domenica 10 maggio 2009

Speriamo solo che Obama non divenga il Gattopardo del Terzo Millennio!


Anche se hanno fatto letteralmente infuriare il premio Nobel per l’economia, Paul Krugman, le parole con le quali un notissimo avvocato newyorkese, a torto o a ragione ritenuto l’eminenza grigia di Wall Street, prevede che, quasi in una riedizione del Gattopardo di Tomasi di Lamepedusa, non cambierà poi molto a Manhattan e dintorni sono tutt’altro che infondate e forniscono un’interpretazione autentica e da persona certamente informata dei fatti di quello che vado sostenendo da tempo sulla scelta a suo tempo fatta dal milieau di Big Finance e Big Business di puntare su Barack Obama e sul suo codazzo di persone che hanno avuto la fortuna di farsi le ossa servendo, si fa per dire, nella amministrazione Clinton, un’esperienza durata ben otto anni e nel corso della quale l’uomo che si è maggiormente distinto è stato certamente quel Robert Rubin che ha poi chiesto il conto a Citigroup, ottenendo una più che meritata sinecura da 60 milioni di dollari l’anno, un appannaggio terminato soltanto da pochissimo ma che è durato oltre un decennio.

Così come comprendo fino in fondo le ragioni che hanno spinto l’illustre avvocato, che risponde al nome di H. Rodgin Cohen, a respingere al mittente l’offerta di entrare al dicastero del Tesoro come vice di Timothy Geithner, anche se credo francamente che avrebbe respinto con altrettanta decisione anche l’ipotesi di essere lui il numero uno dello stesso dicastero, non fosse altro che per il fatto che non credo proprio avesse gli stessi motivi che hanno indotto Hank Paulson a lasciare la massima doppia carica da lui ricoperta nella potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs, un incarico da cui poteva ricavare, ufficialmente, un centinaio di milioni di dollari l’anno, per andare a svolgere la sua mission impossibile al Tesoro nel giugno del 2006, un incarico dal quale di dollari se ne possono tirare fuori non più di qualche centinaio di migliaia, una somma con la quale l’ex (?) Chairman e Chief Executive Officer di Goldman si compera al massimo le sigarette e paga il conto del bar, ammesso e non concesso che abbia entrambi questi vizi!

Con questo non voglio assolutamente dire di essere in disaccordo con l’editoriale di Krugman sul New York Times, pubblicato ieri in Italia dal quotidiano La Repubblica assieme allo sferzante articolo di un altro insignito dal Nobel per l’economia, Joseph E. Stiglitz, due articoli che rappresentano un vero e proprio uno-due inferto dai due economisti alle scelte in materia di banche da parte di Obama e dai suoi ‘suggeritori’ Geithner e Summers, senza dubbio i migliori allievi di Rubin, ma altrettanto senza dubbio alcuno facenti parte dell’ala democratica della potentissima lobby del mondo della finanza e delle banche a stelle e strisce, nonché i due uomini che si sono fatti carico della full immersion del nuovo inquilino della Casa Bianca su questioni che non credo proprio conoscesse approfonditamente prima di immergersi nel tour de force delle primarie del partito dell’asinello, una tenzone nella quale ha avuto di fronte neinetepopodimeno che Hillary Clinton, una donna certamente più esperta di lui in materia, nonché moglie del Capo del gruppo, ma che, proprio per questo non è stata prescelta per portare in salvo il salvabile della flotta finanziaria alle prese con i sempre più alti marosi della tempesta perfetta che aveva allora solo pochi mesi di vita.

Ma concordo ancora di più sui due illustri economisti, che hanno peraltro il non piccolo merito di avere contestato ferocemente sia le scelte dell’amministrazione Bush che quelle della compagine guidata da Obama, quando, con toni, argomenti e accenti diversi, mettono in luce come quello gestito dal tandem Geithner-Summers con l’appoggio incondizionato di Bernspan sia in realtà un gioco molto pericoloso e dagli esiti assolutamente incerti, anche perché ho avuto modo di sentire dalla viva voce di uno dei due evocare la trappola della liquidità, una situazione davvero malefica in un’economia ad alto tasso di finanza e di industria, una fattispecie che John Maynard Keynes aveva teorizzato dopo averla osservata in pratica nei primi anni della Grande Depressione, ma che si è manifestata in pieno nei venti anni successivi allo scoppio della bolla immobiliare e della concomitante bolla finanziaria in Giappone e che non è stata ancora affatto superata e che rappresenta l’argomento principe di quanti non credono che il peggio sia davvero alle nostre spalle!

Al di là delle assunzioni teoriche dei due economisti, vi sono, nei loro due articoli di sopra segnalati, anche argomentazioni di estremo buon senso che partono dallo stato davvero disastroso del mercato del lavoro a stelle e strisce, nonché dalla sempre più massiccia estensione del meltdown immobiliare anche a quei mutui da 700 mila dollari e più che non erano certo stati erogati a emarginati scovati mediante aggressive e pervasive tecniche di marketing dalla miriade di ‘venditori’ delle centinaia di finanziarie specializzate nel mortgage che sono andate a zampe all’aria ancor prima dello avvio della tempesta perfetta, due aspetti che, di per sé, non inducono certamente a delineare scenari dipinti a tinte rosa.

Alle argomentazioni forti di Krugman e Stiglitz, mi permetto di aggiungere una considerazione basata sull’andamento e le prospettive dell’immenso settore del credito al consumo statunitense, un settore che, nonostante le contrazioni subite nell’ultimo anno, è ancora caratterizzato da uno stock di 2,55 trilioni di dollari, pari a poco meno di un quarto del prodotto interno lordo a stelle e strisce e che rappresenta una quota non indifferente del conto economico delle quattro grandi banche commerciali sopravvissute alla crisi finanziaria, anche se credo che un interessante banco di prova delle reali intenzioni della nuova amministrazione verrà dall’approvazione o meno della legge fortemente voluta da Obama, al punto da dare un ultimatum al Congresso, e che, a suo dire, è stata formulata al fine di proteggere gli utilizzatori di quella micidiale variante delle credit cards rappresentata dalle cosiddette revolving dalle vessazioni delle banche e che, non certo a caso, è ferocemente avversata dalle banche stesse, che stanno utilizzando ogni forma di pressione nei confronti dei parlamentari al fine di fare finire il provvedimento nelle sabbie mobili in entrambi i rami del Congresso o, quanto meno, di ottenere profonde modifiche al testo proposto dal nuovo inquilino della Casa Bianca!

Ricordo che il video del mio intervento al Convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente sul sito dei dell’associazione FLIP, all’indirizzo http://www.flipnews.org/ . Riproduzione della presente puntata possibile solo citando l’autore e l’indirizzo del blog