martedì 11 novembre 2008

Il silenzio assordante di Giulio Tremonti spaventa i banchieri italiani!


L’annuncio delle mega perdite nel terzo trimestre 2008 da parte delle nazionalizzate AIG e Fannie Mae, due entità che, complessivamente considerate, sono riuscite a perdere la bellezza di 54 miliardi di dollari in soli tre mesi, costringendo il governo statunitense a portare a 150 miliardi di dollari, l’iniziale intervento di 85 miliardi, chiarisce senza ombra di dubbio quanto fossero del tutto manipolati i bilanci precedenti di queste come della maggior parte delle maggiori entità operanti nel mercato finanziario globale, con l’aggravante che la eliminazione di fatto del mark to market nella valutazione dei titoli della finanza strutturata decisa di recente ma già operante sui rendiconti che vengono presentati in questi giorni aggiunge la beffa al danno.

Ha un bel strepitare il molto decisionista presidente francese, Nicolas Sarkozy, sulla sua recente scoperta in merito al fatto che le banche, le compagnie di assicurazione ed altri investitori europei avrebbero in corpo qualcosa di più di 600 miliardi di euro di titoli tossici, ma il problema è che né lui, né nessun altro leader europeo appare in grado di chiedere il conto a quanti hanno deciso di correre rischi, in gran parte, peraltro, accuratamente nascosti nelle poste off balance sheet, assolutamente multipli di quello che ragionevolmente avrebbero dovuto essere.

Trovo, inoltre, un segno chiaro di disperazione il piano da poco meno di 600 miliardi di dollari annunciato dai vertici del partito comunista cinese, letteralmente terrorizzati dalle conseguenze del passaggio da una crescita del prodotto interno lordo a due cifre ad una che si mantiene comunque al di sopra dell’8 per cento, un ritmo di espansione che l’Europa e gli Stati Uniti d’America non riescono nemmeno a sognare, anche se va detto per onestà che le conseguenze sociali di una simile decelerazione potrebbero risultare drammatiche per i precari equilibri della superpotenza asiatica che continua a detenere riserve valutarie in dollari per 1.200 miliardi circa.

Pur temendo di annoiare i più fedeli tra i miei lettori, ripetendo che ogni giorno che passa emerge la sproporzione tra le pur gigantesche risorse pubbliche messe a disposizione in ordine sparso dai governi di tutto il mondo più o meno industrializzato e la dimensione ancor più gigantesca del problema che sta attanagliando le autorità monetarie all over the world, anche perché la proporzione tra risorse e rischio complessivo si pone nell’ordine di uno a venticinque, una sorta di leverage altrettanto micidiale di quello che caratterizzava le ex Investment Banks e le divisioni di Corporate & Investment Banking delle banche più o meno globali.

Fa un po’ impressione vedere gli un tempo colossi del credito e della finanza statunitense testare nuovamente quegli stessi minimi toccati nella prima decade di ottobre nel pieno della più grave ondata di panic selling mai vista da quando, sedici mesi orsono, ha preso il via la tempesta perfetta, minimi che in più di un caso sono già stati infranti verso il basso dalla potente ed ancor più preveggente Goldman Sachs e da Citigroup, mentre qualche residuo margine lo mantiene Morgan Stanley.

D’altra parte, se Atene piange, Sparta certo non ride, come è possibile dire guardando il vano tentativo delle banche europee di tirarsi fuori dalle secche in cui sono state sospinte dai sempre più alti marosi della stessa tempesta perfetta che batte le coste statunitensi, con rialzi che sono durati letteralmente lo spazio di un mattino, in quanto già nel pomeriggio il barometro delle quotazioni azionari delle banche basate al di qua ed al di là della Manica ha ripreso a segnalare burrasca ed i rialzi si sono prontamente mutati in altrettanti, ed a volte pesanti, ribassi.

Tutto ciò non fa che aumentare le attese sull’esito dell’oramai prossimo G20/G21, con le folte e numerose delegazioni che stanno prenotando le stanze d’albergo anche per una possibile coda del laboriosissimo summit e mentre l’italiano Mario Draghi ha annunciato la sua intenzione di aprire le porte un tempo blindate del Financial Stability Forum da lui presieduto anche ad esponenti del BRIC, acronimo che sta per Brasile, Russia, India e Cina, un allargamento che sarebbe stato impensabile anche solo pochi mesi fa e che non solo rappresenta l’ennesima controprova della crescente disperazione che attanaglia i topi posti a guardia del formaggio, ma che denota anche quello che è sotto gli occhi di tutti e cioè che le casse dei paesi maggiormente industrializzati iniziano drammaticamente a piangere e c’è bisogno del supporto di quei new comers che un tempo sarebbero stati collocati in un tavolo a parte e che ora sono sempre più consapevoli della loro indispensabilità!

Venendo alle cose italiane, è sempre più evidente che il per la terza volta ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, peraltro inventore della colorita espressione riportata sopra, si sta divertendo un mondo a giocare al gatto ed al topo con i banchieri ed i detentori delle casseforti delle fondazioni di origine bancaria, che poi sono anche gli azionisti di riferimento dei tre maggiori gruppi bancari italiani, alternando eloquenti silenzi ad allusioni molto pesanti, incluse quelle sul presunto colore politico dei banchieri e degli uomini delle Fondazioni, ma che ieri si è accontentato di dichiarare che una soluzione, quale?, verrà comunque trovata entro la fine dell’anno, apparentemente inconsapevole delle paginate di giornali che danno il Monte dei Paschi di Siena più o meno alla canna del gas ed in trepidante attesa dell’arrivo dei soldi pubblici, purché non vengano poste sgradite condizioni.

Ma credo proprio che non aleggi grande tranquillità anche ai piani alti degli altri due maggiori gruppi bancari italiani, con Corrado Passera che non sa più se preoccuparsi per il progressivo ingarbugliamento dell’affaire Alitalia o dei crescenti malumori dei suoi azionisti di riferimento e Alessandro Profumo che, invece, si preoccupa e basta!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

lunedì 10 novembre 2008

L'atto di accusa di Sarkozy contro l'amico americano preannucia un G20 di fuoco!


Trovo francamente esilaranti i commenti di buona parte della stampa mondiale sulla tranquilla e cooperativa transizione tra il non compianto ex presidente George W. Bush e l’appena eletto Barack Obama, non fosse altro che per l’annuncio dell’intenzione del neo eletto di cancellare, appena insediato ed in forza di provvedimenti immediatamente esecutivi, ben duecento leggi fortemente volute dal suo predecessore su materie delicate quali l’aborto e la ricerca sulle cellule staminali, nonché la ferma determinazione ad approfittare a piene mani dello spoil system, sostituendo almeno ottomila esponenti di ogni ordine e grado appartenenti a svariati enti federali, un insieme di prime mosse che, nella migliore delle ipotesi, può essere definita una rivoluzione tranquilla, ma pur sempre una rivoluzione.

Certo, fino al 20 gennaio 2009, il presidente, purtroppo, continuerà ad essere l’ultimo rampollo della dinastia dei cespugli, così come è altrettanto certo che il giovane presidente letto non presenzierà all’attesissimo vertice del G20 (a proposito, non si può che essere contenti che, dopo un’intensissima attività di lobbing, anche la Spagna di Zapatero ha conquistato un posto a tavola), ma non vi è dubbio alcuno che il suo fantasma aleggerà nell’ampia sala di Washington dove troveranno posto i 21 capi di Stato e di governo, affiancati da centinaia di volenterosi ed efficienti sherpa, non fose altro che per l’impressione che ha fatto vedere schierati insieme ad Obama il fior fiore dell’intellighenzia economica ed investitori del calibro di Warren Buffett, un’apparizione davanti ai media di tutto il mondo tesa ad infondere il messaggio che la nuova amministrazione vuole dare luogo ad una vera e propria inversione ad u nella politica economica, in quella fiscale, ma, soprattutto, che non si accontenterà di riforme di facciata per quel casinò a cielo aperto che è oramai divenuto il mercato finanziario statunitense, al pari di quello globale!

Non è peraltro, certamente un caso che il decisionista presidente francese, Nicolas Sarkozy, abbia deciso, ad esito elettorale acclarato, di portare sino il suo affondo agli amici americani, annunciando urbi et orbi che il sistema uscito dai faticosissimi negoziati di Bretton Woods e che sancirono la supremazia assoluta del dollaro e degli Stati Uniti d’America è definitivamente finito quel 17 settembre dell’anno di disgrazia 2008, quando si è lasciata fallire una banca del calibro di Lehman Brothers senza sentire il bisogno di fare nemmeno una telefonata ai partners europei, una decisione davvero esiziale, in quanto la storica banca d’investimento, al pari delle altre consorelle a stelle e strisce sopravvissute alla tempesta perfetta oramai divenuta banca commerciale, era una sorta di piovra i cui lunghissimi tentacoli sono difficilissimi da recidere in modo indolore, come hanno avuto modo di sperimentare sulla loro pelle banche, compagnie di assicurazione, fondi pensione, fondi di investimento, malcapitati risparmiatori/investitori ovunque basati nel globo terracqueo.

L’implacabile atto d’accusa del bellicoso e mai domo presidente francese rischia di avere un effetto ancora più dirompente di quella decisione del suo lontano predecessore che rispondeva al nome di Charles De Grulle, che ebbe il merito di mettere allo scoperto il bluff insito in un ordine monetario internazionale basato sulla superstizione della convertibilità della valuta statunitense in oro, al cambio di 35 dollari per oncia, chiedendo ed ottenendo la conversione di un miliardo di dollari in lingotti, ma allo stesso tempo costringendo un infuriato presidente pro tempore degli Stati Uniti d’America, ad approfittare della chiusura ferragostana dei mercati valutari per dichiarare conclusa l’esperienza dell’convertibilità del dollaro in quel relitto barbarico rappresentato dal metallo giallo.

Ho letto con la dovuta attenzione l’editoriale domenicale dell’ex (?) direttore del quotidiano La Repubblica, Eugenio Scalari, un uomo che spazia tra le questioni teologiche, la politica, ma che continua a nutrire un’autentica passione per il suo primo amore: l’economia, in questo caso rappresentata dal possibile esito del prossimo G20/G21 e del quale preconizza un più che probabile esito inconcludente, ma dimostrando, nel frattempo e forse non del tutto a caso, una totale sottovalutazione di quel sussulto di consapevolezza che oramai pervade le cancellerie e le banche centrali di tutto il mondo, la consapevolezza, cioè, che di fronte al baratro sul ciglio del quale ci ritroviamo tutti quanti, nessuno escluso, non è più tempo di comunicati finali preconfezionati e che, volenti o nolenti, da quel vertice dovranno uscire le prime scelte chiare in termini di riregolamentazione, intervento massiccio ed irto di condizioni degli Stati nel capitale delle banche e forse anche di alcune compagnie di assicurazione, forti interventi diretti, o via istituzioni finanziarie occupate manu militari, di interi settori industriali, misure a sostegno della domanda delle famiglie e chi più ne ha ne metta!

Credo proprio che i decision makers mondiali siano perfettamente consapevoli del fatto che tutto questo andava fatto ieri e che quindi non esiste più nemmeno il più esile diaframma temporale per continuare a gingillarsi tra possibili alternative meno incisive, pena una ripresa selvaggia del meldown dei titoli azionari prodromico a default a catena di quegli stessi soggetti che si dovesse decidere di lasciare al loro destino in base a quello sputtanatissimo principio neoliberstico, che in quanto a dimostrabilità fa il paio con gli assunti dei neoconservatori statunitensi, che il mercato, lasciato a sé stesso, raggiunga il migliore degli equilibri possibili.

Così come ritengo assolutamente non fondata e francamente al limite del cinismo l’opinione del professor Guido Rossi, un giurista che ha occupato, via via, un’infinita serie di incarichi aziendali ed istituzionali, quando, quasi fosse un passante immune da qualsiasi responsabilità, si oppone strenuamente all’intervento dei fondi statali nelle banche, giungendo a sostenere che,peraltro, di questo non vi sarebbe assolutamente alcun bisogno, prendendo per buone le rassicurazioni dei banchieri sullo stato di salute delle banche da loro gestite!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

sabato 8 novembre 2008

La coperta troppo corta degli aiuti di stato!

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Mentre siamo tutti in attesa di sapere cosa tirerà fuori dal cappello Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia e presidente del Financial Stability Forum ed i trentanove altri suoi commensali all’ennesimo vertice convocato al solo scopo di prepararne un altro, il prossimo fine settimana a Washington, pessime notizie giungono dal fronte caldissimo dell’economia reale, in virtù di un pessimo dato sui Non Farm Payrolls nel mese di ottobre, ma, soprattutto, di una pesantissima revisione dei dati relativi ai due mesi precedenti.

Perdere 248 mila buste paghe in un solo mese e vedere il tasso di disoccupazione balzare dal 6,1 al 6,5 per cento nello stesso lasso di tempo non è certo qualcosa che capita tutti i giorni, ma scoprire che era più che fondato il sospetto che si stesse un po’, anzi tanto, barando sui dati dei mesi immediatamente precedenti alle elezioni presidenziali più importanti della storia degli Stati Uniti d’America, ebbene questo è, o almeno dovrebbe essere, molto più grave, anche perché, alla fine della fiera, la perdita effettiva di posti di lavoro nei tre mesi è stata più o meno pari a quella registrata nei primi sei mesi dell’anno in corso.

L’ennesimo brutto risultato trimestrale della General Motors non è altrettanto allarmante quanto la notizia che tra pochi mesi potrebbe proprio non esservi più un dollaro bucato nelle case della corporation presieduta da Wagoner, accompagnata dalla rinuncia al merger con Chrysler per il quale, come si dice sempre dalle parti di Detroit, non è proprio aria!

Come accade sempre più di sovente nel magico mondo delle borse e della finanza, notizie ferali di questo tenore vengono accompagnate da rialzi che, seppur poco probabili, contribuiscono ad allungare il brodo in attesa che accada un qualche cosa che è molto difficile capire cosa possa essere, anche perché tutto il fattibile è stato già fatto ed è molto difficile che dalla riunione di oggi in Brasile e da quella della settimana prossima a Washington possano uscire misure concrete in grado di contrastare il dilagare dell’effetto domino, anche perché molto difficilmente i capi di stato e di governo dei venti paesi maggiormente industrializzati del pianeta riusciranno a fare in due giorni quello che si sta tentando invano di fare da sedici mesi.

Anche perché è molto difficile immaginare che accada l’unica cosa che potrebbe consentirci di uscire da questa situazione e, cioè, che qualcuno sia in grado di convincere i risparmiatori/investitori a tornare ad avere fiducia di quelle entità protagoniste del mercato finanziario globale, come, peraltro, hanno fatto senza fiatare per ventitre anni, ogni volta dimentichi della fregatura di turno, poco importa quale era la denominazione dell’entità o il tipo di prodotto che la stessa aveva loro propinato, spesso proprio quei titoli della finanza strutturata che nessuno vuole più neanche ora che il prezzo di alcuni di questi titoli tossici è sprofondato a 10 centesimi per dollaro, addirittura la metà di quanto ha incassato qualche mese fa John Thain di Merrill Lynch, quando accettò di scambiare titoli per nominali 30 miliardi di dollari con poco più di sei miliardi di dollari e dovendo, per soprammercato, finanziare l’alquanto azzardoso compratore e garantirgli il riacquisto in caso di ulteriori perdite di valore dei titoli.

Sarei molto curioso di assistere al primo incontro tra il neopresidente Barack Obama e quanti sono stati arruolati in una sorta di gabinetto di guerra che ha la mission impossibile di quadrare il cerchio di questa tempesta perfetta in corso incessantemente da sedici mesi, anche perché credo che pochi come i personaggi convocati siano, fin nel loro intimo, acerrimi nemici dei capi delle Investment Banks e delle divisioni di Corporate & Investment Banking delle banche più o meno globali, fatta eccezione per quel Robert Rubin che vanta un curriculum da banchiere di investimento di tutto rispetto, anche se pare che venga pagato decine e decine di milioni di dollari per non fare assolutamente, o quasi, nulla.

Pur essendo il precedente un classico periodo ipotetico dell’irrealtà, provo ad immaginare almeno quello che direbbe il Leone di Omaha, Warren Buffett, ove dovesse trovarsi al cospetto di quella dozzina di esponenti delle banche e delle compagnie di assicurazione destinatarie di finanziamenti pubblici per decine e decine di miliardi di dollari, senza avere in realtà pagato alcun prezzo per gli errori da loro commessi, né essere stati più o meno elegantemente accompagnati alla porta dagli addetti alla sicurezza, e sono certo che serpeggerebbe il terrore in quei board of directors, come è serpeggiato nei consigli di amministrazione delle tante società nelle quali Buffett ha deciso di investire, sempre garantendosi un posto di consigliere.

Per fortuna dei banchieri italiani, o perlomeno di quelli assisi al vertice dei primi tre o cinque gruppi, difficilmente capiterà mai loro un’avventura del genere, in quanto il loro nemico giurato, il per la terza volta ministro dell’economia, Giulio Tremonti, non ha ancora ottenuto il via libera, né per l’espropriazione per decreto dei poco meno di 80 miliardi di euro rappresentanti il patrimonio delle fondazioni di origine bancaria, né per mettere alla porta una parte o tutti gli amministratori delegati dei principali gruppi creditizi del nostro paese.

Ma tutto si può dire del professor Tremonti, tranne che non sia un uomo capace di aspettare pazientemente in riva al fiume non tanto il passaggio del cadavere di un suo nemico giurato, quanto il momento più opportuno per convincere con solidi argomenti chi non aspetta altro che essere convinto a fare quello che farebbe molto probabilmente anche gratis!


Avverto i lettori che, salvo il verificarsi di eventi eccezionali, d’ora in avanti apparirà una sola puntata del Diario nel fine settimana, mentre ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito www.uil.it nella sezione del dipartimento di politica economica.

venerdì 7 novembre 2008

Ma non è che in qualche cancelleria europea vi sia qualcuno che vagheggia un rimpasto tra i paesi dell'eurozona? (2)


Un altro fine settimana rovinato per Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia e presidente del Financial Stability Forum, e per Vittorio Grilli, Direttore Generale del ministero dell’Economia che, in compagnia di trentotto loro omologhi, saranno impegnati in Brasile nella preparazione della riunione dei capi stato e di governo del G20 che si terrà il prossimo week end a Washington, con la postazione statunitense che vedrà la compresenza della normale delegazione di fedelissimi dell’oramai ex presidente Bush e della squadra di emergenza per l’economia appena istituita dal neopresidente Barack Obama, un pacchetto di mischia nel quale sono stati chiamati Warren Buffett, Robert Rubin, il giovane presidente della Fed di New York e probabile neo ministro del Tesoro, Paul Volker ed altri non meglio specificati volenterosi, arruolati con il non facile compito di porre ordine in quel casinò a cielo aperto che è diventato il mondo della finanza più o meno strutturata e cercare di trovare il modo di far ripartire la domanda di consumi e modificare l’attuale normativa in materia di espropri immobiliari.

Secondo le prime indiscrezioni filtrate dal quartier generale di Obama e da ambienti democratici in quel di Washington D.C., oltre a rivedere i programmi di spesa di quanto resta del piano di salvataggio delle banche da 700 miliardi di dollari, sarebbe allo studio un mega intervento da 200 miliardi di dollari in due tranche da fare approvare in una riunione speciale del Congresso scaduto e che dovrebbe riverberare i suoi effetti tra dicembre di quest’anno ed il gennaio dell’anno prossimo, al fine di evitare che il prossimo Christmas Spending non si trasformi, e sarebbe la prima volta dal secondo dopoguerra mondiale, in un Christmas Saving, con i mall e i department stores silenziosi per l’assenza del solito rimbombo dello zip zip delle carte di credito azionate dalle voraci cicale a stelle e strisce.

A guardare l’andamento dei mercati azionari nelle ultime due sedute, sembra che si sia rotto il temporaneo incantesimo che ha preceduto l’Election Day, con gli investitori e gli operatori di nuovo alle prese con l’incubo della recessione oramai virulentemente in corso e mentre le banche, le cui quotazioni sono di nuovo spinte prepotentemente al ribasso come accadeva qualche settimana orsono, sembrano continuare a restare del tutto indifferenti di fronte alle inondazioni di liquidità quotidiane ed ai tagli dei tassi ufficiali da parte delle banche centrali dei paesi maggiormente industrializzati, incluso il taglio monstre effettuato ieri dalla Bank of England che, a differenza della Banca centrale Europea, non ha esitato a quasi dimezzare il livello dei tassi precedente, portandoli al di sotto di quel tasso di riferimento della BCE, a sua volta sceso di mezzo punto dal 3,75 al 3,25 per cento.

Non so se, come sostiene oggi l’extracomunitaria UBS, quella che si apre lunedì sarà una settimana davvero difficile per le banche italiane, orfane di quei massicci interventi della mano pubblica già avvenuti nella maggior parte dei paesi europei confrontabili, ma credo proprio che l’apparente inerzia del per la terza volta ministro dell’economia, Giulio Tremonti, stia letteralmente togliendo il sonno ai nostri banchieri, in particolare a quelli posti ai vertici dei primi tre, se non dei primi cinque, gruppi bancari italiani, che hanno, per altro, già visto esaurirsi il piccolo rimbalzo che aveva portato le quotazioni delle azioni delle loro banche un po’ lontano da quei minimi di tutti i tempi toccati, ad esempio, da Unicredit Group, da Intesa-San Paolo e dal Monte dei Paschi di Siena.

E’ del tutto evidente, infatti, che l’attendismo di Tremonti ha molto a che fare con il successo temporaneo del pressing dei banchieri sull’asse Berlusconi-Letta, anche perché, se è vero che il noto commercialista prestato alla politica non ha intenzione di acquisire azioni ordinarie delle banche, è altrettanto vero che non gli passa neanche per l’anticamera del cervello di “sprecare” risorse pubbliche in favore delle stesse banche senza ottenere quei cambi al vertice e precisi e stringenti impegni sui futuri comportamenti in materia di erogazione del credito alle imprese ed alle famiglie che, almeno stando alle sue dichiarazioni, sono per lui un must.

Tutto questo inizia ad essere chiaro a quegli azionisti di riferimento dei primi tre gruppi bancari italiani, fondazioni in primis, che molto probabilmente stanno intensamente interrogandosi sul da farsi e sulla convenienza di pagare lo scotto richiesto dal ministro, cosa che per alcuni di loro non rappresenta poi del tutto un problema, ma viene anzi vista come un’insperata opportunità!

Certo, le ultime esternazioni del premier italiano in quel di Mosca non aiutano certo a dissipare i dubbi che ponevo non più tardi di ieri sui reali motivi che sono alla base di quella triplicazione in tempi rapidissimi del cruciale differenziale tra il rendimento effettivo del BTP italiano e del Bund tedesco, che già veleggia a 130 punti base, un divario enorme per titoli emessi nella stessa valuta e da due paesi membri dell’UE.

E’, infatti, evidente la crescente insofferenza dei governi della Gran Bretagna, della Francia e della Germania per le sempre più evidenti anomalie presenti nel nostro paese, a partire dalla politica economica seguita dal nostro governo e da quella paziente costruzione di un blocco di potere economico del tutto alternativo a quello che ha calcato per decenni le scene sotto l’abile regia di Enrico Cuccia, un blocco di potere che rischierebbe di saldarsi definitivamente ove riuscisse il colpaccio di impadronirsi delle maggiori banche, una mossa che avrebbe il potere di attrarre nuovi consensi da parte di quelle innumerevoli aziende industriali di piccole e medie dimensioni che hanno un bisogno disperato del credito bancario.

Una controprova dell’esistenza di questo nuovo asse Londra-Parigi-Berlino e delle sue intenzioni potrebbe venire proprio dall’anello debole del nuovo blocco di potere, l’Alitalia, con un’offerta a sorpresa di qualche compagnia aerea, forse anglosassone, che verrebbe a rompere le uova nel paniere alla CAI di Colaninno!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

Ma non è che in qualche cancelleria europea vi sia qualcuno che vagheggia un rimpasto dei paesi appartenenti all'eurozona? (1)


Le forti flessioni delle borse di tutto il mondo vengono presentate come semplici prese di profitti dopo la crescita delle quotazioni che ha preceduto l’election day statunitense, ma, come cerco di ripetere da lungo tempo, non sono che il segnale della prosecuzione della tempesta perfetta che fra pochissimi giorni entrerà nel suo sedicesimo mese di vita, senza che le sue ondate abbiano perso di intensità dopo che i governi e le banche centrali di tutto il mondo industrializzato hanno deciso di mettere assieme un piano di salvataggio che, seppure articolato su base strettamente nazionale, dispone complessivamente di risorse nell’ordine dei 4 mila miliardi di dollari.

Perché la mossa coraggiosa ed una volta tanto determinata dei decision makers del mondo maggiormente industrializzato non riesce ad avere ragione del persistente umore negativo dei risparmiatori/investitori, né a restituire al mercato interbancario un clima più disteso? La risposta, purtroppo, è alquanto semplice ed ha a che vedere fondamentalmente con la persistente assenza di quell’ingrediente fondamentale rappresentato dalla fiducia nei e tra i principali protagonisti del mercato finanziario globale, una fiducia che certo non trae alimentato dalle notizie provenienti dalle banche e dagli altri soggetti beneficiati da miliardi di dollari, di euro o di sterline di aiuti pubblici e che sembrano ostinarsi a non modificare in alcun modo i loro comportamenti, né rinunciare a politiche di compensation veramente incredibili alla luce delle condizioni in cui versano i loro bilanci, peraltro meno trasparenti a causa dell’abbandono di fatto e di diritto di un principio contabile quale è il mark to market delle attività finanziarie presenti per decine e decine di migliaia di miliardi di dollari nei conti delle banche, delle compagnie di assicurazione, degli hedge funds, dei fondi pensione e dei fondi di investimento.

La sproporzione più che evidente tra le munizioni a disposizione della mano pubblica rispetto alla montagna colossale di titoli della finanza strutturata più o meno tossici rappresenta il secondo elemento di risposta all’interrogativo di cui sopra, una sproporzione che è oramai evidente ai più ed è perfettamente rappresentata dalle dimensioni assunte dal mercato di quelle armi di distruzione di massa denominati Credit Default Swaps, strumenti originariamente intesi come puramente difensivi degli investimenti nei titoli rappresentativi del debito emesso da entità pubbliche o private, stati sovrani purtroppo ampiamente inclusi, ma ben presto divenuti oggetto di investimenti speculativi che hanno favorito la moltiplicazione dei rischi di controparte nel caso tutt’altro che peregrino di default dell’emittente.

La “sorpresa” derivante dall’insufficienza della mega iniezione di liquidità nel colosso assicurativo statunitense AIG, per il quale gli 85 miliardi di dollari stanziati di recente dal Tesoro Usa, stanziati a tambur battente e pressoché in contemporanea con la nazionalizzazione dei due colossi Fannie Mae e Freddie Mac, non sono stati assolutamente sufficienti, soprattutto dopo il sisma a catena rappresentato dal fallimento di Lehman Brothers, ed è stato necessario rioperare d’urgenza il malandato paziente iniettando un’altra dose di denaro pubblico nell’ordine di poco meno di ulteriori 40 miliardi di dollari (38 per la precisione, ma, soprattutto, per il momento), mentre è di ieri la notizia che una compagnia monoliner particolarmente esposta nelle garanzie prestate a quei titoli tossici che il mercato oramai valuta a dieci centesimi per dollaro, Ambac, è non solo incorsa nell’ennesima perdita trimestrale ma è stata anche ulteriormente degradata da Moody’s che, quasi in articolo mortis, ha degradato il suo rating come emittente a quello normalmente attribuito alle emittenti di junk bonds, universalmente noti come titoli spazzatura!

Dalle ultime informazioni statistiche diffuse dall’organismo che segue il mercato dei Credit Default Swaps, abbiamo, peraltro, ricavato la spiacevolissima notizia che l’Italia fa la parte del leone nella torta complessiva dei CDS, notizia probabilmente già nota o semplicemente supposta da quanti hanno spinto in poche settimane il differenziale tra il BTP ed il Bund tedesco da poche decine di punti base a 132 punti base, notizia che ha provocato più di uno strapazzamento in quel di Via XX Settembre, sede del dicastero italiano dell’economia e delle finanze e che certo non depone bene per il futuro prossimo venturo del nostro servizio del debito che si ostina a rimanere stabilmente ai piani alti della classifica mondiale, ove espressa in percentuale di quel prodotto interno lordo che proprio oggi l’FMI prevede si deprima dello 0,6 per cento nel corso del 2009.

Continua, nel frattempo, l’inerzia del governo italiano che, in pressoché totale solitudine tra i maggiori partners europei, continua a non muovere foglia e ad essere del tutto renitente rispetto all’emanazione di quel famoso decreto che prevederebbe interventi in favore del sistema bancario italiano, ma che il per la terza volta ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, continua a rinviare, manifestando così la sua opposizione ad un provvedimento che non preveda, come è suo espresso desiderio, serie conseguenze per i banchieri, rei, a suo avviso, di aver coinvolto anche le banche italiane, in particolare quelle di maggiori dimensioni, nell’attuale meltdown finanziario, ad onta delle reiterate ed alquanto superstiziose attribuzioni di patenti di estraneità delle nostre banche ai comportamenti in voga negli ultimi decenni a Londra ed a New York.

Non vorrei, tuttavia, che dietro questo mostruoso, e temo non definitivo, ampliamento del differenziale di rendimento tra il nostro decennale e quello tedesco non vi fossero soltanto ragioni squisitamente tecniche, ma che lo stesso sia in realtà determinato anche dalla volontà di alcuni tra i maggiori partners europei di lanciare un segnale chiaro e forte all’Italia, un segnale che tenderebbe a favorire l’ingresso nell’euro della sterlina, della corona svedese e della valuta danese tramite una “lezione” a quello che sembrerebbe essere considerato un paese poco disciplinato agli occhi delle opinioni pubbliche degli eventuali new comers, anche perché una lettura di questo tipo renderebbe più comprensibile l’evidente divario tra il taglio dei tassi di interesse britannici (dal 4,5 al 3,0 per cento), rispetto a quella decisa, sempre in data odierna, dalla Banca Centrale Europea!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

mercoledì 5 novembre 2008

Sull'onda della tempesta perfetta, Barack Obama conquista la Casa Bianca, la Camera ed il Senato!


Come si usa dire nel gergo delle dealing rooms, “buy the rumor, sell the news”, copione puntualmente seguito dai mercati azionari europei alla notizia che il sogno di Barack Hussein Osama, figlio di un keniota e di un’americana, uomo di colore e sino a tre anni orsono noto solo come avvocato delle cause dei diseredati, si è trasformato in realtà, consentendogli di divenire il primo afroamericano ad aver acquisito il diritto di abitare alla Casa Bianca, con un contratto di quattro anni rinnovabili, ove ce la faccia nuovamente al prossimo election day, per ulteriori quattro, un risultato che, nonostante i disastrosi otto anni di presidenza di Bush Jr. e la patetica performance di Mc Cain e di Barracuda Pailin, sino al mese di settembre dell’anno di disgrazia 2008 sembrava veramente difficile da conseguire.

In una puntata di qualche giorno fa, avevo azzardato il pronostico della vittoria del giovane senatore di Chicago, in gran parte per l’effetto drammatico sul morale dei cittadini americani legato a quel fallimento sventato in extremis dell’intero sistema finanziario a stelle e strisce descritto con grande accuratezza dal numero uno del Fondo Monetario Internazionale, il francese Strauss Kahn, per un attimo dimentico delle sue complesse vicende extraconiugali, vicende per le quali è stato assolto solo perché non era davvero il caso di procedere ad un repentino cambio della guida di uno dei pilastri del sistema uscito da Bretton Woods e che verrà sottoposto ad un processo di, speriamo, radicale revisione già a partire dall’attesissimo vertice del G20, dal quale pare sia ancora esclusa la Spagna di Jose Luis Zapatero (tralascio gli altri nomi del giovane premier spagnolo perché sono veramente troppi).

Credo sinceramente che nessuno sia al corrente delle vere qualità del nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, al di là di quanto è stato possibile vedere in questi due anni di estenuante campagna elettorale, ma concordo pienamente con l’analisi di Federico Rampini pubblicata oggi da La Repubblica, soprattutto quando afferma che per la stragrande maggioranza degli operatori di Wall Street, l’uomo trasuda letteralmente fiducia, sì proprio quella fiducia senza la quale non serviranno assolutamente a niente anche i 4 mila miliardi di dollari stanziati dai governi e dalle banche centrali dei principali paesi industrializzati, non fosse altro che il semplicissimo motivo che, a parere di molti se non di tutti, l’ingrediente magico che può consentire di finire nel burrone preconizzato da Strass Kahn è rappresentato proprio da un recupero, forte e significativo di fiducia nelle istituzioni finanziarie.

E’ altresì evidente che non bastano certo il carisma e la parlantina del giovane avvocato di South Chicago per uscire dal meldown finanziario e dai drammatici riflessi che questo sta avendo sull’economia reale statunitense e globale, in quanto è necessario un equo ma deciso accertamento delle responsabilità individuali dei top bankers e dei vertici delle altre entità a pieno titolo protagoniste di quel casinò a cielo aperto che, almeno secondo il presidente della repubblica francese ed il suo omologo tedesco, è divenuto da lunga pezza il mercato finanziario globale.

Già, perché oltre all’introduzione di regole certe ed esigibili da parte dei governi e delle autorità monetarie, nonché una radicale revisione delle norme su cui è attualmente basato un ordine monetario internazionale del tutto bancocentrico, quello che risulta indispensabile per recuperare, almeno in parte, la fiducia dei risparmiatori/investitori consiste proprio nel non lasciare nelle sole mani dello sceriffo Cuomo e dei suo tanti altri colleghi impegnati su questo fronte caldissimo di indagini, quanto un chiaro input politico che miri ad evitare la tentazione di operare il classico colpo di spugna ed a favorire un accertamento delle responsabilità a tutti i livelli, incluse quelle dei regolatori e delle agenzie di rating!

Se fossi nei panni dei possibili indagati non mi farei troppe illusioni sulla scarsa incisività delle parole pronunciate in campagna elettorale dal neo presidente degli Stati Uniti d’America, certamente meno forti di quelle pronunciate dallo sconfitto negli ultimi comizi quando si è giocato il tutto per tutto, anche perché credo che Obama lascerà volentieri al nuovo segretario di stato al Tesoro, soprattutto se la sua scelta cadrà su persone come Summers, Volker o Buffett, l’onore e l’onere di portare avanti una campagna moralizzatrice nell’ambito del Big Finance, anche perché sa benissimo che gli basta lasciare le briglia sciolte sul collo di due di questi tre personaggi per potersi disinteressare completamente del problema, questo perché so pochissimo di Summers, mentre so per certo Volker e Buffett sarebbero visti con vero terrore dai vertici delle diverse entità operanti nel mercato finanziario statunitense, un terrore aumentato dalla estrema misura con la quale i due si sono espressi sul da farsi.

Non credo proprio che i due possibili candidati abbiano gradito il niet espresso dall’ex(?) investment banker Hank Paulson alla richiesta di aiuto volta a favorire il merger tra General Motors e Chrysler, dopo aver elargito a piene mani quasi la metà dei fondi previsti dal piano di salvataggio recentemente approvato per mettere una pezza ai conti più o meno disastrosi delle prime 30 banche operanti negli Stati Uniti e mentre la lista delle banche postulanti aiuto si è allungata a ben 1.800 banche di piccole emdie dimensioni, anche se va detto che tale forma di intervento è certamente da preferire a quella prevista dal suo documento iniziale e che prevedeva di acquistare a prezzi del tutto fuori mercato i titoli tossici che ancora sono in corpo alle banche.

D’altra parte, non capitava da lunghissimo tempo che un presidente democratico potesse contare su una vera maggioranza sia alla Camera dei rappresentanti che al Senato, il che spunta di molto le armi dei vari gruppi di pressione sui congressisti, circostanza che non è certamente sfuggita ad Obama che è, altresì, consapevole del fatto che la sua impostazione dovrà pesare sin dal G20 che inizierà i suoi lavori venerdì della prossima settimana!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

martedì 4 novembre 2008

Le altissime ondate della tempesta perfetta porteranno Barack Obama alla Casa Bianca?


La prima seduta del mese di novembre sui mercati azionari statunitensi è stata letteralmente vissuta in surplace, con oscillazioni degli indici che si sono mossi di pochissimo al di sopra della parità, con analisti ed operatori che sembrano trattenere il fiato in attesa che dalle urne emerga stanotte il nome del nuovo inquilino della Casa Bianca e, almeno si spera, una chiara maggioranza nei due rami del Congresso, tale da consentire a chi dovrà fare i conti con la disastrosa eredità degli otto anni di George W. Bush di poter muovere tutte le leve del potere, senza dovere temere agguati parlamentari sulle scelte radicali che sono assolutamente necessarie per evitare che la tempesta perfetta si trasformi nella più grave recessione del dopoguerra, se non addirittura di tutti i tempi.

Come fanno i bravi amministratori delegati appena nominati alla guida di una società, il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, farebbe bene a dire subito tutta la verità sullo stato dell’Unione e, purtroppo, dell’intero pianeta, utilizzando peraltro gli strumenti lasciatigli in eredità dal rampollo del clan dei Bush in maniera molto più radicale, non tanto in termini quantitativi, quanto, piuttosto, dal punto di vista di quel necessario e radicale cambio del top management delle principali entità protagoniste del mercato finanziario statunitense che, come ricordo sempre, continua ad essere la costola principale del mercato finanziario globale che, al momento, è quasi un eufemismo dire che è completamente allo sbando.

Il problema, infatti, non sta tanto nella dotazione del fondo di salvataggio approvato di recente dal Congresso, ma nell’utilizzo delle somme stanziate, ed in buona parte già impiegate dall’ex (?) investment banker e, si spera ancora per pochissimo, ministro del Tesoro, Hank Paulson, chiedendo ed ottenendo non solo la cacciata dei responsabili del disastro attuale, ma anche che vengano adottate regole molto più stringenti volte ad evitare che si ricreino in futuro le cause per una nuova e semmai ancora più disastrosa crisi finanziaria, anche se sembra un po’ paradossale scrivere questo mentre la tempesta perfetta è ancora, dopo quindici mesi di attività, ancora in corso e tuttora in grado di spazzare via, alla prossima ondata, il precario equilibrio consentito dallo sforzo finanziario veramente gigantesco dei governi e delle autorità monetarie dei maggiori paesi industrializzati.

Certo, la prossima riunione del G20 a Washington sarà ancora formalmente presieduta da Bush, ma sarà fortissima l’influenza del suo successore, soprattutto se risponderà al nome di Barack Obama, un nome che, al di là delle affermazioni di facciata e degli stessi finanziamenti alla campagna elettorale, i banchieri e gli altri protagonisti del mercato finanziario temono moltissimo, soprattutto se indirizzerà la sua scelta forse più importante, quella del nuovo ministro del Tesoro, verso uomini che sono vere e proprie bestie nere dei teorici della finanza allegra, quali il Leone di Omaha, Warren Buffett, o quel castigamatti che risponde al nome di Paul Volker, un uomo che, a dispetto dell’età, ha mostrato di avere, anche in questi terribili mesi, una visione lucidissima delle vere cause della tempesta perfetta e, soprattutto, uno che fu costretto a lasciare la guida della Federal Riserve per il semplicissimo motivo che, di fronte alla crisi del 1987, non avrebbe certo inondato il mercato di liquidità, ma avrebbe lasciato tranquillamente fallire i responsabili di quella bolla speculativa!

Come è noto anche ai bambini, a quella conferenza dei venti paesi maggiormente industrializzati, che spero proprio recuperi in extremis la Spagna di Luis Zapatero, si scontreranno la visione europea, che fa perno sul rinato Gordon Brown ed i suoi più fidati consiglieri che hanno dimostrato nei fatti di conoscere dall’interno il magico mondo dell’investment banking al punto da individuare i primi rimedi efficaci, e quella americana incarnata dall’ultimo erede del clan dei cespugli, un uomo letteralmente nelle mani di Big Business, Big Pharma, Big Oil, Big Finance, per non parlare di quel complesso di interessi e poteri che ruota attorno alla macchina bellica statunitense, che, in realtà, fa maggiormente conto su quel good fellow di Dick Cheney, che può considerarsi a tutti gli effetti come uno di loro.

Solo se la nuova amministrazione compirà una rivoluzione copernicana rispetto a quella visione ideologica neoliberista ormai svuotata di tutti i punti di riferimento nella finanza e nell’industria a stelle e strisce, solo allora sarà possibile che dal prossimo summit possano venire indicazioni utili, e mi auguro molto precise e stringenti, per consentire agli addetti ai lavori di gettare le basi di un nuovo e più giusto, nonché più simmetrico, ordine e economico internazionale, meno dollarocentrico e che, soprattutto, individui dei meccanismi che considerino deficit e surplus strutturali deviazioni da correggere mediante un approccio non troppo diverso da quella Clearing Union illustrata inutilmente dal mai troppo compianto John Maynard Keynes in quella conferenza di Bretton Woods che vide, purtroppo, il trionfo della posizione americana, in larga parte basata sulla centralità di un dollaro ancorato a quel relitto barbarico dell’oro, un ancoraggio del tutto basato sul gentlemen agreement che prevedeva che nessuno avrebbe effettivamente chiesto la conversione dei dollari al cambio di 35 dollari per oncia e che venne prontamente abbandonato da Richard Nixon a ferragosto del 1971, non appena Charles De Gaulle chiese, ed ottenne, l’equivalente in oro di un miliardo di dollari!

Temo che molto, ma molto difficilmente la montagna partorirà qualcosa di più rilevante del classico topolino, anche se ho qualche speranza che una chiara e sonante affermazione del partito democratico, peraltro possibile solo ove la maggioranza dei cittadini statunitensi renda noto attraverso il voto di averne le tasche piene del più grande processo di redistribuzione del reddito in favore dei più ricchi mai verificatosi nella più che bicentenaria storia degli Stati Uniti d’America, possa consentire ai potenti della Terra un a assunzione di responsabilità simile a quella che si verificò tanti anni orsono in occasione degli accordi di Kyoto.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.