martedì 15 gennaio 2008

Ma quando sarai ascoltato, J.M. Keynes!

Come tutti coloro che si occupano di cose economiche, ho anche io un riferimento ideale ad un maestro nell’interpretazione, nell’analisi e nell’individuazione delle soluzioni ed è rappresentato da John Maynard Keynes, un riferimento che non è tanto, o non è solo, alle opere da lui scritte nel corso di una lunga anche se prematuramente interrotta carriera, ma molto di più alla sua curiosità inesauribile, al suo mettere in discussione le sue convinzioni ed al suo metodo.

Pochi economisti come Keynes hanno indagato le vere cause delle crisi, individuando nell’avidità, nella stupidità, ma, soprattutto, nella paura le determinanti ultime della loro genesi e della difficoltà a porre loro fine, e la sua messa in discussione dell’equilibrio generale, e, più in generale, delle tesi al suo tempo dominanti degli economisti neoclassici parte proprio da una analisi della realtà che dimostrava quanto quelle idee e quelle convinzioni nascessero da un’analisi sbagliata della società prima ancora che da una visione, altrettanto errata, dei meccanismi dell’agire economico.

In “Le conseguenze economiche della pace” e nella “Teoria generale”, l’analisi delle cause e l’individuazione delle terapie di due crisi così diverse tra di loro, quali il disastro annunciato del trattato di pace imposto dalle potenze vincitrici del primo conflitto mondiale ai danni della sconfitta Germania e i disastri derivanti dall’applicazione delle dottrine economiche ortodosse alla crisi del 1929 e alle sue conseguenze, mettono in evidenza come risposte quali l’equilibrio di bilancio in condizione di sottoccupazione dei fattori produttivi, la riduzione dei costi, in particolare dei salari, l’elevazione a feticcio di quell’oro che Keynes considerava un vero e proprio relitto barbarico, impedivano alle menti intorpidite di politici ed economisti di individuare le terapie giuste e volte a quel rafforzamento della domanda aggregata che avrebbe consentito di far ripartire l’economia europea del primo dopoguerra e rimesso in piedi l’America della Grande Depressione.

Ma è nella disfida che si svolse in una località posta nei boschi del New Hampshire, Bretton Woods, mentre il secondo conflitto mondiale volgeva al termine e bisognava porre le basi di un nuovo ordine economico internazionale, che la sconfitta delle idee di Keynes, in particolare di quella soluzione al problema dell’equilibrio degli avanzi e dei disavanzi strutturali nei conti con l’estero mediante i meccanismi previsti dalla Clearing Union, che sono state gettate le basi delle crisi valutarie croniche seguite alla fine della convertibilità del dollaro in oro decisa da Nixon a ferragosto del 1971, le successive crisi petrolifere, il permanere di una posizione debitoria netta cronica di quegli stessi Stati Uniti che prevalsero agevolmente a Bretton Woods, pur tributando il consesso l’onore delle armi allo sconfitto economista britannico.

Forse, solo nelle toccanti parole recentemente scritte da Steve Job, il fondatore della Apple, ho trovato una parte dello spirito di quel grande uomo, serenamente spentosi nel sonno ai piedi di un grande albero, poco dopo essere stato insignito del titolo di Lord Tilton.

Chiedo scusa per aver anteposto questo ricordo alle cronache dell’attuale tempesta perfetta, ma il superamento della soglia dei 910 dollari l’oncia di quel relitto barbarico che gli accordi di bretton Woods fissavano a d una parità “ufficiale” di 35 dollari l’oncia, mi ha fatto capire che, nonostante la maggioranza dei governi dei paesi occidentali si dichiari più o meno keynesiano nella politica economica, al dunque, la paura e la stupidità la fanno ancora da padrone e inducono governi, banche centrali, imprese e singoli individui a sommare errori che, come diceva il banchiere d’affari autore di “Make America Works Again”, nel mercato si contano a miliardi.

I nuovi padroni del mondo, peraltro, quei fondi sovrani dei paesi detentori dei surplus commerciali derivanti dall’export di materie prime o dai loro vantaggi competitivi e che vantano patrimoni complessivi per migliaia di miliardi di dollari, 1.300-1.400 miliardi per quelli facenti capo al governo cinese, non stanno solo decidendo la sorte delle grandi e inguaiate banche statunitensi, ma stanno operando alla grande sul mercato valutario e facendo letteralmente incetta di quell’oro che, a fronte dei limiti dell’offerta, sta prendendo letteralmente il volo ed è da molti visto a breve infrangere anche la più che psicologica soglia dei 1000 dollari per oncia.

Anche il futuro del colosso Citigroup è legato alle decisioni di uno dei fondi cinesi che, assieme ad altri investitori arabi e non solo, avrebbe dovuto effettuare una mega iniezione di liquidità, a caro prezzo si intende, per consentire alla banca di far fronte alle perdite legate ai titoli della finanza strutturata che dovrebbero sommare, nel solo quarto trimestre del tragico 2007, all’astronomica cifra di 24 miliardi di dollari, ma che poi, seguendo i consigli del suo advisor Lazard Freres, avrebbe deciso di soprassedere, gettando nello sconforto il nuovo Ceo indiano di Citi, il Sir britannico che la presiede e l’ex ministro del tesoro USA e per quasi trenta anni uomo di punta di Goldman Sachs, Rober Rubin che vede a rischio i 60 milioni di dollari che riceve all’anno da Citi per il suo incarico che, secondo i più, non è che una vera e propria sinecura.

In uno scenario così incerto per la prima banca degli Stati Uniti e protagonista indiscussa nella maggior parte dei paesi del mondo, l’unica certezza sembra essere quella relativa agli ulteriori sviluppi del processo di downsizing intrapreso e che dovrebbe vedere la prossima tappa nel licenziamento di qualcosa come 20 mila addetti del gruppo, tagli che dovrebbero avvenire all over the world, un piccolo ma significativo calcio alla già traballante domanda aggregata.

Per fortuna che c’è Big Blue, il colosso dell’informatica che, con il balzo dei profitti derivanti dalle attività caratteristiche nel quarto trimestre dell’anno che si è appena concluso (+24 per cento), ha impresso ieri una spinta ai listini statunitensi che ha consentito loro, nonostante i perduranti guai della finanza, di chiudere con rialzi dell’1-1,5 per cento, rialzi che, tuttavia, in piena stagione dei bilanci, non fanno dimenticare le brutte quattro scivolate registrate nelle prime nove sedute dell’anno appena iniziato.

Mentre negli Stati Uniti già si fanno i primi conti dei morti e dei feriti tra la miriade di entità che popolano il mercato finanziario più grande del mondo, in Europa non passa giorno senza che qualche CEO o presidente ci ricordi che per avere le prime cifre dovremo aspettare la seconda o la terza settimana di febbraio e che, prima di quel periodo lontano anni luce, ai ritmi convulsi del mercato, non saranno disponibili anticipazioni.

1 commento:

Anonimo ha detto...

salve, sono una studentessa al quinto anno di ragioneria e mi interessa molto l'argomento da lei trattato in questo blog. mi piacerebbe fare riferimento, nelle mie tesine di fine anno, alle considerazioni da lei evidenziate nel suo blog. volevo inoltre chiederle cortesemente se mi potesse indirizzare qualche lettura particolare, data la sua professione, sulla "grande crisi" e J.M. Keynes. la ringrazio vivamente, e le lascio un mio recapito e-mail: xSognanuvolax@hotmail.it