martedì 14 luglio 2009

Il giudice Gold si piega ai voleri di Geithner!


Non nutrivo grandi dubbi sulla decisione che il giudice Alan S. Gold, il magistrato del distretto di Miami che si è trovato tra le mani la patata bollente dello spallonaggio organizzato dal colosso creditizio UBS, You & Us in favore di 52 mila suoi clienti americani desiderosi di mettere complessivamente svariati miliardi di dollari al riparo dalle mire del fisco a stelle e strisce, avrebbe preso in relazione alla mozione congiunta dei governi degli Stati Uniti d’America, della Confederazione elvetica e della stessa UBS per posporre l’audizione dei funzionari del fisco alla data del 3 agosto, una richiesta motivata dalla necessità di disporre di più tempo per giungere a una soluzione del contenzioso che minacciava di innescare una serie di espropri a catena sia al di qua che al di là dell’Oceano Atlantico, mentre la banca elvetica rischiava seriamente di perdere la possibilità di continuare a operare nel mercato statunitense.

Non che il povero Gold (omen nomen) non si sia meritato sul campo la fama di essere uno davvero tosto, una caratteristica personale certamente aiutata dal fatto di avere a disposizione la pistola fumante fornitagli dalla attiva collaborazione di un ex dirigente di UBS in terra americana, un manager che ha dimostrato di avere poco da invidiare ai più noti pentiti della malavita organizzata, ma non è neppure ipotizzabile che decidesse di mettersi di traverso rispetto alla richiesta di dilazione avanzata direttamente dal Governo del suo paese, una pressione per lui certamente più significativa del pressing proveniente da Berna e dintorni, anche perché sa benissimo che, nella migliore delle ipotesi, la banca svizzera è destinata a pagare una multa di non meno di 5 miliardi di dollari, una multa storica in larga misura dovuta al suo operato e che sono certo che il buon Alan sarà molto fiero di raccontare ai suoi nipotini.

Purtroppo, al di là dell’epilogo più o meno sanguinoso per la banca che è attualmente vicepresieduta dallo svizzero-canadese Serge Marchionne, il Chief Executive Officer al contempo della FIAT e della New Chrysler, ma anche il top manager che ha rifiutato di avere un impegno più diretto alla guida di UBS, della quale è comunque membro del comitato esecutivo, oltre che, come dicevo di sopra vice presidente, la vicenda che vede coinvolta la banca svizzera si inserisce, come scrivevo nella puntata di ieri del Diario della crisi finanziaria a pieno titolo nella guerra senza quartiere dichiarata dai governi dei maggiori paesi industrializzati nei confronti di quanti, stati, statarelli, banche più o meno globali, rendono facile la sottrazione di immense risorse alla più o meno equa contribuzione alle sempre più vuote casse delle nazioni ove quei redditi vengono realizzati, una guerra nella quale Obama, Brown, Sarkozy e Frau Merkel stanno mostrando una determinazione davvero inconsueta, ma perfettamente comprensibile alla luce del fatto che i loro elettori stanno mostrando da tempo il pollice verso nei confronti dei riciclatori di denaro più o meno sporco motivati da un odio maggiore per i reati commessi dai cosiddetti colletti bianchi che per quelli ascrivibili alla criminalità più o meno organizzata!

E’ bastata che una nota analista esperta del settore bancario esprimesse un parere lusinghiero sulle sorti della potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs e una valutazione meno negativa su quelle di Bank of America per interrompere il crollo in corso da due settimane almeno della maggior parte delle azioni delle banche a stelle e strisce, anche se mi è bastato dare una scorsa alle anticipazioni del rapporto per scoprire che si tratta di poco più che un’abile cortina fumogena per distrarre il mercato dalle conseguenze del sempre più probabile fallimento di CIT, l’entità trasformatasi in holding bancaria solo per ricevere 2,3 miliardi di dollari dal TARP e che non si sa ancora se verrà salvata da qualche altra banca in condizioni di salute più floride.

lunedì 13 luglio 2009

Come finirà la guerra tra gli USA e l'UBS!


Con una procedura alquanto inusuale il Governo degli Stati Uniti d’America ha chiesto al giudice che sta indagando sull’evasione fiscale organizzata dal colosso extracomunitario UBS, You & US, una causa che vede un ex dirigente della UBS come attivo collaboratore di giustizia e che ha provocato la richiesta ufficiale da parte del fisco americano di poter ottenere una lista di 52 mila contribuenti infedeli che avrebbero utilizzato i servizi della banca elvetica per sottrarre svariati miliardi di dollari all’imposizione fiscale.

Nel documento, le autorità federali chiedono di posporre al 3 agosto prossimo l’audizione in aula dei rappresentanti del fisco statunitense prevista per oggi, motivando la richiesta con la necessità di disporre di maggiore tempo per raggiungere un’intesa tra i due governi, intesa necessaria visto che entrambi gli Stati hanno minacciato di procedere a procedure di sequestro miliardarie, a danno della UBS negli Usa e di disponibilità delle banche statunitensi operanti in Svizzera da parte del governo di Berna.

Mentre ancora nulla si sa della decisione del giudice di Miami, questo episodio si inserisce nella più ampia azione di contrasto messa in atto dai governi dei maggiori paesi industrializzati nei confronti dello sport più in voga tra i ricchi di tutto il mondo, uno sport largamente favorito non solo dai cosiddetti paradisi fiscali, ma anche da paesi come la Svizzera, l’Austria, Hong Kong, e Singapore, mentre non si contano le nazioni che cercano di attrarre imprese straniere mediante pratiche di vero e proprio dumping fiscale.

In questa azione di contrasto non si va, peraltro molto per il sottile, come è stato ben dimostrato dall’azione dei servizi segreti della Germania che hanno pagato svariati milioni di euro per ottenere da un ex dipendente di una banca del principato del Liechtenstein una lunga lista di clienti stranieri che avevano omesso di segnalare l’esportazione dei rispettivi capitali, un’operazione che ha consentito al fisco tedesco di rientrare in possesso di imposte per miliardi di euro, nonché di spedire in carcere una discreta quantità di evasori, con l’aggiunta di una distribuzione di liste di presunti evasori non tedeschi ai rispettivi governi!

Ma Frau Merkel non si è limitata a benedire l’operato delle sue barbe finte, ma ha anche intrapreso ben poco diplomatiche visite in paesi sospettati di dilettarsi nelle stesse pratiche, quali, a solo titolo di esempio, il principato di Monaco, e sta, d’intesa con Nicolas Sarkozy, esercitando una ferma pressione nei confronti di quei paesi che si trovano ad avere all’interno dei rispettivi territori entità sovrane in odore di essere dei terminali del riciclaggio internazionale del denaro frutto di attività di criminalità economica o di criminalità più o meno organizzata, un pressing che ha iniziato a dare i suoi primi frutti con la decisione britannica di riappropriarsi di due statarelli, con la scoperta a ripetizione di scandali nei dintorni di San Marino, anche se ancora nessuno osa ficcare il naso nelle misteriosissime attività dell’Istituto per le Opere di Religione insediato nel territorio della Città del Vaticano.

Ma Frau Merkel e Messieur Sarkozy, così come tutti i loro colleghi dell’Unione europea, sanno benissimo che la maggior parte delle grandi banche basate nei loro paesi sono presenti in forze nei paradisi fiscali, così come sono perfettamente consapevoli che la maggior parte degli evasori non ha avuto spesso neanche l’incomodo di recarsi di persona nei luoghi, a volte esotici, dove riposa il loro denaro!

domenica 12 luglio 2009

A che punto è la notte!


Avevo riservato qualche considerazione sul passaggio al G8 delle cosiddette regole globali per la finanza nella puntata di oggi, ma ho rinunciato volentieri dopo aver letto l’interessantissimo articolo redatto dal Prof. Alessandro Penati dedicato allo stesso argomento e pubblicato dal quotidiano La Repubblica, considerazioni alquanto amare e veritiere che sottoscrivo integralmente e alle quali rinvio volentieri i miei lettori.

Così come condivido appieno l’opinione di Frau Merkel sull’eccessiva frequenza di vertici internazionali, riunioni a geometria variabile e più o meno pubblici che stanno sottoponendo i leaders politici, i ministri economici e i massimi esponenti delle banche centrali a un surmenage di impegni ai quali raramente fa riscontro la soddisfazione di aver deciso qualcosa di veramente importante, mentre è certamente fortissima la frustrazione di aver trascorso ben tre giorni impegnati nell’ennesima riunione proprio mentre la tempesta perfetta si esibiva in una nuova ondata a poco meno di due anni dal suo avvio il 9 agosto del 2007!

Lasciando volentieri i primi ministri e i capi di Stato alle loro ambasce più o meno compensate dai privilegi derivanti dal loro status, vorrei, invece, concentrarmi sull’analisi dei primi effetti dell’ondata da me prevista ai primi del mese di giugno, anche perché sta rivelandosi molto più lunga del previsto e ancora lontana dall’aver dispiegato tutto il suo potenziale distruttivo, pur avendo mandato in soffitta le speranze di quanti, più o meno in buona fede, ritenevano che la corsa dell’orso sarebbe continuata almeno sino alla fine del mese di giugno e che la stessa sarebbe stata prodromica di una ripresa dell’economia globale sin dai primi mesi dell’autunno prossimo venturo.

Pur non dedicando abitualmente molta attenzione agli indici di borsa nel Diario della crisi finanziaria, penso sia opportuno fare il punto sulla corsa del gambero cui stiamo assistendo oramai da qualche settimana, un arretramento pressoché generalizzato rispetto ai massimi della fase avviatasi dopo il tonfo di marzo e che, seppur tra spinte contrastanti, vede il rappresentativo Standard & Poor’s 500 nuovamente nell’area degli 800 punti, mentre sembra prossimo il test della soglia posta a 8 mila punti da parte del Dow Jones Industrials che, come è noto, ospita parecchi titoli considerati relativamente immuni agli effetti dell’attuale difficile congiuntura e nel quale non sono più presenti, per necessità o per scelta, né l’azione di quella General Motors che venerdì scorso ha partorito per scissione la New GM, né quella della Citigroup da poco orfana del suo presidente e già suo direttore finanziario.

Al di là di qualche spunto evidenziatosi nell’ultima seduta della scorsa ottava, il settore più colpito da questa corsa a ritroso è risultato indubbiamente quello finanziario, afflitto dall’affollamento al di sopra e al di sotto della linea di bilancio di titoli più o meno tossici della finanza strutturata che ancora non si sa se e a quale prezzo verranno rilevati dalle entità miste tra pubblico e privato previste dal piano di Timothy Geithner, un ritardo aggravato dal fatto che, a quanto risulta da un accurato studio reso noto dall’Associated Press, la maggior parte dei nuovi finanziamenti erogati dalle banche statunitensi è destinato a impedire che falliscano aziende originanti attività immobiliari che fanno da collaterale agli stessi titoli ancora presenti nei bilanci delle stesse banche, un raddoppio, per così dire, della scommessa originaria che non promette davvero nulla di buono per il futuro, così come poco di buono promette il vertiginoso calo dei rendimenti dei Treasury Bonds decennali che in poche settimane sono passati da poco meno di 4 punti percentuali di yeald a tre punti e un quarto, una flessione che è l’effetto speculare di una ripresa considerevole dei loro corsi!

sabato 11 luglio 2009

Mentre General Motors risorge dalle sue ceneri, AIG chiede il permesso di pagare altri bonus!


Sono davvero curioso di sapere quale sarà la risposta della nuova autorità nominata da Barack Obama per sovrintendere ai sistemi di compensation & benefit nelle entità finanziarie e non destinatarie degli aiuti pubblici previsti dal TARP alla richiesta preventiva rivolta dai vertici della tecnicamente strafallita compagnia di assicurazione AIG che vorrebbe erogare la settimana prossima quel che resta del programma di bonus per 480 milioni di dollari relativi al 2008, una richiesta che non sarebbe dovuta, ma che risulta più che opportuna alla luce dello sconcerto creato nell’opinione pubblica e ai piani alti della politica a stelle e strisce per la prima tranche da 180 milioni di dollari pagati nello scorso mese di dicembre.

Già, perché Kenneth Feinberg, questo è il nome di quello che la stampa statunitense chiama il nuovo zar incaricato di decidere sui piani di incentivazione, ma anche sulla parte fissa del ‘salario’, dei primi cento manager delle entità in questione, per la maggior parte banche e compagnie di assicurazione, sarebbe competente, in base alle previsioni di legge, solo per quanto dovrebbe essere erogato con riferimento all’anno in corso e agli esercizi futuri, ovviamente fino a quando le entità in questione non avranno restituito alle autorità federali tutto quanto hanno ricevuto sino, come si suol dire, all’ultimo penny, ma quella vecchia volpe di Edward Liddy, il nuovo numero uno di AIG, è persona troppo accorta per mettere nuovamente sé stesso e la compagnia che attualmente gestisce alla prevedibilissima gogna mediatica.

Il problema è rappresentato dal fatto che, non più tardi di qualche giorno fa, l’altrettanto malandato colosso creditizio Citigroup ha decretato che, una volta restituiti i 180 miliardi di dollari ricevuti, per ora, da AIG, il valore della suddetta compagnia dovrebbe essere pari a zero, se non addirittura negativo, un verdetto che spiega in parte perché, dopo aver accorpato venti vecchie azioni in una per evitare di tornare sotto la quotazione di un dollaro, il titolo non ha fatto che scendere a rotta di collo, portandosi all’equivalente di 45 centesimi, che è quanto si ottiene dividendo i 9 dollari e rotti della azione pesante per venti!

Come ricordavo nei giorni scorsi, una delle motivazioni alla base della fretta con la quale Goldman Sachs, J.P. Morgan-Chase, Morgan Stanley e altre banche hanno ripagato il Tesoro USA, o promesso di farlo entro l’anno, è legata proprio alla insopprimibile desiderio di riprendere allegramente nella distribuzione dei bonus, già previsti in 20 miliardi di dollari nel caso di Goldman e in 14 miliardi per Morgan Stanley, mentre un fitto velo di nebbia circonda l’entità della torta che si spartiranno Jamie Dimon e i suoi colleghi operanti nella banca dei nipotini di John Pierpoint Morgan e di Duke Rockefeller, un ritorno al passato che suscita grande invidia nei loro colleghi di Citi e Bank of America che non sanno proprio quando riusciranno a restituire quei poco meno di 100 miliardi di dollari ricevuti a più riprese dal TARP.

Nel frattempo, pare proprio che anche la new General Motors stia per emergere, come ha già fatto a suo tempo la Chrysler in salsa FIAT, dal purgatorio della legge fallimentare statunitense e poco importa se sarà un’azienda molto più piccola del colosso che era dopo aver vinto la prima crisi dovuta alla concorrenza strenua delle marche straniere, in particolare di quelle giapponesi, così come è da rilevare con piacere che la nuova General Motors promette di considerare la sfida ecologica non più un rischio quanto un’opportunità, giurando, peraltro, che si tratta di una scelta convinte e strategica e non di un escamotage per captare la benevolenza della nuova amministrazione che punta tanto sulla Green Economy!

venerdì 10 luglio 2009

Anche per il leone di Omaha, Warren Buffett, adesso serve un altro piano!


Dopo i leaders degli otto maggiori paesi industrializzati, riuniti in quel dell’Aquila in un alquanto surreale riunione del G8 che ieri si è allargata a G14, anche il Leone di Omaha, Warren Buffett, si dice convinto che servirà proprio un secondo stimolo alla molto malmessa economia a stelle e strisce (in realtà, si tratterebbe del quarto, includendo, come è doveroso, le due maxi elargizioni disposte a suo tempo da George W. Bush), una convinzione che sta diventando piuttosto generalizzata sia al di qua che al di là dell’Oceano Atlantico, senza che nessuno senta però il bisogno di spiegare perché sia necessario procedere a nuovi e presumibilmente massicci interventi pubblici mentre non sono ancora stati utilizzati i 787 miliardi di dollari stanziati nell’ottobre dell’anno scorso a valere sul 2009 e il 2010.

Non voglio infierire, ma non posso esimermi dall’aggiungere che essendo, almeno secondo la maggior parte dei proponenti la nuova pioggia di aiuti pubblici, il peggio della tempesta perfetta oramai alle spalle, i governi e le banche centrali, in particolare quel sistema della riserva federale che ha fatto in questi ventitré mesi di tutto e di più, non si siedano tranquillamente sulla riva del fiume a vedere i risultati dei loro sforzi assolutamente senza precedenti e che, tra somme impiegate e impegni, superano largamente i 20 mila miliardi di dollari!

Mi stupisce che, dopo le legnate prese in questi poco meno di due anni, i decision makers del pianeta non abbiano ancora capito che non vi è nulla di peggio che fare discorsi del genere, non fosse altro che per il semplicissimo motivo che gli stessi inducono gli operatori e gli investitori, soprattutto quelli più anziani e per questo un po’ più esperti, a pensare che vi sia sotto qualcosa che è noto ai vertici politici ed economici, ma che non può essere divulgato attraverso i normali mezzi di comunicazione perché innescherebbe ondate di panic selling.

Spero almeno che Buffett abbia approfittato degli ultimi scampoli della corsa dell’orso per esercitare le opzioni per 5 miliardi di dollari che gli consentivano di acquisire azioni della potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs al prezzo di 115 dollari per azione, conseguendo, almeno ai corsi toccati una settimana fa, un guadagno del 30 e rotti per cento, realizzati, per di più, nell’arco di soli nove mesi e che sarebbe musica per le orecchie di quei tanti piccoli investitori che continuano a credere nelle sue virtù taumaturgiche, ma che sono reduci da un anno che non è stato dei più felici per il valore delle loro quote nella Berkshire.

Come scrivevo nella puntata di ieri del Diario della crisi finanziaria, il prezzo del petrolio non ha perso molto tempo a sfondare l’importantissima soglia psicologica dei 60 dollari al barile e si è portato poco al di sopra dei 59 dollari, in calo di poco meno del 20 per cento nel giro di poco più di una settimana, una brusca inversione di tendenza in quello che forse resta il mercato più speculativo del mondo e che potrebbe, proprio per il prevalere delle posizioni finanziarie rispetto a quelle industriali, innescare un vero e proprio si salvi chi può, come del resto è accaduto nell’estate del 2008 poco dopo che era stato toccato il massimo storico a 147 dollari al barile.

Il licenziamento del Chief Financial Officer di Citigroup e presidente di Citi Holdings, Gary Crittenden, potrebbe precedere di poco l’uscita più annunciata dell’anno, quella del Chief Executive Officer, Vikram Pandit, un banchiere che aveva acceso molte speranze quando prese il posto del povero Chuck Price III, ma che da mesi era definito dai bene informati sulle intenzioni del Tesoro e della Casa Bianca un ‘dead man walking’!

giovedì 9 luglio 2009

Il G8 seppellisce la corsa dell'orso!


A meno di ventiquattro ore dalla loro diffusione attraverso autorevoli media statunitensi, le voci di un possibile secondo piano di stimolo dell’economia a stelle e strisce hanno trovato ieri conferma in quel di Coppito, nei pressi de L’Aquila, la città abruzzese colpita il 6 aprile da un forte sisma nella quale si stanno svolgendo i lavori dei capi di Stato e di governo degli otto paesi più importanti del pianeta che sembrerebbero proprio convergere, come riportato da un apposito documento, sulla necessità di fornire nuovi stimoli all’economia, anche alla luce delle nuove stime degli economisti del Fondo Monetario Internazionale che rinviano le speranze di ripresa a non prima della seconda metà del 2010.

Come era accaduto martedì, anche ieri gli operatori asiatici, europei e statunitensi hanno reagito a queste secchiate di acqua gelida sulle residue speranze di una ripresa già nella fase terminale dell’anno in corso precipitandosi a capitalizzare i guadagni conseguiti in quella corsa dell’orso oramai definitivamente tramontata, anche se si tratta di capital gains molto più modesti di quelli che sarebbero stati possibili prima dell’inversione di tendenza verificatasi a cavallo della metà del mese di giugno, un’inversione prevista nelle tre puntate del Diario della crisi finanziaria intitolate “Avviso ai naviganti nella tempesta perfetta!” e apparse da venerdì 4 a sabato 6 giugno e raccolte per poter essere stampate domenica 7 giugno, nelle quali indicavo le cause che rendevano possibile una nuova ondata della tempesta perfetta, ondata che collocavo temporalmente nelle quattro settimane comprese tra la metà di giugno e quella del mese successivo.

Come risulterà chiaro a quanti decidessero di tornare a quelle puntate, non ho dovuto fare appello a capacità profetiche per prevedere la nuova ondata, in quanto gli elementi da me disposti in fila erano sotto gli occhi di chiunque avesse occhi prevedere e orecchie per intendere, così come considero poco più di una coincidenza il fatto di avere indicato l’inversione di tendenza proprio in quel 15 giugno che si è rivelato poi essere proprio il punto di svolta di quella corsa dell’orso basata sul nulla, né più né meno di quanto si è verificato solo un po’ più tardi per l’altrettanto incredibile corsa al rialzo delle quotazioni del greggio, rialzo, ma lo si è scoperto solo di recente in occasione delle nuove stime dell’organismo internazionale che si occupa dell’energia, più o meno coevo a un cedimento della domanda giornaliera di greggio rispetto ai picchi del 2008 stimabile in poco meno di sette milioni di barili al giorno!

Non vi è nulla di più temibile delle speranze frustrate degli investitori e poco importa se le stesse erano state alimentate alquanto ad arte da economisti ed esperti embedded ai desiderata di Wall Street e dintorni, un timore che va diffondendosi tra gli esperti più attenti alla loro reputazione e che ora si spingono a prevedere anche la possibilità di toccare minimi addirittura inferiori rispetto agli infimi livelli toccati nel mese di marzo, quando, solo per citare qualche esempio, l’azione di Citigroup si spinse sino al di sotto della soglia di un dollaro e quella di Bank of America navigò per un po’ nell’area dei due dollari, mentre Chrysler e General Motors non avevano ancora conosciuto l’onta del fallimento più o meno pilotato e i rispettivi bondholders non avevano ancora subito la tosatura cui sono stati successivamente sottoposti.

Apprendo dalla lettura di un articolo di Federico Rampini apparso su La Repubblica di ieri, che Goldman Sachs prevede di distribuire 20 miliardi di dollari di bonus ai propri dipendenti, mentre quelli di Morgan Stanley dovranno ‘accontentarsi’ di soli 14 miliardi, ma, come recita un vecchio adagio, suggerirei agli interessati di non dir quattro se non lo hanno proprio nel sacco!

Tremonti porge un ramoscello d'ulivo alle banche italiane e propone loro un 'nuovo inizio'!


Evidentemente rinfrancato dopo le fatiche collegate alla stesura del suo ‘libro dei sogni’, ieri il per la terza volta ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, ha svolto un breve ma intenso intervento all’assemblea annuale dell’Associazione Bancaria Italiana, un intervento che ha preso le mosse da una sua interpretazione del termine ebraico shabbat e si è concluso con le parole di Franklin Delano Roosevelt nel pieno della Grande Depressione che afflisse per poco meno di un quindicennio gli Stati Uniti d’America, ma, e forse soprattutto, un intervento nel quale Tremonti ha offerto un ramoscello d’ulivo a quegli stessi banchieri italiani che non aveva mancato di fustigare in tutte e tre le sue esperienze al dicastero di Via XX Settembre, ma mai con la virulenza mostrata in questi ultimi mesi.

Ma cosa ha detto di così nuovo Tremonti? Sempre citando la Bibbia, ha invitato le banche a quello che ha definito un “nuovo inizio” nel sempre difficile rapporto esistente tra creditori e debitori, un rapporto che, peraltro, si complica e non poco quando una crisi finanziaria di inedite proporzioni e i suoi micidiali effetti sull’economia reale, inducono i primi a dubitare della lealtà e delle intenzioni dei secondi, uno stato delle cose che il ministro dell’Economia conosce benissimo e che gli viene rammentato pressoché quotidianamente da quegli osservatori regionali costituiti nelle prefetture che a loro volta raccolgono i cori delle lamentazioni degli imprenditori ubicati nelle varie province che compongono la regione.

Nello stesso giorno nel quale gli esperti del Fondo Monetario Internazionale rendono note le loro nuove previsioni sull’andamento del prodotto interno lordo italiano, visto in ribasso del 5,1 per cento in luogo della stima di aprile che prevedeva un calo del ‘solo’ 4,4 per cento, Tremonti ha deciso di rinfoderare almeno per un giorno la sciabola e di offrire ai banchieri e alla loro associazione di categoria un patto a tre, Governo-banche-imprese, che dovrebbe venire condito, ma solo a verifiche puntigliosamente effettuate, in importanti concessioni sul piano dell’alleggerimento del carico fiscale attualmente applicato alle banche e nell’impegno a premere nelle sedi internazionali per una modifica di alcune previsioni contenute nell’attuale dispositivo dello IAS 39 e di alcuni aspetti di Basilea II in linea con i desiderata più volte formulati sia dai singoli banchieri che dall’ABI, il tutto accompagnato da ulteriori aiuti pubblici volti a una più adeguata capitalizzazione delle banche stesse, aiuti che, almeno stavolta, non dovrebbero contenere quelle clausole che sono risultate così indigeste ai potenziali beneficiari in occasione della prima versione dei cosiddetti Tremonti Bonds.

In cambio, Tremonti chiede alle banche di effettuare, seppure in modo selettivo, una moratoria delle scadenze più prossime che stanno impedendo, alla luce dell’eccezionalità della situazione, anche alle aziende sane sotto il profilo industriale di mantenere puntualmente i propri impegni con banche e fornitori, una situazione che, non gestita al meglio, potrebbe anche portare a una serie di fallimenti a catena dagli esiti imprevedibili sulle ancora molto gracili prospettive di una ripresa prossima ventura, una sciagurata eventualità che finirebbe comunque per scaricarsi sui conti delle banche e innescherebbe uno schema di gioco non cooperativo tra le stesse che finirebbe inevitabilmente per peggiorare ulteriormente la già difficile situazione.

L’altra novità emersa ieri è stata la complementarietà dell’intervento del Governatore della Banca d’Italia rispetto a quello pronunciato da Tremonti, indizio, seppur labile, di una preventiva concertazione tra i due, come già avvenuto di recente in sede internazionale.