mercoledì 21 settembre 2016

Chi è Jens Weidmann e perché parla male di noi?


Sarà vero anche per altri paesi, ma le nomine degli alti burocrati in Germania sono strettamente legate alle appartenenze politiche e non fa certo eccezione a questa regola il non più così prestigioso incarico di presidente della Bundesbank, assegnato anni fa dalla cancelliera Angela Merkel al suo pupillo Jens Weidmann, la banca centrale tedesca che, come le altre 18 consorelle dei paesi dell'area dell'euro, ha dovuto cedere gran parte delle attribuzioni in favore della Banca Centrale Europea, dalla vigilanza alla politica monetaria fino alla stampa della moneta, una perdita di attribuzioni che brucia ancora di più perché, in base ad un patto non scritto, la Germania ha ottenuto che la sede della BCE fosse a Francoforte, sede peraltro del colosso creditizio dai piedi di argilla Deutsche Bank, ma ha dovuto rinunciare alla possibilità che il suo capo della Bundesbank possa aspirare a ricoprire il posto ricoperto all'inizio da un olandese, poi da un francese e infine da un italiano, Mario Draghi per l'appunto.

Negli scorsi anni, tuttavia, il presidente della Bundesbank, l'ascetico Weidmann, appunto, ha ottenuto la presidenza della Banca dei Regolamenti Internazionali, con sede in quel di Basilea, e si sta dando molto da fare perché da questa venga individuata una soluzione a quella che per lui è diventata una vera e propria ossessione e che consiste nel fissare un limite del 25 per cento al possesso di titoli di Stato da parte delle banche, solo che, essendo un organismo che raggruppa le banche centrali di tutto il mondo, tale misura dovrebbe valere all over the world e questo non rende facile per il nostro ottenere quanto vuole.

Prima di entrare nel merito delle nuove accuse del presidente della Bundesbank alla politica monetaria perseguita da Mario Draghi e all'Italia, vediamo come ha operato negli ultimi decenni la banca centrale tedesca in materia di vigilanza e di prevenzione di possibili dissesti delle banche tedesche quando le stesse, fino al giugno del 2014, erano controllate dalla Bundesbank e vediamo come, oltre ai veri e propri disastri nel settore della landesbanken (banche regionali direttamente controllate dai rispettivi Land) e delle sparkassen (casse di risparmio) due comparti che hanno ricevuto sostanziosi finanziamenti pubblici ma che ancora, emblematico il caso della landesbank di Brema, continuano a traballare, mentre la vigilanza sulle due maggiori banche tedesche, Deutsche Bank e Commerzbank, è stata veramente lacunosa e le due banche globali si sono presentate all'appuntamento con gli alti marosi della prima fase della Tempesta Perfetta gonfie fino all'inverosimile di derivati, e quel che è peggio di titoli tossici  di categoria 3, considerati i peggiori e che in pochi mesi dopo lo scoppio della crisi nell'agosto del 2007 non facevano letteralmente più prezzo, ma il bello è che, quando si giunge a determinare i pesi di rischiosità dei vari assetts, la Germania ed altri paesi spingono per attribuire un peso molto modesto a derivati e titoli tossici e uno molto più alto ai Non Performing Loans, cosa che diviene vangelo nelle prassi operative del Consiglio di vigilanza presso la BCE presieduto dall'ineffabile Madame Nouy, come le banche italiane hanno appreso a proprie spese.

Non una parola né un provvedimento da parte della Bundesbank rispetto al fioccare di multe miliardarie a carico della Deutsche Bank, fino all'ultima richiesta da parte del Governo degli Stati Uniti d'America di una sanzione da 14 miliardi di dollari che, per chi non conoscesse il sistema statunitense, verrà sì ridotta ma che ha pendente la possibilità di giungere al ritiro della licenza all'esercizio del credito negli USA, un'eventualità insopportabile per una banca globale come Deutsche.

Ma di tutto questo Weidmann evidentemente non si preoccupa, perché la sua unica fissazione è contrastare il Quantitative Easing di Mario Draghi con accuse al limite del risibile che però rischiano di fare breccia nei cuori dei Governi dell'Europa del Nord che temono che la BCE si sia spinta troppo oltre nell'inondare il mercato di liquidità, tutto questo incurante del fatto che la Germania è la prima beneficiaria degli interventi di Draghi e compagni, e questo ha inciso sui tassi negativi cui è giunto il decennale, al punto che non ci sono praticamente più Bund da acquistare sul mercato, così come sostiene che la politica dei tassi a zero sia negativa per le banche dei loro paesi, non vedendo che il problema è quello del blocco di fatto del mercato dell'Euribor, basato sul semplice fatto che le banche non si fidano le une delle altre, e sopportano sensibili oneri proseguendo nella loro pratica di depositare overnight presso la BCE. gran parte delle somme ricevute dalla stessa.

Per quanto riguarda le accuse all'Italia siamo altrettanto al limite della provocazione, perché Weidmann sa benissimo che la flessibilità che l'Italia ha ottenuto è nei limiti delle regole e che ci sono paesi come la Spagna, il Portogallo, la Francia che non rispettano neppure la regola del 3 per cento del deficit sul PIL, così come sa che buona parte dell'incremento del debito è legato a impegni internazionali e alla scelta del ministro dell'Economia di mettere fieno in cascina approfittando dei tassi bassi, mentre la Germania da sei anni non rispetta la regola del 6 per cento come massimo avanzo commerciale consentito, e che, dopo un blando richiamo della Commissione, ora è arrivata addirittura a sfiorare l'otto per cento.

Ma c'è un argomento sul quale Weidmann, come il falco Schauble e la stessa Merkel si sono dimostrati molto comprensivi con l'Italia, ed è quella richiesta alla Commissione UE di valutare l'eccezionalità della situazione che si è aperta anche con la Brexit e che punta a non considerare aiuti di Stato eventuali interventi volti al rafforzamento delle banche, una richiesta che, se accolta, tornerebbe molto utile come precedente alla Germania nel caso di tracollo di Deutsche e/o di Commerz, due banche per le quali potrebbe servire un supporto finanziario nell'ordine delle centinaia di miliardi di euro!

P.S. Le dichiarazioni di ieri del ministro dell'Economia, Piercarlo Padoan, confermano le indiscrezioni che vedevano in una sua perentoria telefonata all'ex AD di MPS, Fabrizio Viola, le ragioni delle repentine dimissioni di quest'ultimo. In quanto poi al fatto che l'avvicendamento favorirebbe l'adozione di un nuovo piano industriale e la cessione delle sofferenze, temo che questo sia vero in quanto ci si avvicinerebbe di più alle indicazioni di J.P. Morgan respinte da Viola.

martedì 20 settembre 2016

Profumo di massoneria in MPS e Banca Etruria


Dire che a Siena e ad Arezzo l'influenza della massoneria si faccia molto sentire sull'economia ma in particolare nelle banche è davvero un segreto di Pulcinella e lo dico a ragion veduta perché ho lavorato in una grande banca che allo scoppio dello scandalo della loggia massonica Propaganda 2 di Licio Gelli, residente fino alla sua morte avvenuta in tardissima età in Arezzo in quel di villa Wanda, scoprì di avere l'ex direttore generale, quattro direttori centrali e il numero uno dell'entità che si occupava di gestire i patrimoni dei grandi clienti più alcuni funzionari di vario livello iscritti a questa loggia che la commissione parlamentare sciolse e dichiarò essere estremamente pericolosa per la stessa sicurezza dello Stato, una posizione, quella della commissione d'inchiesta, molto coraggiosa ma che sortì pochi risultati perché in quel porto delle nebbie che era allora il tribunale di Roma, ma fu così anche in altre sedi giudiziarie, non si pervenne a nessun risultato significativo, anche perché dalle liste era emerso che gli iscritti rappresentavano un ampio spettro delle aziende di Stato, delle forze armate, della magistratura e che una regola non scritta della P2 prevedeva che dietro ogni iscritto in posizione di potere ci doveva essere una persona volutamente non iscritta in pole position per prenderne il posto in caso di scoperta degli elenchi, così alla fine a pagare il conto fu la povera Tina Anselmi, inflessibile presidente della Commissione, che vide a breve terminare la propria carriera politica.

Ovviamente lo scandalo della P2 riguardo anche altri di quelli che a quei tempi si chiamavano istituti di diritto pubblico, tra i quali lo stesso Monte dei Paschi di Siena,  e una delle cose che Commissione presieduta dall'encomiabile Onorevole Anselmi non fece fu purtroppo proprio quella di non andare a fondo sugli atti compiuti dai confratelli che avevano direttamente o indirettamente la possibilità di concedere credito per verificare se li avevano deliberati ed erogati in base ad uno scrupoloso esame del merito creditizio o per altre e più oscure ragioni e se il nocciolo duro delle perdite su crediti delle ex banche pubbliche e di non poche tra quelle private in qualche caso dominate da logge massoniche antagoniste di quella di Gelli si sia originato proprio da queste concessioni di credito che spesso sorvolavano su particolari quali il merito creditizio del richiedente, le garanzie reali e personali, insomma all'insegna del "basta la parola".

Ora con le dichiarazioni di Ferruccio De Bortoli, giornalista "scomodo", grande editorialista e già direttore di quel Corriere della Sera che fu costretto a lasciare dalla sera alla mattina su pressione della politica, quando dice che sente odore di massoneria nelle vicende del Monte dei Paschi di Siena e, prima della provvidenziale liquidazione, della stessa Banca Etruria, dichiarazioni corroborate, come rivela oggi il Fatto Quotidiano, anche dall'ex presidente di MPS, Alessandro Profumo che in luogo del termine massoneria usa quello di poteri più o meno oscuri e di come, appena arrivato a Siena e resosi conto che molte cose non tornavano, aveva proceduto a quello stesso ricambio dei direttori centrali che aveva operato con successo al Credito Italiano quando da capo della pianificazione e controllo di gestione era divenuto improvvisamente amministratore delegato per decisione dell'allora presidente Lucio Rondelli, ma che, visto che le cose non cambiavano a Rocca Salimbeni, si vide costretto a lasciare dopo soli tre anni la banca senese, e, ma questo lo aggiungo io, lasciando solo l'amministratore delegato Fabrizio Viola a cavare le castagne dal fuoco fino al suo licenziamento nei giorni scorsi, un licenziamento determinato da circostanze talmente oscure e maleodoranti che anche un ex Goldman Sachs come Massimo Tononi ha preannunciato la sua intenzione di dimettersi al termine dell'assemblea che dovrà deliberare l'aumento di capitale ormai certamente targato J.P. Morgan Chase!

Testimonianze di questo intreccio tra massoneria e affari erano peraltro emersi con forza, quando il vice presidente di Banca Etruria, Boschi noto per lo più per essere il padre della ministra per le riforme nel Governo Renzi, aveva incontrato il faccendiere Flavio Carboni, considerato il padre della P3, per avere consigli sul possibile nuovo direttore generale di quella banca già allora tecnicamente fallita e per la quale per fortuna proprio in questi giorni sono giunti ai risparmiatori truffati i primi rimborsi, mentre su MPS mi limiterò a notare che l'ex presidente della Fondazione prima e della banca poi, Mussari, doveva avere appoggi veramente potenti per far dimenticare a una città orgogliosa delle sue tradizioni il fatto di non essere neppure senese.

venerdì 16 settembre 2016

USA chiedono 14 miliardi di $ a Deutsche per i subprime


Quando ho letto la notizia relativa alla richiesta delle autorità federali statunitensi che, nell'ambito di una vertenza legale, chiedono al colosso creditizio dai piedi di argilla Deutsche Bank 14 miliardi di dollari per chiudere la vicenda del suo ruolo molto attivo  in quella che fu una vera e propria tragedia e che innescò la tempesta perfetta nel 2007, quella dei mutui subprime, o meglio, del loro impacchettamento in titoli della finanza strutturata che, grazie alle alchimie degli apprendisti stregoni delle fabbriche prodotto delle divisioni di Corporate & Investment Banking delle banche più o meno globali operanti negli Stati Uniti d'America, ottennero dalle più importanti società di rating del pianeta quella tripla A che consentì a questi titoli di essere acquistati a mani basse dai fondi pensione, dalle compagnie di assicurazione e da altri investitori istituzionali tranquilli sia per l'altissimo rating, ma anche per la clausola di riacquisto che i venditori degli stessi allegramente inserivano nei contratti sottoscritti.

Questa notizia mi fa dunque tornare indietro nel tempo di nove anni e ricordo perfettamente quell'estate del 2007 che si aprì con il default di due o tre entità finanziarie statunitensi per motivi di liquidità di cui nessuno allora capiva i motivi, ma che accesero un campanello d'allarme nella mia mente e in quella di un piccolo numero di economisti e di analisti che avevano compreso che si era di fronte ad una spirale perversa tra calo vistoso dei prezzi delle case e conseguente difficoltà dei mutuatari, spesso titolari di un primo e di un secondo mutuo sulla stessa abitazione, a far fronte alle rate che, spesso, come nel caso dei subprime (che poi significa mutui concessi a cliente al di sotto degli standard di affidabilità creditizia), dopo un periodo di grazia solitamente pari ai primi cinque anni, schizzavano verso l'alto in base alle previsioni del mutuo stesso che l'aspirante proprietario di casa spesso nemmeno leggeva convinto che, dopo il periodo di grazia, sarebbe avvenuta una rinegoziazione delle condizioni capestro!

Ma la più grave crisi finanziaria dalla fine del secondo conflitto mondiale sarebbe stata anche disinnescata se i massimi vertici dell'economia e della politica non fossero stati il presidente degli Stati Uniti d'America, quel George W. Bush coinvolto nello scandalo delle Saving and Loans qualche anno prima in buona parte per ragioni legate ai mutui erogati con estrema leggerezza, il ministro del Tesoro, quell'Hank Paulson che da numero uno di Goldman Sachs sapeva benissimo che quei titoli comprendevano in minima parte i mutui ma erano infarciti di altra roba, sempre inventata dalle fabbriche prodotto, titoli che sarebbero venuti giù tutti insieme in presenza di una certa percentuale di default della componente mutui, facendo scattare le clausole di riacquisto a carico dei venditori degli stessi titoli con conseguente default di chi li aveva venduti, e il presidente della Federal Reserve, quel Benjamin Bernanke, in arte Bernspan per l'influenza esercitata su di lui dal suo predecessore Alan Greenspan, uno studioso di storia dell'economia e specializzato nelle crisi finanziarie, uno studioso abituato a conversare con i suoi amati studenti percorrendo gli stessi vialetti che era uso calcare Albert Einstein. 

Ebbene questi tre personaggi avrebbero potuto disinnescare la bomba se non fosse intervenuto a stretto giro di posta il blocco totale della liquidità al di qua e al di là dell'Oceano Atlantico, blocco intervenuto il 4 agosto del 2007 e richiese altre banche centrali direttamente coinvolte, BCE, Federal Reserve e BoE, interventi per svariate centinaia di miliardi ma che non risolvere la diffidenza reciproca delle banche, non sapendo ognuna quanto fosse intasata di titoli più o meno tossici l'altra, una situazione che, in modo più o meno evidente permane tuttora e costringe le banche centrali a fare da "stanza di compensazione" delle banche da loro sorvegliate.

Ovviamente, quando le cose iniziarono a peggiorare, scomparve un'intera categoria di entità finanziarie, quelle specializzate proprio nell'erogazione dei mutui, subprime e normali, che non potevano assolutamente reggere alle richieste di riacquisto dei mutui erogati e ceduti a banche di varia dimensione, soprattutto quando la caduta del valore degli immobili iniziò a diventare rovinosa e rischiò, cosa che in pochi casi si realizzò, di portare al fallimento delle stesse banche che avevano acquistato quei mutui, con il risultato che iniziarono allora a catena le procedure di foreclosure che a loro volta spinsero ancora più giù i prezzi delle case e la crisi iniziò a toccare fortemente anche quei ceti medio alti che, con il secondo mutuo, aveva trasformato le loro case in un bancomat per pagare gli studi dei figli, le rette del club, la nuova automobile e quant'altro.

Il resto è storia, con il crollo del mercato immobiliare e milioni di americani espropriati delle loro case, milioni di disoccupati aggiuntivi, la nazionalizzazione di Fannie Mae e Fannie Mac, il fallimento di centinaia di banche e, the last but not the least, il non proprio inevitabile fallimento di Lehman Brothers, ma anche la trasformazione in banche ordinarie delle Big Four, Big Five quando Lehman era ancora in vita, la alquanto forzata acquisizione di Merrill Lynch da parte di una molto riluttante e di per sé pencolante Bank of America. Lo studio di queste vicende, in particolare del caso Lehman, getta un ombra sul ruolo dirompente che sta giocando nella vicenda dell'aumento di capitale e dell'azzeramento delle sofferenze del Monte dei Paschi di Siena proprio la J.P. Morgan Chase di Jamie Dixon, l'unico dei banchieri della prima fase della Tempesta Perfetta riuscito a non annegare negli alti, a volte altissimi, marosi della stessa.

A quanto si sa, Deutsche Bank rifiuta di pagare questi 14 miliardi di dollari, 12,5 miliardi di euro al cambio attuale, e inizia così una trattativa tra i suoi agguerriti legali americani e il Governo statunitense, trattative che porteranno probabilmente ad una cifra inferiore, ma pesa ancora la richiesta fatta ad un giudice federale di nominare una personalità indipendente incaricata di valutare cosa è nascosto nei capaci forzieri delle sue due enormi divisioni di Corporate & Investment Banking, con il piccolo corollario della stranezza di avere non una ma ben due CIB! 

giovedì 15 settembre 2016

Padoan e J.P. Morgan dietro l'uscita di Fabrizio Viola da MPS


In un lungo e ben informato articolo, il giornalista de La Stampa Gianluca Paolucci, appositamente inviato in questi giorni in quel di Siena, ha raccontato i retroscena di quello che è stato un vero e proprio licenziamento in tronco  dell'amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena, quel Fabrizio Viola che aveva preso le redini della banca senese letteralmente stremata dalla sciagurata acquisizione di Banca Antonveneta costata oltre nove miliardi di euro e che aveva portato in dote un pacco di miliardi di crediti già o poco dopo andati a male, una banca senese piena di scandali, dai derivati Santorini e Alexandria alla banda del 5 per cento guidata dall'allora capo della divisione finanza per non parlare della mai chiarite circostanze della tragica morte  del direttore centrale addetto alla comunicazione, David Rossi e che aveva proprio quest'anno riportato la banca all'utile e affrontato con estrema energia il nodo dei derivati citati sopra e ,messi in piedi per coprire il buco bilancio derivante da quelle scelte dell'allora presidente Mussari e del direttore generale Vigni, scelte per le quali i due insieme ad altri sono sotto processo.

Quello che emerge dal resoconto di Paolucci è che a determinare l'uscita di Viola è stata in buona sostanza una telefonata ultimativa del ministro dell'Economia, Piercarlo Padoan, nella quale quest'ultimo, forte anche della sua posizione di primo azionista di MPS con il 4 per cento delle azioni, senza preamboli o giri di parole, gli comunicava, a nome suo e del presidente del Consiglio, un caldo suggerimento a farsi da parte, in quanto gli investitori istituzionali per partecipare all'aumento di capitale di MPS avrebbero preteso un cambio al vertice esecutivo della banca, una richiesta che, a metà del guado di un aumento di capitale molto impegnativo e della cessione di sofferenze lorde per oltre 27 miliardi al Fondo Atlante, lasciava chiaramente capire, come è poi stato dimostrato dai fatti, che era già stata individuata una persona che di quel gradimento avrebbe invece goduto e che non avrebbe avuto difficoltà ad ottenere un colloquio con la vigilanza della Banca Centrale Europea, cosa avvenuta per il designato Morelli a tempo di record tale la preoccupazione della Nouy che andasse tutto a carte quarantotto, ma che aveva un vantaggio sugli eventuali, pochi se non pochissimi, competitors ed era quello non solo di aver lavorato fino al 2010 al Monte dei Paschi come responsabile della direzione finanziaria, quella che si occupa tra l'altro del controllo di gestione  e della redazione del bilancio, uscendone sbattendo la porta, ma, e forse soprattutto, di aver lavorato in  precedenza in J.P. Morgan Chase, mentre, dopo l'uscita da MPS, aveva assunto l'incarico di amministratore delegato di Bank of America Merrill Lynch in Italia. Il clima di accerchiamento è poi dimostrato dal fatto che poco dopo riceve una gelida telefonata del presidente di MPS, Tononi, un ex Goldman Sachs se di Goldman si può mai essere ex, che gli chiede, anche lui senza particolari giri di parole, di farsi da parte nel più breve tempo possibile.

E già, perché J.P. Morgan Chase in questa storia dell'aumento di capitale da cinque miliardi di euro chiesti al mercato da MPS ha un ruolo fondamentale e una visione molto diversa da quella di Fabrizio Viola e da quella di UBS, l'advisor della banca senese dal 2012, quindi dall'inizio dell'era Viola in quel di Siena, una visione molto diversa e che prevede, ad esempio, l'eliminazione del diritto di opzione in favore degli attuali azionisti, quindi il loro azzeramento, in più, come riporta Paolucci, chiede ma non ottiene che le commissioni per essa previste siano slegate dal risultato.

Nonostante sia stata battuta su tutta la linea, la potente banca globale con sede negli Stati Uniti sgomita a tal punto da indurre all'uscita nel luglio scorso della pur potente UBS e quindi procede praticamente da sola nel sondaggio delle entità finanziarie che potrebbero partecipare all'aumento, informando subito il Governo italiano che non ha riscontrato di fatto interesse e suggerendo che uno dei motivi potrebbe risiedere nella rigidità della posizione di Fabrizio Viola che non avrebbe accettato i suggerimenti della banca americana, un qualcosa che probabilmente ha spaventato Piercarlo Padoan e Matteo Renzi e li ha spinti ad accettare l'ulteriore suggerimento riguardante il possibile successore di Viola a Rocca Salimbeni, complice forse anche la recente visita in Italia del numero uno di J.P. Morgan Chase, Jamie Dixon, uno dei pochi banchieri a stelle e strisce sopravvissuti agli alti marosi della Tempesta Perfetta!

Ieri Marco Morelli è stato formalmente cooptato nel consiglio di amministrazione della banca di Rocca Salimbeni e, nominato amministratore delegato e direttore generale, mentre, dopo l'assolutamente irrituale colloquio svoltosi a Francoforte nei giorni scorsi, è in attesa del benestare formale della vigilanza a sorpresa, ma, al contempo, con un vero e proprio colpo di scena, sono arrivate le dimissioni irrevocabili del presidente Tononi che dovrebbe far posto a qualcuno maggiormente gradito dal Governo e da J.P. Morgan Chase.

Fabrizio Viola, nel frattempo, ha reso noto che resterà a disposizione fino al 15 ottobre per garantire un passaggio delle consegne sostanziale e non formale, mentre è stato reso noto che la buonuscita sarà di tre milioni di euro, una delle più basse ricevute da un ad di banche italiane di grandi dimensioni.

mercoledì 14 settembre 2016

Rifacciamo il punto sulla Tempesta Perfetta


Tante cose sono successe da quando, nel febbraio di questo anno di disgrazia 2016, ho iniziato a parlare della terza ondata della tempesta perfetta, quella che fa seguito al disastro della finanza più o meno strutturata iniziata il 4 agosto del 2007 ( ma della quale si erano avvertiti sinistri scricchiolii nei mesi precedenti e che nel giugno del 2006 avevano indotto il più famoso banchiere del pianeta, Henry "Hank" Paulson di Goldman Sachs a lasciare un lavoro da 100 milioni di dollari l'anno per diventare il ministro del Tesoro degli Stati Uniti d'America con una mission ben precisa che era quella di salvare l'industria finanziaria da interventi troppo drastici che, in effetti non ci sono poi stati), una fase che ha visto una vera e propria ecatombe di banche a finanziarie negli USA e nel resto del mondo e che ha visto il 4 agosto 2007 un blocco completo del mercato dell'EURIBOR, un mercato che ancor oggi è sostanzialmente fermo ed è sostanzialmente sostituito dalla attività della Banca Centrale Europea e una fase che vide lo scoppio quasi contemporaneo della bolla immobiliare, di quella dell'azionario e di quella del petrolio.

E' letteralmente impossibile quantificare i costi di questa prima fase della Tempesta Perfetta, perché mai si era vista , almeno in tempo di pace, una simile distruzione di ricchezza che nel solo settore immobiliare è pari a trilioni di miliardi di dollari, certo in molti casi solo sulla carta, ma con effetti molto concreti su milioni di famiglie americane e che poi ha contagiato anche l'Europa, mentre sono certe le svariate migliaia di miliardi spese dai governi di tutto il mondo per impedire fallimenti a catena della banche, per nazionalizzare Fannie Mae e Fannie Mac, almeno una banca britannica, per non parlare degli accolli di banche tecnicamente fallite imposti a banche in buona salute e per sottacere delle perdite degli azionisti che, nei soli Stati Uniti, hanno visto passare l'indice Dow Jones da valori superiori a 16 mila dollari a livelli anche inferiori ai 10 mila.

C'è una particolarità nella prima ondata della tempesta perfetta ed è data dal fatto che sia il mercato azionario a stelle e strisce che il prezzo del petrolio continuarono a crescere, e di molto, per molti mesi dopo l'inizio della più grave finanziaria dal secondo dopoguerra, e ,mentre dell'azionario ho detto, quella della corsa del prezzo del petrolio fino a 147 dollari al barile e successivo sprofondamento a 40 dollari è una storia che richiederebbe una trattazione a parte sulla capacità di quelle che un tempo erano chiamate le Big Five, le cinque ex Investment Banks statunitensi, poi falcidiate proprio dalla tempesta perfetta, di fare il bello e il cattivo tempo non solo sul mercato del petrolio e delle altre materie prime energetiche, ma un po' su tutto quello che viene trattato nei mercati regolamentati in tutto l'orbe terraqueo. 

Poi fu la volta della seconda fase, iniziata quattro anni più tardi e che è consentita sostanzialmente nello scoppio della bolla dell'obbligazionario, con particolare riferimento ai titoli rappresentativi del debito sovrano, una crisi che ha mietuto vittime al di là e al di qua dell'Oceano Atlantico, risparmiando i titoli di paesi come la Cina che saranno protagonisti della fase successiva della Tempesta Perfetta qualche anno più tardi, anche in questo caso le perdite, per chi non è riuscito a mantenere i titoli fino alla scadenza, sono state ingentissime, basti pensare al caso italiano che ha visto lo spread del BTP decennale nei confronti del Bund passare in quattro mesi da 100 a 575 punti base.

A proposito della terza fase della Tempesta perfetta, so benissimo che quando ho iniziato a parlarne le cose sembravano andare benissimo, ma delle bolle che allora avevo individuato e che erano rappresentate dall'azionario, con particolare riferimento alle banche e con focus articolare su quelle italiane, sul prezzo del petrolio e sulla Cina, almeno due, nonostante movimenti convulsi dei trader legati a Goldman Sachs e alla vasta flotta che vede Goldman come la sua stella polare, sono scoppiate e cioè le banche e  il prezzo del petrolio e sinistri scricchiolii si avvertono nell'azionario a stelle e strisce e nell'immobiliare di quel grande paese, mentre per quanto riguarda la bolla creditizia cinese io, insieme a non pochi analisti, sono placidamente seduto sulla riva del fiume!




martedì 13 settembre 2016

Ora Goldman Sachs scommette sul referendum italiano?


Non sono rimasto molto sorpreso quando ho letto su un sito che rilancia articoli di altre testate la notizia che Goldman Sachs e J.P. Morgan Chase hanno commissionato una serie di sondaggi e di analisi sulle possibilità che nel referendum italiano sulla riforma costituzionale, un passaggio elettorale che si terrà in una data ancora imprecisata ma compresa tra il 15 novembre e il 5 dicembre di questo anno di disgrazia 2016, ricevendone un responso che dice che le probabilità di un successo del no sarebbero pari al 65 per cento, una percentuale che il sito italiano traduce nella possibilità che la percentuale dei no sia pari al 65 per cento, mentre lo studio si limita a dire che la vittoria dei favorevoli alla bocciatura della riforma Boschi sarà vincente, a partire dal 50 più uno per cento sino ad una percentuale non meglio definita, con il 65 per cento di probabilità.

Per chi ha avuto la pazienza di leggere Ma cosa è davvero Goldman Sachs? sul Diario della crisi finanziaria, il fatto che l'ex Investment Bank statunitense e la rivale, si fa per dire, banca che ha ereditato il marchio del defunto John Pierpoint Morgan non stupisce affatto che le due abbiano deciso di commissionare uno studio per valutare in anticipo le possibilità di vittoria dei due agguerriti schieramenti che si contrappongono in Italia nella verifica referendaria della riforma costituzionale, anche perché è a tutti evidente che un'eventuale bocciatura della riforma costituzionale porterebbe dritti dritti alle dimissioni di Matteo Renzi con conseguenze difficilmente quantificabili sulle quotazioni di borsa e sulla stabilità politica del nostro Paese.

Goldman, in effetti è una banca che deve gran parte dei propri introiti alle scommesse che fa quotidianamente sugli indici azionari, le materie prime energetiche, i titoli di Stato di quasi tutti i paesi del pianeta e, the last but not the least, sulle materie prime alimentari, per non parlare poi delle scommesse sulle scommesse via derivati più o meno strutturati e fa tutte queste scommesse avendo il vantaggio sui maggiori concorrenti derivante dal fatto che assume o stipula contratti di consulenza con una parte considerevole dei potenti della terra quando questi ultimi hanno lasciano il proprio incarico pubblico, e nel fare questo è assolutamente bipartisan, reclutando quindi gli esponenti più importanti del governo e dell'opposizione dei vari paesi.

Ovviamente, le due grandi banche globali non tengono per sé queste informazioni ma le girano ai loro maggiori clienti, tramite newsletters, incontri diretti individuali o per piccoli gruppi e comunque questi dati e queste notizie pervengono direttamente o indirettamente anche alle altre banche più o meno globali, banche che guardano a Goldman Sachs come alla nave ammiraglia della flotta della finanza più o meno strutturata come è accaduto prima e dopo dell'avvio della tempesta perfetta, seguendola nelle sue evoluzioni sui mercati quasi fosse la loro stella polare.

Detto questo, vorrei entrare un po' più nel merito delle rilevazioni e dello studio conseguente perché ho una certa memoria di altre tornate elettorali, ad esempio le elezioni europee del 2014, date nei sondaggi come un ravvicinatissimo testa a testa tra il partito democratico e il movimento cinque stelle e conclusesi, come ognuno di noi ricorda, con un'affermazione netta del partito di Renzi che ha distanziato il movimento di Beppe Grillo con un sonoro 41 per cento a 21, un risultato che portò i cinque stelle addirittura al di sotto delle politiche del 2013, un ricordo che è importante in quanto i cinque stelle non sono solo il maggior partito dello schieramento che si oppone alla riforma costituzionale, ma anche quello che più si è speso questa estate in una campagna elettorale altrimenti alquanto sonnolenta.

Prevedo che, almeno per ora, né Goldman né altre banche globali azzarderanno scommesse  mettendosi a vendere i nostri titoli di Stato o le blue chips del nostro mercato azionario, o almeno non lo faranno in misura incrementale rispetto a quanto fanno da anni, anche perché i loro sondaggi e i nostri che vedono un piccolo vantaggio dei no sui si segnalano al contempo un numero tale di indecisi che ogni previsione, allo stato dei fatti, risulta francamente molto, ma molto azzardata!

lunedì 12 settembre 2016

Perché Viola ha dovuto lasciare il Monte dei Paschi?


La tempistica dell'uscita di Fabrizio Viola dal Monte dei Paschi di Siena è davvero molto, ma molto strana, per il semplice motivo che la banca senese è nel bel mezzo di una maxi operazione di aumento di capitale e in piena trattativa con il Fondo Atlante per una operazione di pulizia del bilancio da 9,2 miliardi di euro di sofferenze che corrispondono a qualcosa di più di 27 miliardi di euro di sofferenze lorde, un'operazione che nel giro di pochi mesi dovrebbe azzerare le sofferenze della terza banca italiana che resterebbe "solo" con venti miliardi di euro di crediti deteriorati, nei quali ritroviamo le partite incagliate, i ritardi nei rientri oltre un certo tempo del ritardo stesso e via discorrendo.

E' come cambiare il pilota di un'auto da corsa mentre sta andando a 250 chilometri all'ora o sostituire un chirurgo nella fase più delicata di un'operazione a cuore aperto, comunque un qualcosa che non ho mai visto accadere nel sistema bancario italiano, un sistema che seguo da oltre 35 anni, ma non mi risultano fattispecie analoghe neppure in altri paesi confrontabili con il nostro e allora credo proprio necessario fare un passo indietro e tornare al momento in cui dagli uffici della vigilanza della Banca Centrale Europea è partita la lettera che intimava al Monte dei Paschi di Siena di azzerare, entro il 2018, le sofferenze nette in essere, una richiesta tassativa della Nouy che implicava oneri per la banca nell'ordine di tre miliardi di euro circa e che avrebbe quindi richiesto un aumento di capitale almeno pari a quella cifra.

La risposta di Viola a questa richiesta della vigilanza europea ha lasciato tutti di stucco, in quanto non solo non ha approfittato dell'arco temporale offertogli dalle due arcigne signore alla guida dell'organismo con sede a Francoforte e che permetteva di spalmare la cessione delle sofferenze dal 2016 al 2018 e ha annunciato la cessione pressoché istantanea delle sofferenze ad un Fondo Atlante che faticava a reperire le somme necessarie, ma annunciando al contempo un aumento di capitale non di tre bensì di cinque miliardi di euro, coinvolgendo nella azzardata richiesta Mediobanca e J.P. Morgan Chase.

Nel corso dell'estate, la banca d'affari milanese e il colosso creditizio statunitense hanno messo al lavoro uno stuolo di professionisti alle loro dipendenze che hanno contattato centinaia di entità finanziarie raccogliendo risposte più o meno evasive e ben poche adesioni, in quanto il mercato era in attesa di capire dove avrebbe portato l'azzardo dei vertici della banca senese, altrettanto è accaduto alla Cassa Depositi e Prestiti che ha cercato di convincere gli emiri del Qatar a impegnare una parte del loro fondo sovrano nell'operazione; tutte difficoltà che i soggetti impegnati nell'operazione hanno rappresentato sia ai vertici del Monte dei Paschi che al ministro dell'Economia, nonché, probabilmente, allo stesso presidente del consiglio.

L'amministratore delegato di MPS cerca allora di correre ai ripari e parla della possibilità di ridurre l'aumento di capitale a tre miliardi, offrendo ai soggetti istituzionali che detengono obbligazioni subordinate della banca di convertirle, su base volontaria, in azioni della stessa, ma non prendendo in considerazione la possibilità di rateizzare la cessione degli oltre nove miliardi di euro di sofferenze in due o tre tranche, opzione che avrebbe consentito di spalmare nell'arco di tempo considerato anche la richiesta al mercato per quanto riguarda l'aumento di capitale.

A questo punto, sia il Governo che i presidenti di MPS e CDP, Tononi e Costamagna, peraltro accomunati dalla comune esperienza in Goldman Sachs, si rendono conto che, nonostante i rischi che questo comporta, è necessario dare un segnale forte di discontinuità al mercato sostituendo l'amministratore delegato e facendo slittare di qualche mese l'aumento di capitale che così non si incrocia più con la delicata scadenza del referendum e, così, dopo un burrascoso colloquio tra Tononi e Viola, si giunge al comunicato in cui si parla dell'uscita di Fabrizio Viola.

D'altra parte, la prospettiva era quella di un fallimento dell'operazione di aumento di capitale che apriva a due scenari: l'intervento statale o l'apertura della procedura di risoluzione della banca più antica d'Italia con annesso bail in.