giovedì 10 marzo 2011

Icahn restituisce i soldi ai suoi sottoscrittori!


Molto conosciuto come uno spietato raider che entra nelle grandi corporation statunitensi per poi monetizzare la sua uscita, Carl Icahn ha colpito l’immaginazione degli investitori decidendo di restituire 1,75 miliardi di dollari ai partecipanti al suo hedge fund che d’ora in poi farà capo a lui soltanto.

Ma quello che più colpisce è la motivazione di questa scelta dello ‘squalo’ che è racchiusa in queste parole “non voglio essere responsabile nei loro confronti per le conseguenze di un’altra possibile crisi dei mercati”, crisi che il raider vede possibile alla luce del quasi raddoppio del livello dei listini azionari statunitensi rispetto ai livelli toccati nel giorno più terribile della tempesta perfetta, il 9 marzo del 2009.

Icahn aggiunge poi di essere molto preoccupato per quanto sta accadendo in Nord Africa e Medio Oriente, avvenimenti che potrebbero innescare una rapida retromarcia dei mercati, soprattutto se, come nel caso della Libia, non si giungesse presto ad una soluzione.

Come scrivevo nella puntata di martedì scorso del Diario della crisi finanziaria, è da due anni che definisco il forte recupero iniziato nel marzo del 2009 la corsa dell’orso e credo che dichiarazioni come quelle di Icahn siano in linea con questa definizione!

mercoledì 9 marzo 2011

La nuova guerra del petrolio!

skip to main | skip to sidebar

La crisi libica, oramai una vera e propria guerra civile, ha portato il prezzo del greggio negli Stati Uniti d’America a 106 dollari al barile, il massimo dall’autunno del 2008, anno nel quale il contratto futuro aveva toccato i 170 dollari per poi cadere rovinosamente al di sotto dei 50 dollari, una situazione questa, molto più che l’incerto conteggio delle vittime dei combattimenti che sta spingendo la NATO a decidere, forse anche in assenza di un voto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, lo stabilimento di una zona di non volo su tutto o parte del territorio libico, una decisione che potrebbe accelerare l’uscita di scena del dittatore libico.

Nel frattempo, e con molta calma, i paesi dell’OPEC stanno decidendo di aprire ulteriormente i rubinetti allo scopo di calmierare i prezzi, mentre Obama, oltre a spingere sull’opzione militare, sta decidendo di utilizzare le scorte strategiche di petrolio, due decisioni, per ora ipotetiche, che potrebbero bruciare le mani di quanti stanno puntando a una crescita ulteriore dei prezzi del petrolio agendo, come si suol dire one way.

E’ ben strano questo conflitto libico, con il dittatore che possiede di truppe scelte e migliaia di mercenari, di un’aviazione di tutto rispetto, un apparato di terra e di aria che dovrebbe sbaragliare in poco tempo gli insorti, ma che invece non riesce a riconquistare neppure la piccola località ad un tiro di schioppo dalla capitale.

La minaccia di Gheddafi di minare i pozzi petroliferi ha preceduto di poche ore le minacce di Obama e del segretario generale della NATO, chiarendo oltre ogni ragionevole dubbio qual è la molla che fa scattare americani, europei e anche gli asiatici!

martedì 8 marzo 2011

Quella dell'azionario USA è una bolla speculativa?


Nella sua recente audizione al Senato statunitense, Bernspan non ha parlato soltanto dei temi usuali quali l’inflazione, il deficit federale e il debito, ma ha anche dovuto rispondere alla domanda di un senatore che gli chiedeva se il livello dei tre principali indici azionari a stelle e strisce non prefigurasse una bolla speculativa, una domanda che fa correre un brivido nella schiena agli investitori che di bolle ne hanno viste esplodere due negli ultimi dieci anni: quella dei titoli tecnologici che dimezzò in pochissimo tempo il valore del Nasdaq e quella del settore immobiliare iniziata nel 2006 e dalla quale non si è ancora usciti.

Ovviamente la risposta di Bernspan è stata di tipo lapalissiano, affermando che vi erano piccole evidenze di un fenomeno del genere, ma che nessuno poteva saperlo con sicurezza, affermazioni con le quali è difficile non concordare perché dell’esistenza di una bolla speculativa si è certi soltanto quando scoppia.

La spiegazione che danno gli analisti di questo fortissimo recupero degli indici, e in particolare delle migliori azioni presenti sul mercato, è che due anni fa vi fu una tendenza irrazionale a vendere che portò il valore di alcune blue chips a un quarto del valore attuale, ma gli stessi analisti giudicano razionale il valore cui sono giunte oggi anche se solo una parte dei problemi di allora sono stati risolti, mentre i prezzi indicano una fede negli investitori nella soluzione pressoché completa degli stessi.

E’ per questi motivi che ho chiamato il forte recupero iniziato nel marzo del 2009 la corsa dell’orso e credo che conviene aspettare un po’ per vedere se tale definizione era azzeccata oppure no!

venerdì 4 marzo 2011

Bernspan non vede rischi per l'inflazione!


Al di là e al di qua dell’Oceano Atlantico monta il dibattito sull’inflazione presente, ma, ancor di più, su quella prossima ventura, a partire dall’impennata del prezzo del petrolio che, sull’onda degli avvenimenti in Libia, ha toccato il massimo degli ultimi 29 mesi e a cui si unisce una domanda crescente delle altre materie prime che stanno influenzando l’indice dei prezzi alla produzione per scaricarsi poi inevitabilmente su quello che misura i prezzi al consumo.

Nella sua recente audizione al Senato statunitense, Bernspan ha fatto le seguenti affermazioni che riporto senza commento:

• Gli accresciuti costi energetici possono avere un temporaneo e modesto impatto sui prezzi al consumo.
• La crescente domanda globale di materie prime, unita a restrizioni dell’offerta è la causa dei recenti incrementi nei prezzi delle commodities, non la politica monetaria accomodante perseguita dalla Federal Reserve.
• Pur causando problemi alla maggioranza delle persone, gli aumenti dei prezzi dei carburanti non costituiscono una minaccia per la ripresa o costituiscono la base per un riavvio dell’inflazione.

Nel frattempo, il prezzo del petrolio oscilla ormai stabilmente intorno ai 100 dollari al barile, mentre l’oro è altrettanto stabilmente nell’area dei 1.400 dollari l'oncia.
*
Ben diverso l'atteggiamento della Banca Centrale Europea che potrebbe alzare i tassi di interesse già nel prossimo mese di aprile!

giovedì 3 marzo 2011

HSBC presa in castagna negli USA!


Nel suo bilancio annuale, la Hong Shanghai Banking Corporation ha reso nota l’esistenza di una moratoria delle procedure di foreclosure sui mutuatari in ritardo sui pagamenti, dopo che, nello scorso autunno la Federal Reserve e l’Office of the Comptroller of the Currency hanno individuato errori negli affidavit e in altre operazioni necessarie a garantire alla banca il possesso delle case dei mutuatari morosi.

In settembre importanti banche statunitensi, tra cui Bank of America, avevano interrotto per qualche settimana le procedure di foreclosure, avviando verifiche sulla correttezza delle procedure seguite, ma avevano ripreso poi, seppure in modo più lento, a mettere in croce i loro debitori, il che fa pensare che quelli commessi da HSBC siano stati errori ancora più rilevanti.

Come i lettori del Diario della crisi finanziaria ricorderanno, uno dei motivi che spinsero le banche statunitensi e banche straniere operanti negli USA a fermarsi fu la scoperta della figura del robo signer, dipendenti che firmavano sino a mille pratiche di foreclosure al giorno, spesso su mutui perfettamente in regola con i pagamenti.

Le moratorie temporanee e le polemiche, nonché il passaggio giudiziario nei 28 Stati in cui è richiesto, non hanno impedito che il 2010 sia stato un anno record per le foreclosure, con oltre un milione di pratiche avviate molte delle quali terminate con la vendita all’asta della casa, un disastro sociale senza precedenti!

mercoledì 2 marzo 2011

I Treasury Bonds nelle mani di Cina e Giappone!


Secondo gli ultimi dati forniti dal Dipartimento del Tesoro statunitense, la Cina avrebbe fatto, in un solo mese, un balzo in avanti del 30 per cento nella sua quota di possesso di Treasury Bonds passando a 1.160 miliardi di dollari, distanziando nettamente il Giappone che possiede 882 miliardi di dollari, mentre un vero e proprio balzo indietro lo fa la Gran Bretagna che, passa da 541 a 272 miliardi di dollari.

Anche se buona parte della forte crescita dei titoli di stato statunitensi in possesso dei cinesi e il crollo di quelli detenuti da investitori inglesi sono dovute al fatto che i titoli acquistati a Londra venivano erroneamente contabilizzati come appartenenti a società inglesi, resta il fatto che oltre metà dei Treasury Bonds detenuti da stranieri fanno capo a Cina e Giappone.

Le forti emissioni di titoli del Tesoro statunitense legate al deficit che da alcuni anni si mantiene oltre i mille miliardi di dollari, mentre il debito è a quota 14.300 miliardi di dollari, rendono cruciale l’atteggiamento di Cina e Giappone, nonché di altri paesi asiatici e di quelli arabi, un atteggiamento che potrebbe cambiare rispetto al deficit monstre previsto per quest’anno, quando il rosso toccherà i 1.650 miliardi di dollari.

Non è certo un caso se i due paesi con i maggiori surplus commerciali con gli Stati Uniti d’America sono anche i maggiori creditori di quella grande nazione, un dato di fatto che rende spuntata qualsiasi minaccia di Obama volta a rivedere, ad esempio, il valore della valuta cinese, universalmente considerata sottovalutata.

martedì 1 marzo 2011

Madoff attacca il governo USA!


Dopo aver suscitato molto clamore con la sua recente intervista al New York Times nella quale accusava J.P. Morgan Chase ed altre entità finanziarie di essere complici del suo schema di Ponzi, Bernard Madoff alza il tiro in una nuova intervista al New York magazine nella quale attacca frontalmente la riforma dei mercati finanziari fortemente voluta da Obama e giunge a dire che il Governo ha messo in piedi un gigantesco schema di Ponzi.

Il bancarottiere settantaduenne è stato colpito di recente dalla tragica scomparsa del suo figlio Mark, morto suicida nel secondo anniversario dell’arresto del padre, e continua a sostenere che nessuno dei suoi familiari, inclusi quelli che lavoravano con lui, era al corrente del castello di carte da lui costruito negli anni, uno schema che è costato svariate decine di miliardi di dollari a quanti avevano direttamente o indirettamente dato i loro soldi all’ex presidente del Nasdaq e uno dei broker più rinomati di Wall Street.

Quelle di Madoff possono sembrare parole in libertà di un uomo che, almeno sulla carta, dovrebbe trascorrere altri 148 anni in carcere, ma non vi è dubbio che la riforma dei mercati finanziari non ha tagliato le unghie alla speculazione né è intervenuta radicalmente negli schemi operativi dell’investment banking, obiettivi che non sono all’ordine del giorno del Financial Stability Group presieduto dall’italiano Mario Draghi.