martedì 17 febbraio 2009

Il crollo del PIL giapponese fa riflettere sulle prospettive della tempesta perfetta!


Senza neanche il forte alibi di uno shock petrolifero quale quello del 1973, l’economia giapponese ha segnalato nell’ultimo trimestre dell’orribile 2008 una flessione anno su anno che ha sfiorato il 13 per cento, mentre la variazione rispetto al trimestre precedente è stata di oltre il 3 per cento, una notizia che, peraltro, non è giunta sola in quanto il potente ministero dell’industria giapponese è stato costretto a rettificare in peggio il già catastrofico dato relativo alla produzione industriale in dicembre da una flessione di poco più del 9 per cento a una di pochissimo meno del 10 per cento, un crollo in gran parte legato alle difficoltà dei settori maggiormente legati all’export, a causa della forza dello yen che da quasi un anno si è rafforzato nei confronti del dollaro di poco meno del 50 per cento, ma che, seppure in misura meno accentuata, si è molto apprezzato anche nei confronti dell’euro e della sterlina.

In più di una puntata del Diario della crisi finanziaria ho sottolineato come il rischio più forte cui va incontro l’economia statunitense non è tanto quello di ripercorrere la tristissima vicenda della Grande Depressione degli anni Trenta e primi anni Quaranta, quanto piuttosto quella di emulare la lunghissima stagnazione giapponese che ha fatto seguito allo scoppio della gigantesca bolla immobiliare nel 1989, un evento più o meno coevo allo scoppio della bolla a azionaria e al disastro mai sanato delle sofferenze più o meno nascoste delle grandi banche giapponesi.

Troppe sono le somiglianze tra le caratteristiche della finanza statunitense e globale all’avvio delle tempesta perfetta e lo scoppio delle tre bolle giapponesi, così come troppi sono gli errori-fotocopia commessi dalle autorità monetaria del paese del Sol levante e quelli ascrivibili al micidiale trio Bush-Paulson-Bernspan tra l’estate del 2007 e l’autunno del 2008 per non pensare che, ameno di un colpo di coda che non si intravede all’orizzonte, non si entri in quello scenario da case study della trappola della liquidità di keynesiana memoria che la lunga stagnazione giapponese ha rappresentato per gli studenti dei corsi post laurea statunitensi, subissati di ricostruzioni alle quali seguiva immancabilmente, con grande compiacimento del docente di turno e ammirazione degli studenti presenti, la frase fatidica che sottolineava come “da noi tutto questo non potrà assolutamente accadere”.

Va detto, a onor del vero, che gli errori commessi dalla classe politica e imprenditoriale giapponese sono stati, peraltro, di gran lunga inferiori a quel mix di passività e agire scomposto che hanno caratterizzato l’azione del precedente presidente degli Stati Uniti d’America, dell’ex (?) investment bunker strappato alla “sua” Goldman Sachs e di quel mite studioso di crisi finanziarie all’Università di Princeton catapultato alla guida del sistema della riserva federale e che volle a tutti i costi emulare il cattivo Maestro Alan Greenspan, al punto da meritarsi il nomignolo con il quale lo bersaglio da ben venti mesi!

Apprendo dalla lettura dei giornali di oggi che, come dichiarato apertamente dai partecipanti, i ministri delle finanze e i banchieri centrali dei sette paesi maggiormente industrializzati riuniti nel fine settimana in Via Veneto, Roma, Italia, hanno deciso molto signorilmente di discutere di valute solo in linea generale, una scelta che ha evitato il rovesciarsi di tavoli e il lancio di sedie, ma che lascia il mondo senza una risposta sul gradimento o meno dello squagliamento senza precedenti della valuta britannica o di quel rafforzamento epocale dello yen che sta producendo gli effetti di cui sopra, così come non è stato affrontato apertamente il tema della bad bank o, come si inizia a dire, del suo contrario, ovvero di una good bank nella quale fare confluire le passività delle banche più inguaiate, per poi farle affondare con board of directors e top executives legati ai loro posti, né è sembrato conveniente che i convenuti mettessero le carte sul tavolo in relazione alle politiche all’insegna del beggar my neighbours che sembra stiano imperando al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico e da parte dei rivieraschi uniti contro l’Oriente più o meno estremo.

Se tutto ciò corrisponde al vero e non è il risultato di sapienti cortine fumogene, viene da chiedersi di che diavolo mai abbiano discusso per due giorni persone che nelle rispettive patrie hanno certamente un bel da fare, piuttosto che scambiarsi educatamente osservazioni sul tempo alquanto rigido nella Capitale d’Italia, un’eventualità che a me appare talmente inverosimile che ne lascio volentieri la paternità ai cronisti più o meno embedded ufficialmente accreditati dalle competenti autorità per seguire simili eventi.

Credo proprio che le cose non siano andate così, anche perché voglio sperare che, rigorosamente a porte chiuse, si sia cercato di riempire il lunghissimo intervallo di tempo intercorrente tra l’inconcludente meeting del G20/21 dell’ottobre scorso a Washington e quello previsto per il 2 aprile in quel di Londra, luogo quest’ultimo nel quale si deciderà finalmente il da farsi, o almeno si deciderà di fare un agile gruppo di lavoro costituito da persone di buon senso e qualche esperienza che avochi a sé la responsabilità di decidere il da farsi, visto che la miriade di organismi che sinora se ne sono occupati hanno prodotto il vuoto più o meno torricelliano.

Mi dispiace che il povero Paolo Biasi, colui che fè lo gran rifiuto rispetto alla sottoscrizione di strani titoli emessi da Unicredit Group per la bella cifra di 500 milioni di euro, stia iniziando a subire, via stampa compiacente nei confronti dei poteri più o meno forti, le prime ritorsioni, non tanto e non solo nella sua veste di presidente di quell’ente Cariverona che ha arrotondato al 6 e spiccioli per cento la sua quota nella banca di Piazza Cordusio, quanto in quella, invero più privata, di imprenditore alle prese con gli effetti della crisi finanziaria e industriale in corso, veleni e polemiche dalle quali spero proprio per lui che non segua qualche richiesta di rientro del fido o, da parte di qualche creditore impressionabile, un’istanza di fallimento corredata più che da fatture inevase da ritagli presi da La Repubblica, giornale di proprietà di Carlo De Benedetti!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .