venerdì 24 ottobre 2008

I banchieri italiani salgono sulle barricate contro i progetti di Draghi e Tremonti!


Il vero e proprio processo intentato da alcuni senatori nei confronti del Maestro Alan Greenspan, forse gli stessi senatori che il mentore di Bernspan aveva incantato per diciannove anni nelle sue due apparizioni annuali in quelle stesse aule raccontando loro quel suo verbo neoliberista ed avverso ad ogni forma di regolamentazione e deliziandoli con le sue enigmatiche risposte alle loro domande, rappresenta veramente il brusco mutamento del clima di opinione negli Stati Uniti d’America, nonché la conseguenza palpabile degli effetti disastrosi di una tempesta perfetta che ha mandato i frantumi i pilastri fondanti dell’American Dream.

Molto furbescamente, l’ex previsore di banche di investimento e clarinettista mancato ha ammesso solo quello che non era possibile non ammettere, spiegando che forse avrebbe dovuto approfondire meglio alcune sue inquietudini sulla capacità di un mercato bellamente lasciato a sé stesso di prezzare correttamente il rischio, così come ha ammesso il suo errore di sottovalutazione dei rischi rappresentati dalla diffusione di uno strumento pericoloso quale il Credit Default Swaps, originariamente nato in funzione difensiva rispetto agli investimenti in strumenti del debito di emittenti di qualsivoglia natura, per poi trasformarsi, anche grazie al sonno profondo dei regolatori, in possibilità di ottenere guadagni speculativi indipendentemente dall’esistenza di un sottostante da proteggere.

Pur non essendo assolutamente in grado di prevedere quali saranno le nuove regole del gioco che verranno sottoposte il 15 novembre prossimo venturo all’approvazione dei vari G7, G10, G20 convocati a Washington, anche se il ringraziamento della Casa Bianca rivolto a Mario Draghi nella sua veste di presidente del Financial Stability Forum chiarisce al di là di ogni ragionevole dubbio chi le ha elaborate o le sta ancora elaborando, quello che è certo che alcune di queste nuove regole avranno lo scopo di disinnescare la mina rappresentata, appunto, dai Credit Default Swaps, un mercato, lo ricordo, cifrabile in alcune decine di migliaia di dollari, il che può avvenire in modo alquanto semplice e, cioè, impedendo al consiglio direttivo dell’ISDA di qualificare come default anche i salvataggi compiuti in extremis o le nazionalizzazioni, come è accaduto nei casi di Fannie Mae, Freddie Mac, Aig e via discorrendo.

Si tratterebbe dell’ennesimo cambiamento in corsa delle poche regole sopravvissute alla selvaggia deregolamentazione dei decenni passati, costituendo un’aperta violazione dei diritti contrattuali di quanti hanno sottoscritto i ponderosi volumi che riportano le condizioni alle quali vengono regolati i CDS, redatti a cura della stessa ISDA, ma questo, come le ripetute violazioni delle leggi in materia bancaria esistenti negli USA da parte di Bernspan e complici, è esattamente quello che accade quando si pongono i topi a guardia del formaggio, utilizzando l’immaginifica espressione utilizzata qualche mese fa dal per la terza volta ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti; ma, come risponderebbero Mario Draghi, Hank Paulson, Effe O Ixs (al secolo, il numero uno della Securities and Exchange Commission, nonché grande amico di Bush, Christopher Cox), quando il gioco si fa duro, i duri, cioè loro, entrano in campo e al diavolo le regole!

E’ soltanto in queste ultime settimane che, nei mercati azionari di tutto il pianeta, sta avvenendo quello che sarebbe dovuto accadere nell’estate-autunno del 2007, quando tutto era sufficientemente chiaro a chi aveva occhi per vedere ed orecchie per intendere, e, cioè, il ritorno dei listini a quei livelli di tre-cinque anni orsono che sono certamente più in linea, almeno per ora, con la situazione prodotta dagli alti marosi di una tempesta perfetta che si appresta a festeggiare, il 9 novembre prossimo, il suo quindicesimo anno di vita e mentre gli analisti e gli economisti più ottimisti prevedono che sia a metà della sua vita, mentre per i pessimisti come me è davvero ancora troppo presto per capire quando potremo finalmente dire che la crisi finanziaria più grave mai verificatasi può considerarsi come un fenomeno che abbiamo oramai alle spalle.

Le misure messe in campo in Italia a tutela delle banche e delle altre maggiori protagoniste del mercato finanziario nostrano sono, al di là della opportuna non quantificazione delle munizioni accatastate dal tesoro e dalla Banca d’Italia, molto ampie e sostanzialmente in linea con gli analoghi provvedimenti assunti dagli altri principali paesi europei e dagli Stati Uniti d’America, eppure le azioni dei principali gruppi bancari sono lì ogni giorno che passa a testare nuovi minimi, situazione che riguarda, in particolare, Unicredit Group, Intesa-San Paolo, Monte dei Paschi di Siena, Banco Popolare e qualche comprimaria, una situazione che fa capire anche ai più sprovveduti tra i nostri connazionali che qualcosa deve ancora accadere e che a questo qualcosa i vertici attuali delle maggiori banche italiane e l’Associone Bancaria Italiana stanno fieramente resistendo, mettendo in campo quel che resta del loro potere di influenzare le decisioni del Governo e della Banca d’Italia.

Non so se è vero quanto riportava ieri il quotidiano La Repubblica, che ha cronisti notoriamente di casa a Via Nazionale e, spesso, ospiti nei voli che portano il Governatore di turno verso i suoi impegni ufficiali, ma, se lo fosse, tutto diverrebbe molto, ma molto più chiaro, in quanto l’eventuale decisione, a quanto pare perfettamente condivisa da Tremonti e Draghi, di innalzare il TIER 1 dal 6 all’8 per cento, rappresenterebbe, per le autorità monetarie, il cavallo di Troia che consentirebbe loro di entrare in forza nel capitale delle maggiori banche italiane, imponendo quelle regolette che i banchieri nostrani vedono letteralmente come il fumo negli occhi, ma, e forse soprattutto, sconvolgendo gli equilibri più o meno precari esistenti tra gli attuali azionisti di riferimento, Fondazioni di origine bancaria in testa!

Per dare un’idea del fabbisogno in termini di patrimonio che si verrebbe a creare nei quattro gruppi bancari sopra citati, basti pensare che per passare dal 5,7 attuale al 6,8 obbiettivo è stato necessario, nel caso dell’istituto di Piazza Cordusio al momento diretto da Alessandro profumo, 6,6 miliardi di euro, una cifra che ha messo a durissima prova le casse della Fondazione Cariverona, della Fondazione CRT e degli altri principali azionisti di Unicredit Group, un aumento di capitale che ha facilitato il rastrellamento sul mercato da parte degli uomini del Colonnello Muhammar Gheddafi di un pacchetto complessivo del 4,2 per cento, nonché un posto certo nel Consiglio di Amministrazione della banca.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

giovedì 23 ottobre 2008

Lo stress test degli analisti di Merrill Lynch affonda le banche!


Il summit richiesto con una certa determinazione da Sarkozy e Barroso, rispettivamente presidente di turno dell’Unione europea e della Commissione che ne rappresenta in qualche modo l’organo esecutivo, ad un tentennante George W. Bush si terrà a Washington il 15 novembre prossimo venturo, opportunamente collocato quando sarà uscito dalle urne statunitensi il nome del successore dell’attuale inquilino della Casa Bianca e, soprattutto, il nome di quello che si prepara indubitabilmente ad essere il più potente ministro, quello del Tesoro, una scelta che non a caso vede i due contendenti sparare nomi altisonanti quali, a solo titolo di esempio, quello di Paul Volker, mitico presidente della Federal Riserve costretto a dimettersi ai tempi della reaganomics, e quello del Leone di Omaha, l’altrettanto mitico Warren Buffett.

In attesa del responso delle urne, già peraltro aperte in alcuni stati del grande paese a stelle e strisce, il responso dei mercati, ieri su tutti i fusi orari e stamane di nuovo in Asia, è stato davvero tremendo, con perdite che sembrano indicare, nella loro profondità e pervasività, che gli analisti e gli operatori, ma soprattutto i risparmiatori/investitori, sembrano proprio non credere all’efficacia del più grande sforzo congiunto che governi e banche centrali abbiano mai messo in campo nell’intera storia dell’umanità, uno sforzo che li vede impegnati per migliaia di miliardi di euro, ma che si sta scontrando contro i micidiali meccanismi di cui il mercato si è dotato in questi decenni, quali i derivati di ultima generazione e quelle vere e proprie armi di distruzione di massa rappresentate dai Credit Default Swaps, che invano Bernspan e compagni si stanno affannando a disinnescare, addentrandosi in un ginepraio di previsioni legali in larga parte basate sul fatto che si trattava di strumenti che non sarebbero mai diventati esigibili come, invece, sta accadendo in queste settimane sotto le alte ondate della tempesta perfetta.

Non credo che siano molti, infatti, a sapere che il consiglio direttivo dell’ISDA, l’organismo deputato a dirimere le eventuali controversie sull’efficacia o meno di uno di questi strumenti, nonché incaricato di redigere la contrattualistica tipo per gli stessi, ha stabilito che, anche nel caso di salvataggi o di nazionalizzazioni, quali ad esempio quelle di Fannie Mae e Freddie Mac o di AIG, si concretizza la fattispecie del default e, quindi, il relativo contratto diventa immediatamente esecutivo con i suoi relativi obblighi ed oneri per le parti che lo hanno sottoscritto, il che trattandosi di un mercato che è stimato tra i 55 ed i 62 mila miliardi di dollari, in buona parte concentrati sugli emittenti finanziari di titoli della finanza più o meno strutturata, nonché degli Stati sovrani, o di loro parti, consente di comprendere uno dei motivi dei crolli di borsa avvenuti ed, ahinoi, anche di quelli che verranno ad onta dei giganteschi sforzi dei paesi del G7, del G10 e, se servirà, anche del G21, in quanto, in caso di default sistemico, è sempre cosa saggia mettere intorno allo stesso, gigantesco tavolo i debitori ed i creditori.

Mi permetto di formulare un sommesso suggerimento a questo vero e proprio esercito di decision makers eletti o meno dai loro rispettivi popoli e che consiste nel fatto che la moltiplicazione di discorsi terrorizzanti difficilmente sortisce l’effetto di tranquillizzare i risparmiatori/investitori del pianeta, anche perché gli stessi stanno sempre più assumendo i comportamenti caratteristici di una mandria di bufali imbizzarriti, mutazione genetica dettata dalla paura della loro normale caratteristica di parco buoi, abitualmente pronti a digerire le peggiori schifezze loro proposte, ma che, in fasi come questa (ma è mai esistita una fase come questa?), esitano ad acquistare o a sottoscrivere anche gli strumenti più innocui emessi dalle entità finanziarie più solide!

Così come mi permetto di affermare che non è stata proprio saggia la decisione della presidentessa argentina Cristina Kirchner di nazionalizzazionare i fondi pensione privati argentini che, oltre a provocare un vero e proprio meldown dei titoli quotati alla borsa di Buenos Aires nelle ultime sedute, inclusa quella di ieri, ha risvegliato tutte le paure di una possibile ripetizione di quella dichiarazione di stato di default del debito sovrano, come alquanto tragicamente avvenne in tempi non molto remoti, come ben sanno quei risparmiatori italiani che, dopo aver subito il danno di aver perso i loro soldi, si sono anche fidati di un personaggio come Nicola Stock, indicato dall’Associazione Bancaria Italiana come il loro paladino, e che ha compiuto il capolavoro di convincere la maggioranza di quanti gli avevano dato la loro delega a non accettare il compromesso proposto dal Governo argentino e che ancora aspettano una qualche molto improbabile risposta da organismi internazionali, risposta che, alla luce di quanto sta accadendo, molto difficilmente verrà.

Confesso che ho vissuto un vero e proprio deja vu, quando ho sentito ieri che la stessa Associazione Bancaria Italiana, in relazione al fallimento di Lehman Brothers con il suo triste corollario di falcidia di bonds e index linked, ha proposto, in luogo del pagamento a piè di lista che in molti casi appare assolutamente doveroso visto l’identikit dei risparmiatori coinvolti, un’adeguata assistenza legale a favore dei risparmiatori/investitori danneggiati, anche se sono certo che Nicola Stock non avrà il tempo, e spero anche la voglia, di occuparsi anche di questa ennesima patata bollente, una decisione, quella dell’ABI, che dice più di mille parole che della questione della reputazione e della fiducia non gliene importa poi più di tanto, il che indica altrettanto inequivocabilmente che sono convinti che di bonds non garantiti dallo Stato e di index linked hanno già stabilito che non ne venderanno più nemmeno per un euro, incuranti delle mosse molto più lungimiranti e coraggiose intraprese, almeno a parole, da Unipol, Poste Italiane e Mediolanum!

Nel suo modo molto naif di comunicare, Silvio Berlusconi ha voluto amplificare il già drammatico effetto sortito dallo stress test effettuati dagli analisti di Merril Lynch sulle maggiori banche statunitense ed europee per valutare l’adeguatezza del loro patrimonio, quantificandone financo i fabbisogni, ed ha sostenuto, ai margini di un convegno della Confindustria, che altre due o tre banche italiane dovranno seguire l’esempio di Unicredit Group, che per la cronaca è in procinto di testare la fortissima resistenza posta al livello dei due euro, e procedere ad opportune e massicce ricapitalizzazioni, il che ha, da un lato, spinto le azioni delle principali banche italiane prepotentemente verso il basso, mentre, dall’altro, ha costretto i loro quartier generali ad emettere comunicati che hanno sortito l’unico effetto di convincere i loro azionisti che gli aumenti di capitale alla fine ci saranno.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

mercoledì 22 ottobre 2008

Draghi ed i banchieri italiani naufraghi nella tempesta perfetta!


La decisione della presidentessa argentina Cristina Kirchner di nazionalizzazionare i fondi pensione privati ha provocato un tonfo della borsa di Buenos Aires che ha perso ieri il 10 per cento rispetto alla chiusura di lunedì, un ribasso che ha amplificato le perdite subite, sempre ieri, dai tre principali listini statunitensi e dalla quasi totalità delle borse europee, con la eccezione di quella di Parigi largamente influenzata dall’iniezione di 10 miliardi di fondi statali nelle principali banche francesi.

Non pago di aver portato i tassi ufficiali di interesse statunitensi a livelli nominali infimi e largamente negativi ove espressi in termini reali (ma non quelli interbancari che sono ancora multipli di quelli ufficiali), aver aperto la più grande discarica al mondo per ospitare tonnellate di titoli tossici, aver inondato il mercato di liquidità, contribuito al salvataggio di alcune banche ed al fallimento di altre, di essere divenuto il maggiore acquirente di quelle Commercial Papers che nessuno oramai vuole più, ieri l’ineffabile presidente della Federal Reserve, Bernspan, ha reso noto urbi et orbi di aver deciso di acquistare dai traballanti fondi pensione statunitensi carta a breve per 540 miliardi di dollari, più o meno quanto è stato ritirato dai terrorizzati sottoscrittori nelle ultime settimane.

Le due decisioni sopra descritte hanno, al di là della più che evidente, per fortuna della ex first lady divenuta presidentessa, diversità dei due personaggi, un minimo comune denominatore nazionalizzatore e statalizzatore, in realtà una molto panicata risposta al panico dei risparmiatori/investitori destinatari per oltre un anno di messaggi rassicuranti da parte del trio più noto del momento, Bush-Paulson-Bernspan, e da qualche settimana letteralmente alluvionati di messaggi da fine del mondo lanciati al di qua ed al di là dell’Oceano Atlantico, messaggi amplificati da media altrettanto embedded nel compiere questa operazione di quanto lo erano in precedenza nel collaborare attivamente all’opera più massiccia di pompieraggio mai verificatasi dal secondo dopoguerra.

A questi e ad altri scherzi ci abituerà, peraltro, la tempesta perfetta che si appresta a compiere il quindicesimo mese di vita e che ha convinto oramai due terzi dei cittadini statunitensi che la recessione abita già tra di loro, cosa della quale peraltro si erano accorti molto prima degli economisti del Fondo Monetario Internazionale, attualmente più interessati alle gesta amatorie del loro numero uno, l’ex ministro francese delle finanze, Dominique Strauss Kahn, che alle vicende della crisi finanziaria, in quanto non riescono più ad ottenere credito né per acquistare un’auto, né per i normali acquisti più o meno utili, persone che spesso hanno perso la casa o il lavoro e che, in molti casi, li hanno persi entrambi!

Svegliatasi improvvisamente da un lungo sonno determinato dalla aspra guerra sulla governance che ha agitato il suo piano nobile, Mediobanca ha diffuso delle stime da cui emerge che le banche europee hanno fatto molto peggio di quelle a stelle e strisce, bruciando valore per 304 miliardi di euro contro i “soli” 276 volatilizzatisi negli Stati Uniti d’America dalle banche ivi operanti, una constatazione che assomiglia molto a quella che vede i pirati della strada cavarsela in genere molto meglio delle automobili da loro coinvolte nelle loro gesta.

Nel frattempo, anche la Germania vede una banca chiedere aiuto al proprio governo per oltre 5 miliardi di euro, ma è certo che nei prossimi giorni altre ne seguiranno l’esempio, mentre, tanto per fare un po’ di ammuina, Frau Merkel, dopo il Liechtenstein, Montecarlo ed altri paradisi fiscali, ha deciso, insieme ad altri sedici nazioni, di muovere guerra alla Confederazione elevetica, meritevole a suo giudizio di finire sulla black list, al pari di altri stati e statarelli che vedono i maggiori proventi delle loro pubbliche finanze venire da movimenti di capitale legati all’evasione fiscale, al narcotraffico, alla criminalità organizzata e chi più ne ha ne metta.

Fa sempre molto piacere ascoltare le parole del Governatore della Banca d’Italia, peraltro uno dei pochi civil servant italiani ad avere accumulato un esperienza nell’investment banking da entrambe le parti della barricata, in quanto, come direttore generale del Tesoro, ne fu prima privilegiato cliente nella più grande opera di privatizzazione di quanto era privatizzabile nel Belpaese, per poi diventare un pezzo grosso della molto potente ed ancor più preveggente Goldman Sachs, prima di essere chiamato dal per la terza volta ministro dell’Economia a prendere il posto del suo nemico giurato Antonio Fazio.

Nel corso della sua audizione alla apposita commissione del Senato, Draghi ha dovuto ammettere che stiamo per entrare in una recessione di cui è difficile prevedere la durata e che, sino a questo momento, le banche italiane hanno tenuto, il tutto mentre i senatori convenuti ascoltavano in un silenzio di tomba il discorso scritto diligentemente fornito ad ognuno di loro prima che il Governatore iniziasse a leggerlo.

Peccato che nelle stese ore, partecipando ad un convegno della Confindustria in quel di Napoli, il primo ministro, dimenticando per un attimo la querelle con l?europa in generale e Sarkozy in particolare sul pacchetto per l’ambiente, affermava candidamente che, dopo Unicredit Group, anche qualche altra banca italiana avrebbe dovuto procedere ad una ricapitalizzatone, lasciando anche intendere che il Colonnello libico Muhammar Gheddafi non poteva pensare lui a tutto, pagando a pié di lista per gli errori commessi dai banchieri nostrani di ogni ordine e grado.

Come avevo avuto modo di sottolineare nei giorni scorsi, l’ingresso dei libici nella banca con sede a piazza Cordusio, Milano, Italia, non era stato comunicato in alcun modo ai vertici di unicredit Group, anche se forse era noto dalle parti di Piazzetta Cuccia, cosa che emerge chiaramente dalla presa d’atto da parte dei consiglieri di quanto era avvenuto nelle settimane precedenti direttamente sul mercato, ma che, per dovere di ospitalità, già all’assemblea di bilancio si sarebbe provveduto a fare spazio ai consiglieri indicati dall’ingombrante nuovo socio, noto dittatore di un paese che solo da pochi mesi è stato depennato dalla infamante lista dei paesi canaglia, a conferma, se ve ne fosse bisogno, che pecunia non olet!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

martedì 21 ottobre 2008

I banchieri europei naufraghi nella tempesta perfetta! (2)


E’ stato ben presto svelato l’arcano del tonfo di ieri mattina delle principali banche francesi, con Socgen arrivata a perdere anche il 12 per cento sul rincorrersi affannoso di voci relative ad un’imminente ricapitalizzazione, ma con cali vistosi anche per BNP Paribas e Credit Agricole, il tutto mentre il CAC 40, l’indice dei principali titoli quotati alla borsa parigina, segnalava rialzi alquanto consistenti.

Solo in serata è giunto il comunicato ufficiale di Christine Lagarde, ministro francese delle finanze, che a poche ore dalla notizia della mega perdita su derivati della Caisse de Eparine, rendeva noto che il Governo aveva deciso la ricapitalizzazione delle principali banche francesi, mediante la sottoscrizione di prestiti subordinati per importi che vanno dai 3 miliardi di euro per il sofferente Credit Agricole, ai 2,55 miliardi per BNP Paribas, agli 1,7 riservati a Socgen e 1,1 miliardi alla già citata Caisse, il cui vertice è stato prontamente decapitato, mentre per questa come per le altre banche destinatarie dei finanziamenti è previsto un impegno maggiore nel finanziamento dell’economia, nonché il rispetto di una sorta di codice deontologico aggiuntivo rispetto a quelli già adottati e, come più volte ribadito dal molto decisionista Nicolas Sarkozy, l’annullamento dei bonus previsti per i vertici aziendali (mentre nulla si sa di quello che capiterà in merito ai dipendenti delle banche stesse) ed una maggiore morigeratezza nella fissazione delle remunerazioni.

La mossa della Lagarde è stata immediatamente gradita dal mercato che ha spinto al rialzo le quotazioni delle azioni delle banche francesi destinatarie dell’aiuto pubblico, anche se la modalità, quella del prestito subordinato in luogo dell’aumento di capitale riservato, non andrà ad incidere sul Core Tier 1, che, peraltro, almeno stando ai comunicati immediatamente diffuso dai quartier generali delle stesse banche, non desterebbe alcuna preoccupazione, mentre qualche preoccupazione, almeno stando alla mossa del governo, la desterebbe il credit crunch in corso, fenomeno comune all’intera area europea ed a quella statunitense, mentre non si hanno notizie al riguardo rispetto all’area asiatica, dove si segnalano i vistosi rallentamenti della crescita sia per la Repubblica Popolare Cinese che per l’India, rallentamenti che, tuttavia, continuano a fare correre queste due mega aree a ritmi di tutto rispetto, soprattutto ove confrontate con il clima recessivo che si respira abbondantemente al di qua ed al di là dell’Oceano Atlantico.

Dall’epicentro europeo della tempesta perfetta, la Gran Bretagna, non giungono notizie di nuove misure nei confronti delle banche maggiori, dopo la fulminea nazionalizzazione del colosso Royal Bank of Scotland, con relativa ed altrettanto fulminea decapitazione al vertice, e l’acquisizione di una quota azionaria rilevante di entrambe le entità che si apprestano a fondersi per dare vita al maggior erogatore di mutui del Regno Unito, la HBOS e la Lloyds TSB, anche perché la maggiore rivale di RBS ha orgogliosamente annunciato il ricorso per 6,5 miliardi di sterline ai propri azionisti, mossa ammirevole ma che non si sa per quanto sarà in grado di rinviare l’arrivo in forze degli uomini mandati da Gordon Brown per mettere in sicurezza questa come le altre maggiori banche, assicurandosi così preventivamente il successo del piano che lo ha rimesso in corsa nella prossima competizione elettorale, che potrebbe anche venire anticipata visto il clamoroso e quasi miracoloso recupero nei sondaggi registrato dal suo partito.

Restano avvolte, invece, dal mistero le vicende riguardanti il piano da centinaia di miliardi di euro stanziati dal governo di Frau Merkel, anche perché non è ancora ben chiara la platea ei destinatari in un paese che vede ancora il 70 per cento del mercato creditizio fare capo all’area pubblica, alla luce della presenza delle landesbanken e delle sparkassen, mentre, con riferimento alle banche private, un ulteriore processo di concentrazione porterebbe alla creazione di un’unica banca, in quanto già oggi, dopo la fulminea acquisizione di Dresdner da parte della Commerzbank ed il controllo di Postbank assunto dalla Deutsche, si è in realtà in presenza di un duopolio.

Non paga delle proprie disavventure, la Merrill Lynch appena salvata dalla bank of America, si è messa a dare le pagelle a tutte le banche competitrici, in particolare per quanto riguarda la delicatissima questione della adeguata o meno patrimonializzazione, che, ovviamente, viene dagli uomini e dalle donne alle dipendenze di John Thain ritenuta insufficiente nella maggior parte dei casi ed, altrettanto ovviamente, si parla di deficit miliardari da colmare a spron battuto, il che apre, ancor prima del giudizio che il piano adottato dal vertice dei capi di Stato e di governo attribuisce alle banche centrali dei singoli paesi partecipanti all’euro, la strada all’intervento della mano pubblica in pressoché tutte le maggiori banche europee basate al di qua ed al di là della Manica. Ovviamente, la necessità di ricapitalizzazione delle principali banche è all’ordine del giorno anche in Italia, necessità confermata dagli analisti di Merrill Lynch e, fra breve, anche da quelli che lavorano in Banca d’Italia, con particolare riferimento ai tre principali gruppi bancari basati nel nostro paese.

Mentre ferve l’attivismo di governi e banche centrali in Europa, bernspan e Paulson non ci stanno assolutamente a fare la parte dei pigri ed è di ieri la notizia che anche le principali banche a stelle e strisce devono iniziare a mettere nel conto l’arrivo in forze dei capitali di origine pubblica, con relativo corollario di regole e prescrizioni che i banchieri statunitensi valutano al pari di una malattia esantematica, ma che non è assolutamente possibile rifiutare a pochi giorni dalle elezioni presidenziali forse più importanti dal secondo dopoguerra e quando già si discute animatamente nei due quartier generali dei principali candidati alla Casa Bianca sul nome del candidato a detenere un enorme potere di vita e di morte sul mercato finanziario statunitense, vera costola di quel mercato finanziario globale a cui tutti, almeno a parole, vogliono mettere le briglie.

Tanto per indorare un po’ la pillola, sempre ieri Bernspan ed un nugolo di membri, più o meno votanti, del Federal Open Market Committee, nonché l’ormai onnipresente George W Bush, hanno fatto intendere che sarebbe pronto un nuovo e generoso pacchetto di stimoli fiscali a pioggia, evitando per l’ennesima volta di concentrare la loro attenzione su quella necessaria rinegoziazione dei mutui di recente ben descritta, in un suo intervento pubblicato dal settimanale L’Espresso, da Luigi Zingales!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

I banchieri europei sempre più naufraghi nella tempesta perfetta!


Come è ben dimostrato dal notevolissimo attivismo del presidente di turno dell’Unione europea, il già decisionista di suo Nicolas Sarkozy, che si trascina dietro l’alquanto indolente ed un po’ spaesato presidente della Commissione, Manuel Barroso, prosegue il sussulto di consapevolezza della profondità della tempesta perfetta intervenuto nelle ultime settimane anche al di qua dell’Oceano Atlantico, il tutto ben dimostrato dall’ennesimo quadretto nel giardino delle rose della Casa Bianca che ha visto i due europei attorniare quello che si appresta a diventare l’ex presidente degli Stati Uniti d’America per annunciare la volontà comune di convocare una riunione al vertice in terra americana che, anche se non si terrà nella amena località del New Hampshire dove venne deciso sessantaquattro anni orsono il nuovo ordine e economico internazionale, ha l’ambizione di trovare un’intesa sulle nuove regole che dovranno mettere ordine nell’attuale meltdown finanziario globale, regole che dovranno per forza di cose essere meno dollarocentriche e, almeno si spera, meno asimmetriche di quelle scaturite a Bretton Woods.

Ma il fine settimana non ha portato soltanto il frutto della fatica di George W. Bush, Nicholas Sarkozy e Manuel Barroso, ma ha anche registrato la massiccia immissione di fondi pubblici nella prima banca, anche se sarebbe più esatto parlare di primo gruppo bancario assicurativo, olandese, in quanto, dopo aver registrato la prima perdita della sua storia, la Ing, in Italia nota per il successo del suo conto ondine denominato arancio, ha dovuto chiedere una sorta di salvataggio ed accettare due rappresentanti dell’esecutivo nel proprio consiglio di sorveglianza, debitamente muniti del diritto di veto su numerose materie, nonché accettare l’eliminazione dei bonus per l’anno in corso, mossa, quella del governo del paese dei tulipani, che segue di poche settimane la riappropriazione, sempre da parte pubblica, delle attività bancarie olandesi a suo tempo scippate ad ABN AMRO dalla defunta Fortis, a suo tempo vincitrice della disfida con Barclays per l’acquisto del gruppo bancario olandese , insieme alla di recente nazionalizzata Royal Bank of Scotland ed a quel Banco di Santander che se le è cavata soltanto perché si è istantaneamente liberato della patata bollente rappresentata da Antonveneta, sbolognata con ampio profitto alla Banca Monte dei Paschi di Siena che da quel momento ha visto ridursi a meno di un terzo la sua quotazione in borsa.

Poiché faccio ogni sforzo per non diventare superstizioso, non voglio assolutamente credere alla favola che vorrebbe che l’ex amministratore delegato di ABN AMRO, Groenick, abbia a suo tempo lanciato un tremendo anatema, al pari del capo dei templari, Jaques de Molay, in procinto di essere arso sul rogo sotto gli occhi del Re di Francia e famiglia, nei confronti delle tre banche ree di aver fatto fallire l’acquisizione amichevole della sua banca da parte della Barclays, un’offerta peraltro talmente ricca che non poteva non avere la meglio su considerazioni di altro genere; anche se penso che più che la maledizione hanno potuto le poison pills di cui si dice fossero disseminati i conti della banca olandese che riuscì ad avere la meglio sul piissimo Governatore della Banca d’Italia e sul suo protetto Fiorani, entrambi ignominiosamente usciti di scena e prossimamente sottoposti a giudizio proprio per quella vicenda, nella quale mossero i loro primi ed ultimi passi gli oramai notissimi furbetti del quartierino, gran parte dei quali finiti in bancarotta più o meno fraudolenta!

Forse influenzati dalle vicende olandesi e da quanto sta facendo il loro Monsieur le President, gli azionisti delle tre maggiori banche francesi hanno pensato bene di vendere massicciamente le loro azioni, spingendo Socgen, che secondo voci ricorrenti sarebbe stato costretto ad un aumento di capitale che l’avrebbe spinta dritta dritta nelle fauci già spalancate del molto vendicativo Sarkozy, a perdere anche il 12 per cento rispetto alla chiusura di venerdì scorso, mentre perdite sino al 7 per cento hanno caratterizzato anche il Credit Agricole e BNP Paribas, timori che sono sembrati svanire come neve al sole a fine giornata, quando le flessioni sono divenute molto più contenute.

Quanto sta accadendo in Gran Bretagna, Francia, Belgio ed Olanda, per non parlare del molto inquieto sistema bancario tedesco, è molto indicativo di un clima che vede i banchieri rassegnati a cedere il passo agli emissari governativi che portano con sé pacchi di miliardi di euro, ma hanno anche la pretesa di esautorare di diritto o di fatto i precedenti manovratori, finendo per togliere loro lo stipendio e/o i bonus milionari di fine anno, prospettiva rispetto alla quale, in perfetta sintonia con gli altrettanto inquieti colleghi statunitensi, stanno cercando, spesso del tutto invano, di innalzare cavalli di frisia e barricate, aiutati nell’opera dai loro più stretti collaboratori.

Ma cosa sta accadendo nel frattempo nel sistema bancario italiano? Non è un mistero per nessuno come i banchieri nostrani siano molto più preoccupati dell’improvviso silenzio del per la terza volta ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che dei suoi precedenti anatemi nei confronti loro e di quei topi posti a guardia del formaggio, come il nostro fantasioso ministro ha appellato i banchieri centrali, soprattutto quanti di loro sono impegnati nel Financial Stability Forum che, per la cronaca, è presieduto dal Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, con il quale ha da poco incrociato le lame sull’andamento dei conti pubblici, un silenzio veramente assordante in quanto sono note anche ai bambini le poche ma chiarissime idee di Tremonti sulle banche italiane nel loro complesso, ma più in particolare quelle su alcuni e ben individuati gruppi bancari posti ai primi posti della classifica di settore, Unicredit Group e Monte dei Paschi di Siena in primis.

Non credo, peraltro, sia un mistero per nessuno che, pur dopo l’ingresso non concordato dei libici ai piani alti dell’azionariato di Unicredit, un arrotondamento per quasi nove della striminzita quota derivante dalla loro precedente presenza nell’azionariato di Capitalia effettuato esclusivamente mediante acquisti sul mercato, l’azione del gruppo di Piazza Cordusio non riesca ad allontanarsi dalla parte bassa dell’area dei 2 euro, un livello molto preoccupante alla luce del prezzo previsto per il prossimo aumento di capitale, quei tre euro e qualcosa che sembravano di per sé un’onta per un azione che aveva occhieggiato, prima dell’avvio della tempesta perfetta e subito dopo la fulminea acquisizione, in assenza di due diligence, la soglia degli 8 euro, quel livello di 7,75 euro che consentiva una capitalizzazione di borsa di oltre 100 miliardi, anche se va rilevato che anche Intesa-San Paolo ed il gruppo Monte dei Paschi di Siena non sembrino certo passarsela molto meglio della loro rivale!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

domenica 19 ottobre 2008

La rivincita postuma di John Maynard Keynes!


Mentre saranno a colloquio in questo ennesimo week end di non riposo, George W. Bush, Nicholas Sarkozy e Il presidente della Commissione dell’Unione europea ed ex premier portoghese, Manuel Barroso, farebbero bene a pensare all’emblematica vicenda di Judy Katz, un’alquanto anonima investitrice newyorkese che, come riferisce un’agenzia di stampa a stelle e strisce, ha deciso all’inizio di ottobre di scendere dall’ottovolante che è oramai diventato il mercato azionario statunitense, liquidando l’intera sua posizione e lasciando sul terreno 200 mila del suo gruzzolo di 1.200.000 dollari, pur di porre al sicuro il milione residuo sul suo conto corrente che le garantisce un misero 2 per cento ma l’assoluta integrità del suo capitale (ovviamente, se ha avuto l’accortezza su quattro diversi conti presso altrettante banche, alla luce dei nuovi limiti di garanzia offerti dalla Federal Deposit Insurance Corporation) e che, nonostante le azioni che aveva in portafoglio siano da allora risalito del 5 per cento, non è affatto pentita della sua scelta e sostiene che non tornerà mai più a mettere i suoi sudati risparmi in quella sorta di roulette che è diventato il mercato finanziario statunitense, vera costola di quel mercato finanziario globale che lo stesso Sarkozy ed il suo omologo tedesco ed un tempo molto distratto numero uno del Fondo Monetario Internazionale ebbero a definire alcuni mesi orsono come del tutto impazzito.

So benissimo che ai tre altissimi esponenti politici impegnati in un ennesimo summit della sorte dei risparmi di Judy Katz non importa un fico secco, eppure ritengo che il vertice dei capi di Stato e di governo dei maggiori paesi industrializzati, più, almeno così pare, una pattuglia di paesi che, almeno alla luce delle loro rilevantissime riserve valutarie legate ai loro altrettanto rilevanti avanzi commerciali, non è proprio più possibile relegare al rango di paesi emergenti, che hanno deciso proprio ieri di convocare forse negli stessi Stati Uniti d’America, con l’ambizioso obiettivo di riscrivere le regole a suo tempo venute fuori da Bretton Woods e dai successivi peggioramenti di quell’accordo già di per sé molto asimmetrico e del tutto dollarocentrico, sarebbe bene che fosse chiamato a riflettere sullo stato d’animo delle centinaia di milioni di persone che, come Judy, ben difficilmente recupererà quel grado di fiducia nel sistema finanziario globale se non verranno adottate misure tali da garantire loro che quello che è accaduto negli ultimi decenni non possa ripetersi più in futuro e, soprattutto, che i responsabili dell’immenso disastro attuale si trovino in condizione di non nuocere più ad alcuno.

Non stupisce, peraltro, che Judy e tanti come lei abbiano preso la stessa decisione assunta dai tre maggiori hedge funders statunitensi, che, incuranti degli ottimi affari che, grazie alla loro expertise ed agli strumenti tecnici che hanno a disposizione, sarebbero facilmente ottenibili in sedute caratterizzate dall’altissima voltatilità come sono quelle di queste ultime settimane, tre veri e propri uomini d’oro rotti a tutte le altalene finanziarie degli ultimi anni, se non decenni, che hanno messo al sicuro la bellezza di 63 miliardi di dollari, rinviando all’inizio dell’anno prossimo qualsiasi decisione di operatività su azioni ed obbligazioni o quant’altro e non lo hanno certo fatto per il timore che i grandi della Terra decidano finalmente di adottare misure in grado di controllare anche questo finora molto proficuo segmento di attività che, soltanto nel giugno dello scorso anno, Mario Draghi ed il Financial Stability Forum da lui presieduto decisero che fosse perfettamente in grado di auto regolarsi, dando a loro tre e ad una marea di investitori istituzionali, incluse le banche più o meno globali e le maggiori compagnie di assicurazione, la possibilità di cercare di rifarsi delle perdite a raffica subite nel corso della tempesta perfetta già allora da molti mese virulentemente in corso, giocando spudoratamente al rialzo sul mercato dei derivati sulle materie prime più o meno energetiche, derrate alimentari, purtroppo, incluse!

Pur in questo clima di frenetico attivismo di governi e banche centrali ed in presenza di programmi di spesa per migliaia di miliardi di dollari finalizzati a stendere una rete di sicurezza intorno alle banche di ogni ordine e grado, non ho sentito levarsi alcuna voce volta a perseguire nelle sedi opportune, incluse quella giudiziaria, quello che è stato un autentico crimine contro i consumatori dell’intero orbe terracqueo, un fenomeno di aggiotaggio continuato ed aggravato che ha provocato rivolte nei paesi in via di sviluppo ed ha contribuito a peggiorare ulteriormente le condizioni di vita di miliardi di persone al fine di rimettere in ordine i conti dei fondi pensione e dei fondi di investimento che hanno perso ed ancor più perderanno, almeno secondo le stime degli economisti del Fondo Monetario Internazionale, i due terzi dei 1.400 miliardi di dollari che dovrebbero rappresentare il conto finale della tempesta perfetta, un conto già moltiplicato per 14 volte dalle stime iniziali e che potrebbe essere ancora sottostimato.

Mentre mancano oramai poco più di due settimane all’election day forse più atteso nella più che bicentenaria storia degli Stati Uniti d’America, aumenta, ogni giorno che passa, il numero delle famiglie americane che si trova nella tristissima condizione di avere perso la casa o il lavoro, ed in pochi casi di averli persi entrambi, né stupisce che più di un’amministrazione locale della nazione più potente del mondo non abbia trovato soluzioni migliori che quella di predisporre ampi parcheggi per consentire ai nuovi homeless sino a poco tempo fa facenti parte della classe media di passare le notti nelle loro automobili trasformatesi nel loro ultimo rifugio, almeno per quelli tra di loro che hanno avuto la fortuna di vedersele pignorate dai solertissimi addetti al recupero crediti a causa dell’impossibilità di pagare la rata del prestito contratto per acquistarla.

Non so cosa che cosa ne pensano questi nuovi poveri dell’ennesimo scandalo a luci rosse che vede come protagonista il francesissimo numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss Kahn, con le medesime accuse a uo tempo mosse ad un ex falco dell’amministrazione Bush, Paul Wolkowitz, cui era stata data in omaggio la presidenza della Banca Mondiale, accuse ampiamente riportate oggi dalla stampa di tutto il globo e legate, stavolta, alla denuncia del marito della dipendente del FMI, a sua volta anche lui economista dell’organismo sovranazionale che, al pari della citata Banca Mondiale, rappresenta uno dei due pilastri proprio di quell’accordo di Bretton Woods partorito, malgrado la ferma e motivata opposizione di John Maynard Keynes, nell’amena località posta nel New Hampshire mentre il secondo conflitto mondiale era ancora in corso, un accordo che aveva la pretesa di disegnare un nuovo ordine economico internazionale più equo e che finì, invece, per crearne uno tagliato su misura sulle esigenze degli Stati Uniti d’America!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

sabato 18 ottobre 2008

La resistenza dei banchieri nei confronti dei governi e delle banche centrali!


Se c’è una cosa che fenomeni quali la tempesta perfetta insegnano è l’assoluta relatività del tempo, anche perché, mai quando si è in una prolungata fase di difficoltà, ci si rende conto che esistono periodo in cui il tempo corre a grande velocità ed altri nei quali sembra davvero non trascorrere mai, come sta proprio accadendo in questo orribile mese di ottobre, del quale abbiamo appena doppiato la metà, ma nel quale sono già accadute una tale quantità di eventi di grandi dimensioni che è quasi impossibile tenerne il conto, due settimane e mezza nelle quali piani di salvataggio di immense proporzioni sono stati prima affondati, poi approvati ed, infine modificati radicalmente nelle modalità di applicazione e negli obiettivi.

Fa davvero bene George W. Bush, in una delle sue oramai innumerevoli apparizioni su tutti i media disponibili, a ricordare a tutti che la crisi sarà ancora lunghissima e che da finanziaria sta trasformandosi ogni giorno che passa in una crisi dell’economia reale, una crisi che sta letteralmente picconando redditi, investimenti ed aspettative, anche se tutto parte da quel drastico ridimensionamento dell’offerta di credito strettamente legato alle svalutazioni ed alle perdite già contabilizzate ed a quelle che lo saranno non appena sarà possibile capire meglio il contenuto effettivo di molti dei titoli della finanza strutturata passati dai veicoli fuori bilanci agli attivi, si fa ovviamente per dire, delle banche e delle altre entità protagoniste del mercato finanziario globale.

Nel frattempo, non è ancora ben chiaro cosa è successo in Islanda, in quanto non è del tutto chiaro se il default si limiti ad alcuni istituti di credito o se il collasso di queste banche ed i contenziosi in corso con la Gran Bretagna ed altri paesi per la mancata tutela dei depositi dei non residenti rischi di mettere in discussione anche la solidità del non proprio trascurabile debito sovrano.

Il ruolo di assoluto pivot nel piano di salvataggio europeo giocato da Gordon Brown e dal suo consulente che il mondo della finanza lo conosce molto bene e dall’interno, d’altra parte, sta riaprendo anche in Gran Bretagna il dibattito sull’adesione all’euro, cosa praticamente impossibile fino a pochissimo tempo fa, mentre risulta che anche due paesi del Nord Europa non aderenti alla moneta unica, stiano frettolosamente riaprendo il dossier alquanto impolverato e valutando le opportunità offerte dalla protezione dell’euro con occhi molto diversi, il che, trattandosi di una tempesta perfetta che oggettivamente potrebbe rappresentare un colpo mortale all’Europa, conferma davvero che quando la notte si fa più scura è allora che la luce sta per tornare, o, detto con le parole di un monaco giapponese del XIII secolo, da un grande male viene sempre un grande bene!

Credo proprio che la gravità della situazione non sia riscontrabile nell’andamento oramai del tutto imprevedibile dei listini azionari, che al di là di un livello di volatilità mai visto da molti decenni, riesce ad alternare sedute di rialzi record a sedute da profondo rosso altrettanto eccezionale, il che si è verificato in particolare in questa che doveva essere la settimana della riscossa, né che sia legata all’andamento spesso altrettanto volatile delle quotazioni dei titoli pubblici, ma in un mercato del tutto particolare, come lo è quello interbancario, dove si sta registrando una vera e propria resistenza delle grandi banche che svolgono il ruolo di primari dealers rispetto alle inequivocabili indicazioni fornite dalle principali banche centrali con la recente decisione di effettuare, pressoché in contemporanea, un taglio dei tassi che ancora non è stato recepito dall’euribor, ma che vede un LIBOR sul dollaro che si muove a livelli più che tripli di quello fissato dalla Federal Reserve sia per i Fed Funds che per il tasso ufficiale di sconto.

Ma quello che i maggiori banchieri statunitensi assolutamente non sopportano è la radicale revisione del piano Bush-Paulson-Bernspan che, invece di limitarsi a togliere dal loro groppone quelli che tutti ormai chiamano titoli tossici, pretende di acquisire, mediante la sottoscrizioni di azioni privilegiate, poteri di indirizzo e di controllo delle banche stesse, nonché la sospensione di quei bonus e di quelle liquidazioni d’oro che i nostri considerano alla stregua di diritti acquisiti!

Non che i loro colleghi europei nutrano sentimenti diversi, ma le dimensioni delle loro banche sono tali che quella offerta da Brown e compagni è davvero un salvagente difficilmente sostituibile con qualche succedaneo dal più gradevole aspetto, per non parlare poi della crescente consapevolezza che per gli eventuali riottosi la probabilità di fare la fine del potentissimo numero uno della nazionalizzata Royal Bank of Scotland si tradurrebbe in una certezza.

Né va dimenticato che i banchieri francesi, quelli italiani e quelli di altri paesi europei hanno spesso mosso i loro primi passi in banche di proprietà statale o dallo Stato in qualche modo controllate, una prospettiva che, invece, per i banchieri statunitensi rappresenta una vera eresia, se non una sorta di prefigurazione molto fedele di come loro immaginano sia la dittatura del proletariato!

Non a caso è apparso oggi sul web un articolo che dà voce ai malumori di personaggi come John Thain ed altri che preferiscono restare anonimi, una protesta nenanche troppo a mezza voce sui guasti e sui danni che potrebbero venire da una statalizzazione del credito e della finanza, nonché una vera e propria levata di scudi preventiva nei confronti di quelle regole prossime venture che, minacciate da Draghi e Paulson nella famosa cena dei banchieri svoltasi a metà aprile, e scritte nero su biano nel rapporto del Financial Stability Forum, non sono ancora venute alla luce.

La resistenza dei banchieri posti al di qua ed al di là dell’Oceano Atlantico nei confronti delle manovre sui tassi e della stessa moral suasion esercitata dai rispettivi banchieri centrali, nonché la loro dichiarata indisponibilità a mettere in atto comportamenti adeguati a contrastare il crescente fenomeno del credit crunch, sono entrambi fenomeni che dimostrano quanto sia ancora grande la loro inconsapevolezza rispetto alle intenzioni dei politici che puntano a scaricare ogni responsabilità, anche quelle che fanno capo alle disattenzioni del potere esecutivo e legislativo, su quei protagonisti del mondo del credito e della finanza dei quali un tempo erano molto rispettosi ed a volte addirittura timorosi.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.