lunedì 8 dicembre 2008

Una fabbrica occupata sulle nuvole di Chicago spinge Obama al 'New New Deal'!


L’occupazione di una fabbrica di Chicago da parte dei lavoratori licenziati fornisce il segno di come la tempesta perfetta abbia modificato il clima sociale negli Stati Uniti d’America, la nazione più potente del mondo che non è, tuttavia, dotata di un sistema di welfare in grado di fornire risposte ad una così massiccia perdita di posti di lavoro ‘buoni’ come quella che si sta inesorabilmente verificando negli ultimi dodici mesi, un’erosione che è stata da subito chiara nel settore privato, ma che per ben otto mesi è stata in parte compensata dalla crescita dei posti nel settore pubblico da parte di amministrazioni che oramai non sono più in grado di assumere per il semplicissimo motivo che hanno i conti sempre più in rosso, come ben dimostra lo stato prefallimentare dello Stato della California.

Il piano appena delineato nelle sue grandi linee dal presidente eletto Barack Obama, a sua volta, ricorda troppo da vicino il New Deal di Franklin Delano Roosevelt per non fornire all’immaginario collettivo la percezione tangibile che la sopravvivenza della recessione che ha appena spento la sua prima candelina dovrà essere misurata in anni piuttosto che in mesi, né serve a molto la constatazione che, oltre alla progettata riedificazione delle infrastrutture, molti dei nuovi posti di lavoro promessi dal giovane politico di Chicago verranno da una sorta di rivoluzione verde che, ancora una volta la legge del contrappasso, rischia di prendere le mosse proprio dal paese maggiormente responsabile dello stato davvero pietoso del clima e dell’ambiente del nostro povero pianeta.

D’altra parte, di fronte al vero e proprio meltdown del sistema finanziario e di quello manifatturiero, cosa altro poteva inventarsi chi si candida a restare inquilino della Casa Bianca per almeno otto anni se non rifare buona parte dei ponti, delle strade e delle scuole, non tanto per i continui disastri dovuti ad una situazione strutturale spesso davvero al limite, se non, come ci ricordano le cronache degli ultimi anni, addirittura al collasso, ma per la semplice ragione che la nazione a stelle e strisce non può permettersi l’attuale numero di dieci milioni di disoccupati ufficiali (almeno 15 milioni, secondo le stime degli economisti non del tutto embedded), né tanto meno un numero doppio strettamente legato al micidiale effetto domino cui stiamo assistendo da dodici mesi, anche se alcuni dicono che è in atto da un anno e mezzo.

Anche se i dettagli non saranno disponibili prima di qualche giorno, la stessa soluzione che verrà presumibilmente adottata da un Congresso che non è mai stato così rissoso per rispondere al rischio sempre più concreto di default delle tre Major automobilistiche statunitensi si muove già nel solco dell’approccio obamiano, anche se apparentemente ancora risente delle idiosincrasie dell’attuale inquilino della Casa Bianca, in quanto i 15 miliardi di dollari di prestito ponte verranno sì prelevati da quelli destinati a favorire la produzione di modelli più risparmiasi ed ecologicamente sostenibili, ma si stanno studiando misure fortemente condizionanti atte a garantire che l’obiettivo sia reale e non fittizio, il che potrebbe anche passare attraverso una rimozione forzata degli attuali vertici delle tre case di Detroit, una misura francamente inimmaginabile soltanto un paio di anni orsono!

Negli ambienti che contano al di là dell’Oceano Atlantico, ma anche altrove, si sta aprendo un interessantissimo dibattito sull’opportunità della scelta di Obama a favore del giovane presidente della Federal Reserve di New York, Timothy Geithner, come nuovo ministro del Tesoro in luogo del più anziano ma certamente più competente ed affidabile Paul Volker, cui verrà sì affidata la task force incaricata di gestire l’uscita dall’attuale crisi finanziaria, ma non verrà dotato di quei poteri eccezionali di cui è oggi investito l’ex (?) investment banker Hank Paulson, né la gestione di quello che resta del fondo da 700 miliardi di dollari stanziati dal Congresso e da Bush Junior poche settimane prima dell’Election Day.

Pur temendo di venire arruolato nella folta schiera dei complottasti, mi vedo costretto a ricordare che una simile diatriba ha ben poco senso alla luce della comune appartenza dell’anziano Paul, uno dei fondatori della Commissione Trilaterale poi trasformatasi nel Gruppo Bildberg, e del giovane civil servant Tim, uno che ebbe modo di mostrare la sua grinta senza subirne in alcun modo le conseguenze ai tempi della crisi asiatica, quando, all’età di trentasei anni, si permise di dare sulla voce al ministro del Tesoro e ad al presidente della Fed dell’epoca, riuscendo a far passare la sua idea di un mega fondo di 100 miliardi di dollari che svolse un ruolo molto efficace nel disinnescare quella crisi delle cosiddette tigri dell’Estremo Oriente che rischiava di portare con sé anche gli USA e l’Europa!

Credo anche che al vecchio Paul, la terza delle mie stelle polari contemporanee nella tempesta perfetta, assieme al Leone di Omaha, Warren Buffett, ed allo speculatore filantropo, George Soros, non dispiaccia affatto il ruolo per lui disegnato dal coetaneo di Geithner, Obama, in quanto non credo proprio che abbia voglia di agire in prima persona nelle scazzottate con i banchieri e gli industriali prossime venture, mentre è sicuramente felice di dare la linea ai più giovani Tim e Larry (Summers), che hanno l’energia e la grinta per vedersela con i padroni di Wall Street e con i boss delle tante Big da cui è popolata la nazione a stelle e strisce.

Io che, come la maggior parte di voi, non appartengo a questi circoli esclusivi, mi accontento di prenotarmi un posto in prima fila per vedere come se la caveranno i nuovi Chicago Boys, ben diversi dai seguaci del monetarista che simpatizzava per il dittatore cileno Pinochet, in questa disputa con i poteri forti americani!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

sabato 6 dicembre 2008

L'effetto domino e la durata della recessione.


Negli anni trascorsi a fare l’economista di una sala operativa di una banca, ho avuto modo di comprendere i motivi della crucialità psicologica di un dato come il Non Farm Payrolls, l’indicatore che misura l’andamento mensile netto delle buste paga al di fuori di quel settore agricolo che non occupa più del 4 per cento della forza lavoro complessiva statunitense che, pur con variazioni significative congiunturali, si aggira intorno ai 120 milioni di donne e di uomini.

Nella situazione odierna, tuttavia, tale dato assume certamente un valore ancora maggiore, in quanto buona parte dei posti che si stanno perdendo sono quelli considerati ‘buoni’, in quanto la falcidia attuale sta colpendo duramente nel settore finanziario, in quello immobiliare, in quello automobilistico, tutti settori che garantivano alti salari, generosi sistemi di incentivazione, ottime previsioni in termini di assistenza sanitaria e buoni programmi previdenziali, tutti elementi che rendevano questi lavoratori uno dei segmenti più interessanti del vasto popolo dei consumatori a stelle e strisce, una vera e propria elite della specie delle cicale americane, molto più vorace di quella appartenente al regno animale.

Come ricordava efficacemente Carlo Clericetti su La Repubblica di ieri, uno dei motivi che renderà estremamente lunga la recessione attuale consiste nello storico processo di redistribuzione del reddito in corso da decenni, un fenomeno che vedeva tre anni fa crescere in modo molto significativo la differenza esistente tra il decile più povero e quello più ricco, un processo nel quale, almeno in termini di variazione, l’Italia aveva un posto di primo piano, con una crescita delle differenze tra lo strato più povero e quello più ricco ad un tasso addirittura doppio di quello registrato negli Stati Uniti d’America, a sua volta di gran lunga superiore a quello registrato nei maggiori paesi dell’Unione Europea.

L’esplosione dell’indebitamento relativo all’acquisto di abitazioni negli USA negli ultimi anni, la conseguente bolla immobiliare e la proliferazione di titoli della finanza strutturata legati agli stessi hanno reso la questione del livello dei prezzi delle case un elemento quasi altrettanto importante di quello legato all’occupazione, creando una miscela davvero esplosiva che non ha solo minato alle basi l’American Dream, ma ha creato le premesse per un effetto domino micidiale che rende qualsiasi previsione sulla durata della recessione in corso da un anno e sulla fine della tempesta perfetta prossima a compiere l’anno e mezzo più delle vaghe speranze che un serio esercizio previsorio dotato del sufficiente grado di scientificità..

La perdita nel solo mese di novembre di oltre 500 mila buste paga, il polverizzarsi di un milione e quattrocentomila posizioni di lavoro negli ultimi tre mesi e poco meno di due milioni da quando, nel dicembre dell’anno scorso, la recessione ha avuto inizio, nonché l’atterraggio del tasso di disoccupazione in zona 7 per cento ed oltre dieci milioni in termini assoluti, sono tutti dati che danno un’idea solo parziale di quanto sta avvenendo nel mercato del lavoro statunitense, in quanto si tratta, fatta eccezione del tasso di disoccupazione, di saldi netti che vedono spesso un nuovo posto in un fast food da non più di 20 mila dollari annui compensare la perdita di un posto da centinaia di migliaia di dollari annui a Wall Street, un’equivalenza solo apparente che sottrae domanda effettiva in modo molto, ma molto significativo.

La differenza tra la reazione del mercato azionario statunitense e quelli europei alla notizia di un dato che dovrebbe avere impatto prevalente sui tre indici principali di Wall Street non deve stupire più di tanto, proprio per i ragionamenti che propongo da diverse puntate ai lettori del Diario della crisi finanziaria, legati alla diversa capacità di reazione americana rispetto a quella dei ventisette paesi membri dell’Unione Europea che si ostinano a muoversi in ordine sparso rispetto alle cause ed agli effetti di una crisi che davvero non ha precedenti conosciuti e che richiederebbe il massimo di coesione tra i paesi vecchi e nuovi appartenenti al sodalizio europeo, una coesione che sta venendo a mancare anche tra i tre maggiori paesi europei, con La Merkel che lascia soli ad incontrarsi Brown e Sarkozy..

Il segno positivo con il quale sia il Dow Jones che il Nasdaq e lo Standard & Poor’s 500 hanno chiuso la settimana, contrapposto ad una flessione del 4 per cento dell’indice che misura i principali titoli azionari europei, nonché il vero e proprio balzo in avanti del settore finanziario a stelle e strisce (+7,1 per cento) registrato nella stessa giornata che ha visto tonfi pressoché generalizzati dei titoli finanziari europei, rappresenta, quindi, un paradosso, ahinoi, soltanto apparente, che non del tutto a caso avviene dopo che il germanizzato Trichet e di suoi colleghi templari del board della banca centrale Europea hanno deciso di portare i tassi di interesse reali ad un livello negativo e la Bank of England e la banca centrale svedese si sono spinti a fissare i tassi ufficiali addirittura al livello del 2 per cento, mosse che svuotano quasi del tutto i caricatori delle loro un tempo molto capaci pistole!

L’accordo raggiunto tra la Casa Bianca ed il Congresso sugli aiuti alle tre principali case automobilistiche statunitensi e che prevede finanziamenti per meno della metà di quanto richiesto all’unisono dai top manager delle tre Big di Detroit, dal più potente sindacato del settore e dalle migliaia di dipendenti e concessionari scesi in piazza, nonché le ferree condizioni che Big Car dovrà ingoiare rappresentano certamente una buona notizia ed un buon risultato per quanti hanno utilizzato in modo molto intelligente il web per esprimere il loro disappunto di fronte al rischio di un ulteriore pagamento a piè di lista per gli errori manageriali degli attuali tre CEO di General Motors, Ford e Chrysler, colossi che producono oramai meno del 50 per cento della auto statunitensi.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

venerdì 5 dicembre 2008

Con questi governi e questi banchieri centrali non usciremo mai dalla tempesta perfetta!


Stretti tra un’opinione pubblica che in larga maggioranza continua ad essere contraria al salvataggio delle tre maggiori case automobilistiche americane e lo sforzo congiunto dei tre Chief Executive Officer di General Motors, Ford e Chrysler e degli esponenti del maggiore sindacato del settore dell’auto che paventano gli effetti sistemici derivanti dal sempre più probabile default, i leaders dei congressisti continuano, in modo del tutto bypartisan, a fare i difficili, anche se una delle obiezioni che muovono, quella dei motivi del rialzo della richiesta dagli iniziali 25 agli attuali 34 miliardi di dollari, non è del tutto infondata, in quanto i 9 miliardi in più nell’arco di un solo mese potrebbero essere una dimostrazione palmare dell’inutilità di gettare altri soldi nell’arroventata fornace di Detroit.

Non ho avuto modo di leggere le condizioni poste a Nouriel Rubini per il salvataggio di Big Car, ma credo siano un po’ in linea con le richieste più ragionevoli provenienti dal popolo del web che, come ricordavo nei giorni scorsi, è letteralmente insorto di fronte ad un ipotesi di salvataggio senza condizioni con finanziamenti letteralmente a piè di lista, con la piccola differenza derivante dalla fama giustamente acquisita dall’economista che per oltre un anno è stato sprezzamene definito Dr. Dome, ma che da ottobre scorso viene generalmente considerato uno dei pochi ad aver individuato, sin dall’inizio, le cause e gli effetti della tempesta perfetta che martedì prossimo entrerà nel suo diciottesimo anno di vita.

Scossa da questo vivace contrasto e dalla difficoltà di intravedere un possibile happy end, il mercato azionario statunitense ha replicato ieri in tono minore quanto è avvenuto nel recente Black Monday (una caduta rovinosa che si pone come la quarta di tutti i tempi in ordine di grandezza), anche perché, al di là della consueta pioggia di dati economici negativi, è fortissima la preoccupazione per la diffusione odierna del Non Farm Payrolls e del tasso di disoccupazione relativi al mese di novembre, un dato che dovrebbe consentire di comprendere meglio i danni reali determinati da una recessione in corso da un anno, a sua volta figlia della maggiore crisi finanziaria dopo quella del 1929.

Nel frattempo la Banca Centrale Europea ha deciso di operare un taglio maggiormente coraggioso al tasso della repo, portandolo in un colpo solo dal 3,25 al 2,50 per cento, una mossa non del tutto prevista nella sua entità, ma certamente influenzata dal fatto che i tassi britannici sono stati portati al 2 per cento, così come, con un taglio di ben 175 punti base, quelli svedesi, noché dalla previsione che Bernspan ed i suoi complici decidano al più presto di portare il tasso sui Fed Funds anche al di sotto dell’1 per cento attuale, spingendosi così su un terreno del tutto inesplorato e dove mai aveva osato avventurarsi persino il suo Maestro, Alan Greenspan, un’area dove i tassi reali diverranno ancora più negativi e che riporta alla mente lo scenario giapponese del dopo scoppio della bolla immobiliare e dei crack bancari a catena e che, salvo una relativamente breve parentesi, dura dal 1987 e che rappresenta una perfetta applicazione concreta della trappola della liquidità di keynesiana memoria.

D’altro canto, le mosse alquanto disperate dei banchieri centrali sono state accompagnate dalla certificazione, da parte dell’EUROSTAT, dello stato di recessione nell’area dell’euro e, più in generale, nell’intera area europea, dal calo del petrolio al di sotto della soglia dei 44 dollari al barile, una flessione di più del 70 per cento dai massimi un po’ drogati dalla speculazione registrati nel luglio scorso e che rappresenta uno dei termometri più efficaci dello stato infimo di fiducia nel futuro degli imprenditori di tutto il globo.

Ai livelli attuali dei tassi ufficiali, ci stiamo avvicinando a quella situazione che ho prefigurato più volte nei mesi scorsi, quella cioè nella quale vanno ad azzerarsi i margini di manovra dei banchieri centrali e mentre è difficilmente immaginabile che i governi dei paesi maggiormente industrializzati e le istituzioni finanziarie sovranazionali possano fare qualcosa di più di quello che stanno facendo.

Tanto per dare un’idea di quello che ho appena affermato, basti considerare che il governo e le varie agenzie federali, nonché la banca centrale, hanno impegnato sinora fondi per l’astronomica cifra di 8.500 miliardi di dollari, più o meno il doppio delle risorse impegnate a vario titolo dai ventisette paesi membri dell’Unione Europea, asua volta all’incirca il doppio di quella stanziata dai paesi dell’Estremo Oriente, il che porta, salvo errori ed omissioni, ad un totale che si pone poco al di sotto dei 15.000 miliardi di dollari, una cifra che purtroppo non arriva al 15 per cento della montagna di titoli della finanza strutturata, Credit Default Swaps ed altre forme di garanzia assicurativa ovviamente inclusi.

Ovviamente, la disparità tra le cifre impegnate dai governi e dalle istituzioni finanziarie e le diavolerie inventate dagli apprendisti stregoni delle fabbriche prodotto delle Investment Banks e delle divisioni di Corporate & Investment Banking delle banche più o meno globali (per non parlare del ruolo delle compagnie di assicurazione, anche di quelle non monoliner, degli hedge funds, dei fondi di investimento, dei fondi pensione, dei private equitye chi più ne ha ne metta) è in realtà solo teorica, in quanto anche nel salvataggio vale sempre l’effetto leva, ma questo è vero solo se i manovratori hanno ben chiare le cause del disastro in corso, ma, ancor di più, se gli attuali topi posti a guardia del formaggio verranno sostituiti da persone, come Paul Volker, che in questi decenni non si sono stancate di denunciare i pericoli insiti in un mercato finanziario globale che diventava sempre più simile ad un immenso casinò a cielo aperto!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

giovedì 4 dicembre 2008

Le concessioni del maggior sindacato del settore automobilistico e il nuovo piano di rinegoziazione dei mutui danno speranze al mercato azionario!


Lo sforzo dei tre Chief Executive Officer di General Motors, Ford e Chrysler nel presentare piani industriali ben più credibili dei depliants patinati che avevano offerto al Congresso per strappare finanziamenti pronto cassa per 25 miliardi di dollari ha, per il momento, convinto il maggior sindacato del settore, l’UAW, a fare concessioni molto significative giustificate dal molto concreto timore di dover fare i conti con il possibile default dei tre Big di Detroit, con conseguenze drammatiche per i lavoratori direttamente alle dipendenze della case automobilistiche e per lo sterminato numero di addetti all’indotto inteso in senso lato.

Ovviamente, la maggiore analiticità dei piani, le previste alienazioni di partecipazioni, fino ai gesti simbolici sulle remunerazioni ed i benefit dei top managers sono stati accompagnati da un deciso innalzamento del conto da presentare ai già molto depressi contribuenti americani, giunto a 34 miliardi di dollari complessivi, ma rappresentano, allo stesso tempo, una risposta non solo alle obiezioni dei parlamentari a stelle e strisce, ma anche la prima replica pressoché in diretta alle migliaia di iniziative presenti sul web, mediante le quali comuni cittadini hanno avuto la possibilità di dire la loro sull’opportunità o meno di salvare i tre colossi automobilisti e, soprattutto, a quali condizioni.

Per la prima volta nella non lunghissima storia del web, ci si sta accorgendo che il popolo di internet può influenzare efficacemente l’esito della più aspra competine per le presidenziali mai vista negli Stati Uniti d’America, confutare le ricostruzioni ufficiali amplificate dai media più o meno embedded alle logiche del potere politico ed economico, intervenire anche su questioni molto controverse quali, appunto, il salvataggio dell’intera industria automobilistica statunitense, la possibilità di rinegoziare i mutui, l’efficacia dei provvedimenti assunti dal presidente e dal Congresso e via discorrendo!

Molto probabilmente, la tempesta perfetta oramai in corso da diciassette mesi ha contribuito a questo dilagante fenomeno di socializzazione, un fenomeno che non è tanto inteso a gratificare l’ego dei bloggers o di coloro che prendono parte ai sempre più numerosi forum tematici, ma rappresenta forse la versione della democrazia nel terzo millennio e che stupisce abbia preso il via nella nazione che più ha favorito l’isolamento degli individui, nonché ‘imposto’ uno stile di vita realmente dissennato e quasi provocatoriamente consumistico, come ama ripetere nei suoi infuocati sermoni il reverendo Jenkins, un uomo che organizza, ad esempio, corsi per la rieducazione finanziaria e la distruzione in diretta televisiva delle micidiali carte di credito revolving possedute dai suoi fedeli pentiti ed alquanto dissanguati dagli altissimi interessi che erano chiamati a pagare.per la loro dipendenza dal credito al consumo nelle sue più varie forme ed aspetti.

Ma, se sono vere le ricostruzioni delle attentissime agenzie di stampa statunitensi che citano fonti governative, sono allo studio nuovi provvedimenti volti alla rinegoziazione dei mutui attraverso le nazionalizzate Fannie Mae e Freddie Mac, le due entità che garantiscono quasi la metà dell’immenso mercato del mortgage a stelle e strisce e che sono sempre più chiamate ad acquistare titoli della finanza strutturata che hanno come collaterale mutui residenziali per potere allargare efficacemente l’area delle possibili rinegoziazione che sono basate su un tasso massimo del 4,5 per cento e da precisi limiti alla quota di reddito disponibile familiare che può essere assorbita dalla relativa spesa per il mutuo stesso.

Se la notizia rispondesse al vero, ma è già vera per i mutui direttamente erogati non solo da Fannie e Freddie, ma anche da quelli erogati dalle banche nelle quali il Tesoro e la Federal Deposit Insurance Corporation sono pesantemente intervenuti, da IndyMac a Citigroup, questo vorrebbe dire che sta crescendo a Washington e dintorni la consapevolezza che l’unico modo per uscire dalla più grande crisi di fiducia mai vista dalla fine del secondo conflitto mondiale consiste proprio nell’aggredire coraggiosamente le cause della stessa, smantellando pazientemente il lavoro degli apprendisti stregoni addetti alle gigantesche fabbriche prodotto delle ex Investment Banks e delle divisioni di Corporate & Investment Banking delle banche più o meno globali.

E’ questa nuova consapevolezza che mi sta rendendo relativamente più ottimista sulle possibilità di uscita in prospettiva degli Stati Uniti d’America dalla drammatica situazione attuale, così come credo che il tanto blaterare sul sistema finanziario internazionale prossimo venturo dovrà tenere conto di quanto sta avvenendo al di là dell’Oceano Atlantico, piuttosto che essere affidato a quelli che un ministro dell’economia ha definito molto efficacemente i topi posti a guardia del formaggio e, cioè, i rappresentanti delle banche centrali nell’organismo denominato un po’ sinistramente Financial Stability Forum, attualmente presieduto dal Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi.

Nel ribollio di iniziative statunitensi ed in quel laboratorio che è oramai divenuto il governo di Sua Maestà britannica stanno forse le prime risposte efficaci al meltown della finanza mondiale, ma il problema sta nelle iniziative non coordinate assunte dai vari governi europei, mentre poco si sa di quello che sta avvenendo in Estremo Oriente, in particolare in Cina e Giappone, la prima ancora dominato dal Partito Comunista Cinese, mentre il secondo convive dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso con i problemi nei quali da meno di un anno e mezzo sono piombate le economie degli altri paesi del pianeta.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

mercoledì 3 dicembre 2008

Se Profumo e Passera seguissero l'esempio di Wagoner e Mullaly!


Tornando a Washington in auto a propulsione ibrida e con il cappello sul sedile di fianco, Rick Wagoner, Chief Executive Officer di General Motors, Alan Mulally suo omologo in Ford e, ma è meno chiaro, il numero uno di Chrysler, hanno deciso di fare il grande gesto e di accettare una paga annua per il 2009 di un dollaro (nonché di prevedere una rilevante quota azionaria a fronte dell’intervento pubblico per complessivi 34 miliardi di dollari richiesto al congresso per il loro salvataggio e rilancio), un esempio che dovrebbe proprio essere seguito dagli altri top manager di Big Business, Big Finance, Big Pharma, Big Oil e tutti gli altri Big che vi vengono in mente, sia posti al di qua che al di là di un Oceano Atlantico sempre più flagellato dagli alti marosi della tempesta perfetta in corso oramai da ben diciassette mesi e ad un anno data dall’avvio della più lunga recessione a stelle e strisce dalla fine del secondo conflitto mondiale!

Come non ho afflitto i miei lettori con il vero e proprio bollettino di guerra dei corsi azionari del Black Monday dei mercati mondiali, così non mi soffermerò affetto sui più che scontati rimbalzi di ieri, comunque di molto inferiori alle perdite del giorno precedente, anche perché è dall’inizio di questa avventura editoriale che avverto che quello che quotidianamente accade ai corsi azionari è posto poco al di sotto della superficie di questo mare davvero tempestoso, utile al più a comprendere lo stato d’animo degli operatori e degli investitori/risparmiatori, due specie del tutto in balia di eventi difficili da comprendere se non si dispone della guida di una salda e ben visibile stella polare.

Non sono davvero in grado di prevedere la reazione degli agguerriti congressisti ai patinati piani industriali che verranno loro sottoposti da Wagoner e compagni che, almeno a quanto risulta, hanno deciso di giocare ognun per sé questa che è davvero la battaglia più difficile della loro vita, ognuno mettendo in campo il meglio delle risorse aziendali, con un mix di vendite di assets aziendali più o meno strategici, selvaggi piani di ristrutturazione e dilazione dei pagamenti a fornitori e dipendenti, tutto pur di evitare di portare i libri in tribunale e mentre i dati sulle vendite di auto diventano più neri della mezzanotte.

La notizia del crollo delle vendite della General Motors in novembre, un calo superiore al 40 per cento che supera di molto gli sfracelli segnati con riferimento allo stesso mese dalle altre due Big statunitensi e dalle case automobilistiche europee, rende appieno il senso dell’urgenza di una forma di aiuto pubblico che si presenta davvero come conditio sine qua non per la realizzazione di qualsivoglia piano di rilancio e che potrebbe davvero rappresentare l’occasione per quel salto tecnologico in senso ecologista che viene preteso dal popolo di internet che ha letteralmente intasato in queste settimane il web, oramai divenuto la vera agorà del popolo statunitense.

Delle tre audizioni, quella più drammatica è stata quella del CEO di Chrysler, da qualche tempo di proprietà della locusta Cerberus, che ha chiaramente avvertito i componenti dell’apposita commissione parlamentare che l’eventuale fallimento della sua come delle altre due case automobilistiche avrebbe l’effetto di provocare un devastante effetto a catena su gran parte dell’industria manifatturiera statunitense, un’eventualità che, al di là delle dichiarazioni di rito, è ben chiara ad entrambi i leader dei due schieramenti politici che da sempre si contendono la guida degli Stati Uniti d’America.

Come non mi stancherò mai di ripetere, i tanti fondi dei molteplici barili che stanno vivendo le cicale a stelle e strisce potrebbero davvero costituire una grande opportunità per il lancio di un modello alternativo di sviluppo maggiormente sostenibile, nonché di gran lunga molto, ma molto più attento alle emergenze climatiche ed ambientali che sono oramai visibili anche di chi non ha occhi per vedere ed orecchie per intendere, il tutto largamente favorito da quella estrema flessibilità del sistema economico e sociale americano, un sistema davvero capace di grandissimi errori, tra i quali quello di contribuire in misura largamente più che proporzionale alla distruzione delle risorse del pianeta, ma che ha anche dimostrato i numerose circostanze di essere perfettamente in grado di ricompattare attorno ad un valore o ad una sfida le notevoli energie latenti in quella grande nazione.

Ovviamente, la dimensione della sfida presente è immensa, ma credo proprio che il giovane e determinato presidente eletto possa dimostrarsi all’altezza dell’impegno colossale che lo attende e che assorbirà certamente l’intero suo primo, e mi auguro non ultimo, mandato presidenziale, un dato anagrafico che, assieme alla disastrosa eredità di George W. Bush e alla molto malmessa salute del suo anziano sfidante, ha fatto decisamente pendere l’esito del voto, in particolare di quello giovanile, a favore di Barack Obama.

Di fronte a queste caratteristiche distintive del modello americano, lo stato dell’arte nell’Unione Europea induce ad un maggiore pessimismo, in quanto è quasi un eufemismo parlare di Europa a due velocità, con i tre paesi che pure si sono dilaniati sulla prospettiva della guerra a Saddam Hussein, Francia e Germania da un lato e Gran Bretagna dall’altro, fattivamente impegnati a contrastare gli effetti della tempesta perfetta, peraltro partendo da un’analisi sufficientemente corretta delle sua cause, mentre la maggior parte degli altri ventiquattro paesi membri, Italia in testa, continuano a balbettare ed a partorire topolini dopo defatiganti discussioni e litigi interni!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

martedì 2 dicembre 2008

La recessione a stelle e strisce ha spento la prima candelina e i mercati crollano!


Oramai è ufficiale che gli Stati Uniti d’America sono in recessione sin dal dicembre dell’anno scorso e quella che era l’opinione comune della maggioranza degli americani ha ricevuto ieri l’autorevole conferma da parte del National Bureau of Economic Research, un think thank privato composto da economisti di primo piano che ha il compito di stabilire l’inizio e la fine di un ciclo recessivo e che si è preso tutto il tempo necessario per stabilire che l’inizio della recessione risale a dodici mesi orsono quando il numero degli occupati non agricoli raggiunse un picco dal quale ha iniziato inesorabilmente a calare, con una perdita secca di 1,2 milioni di occupati nei primi dieci mesi del 2008, ai quali se ne aggiungeranno, con ogni probabilità, almeno altri 325 mila venerdì prossimo, quando verrà diffuso il Non Farm Payrolls relativo al mese di novembre.

Come spesso accade, la percezione popolare del downturn ha largamente preceduto la valutazione ufficiale degli economisti di professione, anche perché gli effetti della tempesta perfetta che aveva preso l’avvio cinque mesi prima dell’inizio della recessione si sono subito fatti sentire dalle milioni di famiglia che hanno perso la loro abitazione e dalle centinaia di migliaia che hanno visto un membro della stessa perdere il proprio posto di lavoro, mentre sono per fortuna minori i casi nei quali si sono registrate entrambe queste iatture!

Non voglio entrare nei dettagli del rapporto del NBER, se non per dire che le ultime due recessioni statunitensi sono durate soltanto otto mesi e solo due delle dieci recessioni intervenute dopo la Grande Depressione (durata più o meno quattordici anni) sono state pari a quella in corso, con la piccola differenza che quest’ultima appare ben lungi dall’aver esaurito il suo corso.

Con la stessa dirompenza con la quale le alte ondate della tempesta perfetta hanno mandato in frantumi l’American Dream, così il timbro ufficiale impresso ieri sulle caratteristiche di lunga durata della recessione in corso ha mandato in soffitta le illusioni sul fatto che bastassero gli effetti d’annuncio del Dream team obamiano, nonché qualche mossa finalmente azzeccata da parte del duo Paulson-Bernspan per dichiarare frettolosamente chiusa la fase più acuta della crisi finanziaria più grave mai registrata, una tesi che non aveva possibilità alcuna di reggere più che lo spazio di un mattino e che qualcuno voleva fosse corroborata dalle cinque giornate positive vissute dalla borsa statunitense, basandosi semplicemente sull’evidenza che sino ad oggi ciò non si era mai verificato in questo davvero orribile 2008.

Che le cose si sarebbero messe davvero male nella prima seduta della settimana lo si era capito dall’andamento dei listini asiatici, in particolare da quello giapponese che inizia a fare i conti con le conseguenze della crisi immobiliare locale, e poi da quelli europei che hanno visto riprendere appieno l’ondata di vendite sulle banche che, nel caso del listino milanese, hanno rivissuto in alcuni casi l’onta delle ripetute sospensioni per eccesso di ribasso; ma, ovviamente, il peggio si è visto sulla piazza di New York.

Come faccio di solito, risparmio al lettore il bollettino di guerra rappresentato dalle chiusure dei singoli mercati e dal profondo rosso che ha caratterizzato le chiusure relative alle azioni delle principali protagoniste del mercato finanziario europeo, limitandomi a ricordare che questa nuova ondata non trova alcuni dei principali paesi europei nelle stesse condizioni in cui si trovavano nella terribile prima decina del mese di ottobre, quando il direttore francese del Fondo Monetario Internazionale, l’un po’ troppo focoso Dominique Strauss Kahn, fu costretto ad ammettere in piena conferenza stampa che il sistema finanziario internazionale era giunto sull’esile orlo di un burrone profondissimo.

La diversa reazione che ha caratterizzato i governi della Gran Bretagna, della Francia e della Germania e quelli degli altri paesi europei dall’altro, con i primi tre posti relativamente al riparo grazie all’approvazione tempestiva e pressoché simultanea di piani di salvataggio di dimensioni senza precedenti e che hanno messo in campo risorse per oltre 1.500 miliardi di euro, mentre gli altri si sono limitati a vaghi balbettii accompagnati, spesso con grande ritardo, da piani che prevedono risorse enormemente più ridotte, ma soprattutto caratterizzati da residui di timore reverenziale nei confronti dei top manager delle banche e delle compagnie di assicurazione che hanno impedito, almeno sino a questo momento, interventi decisi dello Stato nel capitale delle banche, interventi ovviamente accompagnati da doverose condizioni sia sul piano dei comportamenti che sul fronte delle remunerazioni eccessive.

Come ho avuto più volte modo di ribadire in queste ultime settimane, questo differenza di comportamenti all’interno dell’Unione Europea, unita al difficile periodo di transizione dei poteri dall’amministrazione statunitense uscente e quella entrante, sono state alla base dell’altrimenti inspiegabile rinvio di cinque mesi di ogni decisione concreta da parte del G20/G21 svoltosi all’indomani dell’Election Day statunitense, un ritardo che non ha visto i leaders stracciarsi le vesti, anche perché erano ben contenti di avere le mani libere per sistemare nel modo da loro ritenuto più opportuno i rispettivi conflitti tra potere politico e potere economico, un conflitto che ha visto per decenni i governi spesso ridotti a fare da burattini di Big Business, Big Finance, Big Pharma, Big Oil e di tutte le altre Big che vi vengono in mente, una situazione che stava davvero stretta a quelli che hanno già colto la palla al balzo, ma che non vede certo indifferenti anche quelli che stanno segretamente affilando le armi!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

lunedì 1 dicembre 2008

Il macabro ballo di Bermonti sul nodo del Core Tier 1 terrorizza i banchieri italiani!


Non vi è dubbio alcuno sul fatto che gli operatori, gli analisti ed i risparmiatori/investitori di tutto il pianeta stanno con il fiato sospeso per vedere se le cinque sedute di rialzo consecutivo segnato dai tre principali indici della piazza di New York avranno una replica anche in questa difficile ottava che vede l’affollarsi di notizie economiche di grande impatto, a partire dal Non Farm Payrolls previsto per venerdì prossimo, e che non si è aperta stamane a Tokyo nel migliore dei modi.

L’esperienza maturata in questi diciassette mesi di tempesta perfetta induce, infatti, ad una certa cautela sull’ondata di ottimismo che si sta diffondendo al di là dell’Oceano Atlantico, anche perché si stanno moltiplicando le previsioni che individuano nel 2009 il picco dei default di quanto si trova ad essere sottostante a buona parte dell’immensa montagna dei titoli più o meno tossici della finanza strutturata, una montagna che, al netto del mare magnum dei Credit Default Swaps, continua ad avere dimensioni almeno decuple del pur gigantesco sforzo finanziario messo in campo dall’amministrazione uscente di Bush Junior.

Tanto per ingannare l’attesa di questa sorta di ordalia, vorrei per una volta soffermarmi su quanto sta avvenendo nel Belpaese dopo la lunghissima esposizione che, in conferenza stampa, il per la terza volta ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha voluto fare del piano di salvataggio delle alquanto malmesse banche e compagnie di assicurazione, il tutto condito da un po’ di interventi anticiclici di modesta entità.

Per carità di Patria, non mi soffermerò su quanto affermato da tremonti ed il suo corifeo Berlusconi sulla primazia europea del piano, anche perché basterebbe citare quanto sta facendo l’attivismo marxist reborned, Gordon Brown, uno che di miliardi di sterline ne ha messi in campo ben cinquecento e che ha tagliato in un colpo solo l’iva dal 17,5 al 15 per cento, o le misure da tempo varate dall’inedita coppia Sarkozy-Merkel, che di miliardi di euro ne hanno stanziati complessivamente poco meno di mille, per capire che non ci siamo né con i tempi, né tanto meno con gli importi che, tra spese vere ed impegni presunti, non dovrebbero in alcun caso superare la ben misera cifra di ottanta miliardi di euro!

Ma si sa benissimo che non è tanto lo stato di salute delle famiglie, del mercato finanziario o quello veramente malmesso dell’economia reale ad interessare quello strano ibrido in salsa leghista che ho da tempo definito Bermonti, quanto una silenziosa ma non per questo incruenta lotta per la ridefinizione dei rapporti di forza tra il potere politico e quello economico latu sensu, una lotta che, stavolta per davvero, non prevede alcuna pietà per i vinti, in buona parte formati da quanti non hanno creduto sin dall’inizio alle virtù taumaturgiche dell’impresario di Arcore, né hanno capito le doti di preveggenza del suo ministro per l’economia, un noto commercialista molto gettonato dai suoi clienti e che ha oggi, in una riedizione della legge del contrappasso in salsa terzo millennio, l’onere di stanare i contribuenti infedeli e di far quadrare i conti del bilancio pubblico, nonché, almeno così giura, di rispettare i parametri di Maastricht e di far scendere il rapporto tra stock del debito pubblico e prodotto interno lordo al di sotto del 100 per cento.

E’ forse per questo che un incauto giornalista presente alla conferenza stampa, apertamente incurante delle variegate forme assunte dai mille rivoli della carità di Stato agli indigenti veri o presunti, ha cercato inutilmente di far uscire allo scoperto le vere intenzioni di Bermonti sulle banche, venendo per questo apertamente rimbrottato dal per la terza volta ministro dell’economia con frasi del tipo: “guardi, che questo interessa solo lei”, mentre è noto che sono mesi che Alessandro profumo, Corrado Passera, Carlo Fratta Pasini, Carlo Mussari ed una schiera di altri presidenti o amministratori delegati delle banche italiane di ogni ordine e grado stanno vivendo notti insonni al pensiero di quello che il governo ha veramente in testa sulla sorte delle loro banche, ma, soprattutto, sulla loro!

Ebbene, incurante delle ripetute dichiarazioni di non interesse per l’intervento pubblico a sostegno dell’attuale livello di patrimonializzazione delle banche, o, per meglio dire, di quel rapporto denominato Core Tier 1, attualmente previsto al 6 per cento, ma che Tremonti, in questo caso apparentemente non d’accordo né con Berlusconi, né con Gianni Letta, vorrebbe portare almeno all’8 per cento, mentre all’italiano presente nel board neotemplare della Banca Centrale Europea, Lorenzo Bini Smaghi, non dispiacerebbe che questo ratio venisse addirittura innalzato al 10 per cento, un livello pressoché doppio di quello attualmente vantato dal Monte dei Paschi di Siena e di 3-4 punti per gli altri quattro principali gruppi bancari italiani, un livello, inoltre, che richiederebbe un adeguamento complessivo per i prime cinque gruppi bancari nell’ordine della svariate decine di miliardi di euro che i loro azionisti di riferimento o non hanno o non hanno alcuna intenzione di sborsare.

Dopo mesi di rinvii, inoltre, il serafico ministro ha anche reso noto che il provvedimento non sarà operativo che dopo il via libera da parte di quel Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia ma anche presidente di quel Financial Stability Forum che, secondo lo stesso Tremonti, è più o meno composto da “una banda di topi posti a guardia del formaggio”, una frase che fa davvero il paio con quella che lamentava l’assenza dei banchieri italiani alle inesistenti primarie del centro-destra, mentre erano corsi in massa a quelle del partito democratico, nonché a quei convegni in quel di Siena sul sistema bancario organizzato da Massimo D’Alema, rispetto ai quali si favoleggia che gli assenti inviassero il certificato medico!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.