mercoledì 20 agosto 2008

Tanto alla fine paga sempre Pantalone!


Le fortissime preoccupazioni nutrite dagli analisti e dagli operatori per le sorti di Fannie Mae, Freddie Mac e Lehman Brothers non sono svanite con la notte seguita al tracollo delle quotazioni delle tre importanti protagoniste del mercato finanziario statunitense, anche perché la strada delle due entità semipubbliche fondamentali per il funzionamento del settore del mortgage a stelle e strisce sembra oramai tracciata, mentre per la più piccola delle Investment Banks sembra proprio avvicinarsi a quella ora della verità che il navigato numero uno Richard Flud ha cercato in tutti i modi di procrastinare.

Come viene ammesso dalla quasi generalità dei commentatori, il sempre più probabile salvataggio di Fannie e Freddie da parte del Tesoro USA non avverrà senza condizioni, la prima delle quali è il preventivo azzeramento o quasi del valore residuo delle azioni ancora in mano a qualche distratto che non si è proprio reso conto di quanto stava avvenendo negli ultimi mesi, periodo alquanto drammatico e che ha visto il valore delle azioni delle due società ridursi al 10 per cento circa del massimo toccato nelle ultime 52 settimane, né credo potrebbe servire a qualcosa intentare una class action contro il comportamento disinvolto dell’ineffabile Effe O Ixs che, ricordatosi repentinamente di essere il capo della Securities and Exchange Commission, ha emanato un provvedimento che ha dato agli azionisti di Fannie e Freddie l’illusione che il peggio fosse ormai alle spalle e che avrebbero potuto riprendersi almeno parte del loro investimento.

Purtroppo, coloro che si aggirano per i mercati non sembrano solo essere del tutto all’oscuro della storia più remota delle crisi finanziarie, quali, ad esempio, la tempesta perfetta del 1907 o il crollo verticale del mercato azionario nel 1929, ma dimostrano di non avere appreso neppure le lezioni molto più recenti fornite dalla dilettantesca gestione del caso Northern Rock o dalla sinora irrisolta questione del salvataggio delle due medie banche tedesche travolte dalla prima ondata della tempesta perfetta tuttora virulentemente in corso, la più preoccupante delle quali è rappresentata dalla constatazione che, alla fine, tutti i salvataggi compiuti sono stati realizzati a carico dei contribuenti, incluso quello di Bear Stearns che non strenne mai avvenuto senza il finanziamento da 30 miliardi di dollari effettuato dalla Federal Reserve che se ne è anche assunta il relativo rischio.

D’altra parte, è oramai chiaro anche ai ciechi che le più volte reiterate affermazioni che prevedevano una ferma punizione dei responsabili del moral hazard o quella relativa al fatto che il too big too fail aveva oramai fatto il suo tempo non erano in realtà che tavolette buone per addormentare i nipotini di Bernspan e di Henry Paulson, anche perché non sfugge a nessuno che un fallimento repentino e senza paracadute dell’orso di Stearns, di Lehman Bros. o di Merrill Lynch avrebbe effetti veramente devastanti alla luce della sempre più stretta interrelazione esistente tra le banche globali di tutto il mondo, mentre lasciare al loro destino Fannie e Freddie, così come MBIA ed Ambac, renderebbero le notizie alquanto drammatiche rese note ieri sullo stato del mercato immobiliare solo delle piacevoli sorprese rispetto allo scenario che molto prevedibilmente ci troveremmo davanti ove tali default si materializzassero.

Ma la notizia di ieri sul vero e proprio balzo in avanti dei prezzi all’ingrosso che, con un +1,2 per cento, registrano il maggior rialzo degli ultimi ventisette anni e rendono sempre più urgente quella stretta sui tassi di interesse ufficiali che Bernspan ed i suoi complici stanno cercando in ogni modo di rinviare, quasi come se la contemporanea crescita annualizzata del Consumer Price Index alla velocità del 5,6 per cento l’anno potesse essere come quegli oggetti un po’ sgradevoli che i padroni di casa cercano di spingere con un piede sotto il tappeto che troneggia in ogni salotto buono che si rispetti.

Credo proprio che il povero Fisher resterà deluso anche nella prossima riunione della Fed, anche perché deve farsi una ragione dell’essere uno dei pochi membri del Federal Open Market Committee a continuare a credere di far parte di una vera banca centrale e non di una centrale operativa che sta lavorando da un anno 24 ore su 24 e sette giorni su sette per cercare di porre un qualche rimedio ad disastro contemporaneo dei titoli della finanza strutturata, causa ed effetto del meltdown immobiliare, il tutto mentre il petrolio e le altre materie prime viaggiano ormai sull’ottovolante!

Ma da dove nasce tanta ostinazione in quello che un tempo era noto per essere un mite docente di economia della prestigiosa Università di Princeton, dedito, come è noto, allo studio proprio delle crisi finanziarie del passato, ma tutto ciò avveniva prima che restasse folgorato ai piedi del maestro Greenspan che ebbe un ruolo rilevante nella scelta del suo successore fatta da Bush, cosa ha trasformato lo stimato professor Benjamin Bernanke nel joker Bernspan, quasi rinnovellando l’ambiguo ed oscuro rapporto esistente tra i dottor Jekill e mister Hyde?

Credo proprio che in tale metamorfosi abbiano pesato la scarsa esperienza da banchiere centrale, non surrogabile con un anno di esperienza alla guida dalla Fed di Philadelphia, ma soprattutto l’assoluta non esperienza dal vivo di quel vero e proprio casinò all’aperto in cui si era trasformato nel corso degli ultimi venticinque anni, ma in particolare negli ultimi tredici, il mondo della finanza, che, da aspetto complementare ed a tratti alquanto negletto dell’attività creditizia, aveva finito per sussumere sotto di sé quasi ogni aspetto della tradizionale attività di intermediazione, in un processo che, auspici gli apprendisti stregoni delle fabbriche prodotto delle Investment Banks o delle divisioni di Corporate & Investment Banking delle banche più o meno globali, nel quale si cercava di trasformare il piombo degli assets nell’oro dei titoli della finanza strutturata nei quali gli stessi venivano miscelati sino a perdere ogni nozione degli ingredienti!

Non se ne abbia a male, professor Bernanke, ma credo proprio che sarebbe molto difficile pretendere da lei quel livello di conoscenza analitica del quale sono spesso sprovvisti coloro che, almeno sul piano nominale, sono chiamati a presiedere ed a guidare i colossi recentemente creati nel mercato finanziario statunitense e, più in generale, in quello globale, un livello di conoscenza che spesso non era neppure appannaggio dei cosiddetti capi delle CIB che pure erano chiamati, assieme ai loro Chief Operating Officer a garantire la esattezza elle informazioni che confluivano nel conto economico e nello stato patrimoniale delle banche delle quali, spesso altrettanto nominalmente, facevano parte.

Quando tornerà a passeggiare per gli ameni vialetti della sua Università, avrà sicuramente molto tempo per riflettere su quanto non le è stato detto dall’uomo che le sedeva spesso al fianco, quell’Henry Paulson così opportunamente assurto due anni orsono al dicastero del Tesoro degli Stati Uniti d’America, un uomo che, per la lunga sua esperienza al vertice di Goldman Sachs, un’idea di quanto stava accadendo doveva pure avercela!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.