lunedì 15 dicembre 2008

L'affaire Madoff colpisce anche le banche italiane!


Come era facilmente prevedibile, la truffa da almeno 50 miliardi di dollari escogitata con non troppa originalità da uno dei maggiori broker di Wall Street, nonché ex presidente del Nasdaq, Bernard L. Madoff, rischia di avere conseguenze pesanti sui clienti ‘istituzionali’ che avevano ben pensato di affidare somme che vanno dalle decine di milioni di dollari sino ai 2,5 miliardi di euro del Banco di Santander guidato dal solitamente accorto Don Emilio Botin, passando per le perdite molto elevate di Unicredit Group e quelle non meglio precisate del Banco Popolare da poco affidato alle cure di un banchiere di lungo corso di scuola Comit quale Saviotti a causa delle improvvise dimissioni del consigliere delegato Fabio Innocenzi.

Sembra quasi un’amara ironia della sorte che, schivati pressoché indenni gli altissimi marosi della tempesta perfetta, la corazzata di Don Emilio si sia andata ad incagliare sulla riproduzione più classica del cosiddetto schema di Ponzi, dal nome di un immigrato italiano negli Stati Uniti d’America all’inizio del secolo scorso che rovinò 40 mila investitori intrappolati nella classica catena di Sant’Antonio, un meccanismo piramidale che, almeno sino all’inevitabile epilogo, consente di pagare rendimenti elevatissimi ai primi sottoscrittori utilizzando le stesse somme da questi versate al truffatore di turno.

A quanto pare, lo schema utilizzato assumeva le vesti di un hedge fund con sede nelle molto compiacenti Cayman Islands, per la precisione un hedge di hedge, un organismo che non è soggetto ad alcuna vigilanza, né tanto meno al rispetto di alcuna regola, situazione alquanto anomale ed assurda ma che è stata benedetta dal Financial Stability Forum anche allora presieduto dal Governatore della Banca d’Italia, ex direttore generale del Tesoro nonché alto esponente della potente e molto preveggente Goldman Sachs, Mario Draghi, un organismo che raggruppa il meglio del meglio dei cervelli dele principali banche centrali e che, nel giugno del 2007, poche settimane prima dello scoppio della tempesta perfetta, stabilì, al termine di una lunga istruttoria, che non vi era bisogno di regolamentare gli hedge funds, confidando, non si sa bene su quali basi, sulla capacità di questi organismi di autoregolamentarsi.

L’unica consolazione in questa allucinante vicenda che non contribuirà certo ad accrescere la fiducia degli invetitori/risparmiatori nei vari organismi di controllo e sui regolatori delle diverse entità operanti in quel casinò a cielo aperto che è oramai diventato il mercato finanziario globale è rappresentata dal fatto che, una volta tanto, a restare impigliati nella rete tesa dal certamente abile Madoff non sono gli appartenenti al parco buoi ma il fior fiore delle istituzioni finanziarie statunitensi, europee ed asiatiche, entità gestite dagli stessi responsabili della proliferazione dei prodotti più o meno tossici elaborati dai ben pagati apprendisti stregoni in forza alle fabbriche prodotto delle Investment Banks e delle divisioni di Corporate & Investment banking delle banche più o meno globali.

Non potevano mancare nel ben selezionato mazzo un congruo numero di banche italiane di primo livello che pur non investendo la stessa cospicua cifra di Unicredit o quelle ancora da definire del Banco Popolare, hanno creduto nelle taumaturgiche doti di Madoff per importi che variano da decine a centinaia di milioni di euro ed i cui massimi esponenti dovranno ora vedersela con il poco paziente per la terza volta ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che, come ho scritto più volte, stava solo aspettando il pretesto per passare dalle minacce neanche troppo velate ai fatti nei confronti di quei banchieri che non ha mai troppo amato e sono certo che stavolta sarà perfettamente in grado di vincere le resistenze del premier e del suo più fidato consigliere, Gianni Letta, che, un po’ per celia ed un po’ per non morire, sembravano ostili al progetto di Tremonti di mettere mani e piedi nei maggiori gruppi bancari italiani.

Sono molto curioso di sapere cosa diranno ora gli esegeti della diversità del sistema bancario italiano rispetto ai comportamenti delle ‘spregiudicate’ ed azzardose banche straniere, di fronte all’evidenza di una similarità di comportamento che vede accomunati i top manager di banche e compagnie di assicurazione basate al di là dell’oceano Atlantico con quelli basati altrove, Belpaese pienamente e tristemente incluso, una similitudine che si era già vista con le polizze che avevano come controparte la fallita Lehman Brothers e che hanno massicciamente riguardato anche i risparmiatori italiani, generando le più disparate risposte da parte delle entità che le avevano collocate presso la propria clientela!

D’altra parte, l’acquisizione della Banca Popolare Italiana un tempo gestita dal furbetto del quartierino Fiorani da parte della Popolare di Verona e Novara non ha certo portato fortuna al gruppo creditizio poi ribattezzato Banco Popolare, passato per gravi infortuni quali quello di Banca Italease di cui continua ad essere socio di riferimento e che, sotto la gestione di Massimo Faenza, ha prodotto danni economici e reputazionali gravissimi alle banche azioniste e che continua, dopo il brusco voltafaccia degli acquirenti tedeschi avvenuto qualche giorno fa, a restare una patata bollente tra le mani di Carlo Fratta Pasini e del nuovo consigliere delegato Saviotti, una situazione che viene ben riflessa dall’andamento della quotazione dell’azione che dai 22 euro dei tempi d’oro viene ora trattata nell’area dei quattro euro, una performance certamente molto peggiore di quella registrata dall’indice settoriale che pure non è stato di certo brillante nell’ultimo anno e mezzo.

Sempre parlando di patate bollenti, non lo è certamente da meno quella che è toccata all’oramai ex direttore generale di Intesa-San Paolo, Pietro Modiano, chiamato a sbrogliare la matassa rappresentata dalla Carlo Tassara di Romain Zaleski, un vero e proprio crocevia di partecipazioni strategiche per le banche italiane.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

sabato 13 dicembre 2008

Uno dei più grandi broker di Wall Street arrestato per una truffa da 50 miliardi dollari!


Chi ha pensato che il ‘trader infedele’ di Societè Generale potesse passare alla storia con la sua truffa da 5 miliardi di euro sarà costretto a ricredersi dopo la scoperta del buco da 50 miliardi di dollari realizzato da un broker che, nel corso della sua lunghissima carriera iniziata negli anni Sessanta, è stato anche il presidente del consiglio di amministrazione del Nasdaq.

Bernard L. Madoff, così si chiama il replicante dello schema di Ponzi, è stato arrestato dopo un’indagine molto accurata della Securities and Exchange Commission e prontamente rilasciato dietro il pagamento di una cauzione da 10 milioni di dollari e rischia ora una pena sino a 28 anni di carcere ed un’ammenda da 5 milioni di dollari, mentre, secondo le prime ricostruzioni, i clienti truffati sarebbero poche decine di clienti istituzionali, una trentina dei quali avrebbero affidato a Madoff almeno un miliardo di dollari.

Non mi stancherò mai di ripetere che il problema dei problemi quando si è immersi fino al collo in una tempesta perfetta delle dimensioni e della virulenza dell’attuale è rappresentato dalla pressoché totale perdita di fiducia degli investitori/risparmiatori nei confronti delle entità a vario titolo protagoniste del mercato finanziario globale, ma devo confessare che, di fronte ad episodi quali quello di Kerviel di Socgen o la truffa ideata da uno dei personaggi più noti e rispettati di Wall Street che non ha trovato di meglio che replicare la catena di Sant’Antonio realizzata da un oscuro immigrato italiano all’inizio del secolo scorso, trovo difficile immaginare quale sistema di regole potrebbe essere in grado di prevenire comportamenti così fraudolenti!

L’affondamento al Senato degli Stati Uniti d’America del disegno di legge volto a salvare General Motors e Chyrsler ha determinato, a partire dalle contrattazioni di ieri mattina in Asia, un’ondata ribassista quale non si vedeva da ottobre e che nella fase centrale delle contrattazioni in Europa ha visto banche e compagnie di assicurazione registrare flessioni pari o superiori al 10 per cento, anche se la situazione si è alquanto ridimensionato dopo che la portavoce del presidente uscente ha reso noto che Bush costringerà Hank Paulson a scucire parte del suo malloppo da 700 miliardi di dollari per impedire che le due case automobilistiche statunitensi debbano ricorrere alla protezione della legge fallimentare.

L’aspetto curioso della decisione di Bush sta nel fatto che questa era stata proprio la soluzione inizialmente caldeggiata dagli esponenti democratici e che si era dovuto ripiegare sull’utilizzo dei fondi destinati al Dipartimento per la tutela dell’ambiente proprio per la strenua opposizione di Paulson e la minaccia di veto proveniente dall’inquilino della Casa Bianca, il quale, tuttavia, deve avere cambiato idea di fronte all’atteggiamento francamente demenziale dei senatori del suo partito, un atteggiamento che rischiava di addossare a Bush non solo la responsabilità della guerra infinita in Iraq ed Afghanistan, ma anche di aver determinato la fine ingloriosa dell’intero settore automobilistico a stelle e strisce e la perdita di milioni di posti di lavoro diretti ed indiretti, con la conseguente drammatica escalation dell’effetto domino gia pienamente in atto.

Ma se gli Stati Uniti d’America appaiono, ogni giorno che passa, un paese letteralmente sull’orlo di una crisi di nervi e nel quale i politici sembrano fare a gara nel dare il peggio di sé, la situazione non è certo migliore in Europa, dove, dopo l’ennesima e defaticante maratona negoziale, il Consiglio dei capi di stato e di governo dei ventisette paesi membri ha fatto finta di trovare un’intesa all’unanimità sulla questione ambientale ed energetica, accogliendo la maggior parte delle richieste dei paesi riottosi di fronte ai reali o presunti sacrifici che le imprese nazionali erano chiamate a sostenere per raggiungere gli obiettivi posti al 2020.

Non voglio assolutamente impegnare la pazienza dei miei lettori sui limiti sempre più evidenti nel processo di costruzione di una vera unità politica in ambito europeo, ma è tuttavia evidente che, continuando a procedere in ordine sparso ed enfatizzando ad ogni pié sospinto gli interessi nazionali, sarà davvero molto, ma molto difficile fare fronte alle emergenze poste dalla tempesta perfetta, oramai completamente sondata sui presunti più sicuri lidi dell’economia reale.

Non si capisce, infatti, davvero cosa stiano aspettando i governi dei tre paesi che hanno stanziato un adeguato volume di risorse ad investirle nell’unico modo efficace e, cioè, intervenendo senza troppi riguardi nel capitale delle banche e delle imprese, ponendo al contempo condizioni ferree sull’utilizzo dei fondi e favorendo, ove necessario, radicali cambiamenti nel top management.

Della necessità di passare dalle parole ai fatti se ne sono resi conto anche il germanizzato Trichet ed il manipolo di neotemplari che affollano il board dell’istituto di Francoforte, mentre il presidente della Commissione, Barroso, ed il commissario Almunia sembrano proprio non sapere più a che santo votarsi per indurre i governi a smetterla con le tattiche dilatorie e con le diffidenze reciproche tra Francia e Gran Bretagna da un lato e Germania dall’altro.

Molto più comprensibile, invece, appare l’atteggiamento del per la terza volta ministro dell’economia italiano, Giulio Tremonti, che, per vincere le resistenze di Berlusconi e del suo consigliere Letta di fronte alla radicalità dei suoi progetti, deve solo aspettare che la situazione delle banche e nelle banche giunga al punto giusto di cottura per poi intervenire su richiesta dei diretti interessati!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

venerdì 12 dicembre 2008

Quali sono le vere ragioni dell'uscita di Pietro Modiano dal Gruppo Intesa-San Paolo?


Come era largamente prevedibile, l’agguerrito manipolo di senatori repubblicani che ancora credono nel mercato e nella libera iniziativa, ignorando o fingendo di ignorare che larga parte del sistema finanziario statunitense è da mesi controllata da quello stesso Stato federale che loro vorrebbero ridotto ai minimi termini, ha definitivamente mandato alle ortiche il piano di salvataggio di General Motors e Chrysler faticosamente raggiunto da Bush e dai leaders democratici, spingendo così i vertici delle due grandi case automobilistiche dritti, dritti verso la porta del tribunale fallimentare, anche se ancora non è chiaro a quale dei capitoli della legge si appelleranno, se il Charter 11 oppure il 13.

Ovviamente, la pur prevista decisione di non decidere da parte dei senatori a stelle e strisce ha gettato nello sconcerto i mercati azionari statunitensi, seguiti a ruota da quelli asiatici e da quelli europei che di problemi ne hanno già a sufficienza dei loro.

Detto questo, vorrei venire difilato alle questioni di casa nostra, in quanto apprendo da Il Sole 24 Ore di oggi che il Dr. Pietro Modiano, direttore generale del Gruppo Intesa-San Paolo, nonché vice Chief Executive Officer, cioè un passo al di sotto del deus ex machina del gruppo, Corrado Passera, ha molto spintaneamente rassegnato le sue dimissioni dalle varie cariche, era, infatti, anche a capo della banca dei territori, ricoperte in quella che si contende alquanto millimetricamente con Unicredit Group il ruolo di prima banca italiana.

Ma quali sono le ragioni che hanno indotto Corrado Passera a chiedere quasi ossessivamente la testa del suo massimo collaboratore? Qui la questione si fa davvero ardua, in quanto i risultati della banca dei territori sono stati lusinghieri e sempre superiori al benchmark di mercato, cosa mai messa in discussione né dal Consiglio di Sorveglianza presieduto da Giovanni Bazoli, né, tanto meno, da quello di Gestione, presieduto dal torinese Enrico Salza, uomo di cui più che le doti di banchiere acquisite sul campo è nota l’incrollabile fede liberale che lo spinse a presentarsi all’aeroporto torinese di fronte all’affranto segretario del partito liberale italiano dell’epoca, reduce da una sonora sconfitta elettorale, pronunciando coraggiosamente la storica frase: “Sono Enrico Salza e sono liberale!”.

Ma se nessuno ha osato contestare all’ex manager di Unicredit, fortemente voluto dallo stesso Salza nel 2004 al vertice dell’allora San Paolo-Imi, pecche nella sua condotta da top manager, quale è la vera ragione dei dissapori con Passera e quali i motivi per i quali quest’ultimo ha inteso privarsi di uno dei pochi banchieri di razza presenti in un gruppo che ha visto prima la sistematica decapitazione dei manager dell’acquisita Banca Commerciale Italiana, poi l’uscita di buona parte dei top manager del San Paolo-Imi, per non parlare di quello che è accaduto, pressoché senza colpo ferire, ma stavolta ad opera dei vertici torinesi dell’epoca, nelle casse di risparmio venete confluite prima in Cardine e poi pagate a carissimo prezzo dal San Paolo e, infine, nel Banco di Napoli?

Non so quanto corrisponda al vero il fatto che il nuovo numero uno della potente Compagnia di San Paolo, l’avvocato Benassia, abbia lasciato, per motivi che divergono a seconda dei resoconti giornalistici più o meno informati, il coerente Salza solo a difendere Modiano, né quale sia stato il ruolo dell’un tempo potente Bazoli nella vicenda, ma quello che è certo è che, pur pressato da ogni lato, Passera non abbia voluto intendere ragioni, non lasciando a Modiano altra strada che quella delle dimissioni, presentate dal giornale ufficiale della Confindustria come un divorzio su basi consensuali (sic).

L’uscita di scena di Modiano avvantaggerebbe, secondo la logica e le indiscrezioni giornalistiche, l’altro direttore generale del gruppo milanese e da sempre fidatissimo collaboratore di Passera, Francesco Micheli che si appresterebbe a diventare direttore generale unico e preposto alla banca dei territori, ultimo lascito di quel modello federale a suo tempo orgogliosamente rivendicato dal gruppo Intesa prima di essere abbandonato in favore del modello divisionale preferito a quello adottato in Unicredit e che ha, invece, previsto la costituzione di tre società per azioni, una per la banca al dettaglio, una per il private banking ed una per il corporate banking.

Ma la sempre più probabile assunzione da parte di Micheli delle deleghe di Modiano rappresenterebbe, di fatto, la gestione diretta di Passera anche sulle attività della banca dei territori, in quanto, al di là delle indiscusse doti personali, Micheli si è sempre occupato di questioni legate alla gestione delle risorse umane e, ma solo successivamente, di quelle tecniche, mentre resta ancora avvolta nel mistero la ratio che lo ha di recente promosso a Chief Operating Officer, un incarico estremamente tecnico che ha un senso nelle Investment Banks o nelle divisioni di Corporate & Investment Banking delle banche a dimensione più o meno globale e non un grado da attribuire a chi si occupa di gestione delle risorse, anche si tratta di un busillis che sarà stato certamente risolto brillantemente dall’organo collegiale che ha deciso in tal senso.

L’uscita di Modiano si inserisce in una fase molto travagliata attraversata da Intesa-San Paolo, così come da Unicredit Group, una difficoltà aggiuntiva a quelle vissute dalle banche e dalle compagnie di assicurazione a livello globale e che nasce dalle stesse motivazioni alla base della fulminea acquisizione del San Paolo da parte di Intesa e di Capitalia da parte di Unicredit, entrambe operazioni nate dall’obiettivo di escludere i soci bancari stranieri e, forse, anche per questo vistosamente bocciate dal mercato, comè è facile osservare vedendo il crollo delle rispettive quotazioni azionarie!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

Il dollaro riprende il suo inesorabile downtrend!


Il leader della minoranza repubblicana al Senato è uscito allo scoperto e si è dichiarato contrario all’intesa faticosamente raggiunta tra il presidente uscente, George W, Bush, ed i massimi esponenti parlamentari del partito democratico, un’opposizione, quella dell’esponente repubblicano, totalmente basata su ragioni ideologiche e di principio e che potrebbe mandare a carte all’aria il tentativo di salvataggio in extremis fortemente voluto dal presidente eletto e dai suoi massimi consiglieri.

Nel frattempo, le nuove richieste settimanali di sussidi di disoccupazione ha registrato il livello più elevato mai raggiunto negli ultimi ventisei anni, un dato che conferma che l’economia reale statunitense sta frenando bruscamente nell’ultimo trimestre dell’anno che potrebbe davvero registrare un calo del prodotto interno lordo nell’ordine del 3,5-4 per cento come preconizzato nelle scorse settimane da alcuni analisti, ma che chiarisce anche inequivocabilmente come la crisi finanziaria ed il correlato fenomeno del credit crunch stiano determinando gravi difficoltà sia dal lato dell’offerta che da quello della domanda effettiva.

Come ho avuto modo di ricordare nelle ultime puntate, le difficoltà sempre più gravi nelle quali versa sia il bilancio federale che quelli dei singoli Stati sta impedendo alla pubblica amministrazione di continuare a creare nuovi posti di lavoro come è, invece, avvenuto sin dall’avvio della tempesta perfetta, un’azione del tutto anticiclica che è resa del tutto impossibile alla luce delle difficoltà incontrate, ad esempio, dallo Stato della California che si trova in una situazione molto, ma molto vicina al default, ma in affanno sono la maggior parte delle municipalità, delle contee e degli stati, nonché la miriade di organismi in qualche modo collegati alla pubblica amministrazione.

La vera novità delle ultime sedute è rappresentata, però, dalla brusca interruzione di quel processo di apprezzamento del dollaro nei confronti delle principali valute, un’inversione di tendenza che è stata particolarmente significativa nel cambio con l’euro che ha recuperato parecchie posizioni nei confronti della valuta statunitense, mentre, nei confronti dello yen giapponese, il dollaro si presenta molto debole sin da qualche settimana, al punto che ieri il dollaroi si è trovato a testare l’importante soglia psicologica dei 90 yen.

Il rafforzamento del dollaro registrato nei mesi scorsi era il prodotto di due fenomeni molto diversi tra loro, quali l’afflusso di capitali stranieri legato al rischio del default sistemico del mercato finanziario globale e l’operato molto aggressivo della maggior parte delle banche centrali, in particolare da parte della Banca Centrale Europea e della Bank Of England, che hanno continuato a convertire enormi quantità di valuta in dollari che venivano poi prestati alla Federal Reserve al fine di consentire a Bernspan di inondare di liquidità senza soluzione di continuità il mercato interbancario ad un ritmo di centinaia di miliardi di dollari al giorno.

Esaurita la fase più intensa dell’attività delle banche centrali, anche alla luce dei livelli davvero infimi toccati dai tassi ufficiali di interesse ed in presenza di una sensibile riduzione degli spreads sul mercato interbancario dai livelli eccezionali toccati nei primi dieci giorni di ottobre, ridottosi l’afflusso dei capitali alla ricerca di un porto sicuro che si sta rivelando sempre meno tale, il dollaro sembra destinato a riprendere il suo alquanto inesorabile downtrend.

D’altra parte, mentre mi sono visto costretto a rivedere al ribasso la previsione fatta alla fine del 2007 sul prezzo del petrolio per l’anno in corso, portandola da 75 a 50 dollari al barile, non ho mai modificato quella sul dollaro che vedevo toccare un minimo contro euro a 1,70 dollari e a 90-95 yen, valori che considero ancora perfettamente attuali, per il dollaro/yen addirittura già pienamente realizzati, anche se ancora non in linea con la debolezza strutturale prospettica della valuta statunitense che, se dovesse realmente e pienamente riflettere gli squilibri nei conti pubblici e la disastrosa posizione netta sull’estero, potrebbe raggiungere minimi molto più bassi di quelli da me a suo tempo previsti.

Il germanizzato presidente della banca centrale Europea, Jean Claude Trichet, ha ammonito con molta fermezza i governi dei paesi dell’Unione Europea a mantenere gli impegni presi ad ottobre nel drammatico vertice dei capi di stato e di governo che decise di lanciare piani straordinari di salvataggio del sistema finanziario e di sostegno all’economia reale, anche se ha volutamente glissato che il suo richiamo è rivolto a quegli unici tre paesi che hanno deciso di prendere il toro per le corna e di mettere, anche se in parte solo virtualmente, 1.500 miliardi di euro nel piatto, spendendone in realtà solo una piccola frazione.

Il richiamo di Trichet è giunto non a caso mentre i ventisette leaders europei si stavano accapigliando sulla questione del rispetto degli impegni sulle connesse questioni del clima e dell’energia, temi che dimostrano una volta di più non solo le divisioni esistenti tra i partners, ma anche la diversità dell’approccio europeo rispetto a quello della nuova amministrazione americana, fortemente decisa a trasformare il rischio derivante dall’emergenza ambientale e dal tema dell’autosufficienza energetica in una grande opportunità: quella di gettare le basi della cosiddetta terza rivoluzione industriale basata sulla produzione di energia alternativa a livello molto più locale del passato, una scelta che consentirebbe non solo la creazione di milioni di posti di lavoro, ma anche la realizzazione di un modello di sviluppo molto più sostenibile sia sul piano ecologico che sociale di quello attuale!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

giovedì 11 dicembre 2008

Paul Volker si appresta a diventare il nuovo Zar dell'auto a stelle e strisce!


Nella continua negoziazione in corso tra il presidente uscente ed i leaders democratici al Congresso sulla spinosa ed impopolare questione del salvataggio del settore automobilistico a stelle e strisce si sarebbe finalmente giunti ad una serie di punti fermi che sono rappresentati dall’ulteriore riduzione della somma prevista da 15 a 14 miliardi di dollari, dalla concentrazione dell’intervento alle sole General Motors e Chrysler, dalla forma dell’intervento che si tradurrebbe nell’acquisizione della maggioranza azionaria di entrambe le case automobilistiche e, the last but not the least, nell’attribuzione dei pieni poteri sulle due società a Paul Volker, l’ex presidente della Federal Reserve di recente nominato dal presidente eletto, Barack Obama, a capo della task force incaricata di contrastare gli effetti della tempesta perfetta entrata nel suo diciannovesimo mese di vita.

Ebbene, di tutte queste misure, quella certamente più importante e simbolica è proprio l’attribuzione del ruolo di Zar con poteri di vita e di morte su due delle maggiori case automobilistiche americane all’anziano oppositore della politica monetaria di Bernspan e del suo Maestro Alan Greenspan, l’uomo che porta forse le maggiori responsabilità del meltdown della finanza più o meno strutturata che stiamo vivendo e che, nei suoi diciannove anni alla guida della Fed sotto ben quattro presidenti di diverso colore politico ha consentito che la miscela esplosiva rappresentata dai concomitanti fenomeni della finanziarizzazione, della globalizzazione e della deregolamentazione selvaggia portassero il mercato finanziario globale al massimo grado di impazzimento, trasformandolo in quello che è quasi un eufemismo definire un immenso casinò a cielo aperto.

Sospettare il fondatore della Commissione trilaterale, una delle creature di Rockfeller insieme al National Council for Foreign Resarch, poi trasformatosi nel misteriosissimo gruppo Bildberg, di simpatie per il cosiddetto capitalismo di Stato rappresenta una bestemmia che può allignare solo nelle contorte ed alquanto perverse menti dei congressisti repubblicani, donne e uomini che si ostinano a predicare il verbo del più mercato e meno Stato anche di fronte allo sfacelo attuale e dopo aver visto il trio Bush-Paulson-Bernspan nazionalizzare di fila Fannie Mae, Freddie Mac, AIG (il cui nuovo presidente ha dichiarato proprio ieri: io speriamo che me la cavo), trasformata Citigroup ed una serie di altre banche di varia dimensione in bracci armati del Tesoro, portato il debito pubblico tendenziale 2009 in vista, se non oltre, i 16 mila miliardi di dollari ed il deficit per lo stesso anno ad una voragine cifrabile tra i 750 ed i 1.000 miliardi di dollari!

Si sa che l’ideologia mercatista e neoliberista è dura a morire, ma credo proprio che quel pugno di neocon abbarbicato ai propri scranni nella Camera dei Rappresentanti e nelle aule di Capitol Hill stiano finendo per assomigliare molto a quei drappelli di giapponesi che hanno continuato ad essere in guerra in atolli del Pacifico per molti decenni dopo la fine delle ostilità nel secondo conflitto mondiale, con la non piccola differenza che quelli non avevano una radio che consentisse loro di ascoltare in diretta il drammatico discorso di resa del loro imperatore, costretto drammaticamente ascendere dal suo trono divino per accettare la dura realtà degli eventi, un manipolo di sostenitori dello Stato minimo che, dopo aver tentato in ogni modo di affossare il mega piano di salvataggio di Wall Street, si preparano ora alla loro ultima battaglia contro il presunto piano di socialismo di Stato portato avanti dal loro per fortuna fra poco ex presidente, dall’ex numero uno di Goldman Sachs e dal mite professore di Princeton tragicamente trasformatosi in una sorta di macchietta di Greenspan, con l’aggravante di non sapere nemmeno suonare il clarinetto.

Credo proprio che nei prossimi giorni e nelle prossime settimane questa tragedia trasformatasi in farsa si protrarrà, tra imboscate parlamentari e discorsi roboanti rivolti ad un elettorato che ha voltato loro irrimediabilmente le spalle nel corso dell’ultimo e recente Election Day, spedendo a casa molti di loro che continuano a legiferare solo in virtù della estrema lunghezza del processo di transizione da un’amministrazione alla altra prevista dalla Costituzione degli Stati Uniti d’America, lungaggine mutuata anche nel passaggio di consegne tra i parlamentari vecchi e nuovi, nonché l’esilarante percorso che porterà ad individuare i sostituti al Senato di Obama, Biden e della riscattata Hillary Clinton.

Nel frattempo, i titoli delle maggiori banche statunitensi hanno vissuto ieri la seconda giornata di passione, segnando cali che, seppur non vistosissimi, replicano quelli della seduta precedente ed interrompono quel mini rimbalzo che tanti entusiasmi aveva acceso tra i commentatori eternamente embedded alle truppe corazzate dal capitalismo finanziario più o meno globale, mentre gli azionisti della General Motors stanno sempre più adattandosi a vedere il valore delle loro azioni polverizzarsi irrimediabilmente nelle loro mani dopo la diluizione legata al maxi intervento statale, ben consci che per rivedere livelli decenti del valore delle loro azioni dovranno aspettare un congruo numero di anni.

Sempre ieri, un sondaggio effettuato tra un campione molto rappresentativo dei maggiori Chief Executive Officer statunitensi è emerso che, per la stragrande maggioranza di questi capi d’azienda, la recessione proseguirà almeno per un altro anno, anche se molti di dolo considerano più realistica la previsione degli analisti della ancora potente e sempre preveggente Goldman Sachs che vedono la crisi delle banche durare almeno un anno e mezzo, mentre non si pronunciano su quella dell’economia reale che dovrebbe protrarsi molto, ma molto più a lungo, colpendo, tuttavia, in modo più feroce all’estero che negli Stati Uniti d’America.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

mercoledì 10 dicembre 2008

Bush, Paulson e Bernspan tentano di barattare il salvataggio di Detroit con la possibilità di spendere quel che resta dei 700 miliardi di dollari!


Il mercato azionario statunitense ha festeggiato il primo anno della tempesta perfetta interrompendo la breve fase positiva iniziata venerdì scorso, una fase che numerosi commentatori della specie che vede la ripresa sempre dietro l’ennesimo angolo già vedevano prodromica del tramonto della più grave crisi finanziaria mai vissuta dal genere umano, il che era francamente poco credibile, così come poco credibile sembrava il ritrovato entusiasmo per le azioni delle principali protagoniste del mercato finanziario globale che, non del tutto a caso, sono state ieri oggetto delle vendite più massicce da parte degli operatori di ogni ordine e specie.

L’arresto ed il successivo rilascio su cauzione dell’allegro governatore democratico dello Stato dell’Illinois per corruzione continuata ed aggravata, culminata nel tentativo di mettere all’asta il posto di senatore lasciato vacante dal presidente eletto Barack Obama, dimostra ancora una volta come il giovane politico di Chicago abbia in gran parte vinto le elezioni malgrado il suo partito di appartenenza, un partito formata in larga parte da un apparato che avrebbe preferito mille volte che la candidata fosse Hillary Clinton, una persona molto più omogenea alle pratiche non del tutto trasparenti imperanti un po’ ovunque, nonché molto più sensibile alle pratiche hobbistiche che, lo ricordo, negli Stati Uniti d’America sono perfettamente legali e svolte da persone iscritte ad un apposito albo.

L’annuncio giunto in nottata del raggiungimento di un’intesa tra il presidente uscente e i leaders democratici al Congresso sulle modalità del prestito ponte da 15 miliardi di dollari non mette, purtroppo, la parola fine a questa vicenda alquanto indecorosa e che appare sempre più un sequel molto ravvicinato di quanto avvenne a poche settimane di distanza dall’Election Day sull’oramai celebre piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari sempre osteggiato dalla gran parte della minoranza repubblicana nonostante fosse proposto dal trio Bush-Paulson-Bernspan, né sembra placare l’opposizione del Great Old Party l’introduzione di una figura non a caso denominata Zar cui competeranno poteri di vita e di morte sulle tre maggiori case automobilistiche americane.

Sconfitti, quasi umiliati, alle ultime elezioni, i congressisti repubblicani stanno cavalcando alla grande l’ondata di sana indignazione popolare contro i comportamenti dei numeri uno delle tre maggiori case automobilistiche a stelle e strisce, così come i protagonisti di quel mercato finanziario trasformatosi negli ultimi decenni in una sorta di casinò a cielo aperto, come ben si è visto ieri, quando i precedenti numeri uno di Fannie Mae e Freddie Mac sono stati processati in diretta televisiva da una commissione parlamentare per i loro comportamenti certamente meritevoli di attenzione da parte del potere giudiziario, quegli stessi comportamenti che il potere politico si è ostinato a non vedere, ma, anzi, a favorire attraverso un processo di deregolamentazione selvaggia e del tutto bypartisan del quale gli ‘eletti dal popolo’ ovviamente si autoassolvono, sperando forse nella scarsissima memoria e nella ancora minore attenzione dei loro elettori!

Credo proprio che il giovane politico di Chicago sospinto dalle alte ondate della tempesta perfetta sin sul soglio della Casa Bianca farebbe bene a continuare a fornire prove di discontinuità e che mantenga aperto quel dialogo via internet con i suoi elettori, in particolare quelli giovani e giovanissimi, che è stato certamente la carta vincente della sua fortunata campagna elettorale, così come mi auguro che non ceda alla tentazione di uno scambio improprio con il sventurato predecessore che cerca in ogni modo di condizionare gli aiuti al settore automobilistico con la possibilità si spendere una parte ancora maggiore di quei 700 miliardi di dollari così faticosamente elargiti dal Congresso.

Non è un mistero per nessuno, infatti, che la materia del contendere stia tutta nel tentativo di Paulson di portare a termine la missione per la quale ha accettato di rinunciare ai compensi da 100 milioni di dollari percepiti nel solo 2007 dal suo successore Larry Blankfein: quella, cioè di cercare di salvare in extremis il sistema finanziario statunitense da quel collasso che aveva in larga misura contribuito a determinare come numero uno incontrastato della potente e molto preveggente Goldman Sachs, forse ancora oggi candidata a fare la fine ingloriosa della rivale Lehman Brothers o di finire accorpata ad uno dei carrozzoni del credito al dettaglio quali Citigroup, Bank of America o Wells Fargo, una prospettiva davvero terrificante per gli strapagati partners di Goldman e che potrebbe essere ancora evitata grazie ad ulteriori e consistenti elargizioni di denaro degli incolpevoli e già abbondantemente massacrati contribuenti americani!

Non credo proprio di scandalizzare i più affezionati lettori del Diario della crisi finanziaria mettendola giù così dura, in quanto ritengo di averli abituati a vedere quanto bolle sotto la superficie del mare alquanto procelloso della finanza più o meno strutturata, così come non credo che vi sia chi si scandalizzi rispetto al fatto che il trio sopra menzionato non avrebbe alcuna vergogna nel portare a termine questa missione di salvataggio dopo avere fallito nelle campagne di guerra in Iraq ed in Afghanistan e dopo aver foraggiato abbondantemente quel Pachistan che, via servizi segreti al dio sotto di ogni sospetto, è forse, insieme all’Arabia Saudita, il maggiore responsabile del terrorismo internazionale.

George W. Bush, Hank Paulson e Bernspan faranno davvero il possibile e l’impossibile nelle poche settimane che gli restano nelle rispettive posizioni per potere scrivere a lettere cubitali: mission accomplished!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

martedì 9 dicembre 2008

Per Goldman Sachs, Perfect Storm durerà ancora almeno altri diciotto mesi!


La tempesta perfetta compie oggi il suo primo anno e mezzo di vita e proprio ieri un report degli analisti della ancora potente e sempre preveggente Goldman Sachs ha reso noto che siamo a metà del percorso di quella parte della crisi finanziaria rappresentata dalla crisi delle istituzioni creditizie ovunque basate, mentre alle banche resterebbe da mettere in conto ancora un terzo delle perdite complessive stimate in 1.800 miliardi di dollari.

Lo studio rilanciato con evidenza dalle agenzie di stampa statunitensi che un po’ perfidamente ricordano come nello scorso mese di aprile il Chief Executive Officer e Chairman di Goldman, Larry Blankfein, avesse dichiarato che, se la tempesta perfetta fosse stata una partita, saremmo al terzo dei quattro tempi previsti (il che voleva dire che tutto si sarebbe concluso entro l’estate 2008) ci dice, in buona sostanza, che dovremo attendere almeno l’estate del 2010 per vedere la fine della crisi creditizia, che, per la prima volta, vede attribuirsi una longevità di tre anni.

Non conoscendo i dettagli dello studio coordinato dal capo economista globale di Goldman Sachs, Richard Ramsden, non sono assolutamente in grado di esprimere alcun giudizio sullo schema di ragionamento seguito per giungere alla stima appena citata sulla durata e la profondità di perfect storm, anche se temo che sia il primo che il secondo aspetto vengano considerati in un’ottica un po’ troppo bancocentrica, rischiando così di non tenere conto appieno del micidiale effetto domino in corso e degli effetti drammatici derivanti dai default aziendali da esso determinati sulla domanda effettiva e, quindi, sui bilanci delle banche e delle altre principali protagoniste del mercato finanziario globale.

Non avevo alcun dubbio sulla entusiastica reazione dei mercati azionari di tutto il mondo al coraggioso piano di spesa in infrastrutture annunciato sabato scorso dal presidente eletto, Barack Obama, un piano che mescola sapientemente aspetti della old e della new economy in salsa verde, cioè ecologista, ma, soprattutto, dimostra che i numerosi Dream Teams di cui il giovane politico di Chicago si è circondato dispongono non solo dei migliori talenti in circolazione negli Stati Uniti d’America, ma partono anche da un’analisi corretta delle cause della peggior crisi finanziaria mai vissuta dall’umanità e che presenta aspetti ‘strutturali’ molto più preoccupanti di quelli che caratterizzano il crollo del 1929 e la successiva Grande Depressione.

So bene che la maggior parte dei miei lettori più costanti, quelli che, secondo le statistiche di Google Analytics, hanno effettuato più di duecento visite a questo blog, vorrebbero sapere se considero il progetto presentato da Obama non tanto una condizione necessaria quanto, piuttosto, una condizione sufficiente per uscire dall’attuale meltdown della finanza e dell’economia altrettanto globali che stiamo vivendo, ma credo sia troppo presto per esprimere un giudizio di questo genere, anche se devo dire che concordo perfettamente con il futuro presidente a stelle e strisce sul fatto quando dice che, prima di vedere una ripresa, dobbiamo rassegnarci a vedere il peggio della tempesta perfetta.

Certo, fa un po’ impressione vedere la crescita a due cifre registrata ieri dalle quotazioni delle azioni della maggior parte delle banche poste al di qua ed al di là dell’Oceano Atlantico, soprattutto ove si consideri l’eccellente performance registrata dalle banche statunitensi nella seduta di venerdì, così come è confortante sapere che i negoziati per il finanziamento ponte alle tre maggiori case automobilistiche statunitensi stanno progredendo alacremente, ma mi permetto di sottolineare quanto vi sia di eccessivamente anticipatorio nel sospiro di sollievo che giunge distintamente da New York nello stesso giorno nel quale la catena che edita, tra gli altri, l’Heral Tribune è stata costretta a fare ricorso alla procedura fallimentare e lo storico New York Times is vede costretto a dare in pegno il proprio grattacielo per ottenere i finanziamenti necessari per non incorrere nella stessa sorte della testata rivale.

Se vi chiedete cosa c’entrano mai le sorti del settore dei media con la tempesta perfetta, vuole dire che non sono stato abbastanza chiaro nelle oltre quattrocento puntate del Diario della crisi finanziaria sulle caratteristiche dell’effetto domino, un effetto sul quale ho appreso molto di più dalla lettura dell’omonimo romanzo di Mack Reynolds che dai saggi accademici maggiormente in voga sulla Grande Depressione e sulle altre grandi crisi finanziarie!

Lasciando l’America alle sue spero fondate speranze, credo necessario volgere lo sguardo a quanto sta avvenendo nell’Unione Europea, per registrare l’avvenuta rottura del trio dei paesi volenterosi, una rottura sancita dall’incontro a due tra Gordon Brown e Nicolas Sarkozy, assente, e non per precedenti ed inderogabili impegni, la cancelliera tedesca, Angela Merkel, per non parlare della situazione da vera e propria Torre di Babele rappresentata dagli altri ventiquattro paesi membri dell’Unione, ognuno alle prese con il suo mini piano di salvataggio che ha, al di là delle differenze, ben poche chances in uno scenario che vede gran parte delle imprese bancarie e d assicurative avere caratteristiche transnazionali, come ha drammaticamente ricordato la vicenda di Fortis che ha richiesto l’intervento di ben quattro stati membri (Francia, Olanda, Belgio e Lussemburgo).

D’altra parte, cosa ci si doveva aspettare dopo le infinite diatribe sul Trattato europeo, anche nella sua attuale versione riveduta ed annacquata, una situazione che rappresenta l’ennesimo colpo alle residue speranze di edificare gli Stati Uniti d’Europa!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.