sabato 7 marzo 2009

Il big downsizing dell'azienda America!


Nel corso dei diciannove mesi nei quali ho scritto le oltre cinquecento puntate del Diario della crisi ho più volte sottolineato l’importanza cruciale del dato relativo al Non Farm Payrolls e al correlato Unemployment Rate, per la semplice ragione che, nella vasta messe di informazioni analitiche e molto aggiornate fornite dai vari enti statunitensi pubblici e privati che si occupano di fornire al mercato le statistiche necessarie per dare agli operatori e ai risparmiatori/investitori i necessari elementi per operare le proprie scelte, questi due dati hanno il massimo impatto psicologico possibile, indicando in modo ancora più chiaro di dati come la produzione industriale o l’andamento del prodotto interno lordo la direzione che sta prendendo l’economia della nazione più importante sia in termini economici che geopolitica del nostro alquanto martoriato pianeta.

Pur riferendosi al mese più corto dell’anno, quel febbraio che, a differenza di quanto è accaduto nell’orribile 2008, non è anche bisestile, il saldo netto negativo di 651 mila buste paga, nonché il balzo al di sopra dell’assicella dell’8 per cento del tasso di disoccupazione (8,1), è un’informazione che ha fatto tremare molti posi a Washington D.C. e dintorni, anche perché è stato fornito insieme alla tremenda revisione dei due mesi precedenti che assieme sfiorano un taglio di un milione e trecentomila posizioni di lavoro, il che porta la perdita netta degli ultimi tre mesi a sfiorare i due milioni di unità, mentre una puntuale nota dell’Associated Press ci informa che l’economia a stelle e strisce avrebbe perso, dall’inizio della crisi dell’economia reale datata al dicembre del 2007, quattro milioni e quattrocentomila posti di lavoro.

In realtà, la perdita effettiva è di molto superiore, per il semplicissimo motivo che si tratta di saldi netti tra entrati e usciti, il che, pur in quattordici mesi non eccezionali per le assunzioni, implica che i posti di lavoro effettivamente perduti si aggirano tra i 6 e i 6,5 milioni, con l’aggravante che, almeno per la maggior parte di essi, si trattava di posti di lavoro ben remunerati, in particolare per quanto riguarda i circa duecentomila dipendenti di ogni ordine e grado delle diverse entità operanti nel mercato finanziario statunitense che, tra retribuzioni e bonus, contribuivano in misura significativa alle entrate della città e dello Stato di New York, come non manca di sottolineare a ogni piè sospinto il disperato sindaco Michel Bloomberg, uno che di economia e di finanza si intende davvero!

Se vi è ancora qualcuno tra i miei lettori che si stupisce del fatto che, almeno all’apertura, i tre principali indici azionari statunitensi hanno cercato di prendere il volo, vuol proprio dire che non ha ancora compreso il modo di ragionare degli operatori, degli analisti e degli stessi risparmiatori/investitori, che, negli Stati Uniti d’America come nel resto del mondo, non è proprio improntato a quei sentimenti di solidarietà e di umana pietà che normalmente albergano nei cuori quando ci si trova in una chiesa cattolica o protestante, in una sinagoga o in un luogo di culto islamico, solo per fermarci alle tre principali religioni monoteiste, in quanto, in quell’immenso casinò a cielo aperto che è oramai divenuto il mondo della finanza più o meno strutturata, albergano due soli sentimenti: la paura e l’avidità, in proporzioni che sono generalmente ben fotografate dall’andamento degli indici rappresentativi dei mercati regolamentati, poco importa che vi siano trattate merci, materie prime o quelle scommesse spesso ad alto rischio che vengono denominate azioni o obbligazioni.

Che le cose si sarebbero messe così, lo avevano capito alla perfezione gli operatori e gli investitori che, grazie ai diversi fusi orari, avevano già mandato in profondo rosso gli indici azionari asiatici e, subito dopo, quelli dei principali mercati europei, sia al di qua che al di là della Manica, un tratto di mare che, al pari di quanto sta avvenendo all’Oceano Atlantico e a quello Pacifico, si sta facendo ogni giorno che passa più stretto, al punto da rendere attuale e credibile anche una possibile adesione dei sudditi di Sua Maestà britannica, governati dal ‘salvatore del mondo’ Gordon Brown, a quella moneta unica europea che sino a poco tempo fa, e in modo del tutto bipartisan, veniva vista come assolutamente non confrontabile con l’amata sterlina, una valuta davvero storica e che solo in tempi non remoti aveva accettato di essere divisa in centesimi e non in dodicesimi!

Mi ha molto colpito la notizia di un rapporto dei servizi segreti inglesi che ha messo in guardia le autorità rispetto ai rischi di rivolte popolari o peggio derivanti dalla crisi finanziaria ed economica che sta attanagliando le isole britanniche ancora di più di quanto stia nel contempo avvenendo nell’Europa Continentale, anche per la maggiore interrelazione esistente tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’America, due nazioni strette non solo dalla Storia, ma anche da legami e affinità che spesso fanno sì che i partners europei dubitino della volontà britannica di giungere mai all’edificazione di quegli Stati Uniti d’Europa che erano non solo il sogno di Monnet, ma anche dei padri fondatori ufficiali di quel Mercato Comune Europeo che, non del tutto a caso, non includeva all’inizio la Gran Bretagna.

Il nesso esistente tra il brusco abbassamento del tenore di vita dei cittadini derivante dagli alti marosi della tempesta perfetta in corso da oltre un anno e mezzo e l’ordine pubblico, se non la stessa sicurezza nazionale, è peraltro un tema che agita da tempo i sonni dei governanti dei maggiori paesi europei, per non parlare degli incubi notturni dei governanti dei paesi un tempo appartenenti alla sfera di influenza dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e di quella Russia che ha affidato chiavi in mano il suo Governo agli uomini del famigerato KGB, ritenendoli, a torto o a ragione, gli unici in grado di impedire alla Santa Madre Russia di diventare, dopo essere stata il cuore pulsante di una Superpotenza, poco più di una mera espressione geografica; una scelta sponsorizzata dagli USA e dai paesi europei che contano, terrorizzati di ritrovarsi con un fianco sguarnito rispetto al montante fondamentalismo islamico, un’ipotesi davvero terrificante all’indomani dell’11 settembre 2001!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

venerdì 6 marzo 2009

Per fortuna che alla fine è suonato il gong!


Mentre le autorità statunitensi stanno decidendo cosa fare nei confronti del colosso creditizio extracomunitario UBS che ha appena dichiarato di avere 47 mila clienti non in regola con il fisco a stelle e strisce, i mercati azionari europei e americani hanno vissuto ieri l’ennesima giornata di passione, con i bancari e i finanziari in generale a guidare la discesa, in alcuni casi davvero a rotta di collo, anche se ieri le azioni delle due maggiori case automobilistiche statunitensi sembravano fare a gara con quelli delle quattro banche commerciali, in un drammatico testa a testa in caduta libera, con flessioni a due cifre comprese tra il 10 e il 20 per cento e con volumi che non si vedevano da qualche tempo.

Chiunque si sia preso la briga, in questo anno e mezzo di tempesta perfetta, di osservare l’andamento delle maggiori banche commerciali a stelle e strisce, che poi sono in realtà delle vere e proprie banche universali, ognuna dotata di una gigantesca divisione di Corporate & Investment Banking, non ha potuto non notare l’alto grado di resistenza mostrato dalla banca dei nipotini di John Pierpoint Morgan e di Nelson Rockfeller, quella J.P. Morgan-Chase che appariva ai più come uno dei vascelli meglio equipaggiati nella un tempo ampia e potente flotta delle maggiori entità protagoniste del mercato finanziario globale, una tenuta che ha consentito all’azione di outperfomare ampiamente l’alquanto disastroso benchmark di settore, o almeno che le ha consentito di fare ciò fino alla disastrosa seduta di ieri che ha visto anche l’azione di questa banca andare giù come un sasso!

Non so quanto sullo squagliamento dell’indice del settore finanziario stiano pesando gli scandali a ripetizione che hanno tenuto desta l’attenzione delle donne e degli uomini americani, persone spesso già sull’orlo di una crisi di nervi per le preoccupazioni legate alla casa di abitazione e al lavoro, ma che sono rimasti letteralmente esterrefatti rispetto alle non proprio epiche gesta dell’ex presidente del nasdaq, Bernard L. Madoff e a quelle del suo emulo Stanford, due esponenti del mondo della grande finanza che godevano, almeno sino alle scoperte delle Securities and Exchange Commission delle vere e proprie frodi che i due avevano ordito ai danni anche di conoscenti, amici e familiari, comportamenti delittuosi accompagnati da uno stile di vita che definire sardapanalesco sarebbe un eufemismo.

Da cronista della crisi finanziaria, ho tenuto aggiornati i miei lettori sul proliferare di scandali finanziari di minori dimensioni, ma spesso caratterizzati da comportamenti anche peggiori di quelli messi in mostra da Madoff e Stanford, ma non posso esimermi dal notare che, mentre i due hanno almeno corso il rischio di trascorrere il resto della loro vita in una patria galera, le migliaia di top manager e manager delle principali entità protagoniste del mercato finanziario globale non hanno certo dato prova di comportamenti molto più onorevoli, anche perché, più si scava tra le macerie prodotte dagli alti marosi della tempesta perfetta, più emerge un quadro di ordinaria follia che presenta aspetti che veramente risultano incomprensibili se non alla luce di quanto scritto nel bel romanzo intitolato il falò delle vanità!

Che una giornata di tregenda quale è stata quella vissuta ieri dai mercati finanziari europei e statunitensi, come credo accadrà stamane in Asia, sia anche stata quella dello storico fondamento del muro del 2 per cento per i tassi di riferimento applicati dalla teutonica e neotemplare Banca Centrale Europea che non solo li ha portati all’1,5 per cento ma ha anche chiarito che vi è spazio per ulteriori tagli non può non fare sorgere qualche perplessità anche tra i commentatori e gli analisti più embedded alle logiche del capitalismo finanziario, anche perché anche la Bank of England non è voluta essere da meno, tagliando anche il suo infimo tasso ufficiale di un altro mezzo punto, portandolo dall’uno allo 0,5 per cento e annunciando al contempo il proprio impegno ad assicurare maggiore liquidità al mercato.

Per dare un’idea del mix di avidità e sconsideratezza che caratterizzano l’economia statunitense, ma anche quella globale, basti pensare che mentre aumentano le possibilità che il colosso automobilistico General Motors sia costretto a fare ricorso al Chapter 11 della ancora accomodante legge fallimentare a stelle e strisce, si viene a sapere che i compensi complessivi previsti per il numero uno di GM, Rick Wagoner, ascenderebbero alla stratosferica cifra di 14,5 milioni di dollari, una somma che anche al cambio attuale equivarrebbe a 11,5 milioni di euro che sono pur sempre pari a oltre 22 miliardi delle vecchie lire, una cifra che verrà vista come assolutamente scandalosa da quel 60 per cento di americani che preferirebbero che le tre maggiori case automobilistiche andassero in default e vorrebbero che i loro vertici e quelli delle maggiori istituzioni finanziarie statunitensi venissero giudicati da un tribunale più o meno dotato di poteri speciali!

Ne è servita a rasserenare gli animi degli operatori e dei risparmiatori/investitori la notizia che poco meno della metà dei mutuatari subprime sono in ritardo con il pagamento delle rate, mentre è stato parimenti reso noto che 5,4 milioni di mutuatari, pari al 12 per cento del totale dei debitori della specie, non riescono a fare fronte regolarmente ai propri impegni, una percentuale che spinge decisamente verso lo zero il valore dei CDO e degli altri titoli più o meno tossici che sono collateralizzati non solo ai mutui, ma anche al credito al consumo, alle micidiali carte di credito revolving e chi più ne ha ne metta, non dimenticando che quello dei debitori morosi è, almeno stando alle previsioni degli analisti più accreditati, è destinato a più che raddoppiare nel corso dell’anno in corso.

A giudicare dall’andamento delle quotazioni delle azioni dei maggiori gruppi creditizi europei, credo proprio che le cose non si mettano bene neanche da questa parte dell’Oceano Atlantico, un tratto di mare che si sta facendo progressivamente molto, ma molto più stretto!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

giovedì 5 marzo 2009

UBS, You & Us! si libera della testa di legno in carica e assume l'ex presidente della Svizzera come suo Chairman!


In un alquanto disperato tentativo di smarcarsi dalle difficoltà in cui si trova da oltre un anno e mezzo, il colosso creditizio svizzero UBS ha reso noto con un mese di anticipo rispetto all’assemblea dei soci che darà il benservito al presidente molto ad interim scaturito dalla rissa verificatasi l’anno scorso, Peter Kurer, nominando al suo posto nientepopodimenoche l’ex presidente della Confederazione elvetica Kapar Villiger, una decisione che mette in luce il profondo disorientamento di un gruppo che, in concorrenza con la tecnicamente fallita Citigroup, gestisce buona parte dei patrimoni dei ricchi abitanti in un numero di paesi di poco inferiore a quelli rappresentati nell’assemblea generale della Nazioni Unite.

Dopo aver perso parecchi mesi prima di accogliere l’amichevole suggerimento dell’ex Chief Executive Officer, attualmente a capo di un nutrito numero di azionisti della banca, di tagliare al più presto la gamba malata della divisione di Corporate & Investment Banking prima che la cancrena si estendesse anche alla parte sana dell’organismo aziendale, UBS sta affrontando il momento più difficile della sua storia, in quanto non sa come rispondere alle richieste circostanziate del Federal Bureau of Investigations che, per conto di un giudice della Florida, pretende di conoscere i nomi dei 52 mila contribuenti infedeli che la banca ha alquanto disinvoltamente aiutato a sottrarsi ai propri obblighi nei confronti del fisco americano, circostanza per la quale la banca extracomunitaria ha appena accettato di pagare 780 milioni di dollari, dichiarandosi però disponibile a fornire i dati relativi a soli trecento dei suoi clienti.

Ma, come si suol dire, le disgrazie non vengono mai sole, o almeno questo è quanto devono avere pensato i membri del Board of Directors della banca svizzera, quando hanno saputo che in uno dei tanti vertici ristretti che rovinano i fine settimana dei leaders politici dei principali paesi europei (in questo caso, sei o sette) si era deciso di adoperarsi fattivamente per mettere la parola fine alla licenza di evadere dei propri rispettivi contribuenti, spesso in ciò agevolati da compiacenti istituti di credito nazionali, uno sport molto praticato e che, in piena tempesta perfetta, aggiunge al danno erariale la beffa di creare megadisponibilità, prudenzialmente stimate in settemila miliardi di dollari, che rappresentano la vera e propria hot money che alimenta a sua volta le micidiali bordate ribassiste che stanno colpendo tutto quanto ha nella sua denominazione sociale il termine bank declinato in pressoché tutte le lingue conosciute, così come nel terribile biennio 2000-2001 accadde a tutte le dot.com e alle altre stelle cadenti del Nasdaq!

Credo proprio che il famoso comitato mondiale che ha la responsabilità dell’attività di contrasto del riciclaggio di denaro sporco proveniente da diverse fattispecie di reato verrà chiamato, già nella riunione del G20/G21 che si terrà a Londra il 2 aprile prossimo venturo, ad assumere concreti provvedimenti che convincano i diversi paradisi fiscali, inclusi quelli inclusi come enclave in importanti Stati europei (Gran Bretagna, Francia e Italia), a mettersi prontamente in regole, non fosse altro che dal loro operato derivano seri rischi alla stessa sicurezza nazionali degli Stati loro vicini, che, in non pochi casi, hanno la responsabilità, via banche centrali, di assicurarsi che non avvenga quanto in realtà si verifica quotidianamente.

Ho avuto spesso modo di ricordare che UBS, You and Us! È stata seconda solo alla molto potente e ancor più preveggente Goldman Sachs nel cercare, sin dall’autunno del 2006, di liberarsi del liberabile in termini di quelli che allora erano vere e proprie galline dalle uova d’oro per le rispettive divisioni di Corporate & Investment Banking e che oggi vengono spregiativamente etichettati come titoli tossici che nessuno vuole più neanche al prezzo di dieci centesimi per dollaro, la metà, cioè, del prezzo pagato all’ineffabile John Thain da un investitore che dovette finanziare per pari importo, impegnandosi per soprammercato a riacquistarli (impegno oggi in capo, insieme alla grana dei bonus, alla altra grande banca tecnicamente fallita a stelle e strisce e che risponde al nome di Bank of America), il che mi induce a pormi doverosamente l’interrogativo su quale potesse essere l’ammontare iniziale di questa roba nell’estate dello stesso 2007, anche se credo che si tratti di un interrogativo destinato a restare senza risposta!

A questa come ad altre domande cerco di fornire risposta nelle oltre cinquecento puntate del Diario della crisi finanziaria, anche se inizio a credere che, pure essendo partito dall’analisi delle vere cause della tempesta perfetta in corso da oltre un anno e mezzo, qualche risposta può provenire dall’analisi degli effetti che la crisi sta avendo su questioni affatto marginali come la trasformazione dell’assetto geopolitico a livello globale, anche perché credo che siamo sempre di più a concordare che, alla fine della fiera, dei dieci piccoli indiani ne resterà in piedi, e più forte che pria, soltanto uno: gli Stati Uniti d’America, anche perché non me la sento di scommettere né sull’Unione europea, né sulla Cina, ne tanto meno sull’India, mentre è certo che ancor più a pezzi ne usciranno i paesi dell’America latina, quelli dell’Africa, i paesi arabi, e le sdentate tigri asiatiche.

Ma c’è una domanda che solo pochi mi hanno posto sinora ed è quella a cui è ancora più difficile rispondere: come mai solo oggi ci si pone il problema della forse eccessiva libertà di azione che è stata lasciata a David Einhorn e a quel manipolo di miliardari che ne stanno copiando pedissequamente il sistema, vendendo dal settembre 2007 a piene mani le azioni delle maggiori entità protagoniste del mercato finanziario globale, se non trasformarsi repentinamente in accaniti rialzisti quando le sonnecchianti Autorità decidono di porre limiti temporalmente prestabiliti alla possibilità di operare allo scoperto, un cosiddetto calcio di rigore a porta rigorosamente vuota che non a caso persone come George Soros e Warren Buffet, due che tutto sono fuorché due stinchi di santo, hanno dichiaratamente evitato di tirare!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

mercoledì 4 marzo 2009

Obama va all'attacco di Wall Street!


Sfruttando appieno il favorevole clima psicologico che accompagna i primi mesi di vita di ogni nuova amministrazione americana, Barack Obama, sta portando un deciso affondo alle varie Big dell’economia a stelle e strisce, Big Finance, Big Pharma, Big Oil e chi più ne ha ne metta, innescando un conflitto al calor bianco dagli esiti difficilmente prevedibili, soprattutto perché è molto difficile, che in piena luna di miele con l’elettorato e un quadriennio durissimo davanti, il giovane avvocato di Chicago finisca per venire a patti con quelli che già si profilano come i principali e più agguerriti avversarsi del cambiamento da lui invocato nel corso della lunghissima campagna elettorale.

Per una volta, mi trovo in profondo disaccordo con Paul Krugman, Nouriel Roubini e altri economisti a stelle e strisce, che, in buona sostanza, imputano a Obama di mettere in campo provvedimenti che si fermano a un certo punto, come, a esempio, nel caso della mancata completa nazionalizzazione di Citigroup, un caso da manuale, a mio modesto avviso, di bicchiere mezzo pieno visto, da questi valentissimi economisti, come mezzo vuoto, quasi non si rendessero conto che, in un Paese come quello dove loro si trovano a vivere, la trasformazione di azioni privilegiate sottoscritte dallo Stato in azioni ordinarie della più grande banca statunitense costituisce un atto realmente rivoluzionario, soprattutto quando sono state nazionalizzate tout court entità gigantesche come AIG, Fannie Mae e Freddie Mac!

La stessa nazionalizzazione delle entità appena citate non è stata di per sé risolutiva, né poteva ragionevolmente esserlo, dei quasi inestricabili nodi che avviluppano il mercato finanziario statunitense, vera costola fondante del sistema finanziario globale, ma hanno avuto il pregio di fare emergere una parte rilevante di quanto era stato volutamente e deliberatamente nascosto dagli strapagati presidenti e amministratori delegati precedenti, cosa che è destinata inevitabilmente a verificarsi in quella sorta di supermarket del credito che era divenuta la molto multinazionale Citigroup a causa delle scelte dissennate di Weill e del suo successore Chuck Prince III, mentre osservo solo di passata che, con quella che il Wall Street Journal, ha definito poco di meno di una pistola puntata alla testa, Geithner è riuscito a imporre al principe saudita Al Waalhed e a vari fondi sovrani di trasformare titoli con agganciata una operosissima cedola in azioni ordinarie di Citi.

Il vero e proprio braccio di ferro in corso tra il numero uno di Bank of America e il nuovo sceriffo di New York, Andrew Cuomo, con il secondo che ha messo il primo sotto inchiesta per il suo ostinato rifiuto a svelare i nomi dei manager si Merril Lynch destinatari dei bonus multimilionari in dollari alla vigilia dell’acquisizione della ex Investment Bank da parte di BofA, minaccia di trasformarsi nell’anticamera della nazionalizzazione, sempre nella versione obamiana, della seconda banca statunitense, anche se è certo che, sooner or later, lo stesso destino toccherà a tutte le entità creditizie che hanno fatto la parte del leone nella spartizione dei primi 350 miliardi di dollari previsti dal TARP.

Come i miei lettori ben sanno, ho dedicato le ultime dieci puntate del Diario della crisi finanziaria alle conseguenze e economiche di Silvio Berlusconi, dieci giorni che sono stati alquanto travagliati sia al di qua che al di là dell’Oceano Atlantico per vicende alle quali ho potuto, al più, dedicare dei brevi siparietti, anche se devo dire che quasi tutto quanto è accaduto era stata largamente trattato nelle settimane e nei mesi precedenti, a esempio nelle due puntate che ho dedicato tempo fa al male oscuro di Citigroup, anche se devo dire che sono rimasto sorpreso nel vedere gli afflussi record di visitatori del blog sia dall’Italia che dall’estero in concomitanza con la pubblicazione a puntate del breve saggio dedicato a vicende complesse e molto domestiche.

Al di là delle oramai abituali montagne russe dei mercati azionari, devo dire che concordo con quanto detto ieri da Bernspan e da Jean Claude Trichet, quando, più o meno all’unisono, hanno affermato che il peggio non è assolutamente alle spalle, una cosa della quale i risparmiatori/investitori si sono, loro malgrado, perfettamente accorti da soli, anche perché i due maggiori banchieri centrali del pianeta si ostinano a stare pervicacemente behind the curve, al punto che, il primo dei due, per vederci meglio ha pensato bene di azzerare di fatto i tassi a brevissimo termine, mentre il secondo si tiene attaccato a quel due per cento che, per un germanizzato quale lui è, corrisponde più o meno a tassi di interesse negativi!

Certo che i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali dei sette paesi maggiormente industrializzati, quegli stessi che nel loro recente summit lampo di Roma avevano detto di non essersi assolutamente occupati di cambi, qualche frase dedicata all’argomento devono poi averla detta, almeno a giudicare dal sensibile indebolimento dello yen giapponese sia nei confronti del dollaro che dell’euro, un movimento alquanto repentino e che ha fornito una salutare boccata di ossigeno alle imprese esportatrici nipponiche che, come sta accadendo un po’ a tutta l’Asia, registrano un calo verticale delle loro spedizioni oltremare.

Il fallimento dell’ennesimo vertice dei capi di Stato e di governo dei ventisette paesi dell’Unione europea, o meglio la vittoria della posizione tedesca nettamente contraria ad adottare un piano di salvataggio dei paesi dell’Est, rischia di avere conseguenze drammatiche per le banche tedesche, francesi, britanniche e italiane presenti in quei paesi, ma anche di questo i risparmiatori/investitori sembrano essersene già perfettamente resi conto, mentre non so quanto ne siano consapevoli coloro che li governano!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

martedì 3 marzo 2009

Le conseguenze economiche di Silvio Berlusconi (decima e ultima parte)


Delineato lo scenario sulle tre questioni centrali della Bermonti Economics, assetto del mercato finanziario italiano, ruolo della media, piccola e piccolissima impresa e dei cosiddetti lavoratori autonomi, mercato delle telecomunicazioni in senso lato (telefono, televisioni e internet), ci si potrebbe anche fermare qui, non fosse che l’articolazione della politica economica e fiscale si interseca con questi e moltissimi altri aspetti della vita sociale ed economica del nostro Paese che non possono essere lasciati in ombra, per non parlare di quelli che nei bugiardini delle case farmaceutiche sono definiti gli effetti collaterali e le interazioni tra un aspetto e un altro dell’agire economico, come ben sanno quei benemeriti che cercano di convogliare in un modello più o meno econometrico i comportamenti più o meno razionali dei diversi attori che ogni giorno di muovono sulla scena economica italiana, europea e globale, spesso non tenendo conto del fatto che la storia economica ha già fatto bellamente giustizia dell’unica teoria, quella dell’equilibrio economico generale di walrasiana memoria, che cercava a modo suo di descrivere un mercato nel quale tutti disponessero delle stesse informazioni, ognuno agisse in modo razionale e la stessa determinazione dei prezzi relativi venisse istantaneamente risolta dalla celebre mazza del banditore!

Già, perché ogni decisione presa dall’apparente protagonista della vita economica e sociale del Paese, il Governo pro tempore in carica, comporta effetti che sono noti solo in minima parte da coloro che assumono le stesse decisioni, peraltro spesso modificate nel corso delle estenuanti e convulse sessioni parlamentari, nonché, come è emerso indubitabilmente in più di un’occasione, modificate in modo tutt’altro che marginale, dagli estensori della versione finale del provvedimento, un iter che coinvolge poco meno di mille persone della cui preparazione in materia economica e finanziaria nutro più di qualche dubbio, anche alla luce del fatto che delle professioni rappresentate nell’esecutivo e nel legislativo quella dell’economista è certamente quella che presenta un peso del tutto marginale.

Quanto poi alla capacità del Governo di influenzare la struttura dei prezzi, anche di quelli che pesano fortemente nel paniere della famiglia italiana, poco importa se consumatrice o produttrice, basterebbe fare riferimento a quelli in qualche modo legati all’energia, tariffe elettriche e del gas, nonché prezzo dei carburanti, peraltro fissati da un ristretto numero di aziende, per capire che anche un bambino dotato di pallottoliere sarebbe in grado di esercitare un’influenza maggiore di quella che gli esecutivi di centro-destra e di centro-sinistra siano mai riusciti, o abbiano mai voluto, esercitare!

Che dire poi dei prezzi e delle condizioni applicati nel mercato finanziario e relativi a depositi, impieghi, polizze, commissioni legate alla gestione professionale del risparmio altrui, e via discorrendo, ma basterebbe un riferimento al recente provvedimento in materia di agevolazioni statali all’acquisto di un veicolo più o meno ecologico per capire che i decision makers si sono banalmente dimenticati di prevedere che, per beneficiare delle agevolazioni, le case automobilistiche venissero tassativamente chiamate a fare la loro parte.

Se vi è poi un aspetto che, per motivi strettamente temporali, è stato gestito sia da Berlusconi che da Prodi, quello dell’adesione e successiva introduzione della moneta unica europea, non credo sfugga a nessuno che ci si è semplicemente dimenticati di adottare semplici accorgimenti che avrebbe impedito a tutti coloro che hanno la facoltà di determinare i prezzi del prodotto/prestazione/servizio di fare quello che poi in larghissima parte hanno fatto e, cioè, di applicare un tasso di conversione molto diverso da quello ufficiale, il che ha consentito ai proprietari di case, ai professionisti di ogni ordine e specie, ai commercianti all’ingrosso e al dettaglio, alle imprese meno aperte al commercio internazionale di dividere per mille invece che per poco meno di duemila il prezzo in lire per ottenere il nuovo prezzo espresso in euro!

Pur avendo dedicato ben due puntate del Diario della crisi finanziaria all’argomento, mi preme qui ricordare che non vi è traccia nella storia economica italiana del secondo dopoguerra mondiale di un impoverimento istantaneo di questa proporzione a danno di tutti coloro che i prezzi sono costretti a subirli, non avendo possibilità alcuna di determinarli: i lavoratori dipendenti non impegnati in attività imprenditoriali o autonome part time o in nero e i pensionati che si trovano nella stessa condizione; poco importa, da questo punto di vista, determinare con esattezza la misura dell’impoverimento, anche se va detto che stime molto, ma molto prudenziali permettono di dire che non è stata comunque inferiore al 20-30 per cento, un livello cui si giunge solo perché alcuni prezzi sono andati in controtendenza per motivi che non è assolutamente il caso di esaminare in questa sede.

Stranamente, questa questione si intreccia molto strettamente con quella del deficit statale e dello stock del debito pubblico esaminata in precedenza, ma ancor di più con quella debolezza della componente legata ai consumi della più generale domanda effettiva che è poi legata alla tassa invisibile rappresentata dall’invarianza degli scaglioni fiscali rispetto all’inflazione e al peso complessivo del carico fiscale, sia di quello legato alle imposte dirette che alle molto inique imposte indirette e accise!

Sarei molto curioso di vedere cosa accadrebbe applicando un semplice caso di what if? ai sofisiticatissimi modelli econometrici della Banca d’Italia o degli altri centri studi economici esistenti nel nostro Paese, ipotizzando un rialzo generalizzato delle retribuzioni e delle rendite pensionistiche nella misura che ho indicato come stima di quella che potremmo considerare la tassa dell’euro, una condizione accompagnata dalla restituzione del fiscal drag relativo ai numerosi anni nei quali tale doverosa operazione non è stata effettuata, assicurando anche ai più scettici tra i miei lettori che avremmo un impatto sulla domanda effettiva realmente significativo e che, unito al piano di investimenti per infrastrutture e altre opere pubbliche già immaginato dall’esecutivo, aiuterebbe, via moltiplicatore, a determinare una crescita del prodotto lordo nel medio periodo più che proporzionale, anche tenendo conto della relativa perdita in termini di ragioni di scambio.

Sono certo che una simile idea non sfiora neppure la mente di Bermonti, né farebbe parte di un eventuale programma dei cento giorni di un vittorioso (?) schieramento avverso, il che pone inevitabilmente la necessità di affrontare l’altro corno del dilemma italico, quello della ostinata e pervicace sottrazione da parte dei contribuenti appartenenti alle categorie imprenditoriali e autonome di svariate centinaia di miliardi imponibile fiscale e contributivo, con relativo aumento delle imposte e dei contributi da loro sopportati, ma che, al netto del diverso sistema di detrazione e meccanismi elusivi leciti, continuerebbe a non essere paragonabile a quello sopportato dai soliti noti, che poi spesso tali sono solo perché il loro datore di lavoro o l’ente erogatore della pensione sono obbligati a esercitare il ruolo di sostituti di imposta, ovviamente quando non li rendono complici, più o meno consenzienti, dell’evasione fiscale e contributiva da loro allegramente e molto impunemente esercitata.

Credo di avere fornito in queste dieci puntate tutti gli elementi di cui dispongo per il momento su quella che molto prevedibilmente sarà la politica economica e fiscale di Silvio Berlusconi, ripromettendomi in un prossimo futuro di riprendere l’argomento, anche se credo proprio che non sia difficile capire dove è destinata a finire l’economia italiana non prendendo, come si suole dire, il toro per le corna a causa delle contraddizioni intrinseche al blocco sociale pervicacemente coccolato dal nostro premier e dai suoi più stretti collaboratori, uno scenario che, ahinoi, ci porta dritti, dritti verso la situazione vissuta a suo tempo dall’Argentina e che, in un futuro molto prossimo, potrebbe colpire buona parte dei new comers europei!

Mi scuso con i tanti lettori stranieri del Diario della crisi finanziaria che hanno pazientato per questi dieci giorni integralmente, o quasi, dedicati alle vicende di un paese che sarà pure sempre più marginale sulla scena economica e finanziaria globale, avrà pure gran parte di tutti i difetti che ci vengono generalmente imputati dai severi osservatori stranieri, ma che rimane, wright or wrong, my Country!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

lunedì 2 marzo 2009

Le conseguenze economiche di Silvio Berlusconi (nona parte)


E’almeno dalla fine dei ruggenti anni Ottanta, ma in particolare dal Governo Amato che prese il via in piena Tangentopoli, che qualsiasi esecutivo si sia succeduto alla guida del Paese ha, in realtà, avuto le mani legate dal peso percentuale e dal valore assoluto del debito pubblico, una questione che che è stata tuttavia gestita in modo assolutamente passivo, se si fa eccezione per qualche decisione episodica e non sempre impeccabile presa da Giulio Tremonti nella parte di quinquennio 2001-2006 che ha gestito prima della cacciata decisa da Fini e Casini, aprendo la strada al grigio periodo interinale di Domenico Siniscalco.

E’ perlomeno strano che in una fase durata poco meno di venti anni e pressoché coeva alla crescita esponenziale della finanziarizzazione a livello globale, non si sia cercato di fare nulla per trasformare il problema del debito pubblico in un’opportunità, lasciando tutto il campo a idee, purtroppo spesso realizzate, che equivalevano più o meno alla vendita o alla svendita della argenteria di famiglia, un esercizio questo che non ha assolutamente visto differenze negli esecutivi che si sono succeduti, anche se, come ho ricordato sopra, le decisioni più significative e irreversibili furono prese nei primi anni Novanta dal trio Ciampi-Amato-Draghi, mentre non vi è dubbio che sia che Berlusconi che Tremonti, in particolare nella presente esperienza governativa, sembrano gradire molto di più l’idea di una maggiore influenza dello Stato nelle utilities ancora non del tutto privatizzate, ENI ed ENEL in primis, ma anche a contare in società del tutto private quali Telecom Italia, per non parlare di quella vera e propria ansia di controllare direttamente o indirettamente i maggiori gruppi creditizi italiani.

Che il settore delle telecomunicazioni inteso in senso lato sia oggetto di attenzioni a livello quasi ossessivo da parte di Silvio Berlusconi è cosa non solo ultranota, ma anche comprensibile alla luce degli interessi diretti che il premier ha nel settore dei media, televisivi e non, un mercato che presenta rilevanti analogie con quello creditizio, anche se in realtà in questo caso si può parlare a buon diritto più di un duopolio che di un oligopolio collusivo, anche se si tratta di un duopolio che inizia a essere minacciato dalla crescente concorrenza della Sky di Rupert Murdoch, mentre non sembra preoccupare troppo quella che sempre più spesso appare davvero come Raiset l’insidia rappresentata dalle due reti che fanno capo direttamente a Telecom Italia, sempre che Bernabé non pretenda di crescere in termini di audience più di quanto fece a suo tempo Marco Tronchetti Provera.

Così come è un vero e proprio segreto di Pulcinella l’interesse nutrito da Berlusconi per il matrimonio del secolo, quello tra Mediaset e Telecom Italia, un interesse che rappresenta un, anche se non l’unico, motivo per la decisa azione di interdizione che Palazzo Chigi esercita sulle ambizioni della spagnola Telefonica e su quelle dell’amico-rivale Murdoch, entrambi interessati a fare il colpaccio, la prima con una possibile scalata o in Telco o sull’intera società, mentre il secondo sembra più che interessato a superare i limiti derivanti dal satellite, traslocando armi e bagagli sul filo.

Dopo la triste esperienza fatta nella sua prima vita da amministratore delegato di Telecom Italia, non vi è dubbio che Franco Bernanbè, che è solo per caso un altro ex pupillo e protetto di Franco Reviglio della Veneria, ha certamente capito che non è assolutamente il caso di mettersi in rotta di collisione con il Governo, pare anzi che sia uno dei più assidui frequentatori delle stanze che contano a Palazzo Chigi, una frequentazione che è divenuta molto più intensa nelle ultime settimane, quasi che il due volte amministratore delegato di Telecom, con esperienza in posizione analoga nientepopodimeno che all’ENI, una parentesi alla presidenza europea di Rothschild, consideri l’esecutivo il suo vero e unico azionista di riferimento, quasi fossimo ancora ai tempi della Super Stet di Agnes e Pascale!

Al di là del fatto indubitabile che Franco Bernabè sia uno dei pochi top manager italiani di assoluta qualità, certificata anche dalla sua frequentazione di un club esclusivo come il gruppo Bildberg, le ragioni della sua sudditanza dall’asse Berlusconi-Tremonti Letta sono alquanto semplici e risiedono nella struttura debitoria del gruppo che guida per la seconda volta che, dopo la scalate di Roberto Colaninno e quella di Marco Tronchetti Provera, si trova ad un rapporto tra indebitamento netto e fatturato che continua ad oscillare su valori prossimi a due, ma che è stato già spolpato di tutto lo spolpabile dai due precedenti controllanti, come con giusta veemenza osserva Beppe Grillo, ma quello che più colpisce è che oltre due terzi dei titoli del debito siano stati emessi all’estero, presentando così una situazione non troppo diversa da quella della Parmalat di Tanzi o della Cirio di Cagnotti prima dei rispettivi e clamorosi default.

Anche se è certamente vero che tale situazione non si presenti in modo diverso nelle principali grandi imprese basate in Italia, è quanto meno ovvio che a Bernabè necessiti assolutamente la qualificazione di campione nazionale e la realtiva protezione del Governo contro gli appetiti del socio Carlos Alierta e dello ‘squalo’ Murdoch, due che notoriamente sono molto attivi quando sentono il sangue fuoriuscire dalle ferite della preda di turno, ma anche due persone perfettamente in grado di cogliere il messaggio implicito nell’operazione CAI-Alitalia, un’operazione certamente assurda se osservata sul piano dell’economicità o dal punto di vista dei danneggiati creditori e contribuenti, ma che rappresenta un chiaro warning nei confronti di chi osi pensare che sia possibile ‘allargarsi’ in Italia non solo senza l’avallo politico, ma addirittura contro il volere dell’inquilino pro tempore di Palazzo Chigi.

Una delle caratteristiche principali di Silvio Berlusconi è quella di essere in grado di trasformare, a volte in modo anche brillante, qualsiasi rischio o minaccia in un’opportunità, anche perché non è affatto escluso che possa decidere di sfruttare le ambizioni dello spagnolo e dell’australiano per risolvere o perlomeno diluire fortemente l’annosa questione del conflitto di interessi che, assieme alla sua inguaribile tendenze alle gaffes più o meno pesanti, rappresenta da sempre il suo tallone d’Achille, anche se tendo a escludere che rinunci a essere socio dell’aggregato che potrebbe venire fuori da un merger tra telefonia e televisione, anche perché, al di là della quota residua, basta avere un patto di sindacato blindato per continuare a esercitare la sua influenza sul colosso che potrebbe nascere.

Pensate all’impatto che avrebbe una simile operazione che, in un solo colpo, consentirebbe a Berlusconi di affermare di avere risolto il suo conflitto, di uscire dall’angolo dell’obsolescenza della sua principale creatura imprenditoriale, di trovare un successore al povero Fedele Gonfalonieri che non ne può proprio più di continuare a essere il parafulmine del suo amico di gioventù, di avere una quota di quella che potrebbe essere un’impresa di grande successo, di monetizzare l’investimento in Mediolanum, nonché di smettere di essere il generoso editore di Massimo d’Alema e Walter Veltroni! A domani, per la decima e ultima puntata.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

domenica 1 marzo 2009

Le conseguenze economiche di Silvio Berlusconi (ottava parte)


Le considerazioni riportate nelle sette puntate precedenti costituiscono in realtà poco più che una premessa per giungere a quello che considero indubitabilmente il cuore del problema italiano, quello, cioè, rappresentato dal Moloch del debito pubblico in senso stretto, al netto del debito previdenziale e di quello non visibile ai più, perché nascosto nelle pieghe delle tante operazioni che lo hanno reso invisibile alle statistiche ufficiali, quello, per intenderci, che viene raffrontato al deficit annuale per fornirci quel valore che va raffrontato a quel limite massimo del 60 per cento previsto dal Trattato di Maastricht, piccola località olandese nella quale gli allora paesi membri dell’Unione europea gettarono le basi per la nascita della moneta unica europea, attualmente adottata da sedici dei ventisette paesi aderenti, ma che, anche grazie alla tempesta perfetta in corso da oltre un anno e mezzo, vede allungarsi la lista dei candidati all’ingresso, Gran Bretagna, Danimarca e Svezia in primis, oltre, ovviamente, a quella parte dei new comers che sta faticosamente cercando di mettersi in regola con i requisiti richiesti dalla lettera e dallo spirito del summenzionato Trattato.

Come forse ricorderanno i miei lettori, gli undici paesi che con l’Italia erano candidati nel 1998 fecero un vero e proprio atto di fede nella capacità dell’Italia, giunta stremata ma felice al raggiungimento ‘istantaneo’ del 3 per cento nel rapporto deficit/PIL nel 1997 grazie alla cura da cavallo fortemente voluta dal ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, e dall’allora premier, Romano Prodi, di mantenersi anche nel futuro entro tale valore e di ridurre progressivamente, ma decisamente, il rapporto tra debito e PIL per convergere da valori decisamente superiori al 100 per cento alla fatidica soglia del 60 per cento, anche se nessuno è stato sinora in grado di spiegare i reali motivi che spinsero i padri fondatori dell’euro a fissarla proprio a quel livello.

La chiave di volta, mi verrebbe di dire il grimaldello, che fu alla base del successo della titanica impresa di Ciampi e Prodi è rappresentata dal cosiddetto avanzo primario, che poi non è che la differenza positiva tra le entrate e le uscite di quel perimetro del settore pubblico considerato ai fini EUROSTAT, al netto degli oneri legati al debito pubblico allora considerevole in termini di rapporto percentuale con il PIL, ma che oggi ha decisamente superato, in valori assoluti, la soglia dei tremila miliardi di quelle che Berlusconi continua a chiamare le vecchie lire.

Per quanto riguarda le vicende di quel periodo, nonché la ricostruzione della famosa notte dell’euro, rinvio alle puntate del Diario della crisi nelle quali mi sono occupato di vicende che ho vissuto nella veste di economista di sala di una importante banca italiana, occupazione che lasciai in un’altra notte ripresa in diretta televisiva e dopo aver rilasciato un’intervista ad un bravo giornalista economico del TG3 poi approdato a Canale 5, quella della fissazione delle parità fisse e irrevocabili nel maggio del 1998, sia perché assumevo l’incarico di capo ufficio studi e capo ufficio stampa della UILCA, ma soprattutto perché, in un mercato Forex di fatto ridotto a tre valute, l’attività di previsore sui cambi era pressoché superflua, anche se restava centrale quella di central banks watcher al fine di prevedere i movimenti dei tassi di interesse ufficiali.

Anche sull’ingresso nell’euro e sulle scelte di politica e economica e fiscale assunte dall’allora maggioranza di centro sinistra capitanata da Prodi, lo scontro politico tra europeisti e atlantici fu al calor bianco, anche se i danni prospettici maggiori avvennero nel corso del Governo di Lamberto Dini, frutto dello sfilamento repentino della Lega dalla maggioranza, ma anche di un’opposizione sindacale ai progetti del Berlusconi I che vide milioni di lavoratori e pensionati invadere le principali piazze del Paese, ma sta di fatto che tedeschi e olandesi scommisero su di noi sino ad accettare un rapporto di cambio tra lira e marco tedesco, fondamentale per la successiva parità con l’euro, molto più elevato dei loro desiderata, concedendo alla volenterosa Italia l’ultima svalutazione della lira e ai lavoratori dipendenti e ai pensionati un pesante burden dal quale non si sono ancora ripresi, né, a mio modestissimo avviso, si riprenderanno mai!

Svaniti in brevissimo tempo gli effetti dell’ultima svalutazione, rimase per tutti noi il mito dell’avanzo primario, un qualcosa che, formichine risparmiose come siamo, ci rese anche alquanto orgogliosi, una sorta di vincolo di bilancio sistemico che però, guarda caso, si è accompagnato, negli undici anni successivi, a livelli di crescita della ricchezza nazionale realmente infimi, in parte frutto dello sciopero degli investimenti della stragrande maggioranza degli imprenditori, in particolare di quelli medi, piccoli e piccolissimi, che si ritennero eccessivamente tartassati dal Fisco e dal proliferare di quelli che Guido Carli amava definire i lacci e i laccioli dell’economia italiana, il che, detto dal teorizzatore nonché utilizzatore pratico della corda del boia in materia di tassi di interesse, per non parlare della sua esperienza come ministro del Commercio con l’estero negli anni Cinquanta, fa un po’ sorridere, anche se, come diceva Augusto Graziani, mio relatore di laurea, in fondo Carli era un keynesiano suo malgrado.

Seppur da madri e padri di famiglia italiani ci rendiamo tutti conto dell’importanza del fatto di spendere meno di quanto guadagniamo, è altrettanto evidente che risulta difficile accettare lo stesso principio nell’attività economica d’impresa, un’attività che non del tutto a caso viene definita di rischio e che richiede il ricorso al credito bancario sia per ragioni di elasticità di cassa che per il finanziamento a medio-lungo termine di quegli investimenti che non è possibile alimentare con il solo autofinanziamento derivante dalla redditività dell’azienda, così come è arduo ritenere che solo lo Stato non debba accettare di avere un debito più elevato del ‘fatturato’, cosa che accade tranquillamente con riferimento alla Fiat, all’Enel, alla Telecom Italia e all’Eni, entità che assommano debiti di varia natura fino a due volte quanto producono annualmente, sopportando più o meno agevolmente gli oneri connessi con il servizio del debito.

Certo, se si ha del debito pubblico una visione statica e una gestione alquanto passiva, la formula applicata dal duo Ciampi-Prodi o Padoa-Schioppa-Prodi è l’unica possibile, né l’esperienza del Berlusconi I e del Berlusconi II si sono molto discostate da questa sorta di maledizione del debito che avrà molto di biblico, ma ben poco di economico, anche se va detto che qualche tentativo di marcamento e di alleggerimento Tremonti l’ha pure tentata, ma. Come ha detto il suo Maestro Reviglio nell’intervista già citata, commettendo qualche errore e qualche superficialità dettata sia dall’inesperienza che dalle caratteristiche intrinseche del personaggio!

Pur sapendo i miei lettori cosa penso dei concomitanti fenomeni di finanziarizzazione, globalizzazione e deregolamentazione selvaggia, non appartengo affatto alla vasta schiera di quanti ritengono che si possa gettare allegramente via il bambino con la relativa acqua sporca, il che mi permette tranquillamente di dire che esistono tecnicalità in abbondanza per non rassegnarsi a strangolare l’economia reale e accettare supinamente la iattura di crescere a un tasso frazionale di quello potenziale o accettare che per svariate ragioni, non escluso l’istinto di sopravvivenza, un’enorme quantità di imprenditori e relativi loro collaboratori debbano in eterno restare in quella zona grigia che è l’economia sommersa o in nero.

Sulla gestione attiva del debito pubblico ho ricevuto un interessante proposta di un centro studi privato di Novara, così come negli anni ho discusso con esperti di strumenti del debito della possibilità di trovare forme innovative che non passassero per la svendita del patrimonio dello Stato, al punto di pensare che questo passaggio è il vero Hic Rodhi hic salta di chiunque voglia assicurare un futuro diverso al nostro Paese! Ma di tutto questo parlerò più diffusamente nella puntata di domani.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .