mercoledì 8 ottobre 2008

Bernspan acquisterà le commercial papers!


Mentre una triade di ex Goldman Sachs guidato dal trentacinquenne sottosegretario al Tesoro, Neel Kashori, si appresta a staccare assegni a tutto spiano per spendere la prima tranche di 250 miliardi di dollari per acquistare i titoli tossici dalle alquanto travagliate e disperate ex banche di investimento e banche più o meno globali, nell’ambito del neonato Troubled Assets Relief Program, Bernspan rompe definitivamente gli indugi e lancia, sempre utilizzando i poteri speciali attribuiti nel corso della Grande Depressione alla Federal Reserve, un mega piano di acquisto delle commercial papers, vitale sistema di finanziamento delle imprese americane che vantava, sino al 9 agosto del 2007, data ufficiale di avvio della tempesta perfetta, un turn over giornaliero di 100 miliardi di dollari circa e che vantava, pochi giorni fa, un outstanding complessivo di 1.610 miliardi di dollari, ma erano la bellezza di 3.800 miliardi di dollari prima che questo sfacelo del mercato finanziario iniziasse.

Una volta tanto, l’ex mite professore di Princeton mette in atto una mossa che punta al cuore del problema, in quanto il selvaggio credit crunch in corso sta letteralmente mettendo alle corde le imprese statunitensi di ogni dimensione e che da quattordici mesi vedono congelato quel canale di finanziamento diretto mediante l’emissione della carta commerciale per la quasi completa sparizione dei compratori, letteralmente terrorizzati dalle crescenti probabilità di default aziendali derivanti dal calo della domanda oramai generalizzato.

Se qualcuno nutriva ancora qualche residuo dubbio sulla estrema gravità della situazione, credo proprio che con la nuova ciambella di salvataggio gettata da Bernspan alle sempre più asfittiche aziende a stelle e strisce, a solo pochi giorni dal TARP da settecento miliardi di dollari a rate, nonché la quotidiana inondazione di liquidità operata dalla stessa Fed, ieri si è toccato un massimo storico con un’iniezione da 900 miliardi di dollari che ha fatto poco più che il solletico agli arroventati tassi interbancari, sarà costretto ad aprire gli occhi e guardare dritto in faccia la dura realtà.

Credo proprio che sia giunto il momento di fare due conti sul tovagliolo, tanto per capire a che punto siamo giunti dopo che la sesta ondata della tempesta perfetta si è abbattuta su quel che resta del mercato finanziario globale e, anche questa volta, sarà utile fare ricorso alla formula escogitata dal capo economista per gli Stati Uniti d’America di Goldman Sachs, Ian Hatzius, che stima una riduzione di 10 dollari dell’offerta di credito per ogni dollaro di perdite, non importa se legate a perdite in senso stretto a o svalutazioni operate in base al disastroso mark to market dei titoli della finanza strutturata.

Sulla base di questo metodo un po’ spannometrico ma certamente efficace, dovremmo essere già oggi di fronte ad un credit crunch che si aggira intorno ai 10 mila miliardi di dollari, mentre, se venisse confermata dai fatti la nuova stima elaborata dagli economisti del Fondo Monetario Internazionale che vede il conto finale giungere a 1.400 miliardi di dollari, il taglio dell’offerta di finanziamenti all’economia potrebbe ascendere a 14 miliardi, sempre di dollari, ai quali va aggiunto l’effetto derivante dalla falcidia avvenuta ed in corso di lavorazione di banche di ogni ordine e rango, banche lasciate semplicemente fallite o assorbite da istituti che godono di maggiore salute o appartengono a quel ristretto numero di banche che Hank Paulson ha deciso da tempo di lasciare in vita e, cioè, la triade rappresentata da Bank of America, J.P. Morgan-Chase e quella Citigroup che ha ieri notte deposto le armi legali sfoderate contro la rivale Wells Fargo e che, nei prossimi giorni, grazie anche ai buoni uffici delle autorità federali, dividerà con i rivali le spoglie della oramai defunta Wachovia Bank, quella che un tempo era la quarta banca commerciale a stelle e strisce.

In questi turbolenti mesi, molti hanno fatte spallucce di fronte alle argomentazioni dei conoscitori della realtà economica d’oltreoceano che sostenevano, anche sulla base di evidenze storiche, che il sistema economico e politico statunitense era caratterizzato da una flessibilità ed una capacità di decidere in tempi rapidi che avrebbero consentito, anche se dopo un vero e proprio bagno di sangue, di trovare un base di appoggio per far ripartire una finanza molto, ma molto ridimensionata, ma, soprattutto, di impedire il collasso dell’economia reale, anche a costo di dare il colpo di grazia alle finanze pubbliche di quella che resta, comunque, la nazione più potente del pianeta.

Le baruffe chiozzotte che su stanno svolgendo in questi giorni nel Vecchio Continente, consentono, altresì, di comprendere che le cose da noi stanno in tutt’altro modo e permettono di valutare, sulla base dei comportamenti effettivi molto più che delle chiacchiere, cosa significhi non avere un governo effettivo dell’Unione Europea, un esecutivo che disponga di una politica economica che non debba articolarsi per ventisette adattamenti e che sia in grado di formulare una strategia che ci consenta di uscire dal meldown finanziario nel quale siamo e che ci eviti la scena alquanto indecorosa di soluzioni nazionali adottate in ordine sparso e degli appelli alla calma formulati da politici con toni che spingono i terrorizzati risparmiatori/investitori a vendere quanto vi è di vendibile con perdite irreparabili!

La storia del piano di salvataggio di quel che resta del sistema finanziario europeo inizialmente sponsorizzato in tandem da olandesi e francesi, rappresenta, d’altra parte, un vero e proprio caso di scuola di cosa sia oggi il gigante europeo dai piedi di argilla, in quanto, non appena il decisionista Sarkozy si è accorto che le banche e le compagnie di assicurazione del suo paese potevano, come stanno già facendo, avvantaggiarsi delle sempre più evidenti difficoltà delle altre maggiori banche europee in difficoltà, operazioni che non solo non vengono osteggiate dai governi dei paesi in cui le pencolanti se non tecnicamente fallite banche sono basate, ma ricevono anche i loro calorosi ringraziamenti, soprattutto se si assicura loro uno strapuntino o qualcosa di più nel board of directors delle entità acquirenti.

Il prevalere di questi appetiti nazionali ha combinato del tutto i piani originari e non è un caso se il premier italiano ed il suo per la terza volta ministro dell’economia si sono trovati soli nel sostenere il piano di salvataggio, anche perché le principali banche italiane non ritrovano in questo momento nelle condizioni di fare altro che ammucchiare i sacchetti di sabbia alle finestre ed i materassi sui pavimenti, altro che puntare ad avere un ruolo nella nuova geografia del potere finanziario a livello europeo!

La posizione nettamente contraria della Germania, una volta tanto su posizioni opposte a quelle dell’Olanda, e della Gran Bretagna sono, come spesso accade, basate su considerazioni diametralmente opposte, in quanto la Merkel non ha nessuna intenzione di recitare la parte del prestatore di ultima istanza e Gordon Brown non ha nessuna intenzione di aumentare le sue già rilevanti probabilità di sconfitta alle prossime elezioni aderendo ad un’idea che proviene dal Continente.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.