venerdì 12 novembre 2010

in vista del G20 un progetto scaccia l'altro!


Abituato a vivere nel paese della smentita, mi sono guardato bene dal commentare la sorprendente uscita del presidente della Banca Mondiale che qualche giorno fa aveva proposto, senza entrare in dettagli tecnici, un ritorno di un gold exchange standard limitato alle valute più importanti del pianeta e cioè il dollaro, l’euro, la sterlina e lo yen, lasciando anche capire che sarebbe stato auspicabile estendere tale sistema anche allo yuan cinese.


Nella rettifica odierna, Robert Zoellick afferma di non avere mai voluto proporre il ritorno a quel sistema che aveva il suo perno nel rapporto tra 35 dollari e un oncia di quello che Keynes chiamava un relitto barbarico, ma che non è igienico chiudere gli occhi sul ruolo da elefante nella stanza (noi diremmo elefante in un negozio di ceramiche), un ruolo che è sotto gli occhi di tutti e che ha portato l’oro a toccare e superare la quotazione di 1.400 dollari per oncia, segno inequivocabile della sfiducia di molti investitori nell’economia di carta.


Il bello è che non sono passati molti giorni da quando Timothy Geithner aveva proposto in pieno G20 l’adozione di un sistema che assomigliava molto alla International Clearing Union sostenuta da John Maynard Keynes alla Conferenza di Bretton Woods del 1944 e bocciata proprio dal ministro del Tesoro dell’epoca, anche se va detto che la proposta di Keynes era molto più restrittiva di quella di Geithner che, in luogo di un saldo della bilancia commerciale pari o prossima allo zero, prevede avanzi e disavanzi contenuti entro una soglia del 4 per cento, per di più trattabile.


Va detto che all’epoca in cui Keynes proponeva il suo sistema gli eventuali deficit comportavano la perdita proprio del oro di cui ha parlato nei giorni scorsi Zoellick, il che comportava immediate misure correttive per evitare di intaccare ulteriormente le riserve auree.


Sarebbe errato ritenere che questo fiorire di proposte, in particolare quella di Geithner e quella di Zoellick, siano accademia, per almeno due ordini di motivi, il primo rappresentato dalla persistenza di squilibri commerciali a carattere strutturale, soprattutto il disavanzo statunitense e, di converso, gli avanzi della Germania, del Giappone e di quella Cina che ha conseguito ieri un avanzo di 29 miliardi di dollari e rotti, il secondo record mai realizzato, mentre il secondo è rappresentato dalle possibile conseguenze del Quantitative Easing II da poco annunciato dal FOMC della Federal Reserve.


E’ molto concreto, infatti, il rischio che l’inflazione cominci a correre negli Stati Uniti d’America, pur in presenza di bassi livelli di crescita, così come è del tutto probabile che il dollaro ricominci a scivolare verso il basso ad onta di tutti i tentativi fatti dalle banche centrali europee e asiatiche effettuati affinché ciò non accada, sforzi che, nel medio periodo difficilmente potranno conseguire il risultato sperato

giovedì 11 novembre 2010

Dopo la Grecia, è la volta dell'Irlanda?

Dopo la decisione dei 16 paesi dell’eurozona di creare un fondo da 750 miliardi di euro per fare fronte al rischio default di alcuni Stati membri, una decisione presa dopo che l’Unione europea e il Fondo Monetario Internazionale erano stati costretti a erogare prestiti per 110 miliardi di euro alla Grecia, sembrava che le cose potessero calmarsi nell’immenso mercato dei titoli di stato.

Purtroppo, si trattava di una vana speranza, come è facile vedere osservando gli spreads dei titoli di alcuni paesi europei nei confronti sia dei Bund tedeschi che dei Treasury Bonds statunitensi, un livello tale dei differenziali da rendere i 170 punti base esistenti tra il BTP italiano e il Bund poca cosa.

Il caso più eclatante è rappresentato dai titoli di stato irlandesi ormai a 600 punti base sul bund,, avendo oramai lo yield toccato il livello dell’8,55 per cento, un livello ancora lontano da quelli raggiunti al culmine della crisi dai titoli di stato dell’Islanda, ma un livello comunque preoccupante per un paese che, a differenza dell’Islanda, è non solo membro dell’Unione europea ma che appartiene anche all’eurogruppo ed è anche il primo paese a subire l’onta della decisione di Russia e Cile di non acquistare più titoli irlandesi.

Il problema dei problemi è rappresentato dal fatto che il costo del salvataggio di cinque banche è costato all’Irlanda 45 miliardi di euro, una cifra enorme per quella piccola nazione e che, come nota un servizio dell’Associated Press è pari a 10 mila euro per ogni abitante, bambini e vecchi compresi, una cifra che, per la parte di competenza del corrente esercizio, porterà il deficit pubblico irlandese al 32 per cento, dieci volte il limite posto dal Trattato di Maastricht a questo indicatore, e fortuna che sino a prima della crisi il debito pubblico irlandese era a livelli modesti.

Per fare fronte all’emergenza dei conti pubblici, il governo irlandese ha varato tagli di spesa per 4,5 miliardi di euro, mentre ha imposto nuove tasse per 1,5 miliardi di euro, ma questo doloroso mix di misure è solo l’antipasto in quanto si inserisce in un piano quadriennale volto ad abbattere il deficit di 15 miliardi di euro, un piano valutato così duro che, secondo il Governatore della banca centrale irlandese, crea ben pochi spazi a richieste da parte sia dell’Unione europea che del Fondo Monetario Internazionale.

Non molto meglio dell’Irlanda sta il Portogallo che vede i rendimenti dei titoli decennali portarsi dal 6,24 dell’asta di settembre al 6,80, mentre la Spagna presenta differenziali un po’ più contenuti, dell’Italia ho detto all’inizio, anche se l’attuale fase di instabilità politica potrebbe riservare qualche sorpresa.

Poco si sa di quello che sta accadendo ai paesi dell’Est Europa ora membri dell’Unione e della Nato, anche se ritengo che andrebbero seguiti con maggiore attenzione, così come sarebbe utile tenere d’occhio l’euro/dollaro che da 1,428 dollari per euro di pochi giorni fa si è spinto ieri nell’area degli 1,36, per poi recuperare.

mercoledì 10 novembre 2010

Niente stress in North Dakota!

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Ho sempre detto che preferisco parlare della crisi a partire da quell’osservatorio rappresentato dagli Stati Uniti d’America, non solo e non tanto perché la tempesta perfetta ha avuto la sua origine in quel fenomeno di finanziarizzazione che lì ha preso le mosse ed è in questa grande nazione che avevano, e in alcuni casi ancora hanno, sede le più grandi fabbriche prodotto delle investment banks e delle banche più o meno globali, ma anche perché vi è la più ricca messe di informazioni economiche del pianeta fornite sia da organismi pubblici che dalle più svariate entità private, incluse le fonti di informazione.

Ed è di una di queste elaborazioni svolte in ambito giornalistico che voglio parlare oggi, in quanto è stato reso noto ieri l’Economic Stress Index curato dalla Associated Press relativo al mese di settembre e che segnala un minimo degli ultimi sedici mesi, il che significa, per come è costruito l’indice, che la situazione è in via di miglioramento, anche se il valore di 10,0 segnato in settembre è appena inferiore al 10,3 di agosto.

L’indice è costruito su rilevazioni che riguardano tutte le 3141 Contee, riaggregando poi i dati a livello dei singoli Stati, con punteggi che vanno da 1 a 100 e con l’avvertenza che è a partire da 11 che vi è un avvertibile livello di stress.

L’indice prende a riferimento indicatori quali la disoccupazione, le procedure di esproprio e i fallimenti sia personali che aziendali, un mix di indicatori che, a seconda del loro andamento, rendono bene il grado di soddisfazione o disagio sociale di una comunità, anche se non va sottovalutato il ritardo temporale con cui l’informazione viene diffusa.

Come per gli espropri (peraltro uno dei tre indicatori considerati), l’epicentro del disagio riguarda gli stessi cinque Stati, con il Nevada al top del quintetto con un indice quasi doppio di quello che è considerato il valore soglia (21,93), seguito dalla California con 16,15, dalla Florida che, con 15,86, è quasi appaiata al Michigan (15,76) e, infine, dall’Arizona con il 14,90.

Il Nevada è riuscito a polverizzare in settembre tutti i record negativi, vantando, si fa per dire, il primato nella disoccupazione con il 14,4 per cento, così come è al primo posto nelle procedure di foreclosure (addirittura il 6 per cento delle abitazioni sono nel percorso infernale che porta all’esproprio e alla vendita all’asta), ma è anche leader nei fallimenti con il 3 per cento dei contribuenti che hanno chiesto la protezione della legge fallimentare.

Le vere isole felici sono rappresentate dal North e dal South Dakota, il primo con il punteggio di 3,75 e il secondo con il 4,78, seguono il Nebraska con il 5,73, il Vermont con il 5,89 e il New Hampshire con il 6,79.

Per non annoiare i lettori, non citerò le contee più disastrate, fatta eccezione per quella che lo è più di tutte e che è rappresentata dalla Imperial County nello Stato della California che presenta un punteggio più che triplo della soglia di stress (34,04).

martedì 9 novembre 2010

Citigroup dovrà vedersela con la Sec!

Come se non bastasse il problema dei 500 miliardi di dollari e rotti di titoli rappresentativi di mutui per i quali c’è il rischio che i detentori possano chiedere il riacquisto, Citigroup si trova ora ad essere nel mirino della Securities & Exchange Commission, che sta indagando su alcuni fondi che investivano in bond municipali titoli rappresentativi di mutui e le cui quote sono arrivate a perdere anche il 77 per cento del loro valore.

A svelare questa nuova grana per Citi è stato il Wall Street Journal, il giornale finanziario che ha anticipato quasi tutti gli scogli di cui era disseminato il mare nel corso della tempesta perfetta, e, come si usa in questi casi, il redattore ha definito le sue fonti come persone vicine alla vicenda, il che fa presumere che appartengono a quella Sec, che, va detto non è più quella dei tempi di Effe O Ixs, al secolo Christopher Cox, uno messo lì da Bush e che non non si accorgeva, o fingeva di non accorgersi, quasi di nulla da che il soprannome fox.

Eppure Citi aveva ben pensato di venire incontro agli sventurati che avevano pensato di fare un investimento sicuro, mettendo in piedi operazioni di buy back che riducevano la perdita al “solo” 61 per cento, ma ecco che quei guastafeste della Sec, grazie a tre gole profonde un tempo interne alla vicenda, sostengono che l’informativa sulla rischiosità dell’investimento non sarebbe stata veritiera come la banca sostiene, affermando che avrebbe non solo informato che si trattava di un investimento più volatile di quello in azioni, ma che avrebbero anche potuto perdere tutti i soldi investiti.

I tre brokers loquaci si sono dimessi nel 2008 dalla controllata Smith Barney in polemica su come venivano gestiti questi fondi si sarebbero rivolti alla Sec nel 2009 e nell’estate di quest’anno e avrebbero ora ricevuto l’invito a comparire come testimoni nel procedimento formalmente aperto dalla stessa Sec.

In diverse puntate della prima fase del Diario della crisi finanziaria, avevo messo in guardia dal fatto che uno degli effetti della tempesta perfetta sarebbe stato il fiorire di indagini sui comportamenti tenuti dalle banche poste al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico, così come prevedevo un enorme aumento delle liti giudiziarie promosse sia dai risparmiatori danneggiati che dagli investitori istituzionali cui sono state rifilate una parte rilevante dei titoli più o meno tossici della finanza strutturata.

La nuova serie del Diario è nata proprio a partire dai comportamenti di Bank of America e di altri colossi del credito sia nei confronti dei mutuatari cui, almeno secondo i procuratori generali di 50 Stati, non sempre si era proceduto alle procedure di esproprio in modo corretto, sia nei confronti di investitori, inclusa la Federal Reserve di New York, cui erano stati rifilati bonds legati a mutui immobiliari non del tutto performing!

lunedì 8 novembre 2010

Scontro al femminile su BofA!

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Puntuale come ad ogni primo venerdì del mese è stato diffuso il dato relativo al mese di ottobre del Non Farm Payrolls e, ma basato su un’altra metodologia statistica, il tasso di disoccupazione, positivo il primo, con un’aggiunta netta di 151 mila posti di lavoro, inchiodato, invece, al 9,6 per cento dei due mesi precedenti il secondo, ma entrambe le notizie hanno dato modo ad Obama di esibirsi in una conferenza stampa nella quale ha enfatizzato i progressi nel campo della disoccupazione, sottolineando al contempo i rischi per l’economia americana derivanti dalla concorrenza degli altri paesi, Cina in primis.

Il settore privatola aggiunto in ottobre 159 mila posti di lavoro, che, aggiunti a quelli degli altri nove mesi, fanno la cifra tonda di un milione di posti di lavoro in più, il saldo complessivo è di 874 mila buste paga in più, anche se va considerato che nel biennio 2008-2009 erano stati persi 8 milioni di posti di lavoro, mentre è interessante l’innalzamento dell’orario settimana ad oltre 34 ore, il dieci per cento in più del mese scorso, così come non va sottovalutata la revisione al rialzo dei precedenti dati di agosto e settembre che vedono il settore privato creare 103 mila posti di lavoro in più.

Resta il fatto che poco meno di 15 milioni di cittadini statunitensi continuano ad essere disoccupati, anche se una parte di questi potrebbero provenire dalle file degli scoraggiati, il che spiegherebbe l’andamento diverso delle due statistiche, così come è difficile capire se la “qualità” dei nuovi lavori è equivalente a quella di quello persi.

Assolto Bernspan la sua mission di fornire una stampella per l’economia rimettendo in moto le rotative dalle quali scaturisce il biglietto verde (si veda al proposito la puntata di ieri del Diario della crisi finanziaria), inizia la querelle tra Obama e i repubblicani sui tagli fiscali che vogliono entrambi, ma che il presidente in carica intende negare al 2 per cento della popolazione più ricca, mentre i repubblicani inalberano lo slogan di meno tasse per tutti, una battaglia che terrà impegnata la politica a stelle e strisce almeno fino a alla fine dell’anno.

Torniamo ora all’altro tormentone sul quale sono riprese le puntate quotidiane di questo blog e, cioè, le accuse mosse alle banche, Bank of America in prima linea, di avere agito in modo alquanto disinvolto sulle procedure di esproprio nei confronti dei mutuatari morosi, per scoprire che la povera BofA è invece una paladina dei diritti degli occupanti le case contese e lo dimostra il fatto che la lettera che ha ricevuto da uno studio legale di New York l’accusa di non aver aperto in tempo le foreclosure, chiedendo anche per questo il riacquisto di bond per 49 miliardi di dollari.

Vi è anzi una vivace polemica a distanza tra Barbara J. Desoer, a capo del dipartimento mutui di BofA, e Kathy D. Patrick (che in una puntata precedente avevo erroneamente chiamato Connor), con la Desoer che dice “non è meglio modificare un contratto di mutuo e tenere la gente nelle loro case piuttosto che espropriarli?”.


venerdì 5 novembre 2010

Bernspan ripete l'errore!

Indifferenti, anzi negativi in chiusura, alle notizie provenienti mercoledì dal mondo della politica, i tre principali indici azionari statunitensi hanno salutato ieri sin dall’apertura con vivaci rialzi il quantitative easing II deciso da Bernspan e compagni, con la sola eccezione del presidente della Fed di Kansas City, Thomas Hoenig che ha sostenuto che i rischi derivanti da questa seconda manovra superano i benefici.

In buona sostanza, la Federal Reserve ha annunciato che acquisterà titoli di stato a stelle e strisce per 900 miliardi, di cui 600 miliardi da ora ad agosto, quantità in linea con le attese del mercato, ma la vera sorpresa è rappresentata dal fatto che i nove decimi di questa somma saranno utilizzati per acquistare scadenze inferiori a quella decennale e trentennale su cui ci si aspettava che concentrasse la sua attenzione.

Per capire cosa potrà accadere è utile soffermarsi sugli esiti della manovra precedente, consistente in acquisti per 1.700 miliardi di dollari di titoli di stato, prevalentemente a lunga e lunghissima scadenza, acquisti effettuati in piena tempesta perfetta e che non hanno indotto, nonostante i tassi di interesse bassissimi gli incrementi desiderati nella spesa per investimenti e, men che meno, in quella per consumi.

Quel primo tentativo di quantitative easing avveniva nel corso di quella che molti chiamano la Grande Recessione, per cui uno dei rischi maggiori connessi a manovre del genere, un’impennata dei prezzi al consumo, era chiaramente poco probabile, mentre, allora come ora, non è da escludere la formazione di una bolla speculativa nel mercato dei titoli di stato e abbiamo visto che effetti può avere il formarsi di una bolla, ad esempio quella che ha riguardato fino al 2006 il mercato immobiliare e il correlato mercato dei mutui, un mercato quest’ultimo che ha dimensioni gigantesche, aggirandosi sugli 11.000 miliardi di dollari

Quello che colpisce nel comunicato della Fede che, a sedici mesi dall’avvio ufficiale della ripresa negli Stati Uniti d’America, che “il ritmo della ripresa sia nel settore della produzione che in quello dell’occupazione continua ad essere lento”, una frase che fa giustizia in un colpo solo degli ottimisti a un tanto al chilo.

Quello che è mancato nella prima manovra della Fed e che molto probabilmente mancherà anche in quella avviata ieri è rappresentato dal fatto che i titoli sono stati acquistati dalle banche nella speranza, poi mostratasi in gran parte vana, che queste avrebbero girato questa liquidità aggiuntiva ai richiedenti prestiti o mutui, cosa che è avvenuta in minima parte, almeno a vedere dall’impennata verificatasi nel contempo dei mercati dei derivati!

Di questo clamoroso errore ha fatto le spese Obama, ma in questo verrebbe da dire ben gli sta, avendo più volte rinnovato la sua fiducia a quel Timothy Geithner che ha partecipato ai salvataggi delle banche insieme a Bernspan e a Henry Paulson.


giovedì 4 novembre 2010

Si mette male per Obama!


All’alba di ieri, ora italiana, erano chiare le cifre del disastro alla Camera dei Rappresentanti determinato dal completo rinnovo della camera bassa nel corso delle elezioni di Mid Term, un risultato che vede 244 seggi ai repubblicani e 191 ai democratici, mentre il partito di Obama mantiene una maggioranza risicata al Senato, in rinnovo solo per un terzo, con 51 seggi ai democratici 47 ai repubblicani e 3 indipendenti.

Non è la spallata che i repubblicani e Wall Street si attendevano ma poco ci manca e non a caso i vincitori reclamano già a gran voce l’abrogazione di quella riforma sanitaria già frutto di estenuanti compromessi e l’affossamento di quella riforma dei mercati finanziari che Obama è a malapena è riuscito a far passare quando il suo partito dominava in entrambi i rami del Congresso.

All’insegna del buy the rumor sell the news, ieri i tre principali indici di Wall Street hanno aperto alquanto appiattiti sulla chiusura del giorno precedente, con il Nasdaq addirittura in negativo, seppur di poco.

Lasciando agli americani il peso del clima rissoso prossimo venturo nell’agone politico, vorrei concentrare l’attenzione su due questioni, la prima l’attesa per l’annuncio della Federal Reserve sui tanto attesi acquisti di titoli del tesoro a stelle e strisce, la seconda fase di quantitative easing dopo la prima che ha visto la Fed intervenire per 1.700 miliardi di dollari, la Fed stavolta si impegnerà per 900 miliardi di dollari, ma di questo parlerò più diffusamente nella putata di domani del Diario della crisi finanziaria.

Molto dipenderà quindi dagli ammontari, dalla gradualità degli acquisti e dall’identità dei venditori, ma quello che è certo è che questo nuovo avvio delle rotative potrà sì dare un impulso all’economia, contribuire a ridurre i tassi di interesse, ma avrà certamente anche un’influenza negativa sui corsi del dollaro che era ieri appena al di sopra degli 81 yen, mentre servivano 1,40 dollari per acquistare un euro.

La seconda questione riguarda ancora una volta i mutui, con un bel servizio della CNBC che fa le pulci al colosso Citigroup per gli ingenti ammontari di mutui, sfusi o a pacchetti si sarebbe detto un tempo, che ha ceduto a un numero imprecisato di controparti per un ammontare complessivo di oltre 500 miliardi di dollari.

Ebbene a fronte di perdite potenziali che vanno da 37, secondo la visione più ottimistica, a 134 miliardi di dollari ove le cose si mettessero davvero al peggio, le riserve specifiche presenti nel bilancio della banca sono di appena un miliardo di dollari arrotondati per eccesso!