giovedì 16 dicembre 2010

Un pitbull azzanna Bank of America! (2)

Inizialmente irrisa dai vertici di Bank of America, l'azione promossa dall'avvocato Kathy D. Patrick per conto di cinque investitori istituzionali, tra cui la Federal Reserve di New York, è tutt'altro che tramontata, in quanto le parti si sono date altri sessanta giorni di tempo per trovare una soluzione.
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La materia del contendere sono titoli strutturati per originari 104 miliardi di dollari (oggi ne valgono 46 miliardi) emessi da Countrywide la mega società del mortgage acquisita nel luglio del 2008 dalla banca di Charlotte aventi come sottostante mutui immobiliari che secondo i ricorrenti non sarebbero stati gestiti in modo appropriato.
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La notizia della prosecuzione dei colloqui volti ad evitare un sanguinoso scontro in tribunale è stata salutata da un rialzo delle quotazioni di BofA nel dopo borsa, dopo che nel normale orario di contrattazioni la banca aveva subìto perdite marginali.
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Nel frattempo, il rallentamento delle procedure di esproprio si è tradotto in novembre in un forte calo degli espropri stessi, calati del 28 per cento rispetto ad ottobre e del 12 per cento rispetto al novembre dello scorso anno, ma questa battuta di arresto non ha impedito al numero delle case espropriate nel 2010 di raggiungere al numero di 980.000 e certamente verrà superato il milione per l'intero 2010.

mercoledì 15 dicembre 2010

Quali sono i rischi delle banche europee?

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Tre buone notizie sono giunte ieri dall’economia americana, tre segnali che, assieme al pacchetto di sgravi fiscali (in realtà un estensione del provvedimento risalente all’amministrazione Bush) da 900 miliardi di dollari in discussione al Congresso, vanno in direzione delle attese degli operatori e hanno spinto al rialzo i tre indici principali di Wall Street.

La Federal Reserve ha dichiarato che manterrà la sua politica di tassi di interesse vicino allo zero e ha confermato l'impegno al maxi acquisto di titoli del Tesoro, nel frattempo, lo yield sui Treasury Bonds a dieci anni ha raggiunto il suo massimo da maggio, portandosi a sfiorare il 3,40 per cento, un rialzo che riflette una caduta dei prezzi notevole, visto che solo all’inizio di ottobre il rendimento era al 2,39 per cento e che indica come a vendere siano forti detentori e non manca chi pensa che dietro questo sell off possa esserci la Repubblica Popolare Cinese.

Ma tensioni sono presenti anche sul mercato interbancario sia al di qua che al di là dell’Oceano Atlantico, anche se nella seduta di ieri si sono colti segnali distensivi dovuti all’azione energica sia della Federal Reserve che della Banca Centrale Europea, anche se, per quanto riguarda quest’ultima, è nota la decisione di smettere, ad aprile del prossimo anno, di inondare il mercato di liquidità.

Ma sarebbe interessante sapere quale è il reale rischio cui stanno andando incontro le banche europee che usano prendere denaro a buon mercato dalla BCE per investirlo in buona parte in titoli di Stato di varia scadenza, anche perché quello che sinora era stato un buon affare rischia di tradursi in una montagna di perdite, anche perché le banche non possono fare come il piccolo risparmiatore che, non volendo incorrere nella perdita in conto capitale, porta i titoli a scadenza, default permettendo.


martedì 14 dicembre 2010

BofA mette in vendita titoli tossici!

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Mentre è ancora alle prese con il pasticciaccio dei robo-signers e sulla richiesta di riacquisto di 49 miliardi di titoli legati a mutui, Bank of America starebbe, secondo un articolo del New York Post, mettendo in vendita titoli tossici per 1 miliardo di dollari, anche questi titoli legati a mutui portati in dote, si fa per dire, dall’acquisita e alquanto disastrata Countrywide.

I lettori più affezionati del Diario della crisi fianziaria ricorderanno quanto quell’acquisizione fu controversa e portò alle dimissioni dell’ex Chairman e Chief Executive Officer di BofA, reo agli occhi dei maggiori azionisti di aver subito le pressioni del Tesoro e della Federal Reserve senza farne parola al Board of Directors.

Quello che era certo è che Countrywide non aveva solo in pancia una larga quota dell’immenso mercato del mortgage a stelle e strisce, ma anche un’ancor maggiore quota dei titoli tossici legati all’immobiliare, rappresentando così una vera e propria bomba a orologeria per la banca costretta ad acquisirla!

Nel frattempo migliora leggermente l’indice sullo stress economico curato dall’Associated Press, passato dai 10,0 di settembre ai 9,9 di ottobre, allontanandosi così, seppur di poco dalla soglia di 11 che indica una situazione di stress.

Avendo già dedicato una puntata a questo indice, rinvio i lettori alla puntata in questione per le tecnicalità, ma mi vedo anche in questo caso costretto a fare un po’ le pulci al dato complessivo, rappresentando le tante realtà locali che sono ancora in una situazione di stress multiplo rispetto al dato nazionale.

Secondo l’indagine, la situazione di stress è calata nel 56 per cento delle 3.100 contee presenti negli Stati Uniti d’America e in 28 Stati, mentre un po’ più di un terzo delle contee peggiora la propria condizione di stressa.

A volte si tratta, come nel caso del Nevada, di flessioni di pochi decimali per un indice che si mantiene comunque al di sopra di 23, una flessione determinata da piccole variazioni nel tasso di disoccupazione, mentre peggiora ancora l’indicatore legato alle procedure di esproprio delle abitazioni.

Subito alle spalle del Nevada, la Florida (16,56) sorpassa la California (16,01), mentre al terzo posto si colloca il Michigan (15,52) e l’Arizona (14,6).

Come in settembre, anche in ottobre lo Stato con il minor livello di stress risulta essere il North Dakota (3,5), seguito da South Dakota (4,86), dal Nebraska (5,44), dal Vermont (5,69) e dal New Hampshire (6,72).

Il peggioramento del tasso di disoccupazione in novembre dovrebbe essere compensato, secondo molti economisti, dall’estensione per due anni degli sgravi fiscali decisi a suo tempo da Bush, misura attualmente in discussione al Senato.

lunedì 13 dicembre 2010

la quiete prima della tempesta perfetta!

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Dopo le onde che hanno riguardato il debito sovrano irlandese, quello portoghese e, seppure in maniera più limitata, quello spagnolo e quello italiano, stiamo assistendo ad un moto più quieto, ma non per questo meno pericoloso, che ha portato il decennale statunitense oltre la soglia psicologica del 3 per cento, mentre sembra toccare meno il bund tedesco che è comunque salito sino al 2,95 per cento.

Come molti commentatori già si chiedono, è apparentemente strano che i titoli del Tesoro statunitense vedano i loro prezzi scendere mentre è in atto una ondata di acquisti da parte della Federal Reserve, anche se è evidente che molti venditori non aspettavano altro per liberarsi di titoli che un po’ scottano per l’elevato livello del deficit e per le continue aste su tutte le scadenze temporali.

La decisione di Bernspan e compagni di acquistare titoli del Tesoro a stelle e strisce di varia durata per 600 miliardi di dollari elevabili a 900 non può contrastare la pressione dei detentori di titoli pubblici a vendere per poi riacquistare quando i rendimenti saranno tali da compensare appieno gli acquirenti.

In una situazione come questa risulta evidente l’opposizione ferma del governo della cancelliera Angela Merkel di fronte alla proposta, sostenuta con forza dal per la terza volta ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, di emettere degli eurobonds, una proposta che avrebbe aiutato i paesi maggiormente sotto attacco, ma avrebbe fatto venir meno quel potente deterrente rappresentato dal mercato e avrebbe facilitato un certo grado di lassismo fiscale.

Quella che si profila è dunque una tendenza dei rendimenti a remunerare di più un rischio default che per ora è stato evitato facendo ricorso alle risorse del fondo di salvataggio,a quelle dell’Unione europea e a quelle del Fondo Monetario Internazionale, ma è altrettanto chiaro che sarebbe ben difficile fronteggiare un attacco all’Italia o alla Spagna, soprattutto de l’attacco fosse rivolto ad entrambe, con il Portogallo per soprammercato.

Questo scenario diviene poi da brividi se si pensa che inizia a scricchiolare il fronte orientale dell’Europa, con l’Ungheria che ha visto di recente cedere la moneta e i titoli pubblici contemporaneamente, mentre poco ancora si sa della reale situazione degli altri paesi un tempo appartenenti al blocco sovietico, paesi che potrebbero rappresentare una vera e propria bomba ad orologeria per le banche dei paesi maggiormente industrializzati che in quei paesi si sono insediate e svolgono un ruolo di primo piano.

Come ho ricordato in una recente puntata del Diario della crisi finanziaria, la strada indicata dalla cancelliera Angela Merkel, quella cioè di far pagare anche i creditori, i possessori cioè dei titoli, e state certi che questa fatto porterà i rendimenti al cielo!

giovedì 9 dicembre 2010

La speculazione all'assalto delle materie prime!

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La tempesta perfetta è sostanzialmente un fenomeno che riguarda l’indebitamento in senso lato, indebitamento dei privati per il credito al consumo o per i mutui, delle imprese, degli Stati e delle banche per la montagna di titoli più o meno tossici della finanza strutturata con i quali hanno ricoperto il pianeta.

Molti di questi debiti sono in default, molti non sono ancora giunti a questa situazione ma vi sono vicini, altri i titoli tossici vengono ritenuti buoni per una modifica alle regole di rappresentazione di bilancio, ma buoni non sono.

La crisi del debito sovrano in Europa aggiunge un altro tassello a questo quadro, ma il problema non riguarda solo Grecia e Irlanda, riguarda un buon numero dei paesi del Vecchio Continente, riguarda l’euro, ma, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, riguarda i titoli di stato statunitensi e il dollaro, nonché lo stato delle banche che hanno l’etichetta del too big to fail.

Come si esce da una crisi del debito? Le strade sono diverse, ma la più semplice la ha indicata la cancelliera Angela Merkel, la quale ha sostenuto che anche i creditori, i possessori cioè dei titoli, devono fare la loro parte, accettando di incassare quanto il Mercato valuta quei pezzi di carta da loro sottoscritti quando ben altra era la solidità degli emittenti.

Quello che propone oggi la Merkel è stato già vissuto dagli obbligazionisti della Chrysler e della General Motora, mentre poco si sa di quanto è accaduto ai possessori di obbligazioni emesse da entità minori e i cui default non hanno guadagnato le prime pagine dei giornali finanziari, ma non è azzardato ritenere che in molti casi non sia rimasto in mano a questi creditori molto più del classico pugno di mosche.

La politica espansiva perseguita dalla Federal Reserve di Bernspan con il quantitative easing I da 1.700 miliardi di dollari e ora con il sequel denominato II, ufficialmente da 600 miliardi di dollari, ma in realtà da 1.000, assicura l’acquisto dei titoli emessi daI Tesoro degli Stati Uniti d’America ma è un meccanismo infernale di creazione di moneta, dollari che dovrebbero essere prestati dalle banche venditrici dei titoli di stato alle famiglie e alle imprese, anche se non risulta che ciò accada se non in minima parte.

Alla lunga, questo processo porterà a flessioni significative del valore del dollaro, per cui non c’è da stupirsi del fatto che le materie prime stiano andando letteralmente alle stelle, sia i metalli preziosi, oro e argento, che quelli utilizzati nei processi di lavorazione industriale, ma la loro parte la fanno anche il petrolio e il gas.

Tutto questo sta avvenendo sul mercato dei derivati, senza che nessuno proponga e ancor meno metta in atto quell’allargamento dei margini di garanzia che, ad esempio, è stato imposto per chi trattava a termine i titoli del debito irlandese, misure che saranno prese, se mai lo saranno, quando i buoi saranno belli che fuggiti dalla stalla!

lunedì 6 dicembre 2010

Un Non Farm Payrolls piccolo piccolo!

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Il dato sul Non Farm Payrolls e quello sul tasso di disoccupazione negli Stati Uniti d’America sono due indicatori molto attesi, ma il dato di novembre lo era in particolare, perché la forte crescita degli occupati in ottobre, un saldo netto di 172 mila buste paga, aveva acceso le speranze degli analisti per un ulteriore crescita di 150 mila unità e una riduzione del tasso di disoccupazione, fermo da tre mesi al 9,6 per cento.

Le attese sono state, invece, deluse e il saldo positivo per novembre è stato di uno striminzito numero di 39 mila nuovi occupati, mentre il tasso di disoccupazione è balzato al 9,8 per cento, ricominciando a fare l’occhietto alla soglia psicologica del 10 per cento che non sarà raggiunta in dicembre solo per le assunzioni temporanee legate alle vendite natalizie.

La crescita non è spalmata su tutti i settori, è concentrata su servizi ospedalieri, educazione e lavori di assistenza a tempo determinato, mentre tagli sono avvenuti nella distribuzione commerciale, nel settore manifatturiero, nelle costruzioni, nel settore finanziario e nel settore governativo, un andamento che conferma che non vi è un settore nel quale gli imprenditori hanno superato le loro resistenze rispetto ad assumere, dopo i tagli selvaggi del passato, nuovi lavoratori a tempo indeterminato.

Per chi, come me, crede che l’attuale tiepida ripresa sia in gran parte legata alla ricostituzione delle scorte, tutto ciò non è una sorpresa, anche perché la domanda per consumi si muove ancora, stando ai dati rivisti del prodotto interno lordo nel terzo trimestre, ad un ritmo dello 0,2 per cento, un ritmo di crescita assolutamente insufficiente a predisporre piani di produzione ambiziosi e in grado di varare una campagna massiccia di assunzioni.

Nel frattempo, divampa la polemica sul rinnovo della legge che aveva consentito di garantire 99 mesi di sussidi di disoccupazione aggiuntivi a quelli garantiti a livello dei singoli Stati, una legge che, come ricordavo in una precedente puntata del Diario della crisi finanziaria, scadeva mercoledì scorso e che non è stata rinnovata in tempo dal Congresso determinando il rischi che i 2 milioni di beneficiari si trovino senza l’assegno proprio nel periodo delle festività natalizie, mentre per gli altri milioni di percettori si tratterebbe solo di tempo prima che anche a loro vengano sottratte quelle risorse così indispensabili per la sopravvivenza.

Sulla vicenda del rinnovo degli extra sussidi è intervenuto il solitamente silente vice presidente Joe Biden che ha scongiurato il Congresso, che è attualmente a maggioranza democratica in entrambi i suoi rami, di rinnovare la legge, cosa che rischia di diventare più problematica a gennaio quando la Camera dei Rappresentanti sarà a maggiorana repubblicana e lo stesso Senato vedrà una maggioranza democratica esigua.

venerdì 3 dicembre 2010

Che dirà WikiLeaks delle banche?

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Confesso che è forte la tentazione di speculare sulla seconda ondata di notizie minacciata dal fondatore di Wikileaks, tale Assange, dopo gli oltre 250 mila dispacci intercorsi tra le ambasciate americane e il Dipartimento di Stato statunitense che tanto imbarazzo stanno creando agli Stati Uniti d’America e ai paesi colpiti dalle rivelazioni.

La seconda ondata, infatti, riguarderebbe una grande banca americana e le rivelazioni mostrerebbero il modus operandi della stessa, con risvolti di carattere penale e grave discredito della stessa, ma credo che convenga aspettare gennaio, mese nel quale è prevista la pubblicizzazione delle informazioni.

Ritengo, invece, più utile tornare all’argomento che è stato al centro delle prime puntate di questa nuova fase del Diario della crisi finanziaria e, cioè il persistente stato comatoso del settore immobiliare a stelle e strisce e dei disinvolti comportamenti delle banche nella gestione delle procedure di foreclosure, pratiche che avevano portato al blocco degli espropri da parte delle grandi banche, Bank of America in testa e alla verifica non si sa quanto scrupolosa di centinaia di miglia di pratiche.

Torno sull’argomento perché sono stati diffusi ieri i dati sul trimestre luglio-settembre da RealtyTrac, un’entità privata nota per l’accuratezza delle sue informazioni sul settore immobiliare e che, in questo caso, si trova a raccontare quello che è successo in quello che probabilmente verrà ricordato come il peggior trimestre del settore immobiliare a stelle e strisce.

Ma andiamo con ordine e vediamo come sia le vendite di case pignorate che quelle di case non soggette a procedura siano calate bruscamente sia rispetto al trimestre precedente (-25 e –29 per cento rispettivamente) che nei confronti dello stesso periodo dell’anno precedente (in entrambi casi un calo del 31 per cento), ma il commento del portavoce di RealtyTrac è che sul calo delle case espropriate da banche e finanziarie abbiano pesato le vivaci polemiche sulle procedure seguite dalle stesse.

Pur essendo al di sotto del picco del 37 per cento raggiunto nel primo trimestre del 2009, il 25 per cento delle case vendute negli Stati Uniti d’America sono ancora rappresentate dalle case espropriate da banche e finanziarie, cioè una casa su ogni quattro vendute vede una famiglia gettata sul lastrico!

Come ho scritto più volte, il problema degli espropri si concentra in modo drammatico in quattro Stati, Nevada, Arizona, California e Florida, ma è in Nevada che il 54 per cento delle case vendute sono il 54 per cento del totale, anche se questa percentuale era del 56 per cento nel secondo trimestre e addirittura del 62 per cento nel terzo trimestre dell’anno scorso.

Sul piano economico, le banche non è che facciano poi un grande affare, anche alla luce delle spese sostenute per giungere all’esproprio, in quanto il prezzo medio delle case espropriate è di 169.523 dollari, il 32 per cento in meno del prezzo medio relativo alle case non espropriate.