servizi.

Ovviamente esistono già sedi dove questa opera di composizione degli interessi contrapposti viene efficacemente portata avanti, come la Trilateral o il Gruppo Bildberg nonché altri centri di mediazione degli interessi meno conosciuti al pubblico, ma da qualche tempo esiste un organismo denominato B seguito dal numero della riunione a cui si riferisce, B7, B8 o B20 dove la B sta per business e questo organismo si riunisce in concomitanza con le riunioni dei capi di stato e di governo, come è avvenuto pochi giorni orsono in Cina in occasione del G20, che è stato preceduto da gruppi di lavoro che hanno prodotto proposte da sottoporre ai grandi della Terra che le prendono in seria considerazione sia nell'ambito del documento finale che per le politiche da adottare a livello nazionale.

D'altra parte, la potenza di fuoco di questo organismo è realmente spaventosa ed è in grado, in particolare nel mondo della finanza più o meno strutturata di destabilizzare qualsivoglia governo intenda mettersi sulla sua strada, come ben sappiamo noi italiani che abbiamo subito la lezione del 2011 ed è di poca consolazione che quell'attacco avesse ad oggetto un Governo screditato agli occhi della opinione pubblico quale era quello a guida di Silvio Berlusconi!

P.S. L'ultimo Beige Book della Federal Reserve ha spento le aspettative degli analisti su un rialzo dei tassi già nella prossima riunione di Settembre. Mi permetto sommessamente di ricordare che in due puntate del Diario della crisi finanziaria avevo previsto che, a meno di una vittoria di Trump alle presidenziali, un aumento dei tassi nell'anno di disgrazia 2016 era da escludere.

mercoledì 7 settembre 2016

La Scozia prepara il referendum per lasciare la Gran Bretagna


E' di ieri la notizia che il Governo della Scozia ha deciso di rompere gli indugi, di ben poco momento in realtà, e di predisporre il testo di legge che consentirà di indire il nuovo referendum per uscire della Gran Bretagna e, a stretto giro di posta, chiedere l'adesione a quella stessa Unione europea che la Gran Bretagna, seppur con tempi biblici, si appresta a lasciare in seguito alla vittoria dei leave nel voto del 23 giugno scorso, un voto che ha visto la prevalenza di questa posizione in Inghilterra, mentre in Scozia prevalse nettamente quella di quanti volevano che il Regno Unito continuasse ad essere il ventottesimo paese dell'Unione europea, anche alla luce delle eccezioni alle regole comunitarie strappate nel tempo da Londra e fortemente rafforzate dall'accordo che David Cameron riuscì a strappare nel febbraio di questo anno di disgrazia 2016.

Tendenze analoghe, seppur meno forti, sono presenti sia nell'Irlanda del Nord che nel Galles, anche se in queste due regioni del Paese le spinte indipendentistiche devono fare i conti con questioni storiche estremamente complesse e sicuramente l'adozione di misure propedeutiche all'indizione di analoghe consultazioni elettorali dipenderanno molto da come andranno le cose in Scozia, una posizione che rende ancora più cruciale per le sorti del Regno Unito quello che accadrà nella parte settentrionale del Regno unito dove, lo ricordo, la prevalenza dei contrari all'uscita nel precedente referendum, una prevalenza comunque di misura, fu determinata in larga parte dalle promesse in termini di maggiore indipendenza fatte dall'allora premier David Cameron che, anche sulla base di quella esperienza vittoriosa, si convinse che avrebbe potuto ripetere quella vittoria anche nella prova referendaria del giugno scorso da lui indetto con l'esito che  tutti conoscono e che ha distrutto, credo per sempre, la sua vita politica.

Faccio parte del non nutrito gruppo di analisti che ritiene che, almeno nel medio termine, l'effetto della Brexit sarà proprio quello di portare alla dissoluzione totale o parziale del Regno Unito che alla fine potrebbe ridursi all'Inghilterra e ad un Galles molto più autonomo di quanto lo sia oggi, mentre vedo molto probabile che l'Irlanda del Nord segua l'esempio scozzese e, almeno in questa ottica, l'idea di Theresa May di non passare per la ratifica parlamentare del voto consultivo del 23 giugno apre un precedente che potrebbe essere sfruttato con successo ove la prova referendaria scozzese dovesse avere successo.

E' anche per tutto quanto ho scritto nei paragrafi precedenti che vedo con grande preoccupazione il fiorire di analisi che, sull'onda di dati molto congiunturali, sottolineano che il solo annuncio dell'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea  starebbe producendo effetti benefici sull'economia britannica, effetti dimostrati dall'andamento della domanda interna a tassi di crescita elevati , dalla non caduta degli investimenti stranieri accompagnati dall'assenza di annunci di trasferimenti di aziende verso il Vecchio continente e dalle prospettive delle esportazioni stimolate da quello che, sin dalla notte elettorale, è stato un vero e proprio crollo della sterlina che, è  bene ricordarlo, ha perso oltre il 10 per cento nei confronti del dollaro e sensibilmente di più nei confronti dell'euro e ho calcolato sui valori odierni che sono molto più favorevoli alla valuta britannica di quanto lo fossero soltanto qualche settimana orsono.

Il problema è rappresentato dal fatto che tutti questi fenomeni sono estremamente transitori e che, ad esempio, il mancato trasferimento di aziende industriali, di servizi o di banche dipende anche dal fatto che ci vorrà ancora del tempo per valutarne l'opportunità, ma è certo che la recente posizione del Governo May di essere pronta a rinunciare alla libera circolazione di merci e di capitali pur di non dover sottostare a quella delle persone non aiuta e, comunque, la mia esperienza di economista di una sala cambi mi fa dire che raramente l'andamento del cambio di una valuta, soprattutto se protrattosi per mesi, non esprime in modo sintetico il "valore" dell'economia di un Paese!


lunedì 5 settembre 2016

Quanti banchieri e quanti bancari servono in Italia?


Lo sta facendo da molto tempo, anche grazie ai suggerimenti dell'amico e finanziere Davide Serra, ma nel suo lungo e molto applaudito intervento al Forum di Cernobbio, Matteo Renzi si è spinto molto oltre e ha delineato una quarta fase dell'ormai quasi venticinquennale processo di ristrutturazione del sistema bancario italiano, processo al quale ho dedicato numerosissime puntate del Diario della crisi finanziaria nonché uno studio monografico pubblicato sul numero 68 della rivista Sviluppo della Carical, una quarta fase che prevede un ulteriore processo di concentrazione che porti il numero delle banche e di conseguenza dei loro amministratori a livello di quello dei paesi confrontabili e così il numero delle agenzie delle banche risultanti e lo stesso numero dei dipendenti che dai 326 mila attuali dovrebbero portarsi, entro un decennio, ad un numero massimo compreso tra le 150 e le 200 mila unità, una vera e propria bomba che il giorno successivo al discorso è stato ripreso, tra i quotidiani principali e con il dovuto risalto, solo da La Stampa il quotidiano torinese diretto dal bravo Maurizio Molinari.

Come sempre accade quando a parlare è la persona che ha le massime responsabilità nel Governo di una nazione, Renzi ha delineato le grandi linee del processo di semplificazione del sistema bancario italiano avendo in tasca già una parte rilevante del risultato, avendo tradotto in norme legislative la riforma dell'importante comparto delle banche popolari con la trasformazione obbligatoria in società per azioni e l'abolizione di quel voto capitario, cioè di quel meccanismo che concedeva un solo voto a testa indipendentemente dal numero delle azioni possedute e che aveva tenuto lontano i grandi investitori da queste banche di fatto dominate dalle potenti associazioni degli azionisti dipendenti e di cui è stata testimonial eccellente la Banca Popolare di Milano tra breve finalmente fusa col Banco Popolare a sua volta frutto di importanti fusioni avvenute attorno alla Popolare di Verona.

Ma il pezzo più forte che Renzi può schierare è rappresentato dalla riforma del credito cooperativo, cioè di quelle centinaia e centinaia di banche, spesso di piccole dimensioni e che in molti casi, in particolare in quel buco nero del credito italiano che è rappresentato dalla Regione Veneto, hanno provocato non poche preoccupazione alla vigilanza della Banca d'Italia che ha ceduto le attività di controllo alla vigilanza bancaria presso la Banca Centrale Europea, ma ha mantenuto la sua competenze sulle banche di minori dimensioni, BCC comprese, ebbene queste banche dovranno confluire, mantenendo i loro marchi, in un organismo centrale che fornirà tutti i servizi propri della sede centrale di una banca lasciando alle associate esclusivamente le attività al dettaglio, sempre che la stessa non superi i 200 milioni di capitale e ceda comunque il 20 per cento dello stesso alla nuova Holding.

Ovviamente, l'"invito" alla concentrazione e alla riduzione di sportelli e organici è rivolto a tutte le banche italiane, a prescindere dalla natura giuridica e alla dimensione e non pochi hanno visto nelle parole del Premier un caldo suggerimento all'UBI di Viktor Messiah sull'utilità di rompere gli indugi e considerare le opportunità insite in un'eventuale aggregazione con il Monte dei Paschi di Siena, un'aggregazione da fare prima o dopo l'aumento di capitale annunciato da Fabrizio Viola, anche se, da un punto di vista tecnico, la stessa potrebbe avvenire nel durante di questa così impegnativa operazione.

C'è un punto che Renzi non poteva toccare e che riguarda, in particolare, Le due entità più grandi del sistema, Unicredit e Banca Intesa, un punto che è rappresentato da quell'espansione internazionale avvenuta nella seconda fase di ristrutturazione del sistema bancario italiano, un'espansione che ha visto pagine fortunate e altre sfortunate e che oggi andrebbe, come sono certo stia avvenendo, attentamente rimeditata, in particolare per realtà come la Germania e l'Austria o i paesi di quella che un tempo veniva definita l'Europa dell'Est, per non parlare della Turchia o del Medio Oriente per i rischi geopolitici connessi.

C'è un punto poi che mi tocca personalmente, in quanto faccio parte di quelle decine e decine di migliaia di persone che hanno lasciato volontariamente in anticipo il lavoro nel settore bancario nell'ambito di processi di ristrutturazione aziendale, ma devo dire che un taglio che va dalle 126 mila alle 176 mila persone in dieci anni è difficilmente gestibile con i meccanismi alla volemose bene applicati negli ultimi decenni e, quindi, si creerebbero tensioni sociali di non poco momento o si giungesse a condizioni di accompagnamento alla pensione fortemente penalizzanti rispetto a quelle adottate in passato.

domenica 4 settembre 2016

Italiani a rischio estinzione?


Ho dedicato una puntata del Diario della crisi finanziaria ai disastrosi dati forniti dall'istituto nazionale di statistica sul saldo demografico italiano nel 2015, dati che fornivano un quadro altamente inquietante sul record storico negativo dei nati vivi ampiamente al di sotto della soglia psicologica dei 500 mila, da un balzo in avanti che non ha trovato spiegazioni convincenti dei cittadini italiani deceduti e, quindi, un saldo che non ha trovato compensazione neppure con l'apporto dei cittadini stranieri residenti nel nostro Paese.

Quello dell'andamento demografico di un paese è uno degli elementi più importanti per lo sviluppo attuale e prospettico di una nazione perché rappresenta in estrema sintesi la fiducia dei cittadini nelle prospettive del proprio Paese e si evidenzia attraverso l'investimento più significativo che le donne e gli uomini che lo popolano possono fare è che è quello di mettere al mondo dei figli, sicuri che vivranno in condizioni migliori di quelli che loro hanno sperimentato nel passato o nel presente, una fiducia che, evidentemente, le cittadine e i cittadini di questo paese non provano e che non può essere compensata da quella che invece nutrono quanti da noi sono arrivati negli ultimi decenni venendo spesso da condizioni di vita terribili.

Ho cercato, sin dalla pubblicazione di quella puntata, di avere i dati mensili dell'ISTAT sul saldo demografico ma, sicuramente per la mia imperizia tecnica, non sono riuscito ad ottenerli, ma non ho motivi per ritenere che la situazione, in questi primi mesi di questo anno di disgrazia 2016, sia improvvisamente cambiata, anche perché i trend sull'andamento della natalità e della mortalità sono trend di lungo periodo che, al più, hanno registrato nel 2015 una sensibile accelerazione e non dovrebbero certo avere registrato un'inversione di tendenza. Per comprendere questo basti un dato: da quando ho memoria, la popolazione residente italiana oscilla intorno alla soglia dei 60 milioni, lo stesso livello registrato nel 2016, solo che, venti anni fa non esisteva la gran quantità di stranieri regolarmente residenti.

Quello della fiducia degli italiani nel futuro è, come dicevo sopra, un punto cruciale per lo sviluppo del nostro Paese, un tema che gli altri paesi membri dell'Unione europea confrontabili con il nostro per dimensioni hanno affrontato per tempo, individuando misure volte a creare le migliori condizioni perché la scelta delle giovani coppie in materia di procreazione non si traduca in una penalizzazione eccessiva delle condizioni di vita, per arrivare al modello francese che prevede un sostegno finanziario rilevante graduato con il numero dei figli, un modello che ha invertito una tendenza negativa in termini di natalità non troppo dissimile da quella italiana.

Come ho detto, per la Francia parlano i dati statistici che testimoniano che la scelta concorde della politica demografica attraverso un'efficace e coraggiosa politica di sostegno economico e di potenziamento delle strutture di sostegno anche non monetarie, asili nido e politica degli orari, ha portato a un'inversione netta del trend demografico, ma posso testimoniare personalmente che anche in altri paesi importanti, quali la Spagna e la Gran Bretagna, è in corso un evidente fiorire di culle, mentre la Germania inserisce l'incentivazione della natalità nel quadro più complessivo di un eccellente sistema di welfare, anche se questi paesi si trovano a misurarsi con un problema di infertilità maschile e femminile di dimensioni veramente notevoli e non dissimili da quelli vissuti da tante italiane e tanti italiani.

venerdì 2 settembre 2016

Le banche tedesche seguiranno la via italiana?


Giovedì scorso è dovuto intervenire lo stesso Chief Executive Officer del colosso creditizio globale dai piedi di argilla, Deutsche Bank, per smentire un'ipotesi alla quale la borsa stava dando ampio credito e cioè che era allo studio avanzato una fusione tra Deutsche e Commerzbank, una soluzione che avrebbe diluito fortemente i problemi della prima, ma che non sarebbe comunque stata in grado di risolvere il problema dei problemi della banca tedesca gravata da una montagna di derivati e titoli tossici dall'ammontare nozionale dell'ordine di 52 mila miliardi di euro e per la quale la competente entità federale statunitense ha chiesto a un giudice federale di intimare alla banca basata a Francoforte di nominare una personalità indipendente in grado di fornire una rappresentazione più chiara di cosa si nasconde nelle pieghe delle due (?) Corporate & Investment Banking di cui si è dotata la banca  tedesca.

A differenza di Deutsche, Commerzbank è una banca di impronta più commerciale e non presenta un'esposizione così forte come la sua rivale nel campo minato della finanza strutturata ed ha una forte rete distributiva, proprio quella che Deutsche ha tagliato in maniera significativa, con annesso personale, nel recente piano industriale presentato dall'amministratore delegato proviene dall'esperienza anglosassone, così come va ricordato che la banca di Francoforte ha da poco venduto Postbank.

Nel corso di numerose puntate pubblicate negli anni su Il diario della crisi finanziaria, ho sottolineato i vari aspetti delle tre fasi del lungo processo di ristrutturazione del sistema creditizio italiano, un sistema che era all'origine per il 70 per cento formato da entità che rispondevano alle norme del diritto pubblico, di proprietà diretta o indiretta dello Stato, e composto da un numero di banche, casse di risparmio e quelle che allora venivano chiamate casse rurali e artigiane in un numero complessivo di oltre mille unità, una situazione ingarbugliata che è stata soprattutto modificata dalle previsioni della Legge Amato e dai processi molto significativi di concentrazione che le norme ivi contenute hanno stimolato, al punto che i due principali attori del sistema bancario italiano, Unicredit e Intesa-San Paolo sono state in realtà il risultato, in vari tempi e modi, della concentrazione di decine e decine di banche e casse di risparmio, anche perché le fondazioni proprietarie di queste ultime furono convinte che era prossima una forma di esproprio per le fondazioni che avessero continuato a detenere quote significative di azioni delle banche conferitarie, una fattispecie che vale soprattutto per la genesi di Unicredit.

Come dicevo, è stato un processo lungo, contrastato e a tratti contraddittorio e un processo molto costoso, perché, limitando l'analisi ai soli primi due gruppi, le pretese delle fondazioni di mantenere le banche marchio con un alto grado di autonomia, una pretesa soddisfatta per molto, troppo tempo, è costata molti miliardi di euro, anche se va detto, per amore di verità, che anche dopo la scomparsa delle banche marchio non vennero attuati quei processi di ristrutturazione veri che avrebbero consentito di approfittare fino in fondo delle economie di scala che la nuova situazione offriva su un piatto di argento.

Sia che sia, con gli ultimi provvedimenti del Governo Renzi sulle banche popolari e ancor di più sulle Banche di credito cooperativo (nuova denominazione delle casse rurali e artigiane), il sistema bancario va verso una semplificazione quasi definitiva anche se rimane oppresso da quei 360 miliardi di Non Performing Loans che gli impediscono di essere il motore di una spinta propulsiva dell'economia italiana.

La lunga digressione è spero utile per capire perché l'eventuale fusione tra Deutsche e Commerz non solo non risolverebbe i problemi ma rischierebbe anzi di aggravarli e che, se una esperienza del sistema bancario può essere utile è proprio quella delle banche popolari e delle BCC italiane, un modello da imitare per le Landesbanken e per le altre numerose banche pubbliche ancora esistenti in Germania!

giovedì 1 settembre 2016

Quando rialzerà i tassi la Federal Reserve?


Quando ho scritto una puntata del Diario della crisi finanziaria sullo stesso argomento era qualche mese prima di quel giugno di quest'anno di disgrazia 2016 che era visto da quasi tutti gli analisti e i fedwatchers  come la data limite per il secondo aumento dei tassi di interesse da parte di Janet Yellen e compagni e ricordo bene che allora scrivevo che il rialzo non ci sarebbe stato né allora, né comunque prima delle elezioni presidenziali, ma anche di rinnovo del Congresso, di vari Governatori, giù giù fino alle contee e agli sceriffi locali, ma anche che, senza accelerazioni improvvise dell'occupazione o della produzione industriale, molto probabilmente questo fantomatico secondo rialzo sarebbe stato rinviato al primo trimestre del 2017, a dopo l'insediamento del prossimo presidente degli Stati Uniti d'America.

Siamo arrivati a fine agosto e il rialzo non c'è ancora stato e, anche questa volta, analisti, osservatori e fedwatchers colgono ogni segnale proveniente dai membri del Federal Open Market Committee, il massimo organismo decisionale della Fed, o dalla stessa Yellen per scommettere su un rialzo che dovrebbe avvenire, a loro dire, quasi sicuramente tra settembre e ottobre e nel dire questo dimenticano, a mio avviso, un paio di cosette di una certa importanza sulle quali cercherò di soffermarmi in questa puntata.

La prima è rappresentata dal forte surriscaldamento del mercato azionario statunitense, con i tre indici che macinano record storici a livelli altissimi un giorno sì e l'altro pure, una situazione estremamente tesa come dimostrano le flessioni che gli stessi tre indici stanno registrando da alcune sedute, flessioni certamente modeste, ma che fanno pensare a una situazione non troppo diversa da quella del Nasdaq del 2001, quando in poco tempo l'indice tracollò dai 5 mila punti (la stessa soglia sulla quale si trova ora) a meno della metà, costringendo Alan Greenspan, allora presidente della Fed, a inondare letteralmente il mercato di liquidità per impedire fallimenti a catena degli operatori finanziari, per non parlare di quanto è accaduto nel 2007, quando il Dow Jones toccò i 16 mila punti in piena tempesta perfetta per poi tracollare miseramente nelle settimane e nei mesi successivi, seguito a ruota dal Nasdaq e dallo Standard & Poor's 500 (è del resto quello che sta aspettando George Soros che proprio contro il più solido degli indici a stelle e strisce, lo S&P 500) si sta scommettendo la camicia e i proventi delle speculazioni vincenti contro la sterlina britannica.

Chi sottovaluta l'impatto di un rialzo dei tassi su un mercato azionario surriscaldato e che ha perso quasi del tutto il rapporto con i fondamentali ignora bellamente che un calo del 10-15 per cento degli indici, unito all'impatto sui mutui di un secondo rialzo del costo del denaro e quindi dei mutui, spedirebbe dritto dritto alla Casa Bianca anche un uomo palesemente incapace come Donald Trump e questo, quell'onesto gruppo di benpensanti un po' liberal che affolla le riunioni del FOMC certamente non lo vuole, al punto di far scattare il rialzo un minuto dopo (si fa per dire) l'esito delle elezioni presidenziali.