martedì 10 gennaio 2017

Il Fondo Atlante offre un rimborso agli azionisti di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca


La bocciatura da pate del Consiglio di Stato della circolare applicativa Bankitalia della legge sulle banche popolari italiane, fino a poco tempo fa società cooperative a responsabilità limitata, e per le quali era prevista la trasformazione in società per azioni, cosa avvenuta per la maggior parte di loro, ma, diceva la circolare, con la possibilità di bloccare il cosiddetto diritto di recesso, cosa che avvenne ad esempio in Banca Popolare di Vicenza e in Veneto Banca, ma non solo in queste, mandando nella disperazione gli azionisti che avevano comprato a 60 euro i titoli della prima e a 40 euro quelli della seconda e che si vedono aprire una vera e propria autostrada risarcitoria con decine di migliaia di cause dagli esiti imprevedibili.

Il Fondo Atlante, divenuto obtorto collo padrone assoluto delle due banche espressione di quel buco nero del credito che è la regione Veneto, ha deciso di tagliare la testa al toro e di proporre ai 169 mila azionisti delle due banche che intende a breve fondere e denominare Banca delle Venezie un risarcimento che sarà del 15 per cento del valore fisso a 9 euro per azione per gli azionisti della Banca Popolare di Vicenza (il che significa che sin dalla quotazione non fu esercitato il diritto di recesso per alcuno) e del 15 per cento del valore effettivo di acquisto per le azioni di Veneto Banca che dovrebbe prevedere un rimborso massimo di 6 euro per azione.

La proposta riguarda tutti gli acquirenti di azioni dal 2007 alla data di esercizio dell'aumento di capitale per le due banche ed è soggetta a un tetto di adesione non inferiore all'80 per cento della platea degli interessati e alla rinuncia a qualsiasi azione di rivalsa nei confronti della banca della quale erano soci.

Si tratta di una proposta che riguarda azionisti della più diversa specie, dagli ex dipendenti che hanno investito nei titoli della loro banca la loro liquidazione ai piccoli e medi imprenditori che le hanno acquistate credendo, a torto o a ragione questo lo stabiliranno i giudici, di avere più facilmente accesso a quei crediti che in molti casi non restituiranno mai più spingendo le sofferenze delle due banche a livelli che sarebbero giustificabili in banche con totale dell'attivo molto, ma molto superiore a quello che le caratterizzava tempo per tempo.

Sulla qualità dei precedenti amministratori basti pensare che l'ex amministratore delegato di Veneto Banca, Consoli, è stato arrestato, mentre una parte rilevante dei precedenti amministratori della Banca Popolare di Vicenza risulta indagata con in testa il presidente dalla durata ventennale, Gianni Zonin che, nel frattempo, si è reso pressoché nullatenente!

* * *

Credo proprio che dovrò adottare la lingua inglese per il Diario della crisi finanziaria perché nell'ultimo mese ho ricevuto visite da 7 mila utenti statunitensi e 1.500 circa visitatori russi che, uniti polacchi ed ucraini, pareggiano quasi i visitatori italiani (2.229), il che è davvero strano perché gli argomenti sono in larga prevalenza di interesse dei lettori italiani!


lunedì 9 gennaio 2017

Le banche centrali al gran ballo di tassi e valute


Ho dedicato diverse puntate del Diario della crisi finanziaria alle mosse effettuate e presunte del sistema della Riserva Federale statunitense, spiegando perché, dopo una partenza della fase di rialzi dei tassi nel dicembre del 2015, nulla sia accaduto per dodici mesi, sino al rialzo dello scorso dicembre e di come tutto questo sia oramai alle spalle con una serie di mosse annunciate che potrebbero anche superare le tre previste per il 2017 e le altrettante strette alla "corda del boia" annunciate per il 2018 che è anche l'anno in cui scade il mandato di Janet Yellen presidente della Fed molto invisa all'ormai prossimo e molto esuberante presidente degli Stati Uniti d'America (la Yellen ha già reso noto di non aver la minima intenzione di lasciare in anticipo la carica).

Non ho la pretesa di essere un Fed Watcher, semmai sono stato per alcuni anni un Buba Watcher, anche se sono stato tra i pochi ad affermare che nessun aumento dei tassi sarebbe avvenuto negli USA prima delle elezioni presidenziali e che l'alternativa possibile era tra dicembre e gennaio, propendendo per la prima in caso di vittoria di Donald Trump, vittoria che dall'estate ho iniziato e ritenere più probabile, come peraltro la Brexit, di quanto facessero altri osservatori e analisti, molti dei quali hanno previsto la stretta in tutti i mesi da febbraio allo stesso mese delle elezioni, cosa che avrebbe significato uno sgarbo istituzionale senza precedenti.

Ma il problema del trend rialzista della Federal Reserve sta nel fatto che difficilmente le prossime mosse replicheranno movimenti all'insù di quartini di punto, anche perché nel trend ribassista si agì, come ricorderemo i lettori di questo blog nella prima fase della Tempesta perfetta, anche perché l'orizzonte prospettico è compreso tra i 3,50 e i 3,75 punti, rendendo credibili mosse di mezzo punto se non di 75 basis point, una prospettiva da brivido contenuta nei comunicati ufficiali e nelle minute del Beige Book più recente e che dovrebbero avere effetti sui cambi molto più vistosi di quelli che si sono segnalati nelle settimane scorse.

E qui veniamo al punto: cosa faranno Draghi, il Governatore della Bank of Japan, del suo omologo della Bank of China e il povero timoniere della Bank of England che ancora deve raggiungere il pavimento dei tassi a zero? Poco o nulla nell'immediato, legati come sono a programmi stellari di Quantitative Easing a loro volta legati a tassi a zero o prossimi a tale valore e i cambi stanno scontando la previsione di ulteriori disastri nei deficit gemelli a stelle e strisce, quello commerciale e quello dello Stato federale, staremo comunque a vedere, anche perché i numeri uno delle banche centrali ci hanno abituato a repentini mutamenti di fronte che non dovrebbero però avere luogo prima dell'inizio dell'anno prossimo.

Vedo comunque a rischio, per motivi diversi tra loro, il cross EUR/USD e quello GBP/USD, mentre per quelli del dollaro con le valute asiatiche molto dipenderà dalla politica commerciale degli Stati Uniti nei confronti dei due giganti di questa area e delle eventuali ritorsioni sui TBonds di cui Cina e Giappone possiedono qualcosa di più di 2 mila miliardi di dollari!

venerdì 6 gennaio 2017

Su Trump l'ira funesta di Janet Yellen


Quando, nel 2014,  si insediò alla guida della Federal Reserve, a quattro anni dall'inizio dell'era di Barack Obama alla Casa Bianca, Janet Yellen trovò che il lavoro sporco era già stato fatto da Bernspan, al secolo Benjamin Bernanke, un democratico malgrè soi, almeno da quando i democratici erano tornati alla guida della più potente nazione del mondo, con i tassi a zero e negativi in termini reali e un Quantitative Easing da paura e che aveva fatto seguito alla più grande operazione di ripulitura, a spese del sistema della Riserva Federale, dei bilanci delle banche operanti negli USA dei titoli più o meno tossici della finanza strutturata, il tutto a fronte di un'economia che oramai stava riprendendo e di un'inflazione che stava iniziando a rialzare la testa e anche il tasso di disoccupazione aveva decisamente abbandonato le due cifre per spingersi decisamente verso quel tasso sostanzialmente frizionale che ha toccato di recente con il 4,6 per cento.

Economista di professione e laureata a Yale, la Yellen è stata a capo dei consulenti economici di Bill  Clinton, ma per lunghi anni inserita nel sistema dei Governatori del sistema delle banche della Riserva Federale di cui è diventata vice presidente su nomina di Barack Obama, carica mantenuta per quattro anni prima di prendere il posto di Bernspan e divenire la prima donna alla guida della Fed, occasione nella quale fece intendere chiaramente che la festa dei tassi a zero e della liquidità sovrabbondante era definitivamente finita.

Dopo un primo mini aumento nel dicembre del 2015, quando la campagna elettorale più lunga della storia degli Stati Uniti d'America era già iniziata (ma nulla faceva presagire la facile corsa di Donald Trump alle primarie repubblicane né, tantomeno, la vittoria abbastanza decisa alle presidenziali dello scorso novembre), la Yellen e il Federal Open Market Committee da lei presieduto hanno morso il freno, per dare poi, a elezioni avvenute e Trump oramai presidente eletto, un secondo colpo di freno sempre di un quarto di punto, ma preannunciandone una sfilza e, stavolta, a cadenza quasi mensile e non più annuale.

D'altra parte, era stato proprio il candidato eletto ad accusare la Yellen per la sua inerzia volta, almeno a suo dire ma non proprio senza fondamento, a favorire il candidato democratico, Hillary Clinton, perché i tre aumenti dei tassi promessi per il 2016 avrebbero potuto fa sgonfiare le varie bolle speculative concatenate che hanno comunque il loro epicentro nel rutilante e variegato mondo della finanza più o meno strutturati e rischiato di far esplodere una nuova questione dei mutui residenziali indicizzati più grave di quella del 2007 perché i sedici milioni circa di nuovi occupati sono di qualità reddituale molto inferiori alla composizione media della forza lavoro statunitense agli albori della prima fase della Tempesta Perfetta!

Con due anni quasi pieni di mandato di fronte a sé, la Yellen può davvero portare il tasso sui Fed Funds a livelli compresi tra il 3,5 e il 3,75 per cento con conseguenze facilmente prevedibili sul dollaro nei confronti delle principali valute dell'orbe terraqueo, euro in testa e conseguenze disastrose sulla già disastrata bilancia commerciale statunitense, mentre su quella dei pagamenti molto dipenderà dalle ritorsioni di Cina, Giappone e altri Stati forti detentori di TBonds alle misure protezionistiche preannunciate dal presidente eletto un giorno sì e l'altro pure.

giovedì 5 gennaio 2017

La Germania vuole Draghi fuori dalla BCE e l'Italia fuori dall'euro?


Lo scontro sull'aumento di capitale del Monte dei Paschi all'interno del Consiglio di Vigilanza della Banca Centrale Europea è solo l'ultimo episodio di un conflitto che vede la Bundesbank e il manipolo di banche centrali dei paesi del Nord Europa all'attacco di Mario Draghi che a dicembre ha tirato dritto annunciando altri nove mesi di Quantitative Easing, seppure al ritmo ridotto di 60 miliardi di euro al mese, mentre, nello stesso mese, i prezzi al consumo in Europa hanno registrato un balzo non seguito appieno dall'Italia che ha registrato un variazione dell'indice negativo per lo 0,1 per cento, un evento che non si ripeteva dal 1959, l'anno che ha preceduto il più grande boom dell'economia italiana.

Ripubblico oggi la puntata del 7 novembre dell'anno di disgrazia 2016, sperando di fare cosa gradita ai lettori che non l'avessero letta e assicurandovi che su questo delicatissimo argomento ne vedremo delle belle!

* * *

Sono settimane, se non mesi, che sul Diario della crisi finanziaria do conto delle mosse sempre più minacciose dell'entourage di Jens Weidmann, un burocrate legato a doppio filo ad Angela Merkel e Wolfgang Schauble e da questi spedito anni orsono sulla tolda di comando della un tempo autorevole e temuta Bundesbank e, quindi, di diritto membro del Consiglio della Banca Centrale Europea, un ruolo soggetto a quella regola di rotazione cui devono sottostare tutti i Governatori delle banche centrali dei paesi dell'area euro e non mitigata neppure da una vice presidenza che di solito non si nega a nessuno, un ruolo che gli sta sempre più stretto e che lo spinge ad attaccare con tutti i mezzi, leciti e meno, l'autorevolissimo presidente della Banca Centrale Europea, un'istituzione che raccolse nelle sue mani dopo il periodo regolamentare di presidenza del francese Jean Claude Trichet, a sua volta subentrato all'ex presidente della Banca Centrale Olandese.

Tre nomine fatte in ossequio alla regola non scritta che vuole il posto di numero uno della BCE affidato all'esponente di un paese membro della area dell'euro che ne abbia anche auspicabilmente le competenze, scelta che non dovrebbe mai pescare la Germania che in quel di Francoforte ne ospita la sede in un grattacielo iper moderno, peraltro a poca distanza da quei due grattacieli gemelli contornati da grattacieli più bassi che ospitano la sede globale di quel colosso creditizio dai piedi di argilla che è la molto chiacchierata Deutsche Bank.

Non bastasse il mai contento Weidmann, ci si sono messi giovedì i cosiddetti Cinque Saggi tedeschi che hanno presentato il loro rapporto alla presenza della Cancelliera di Ferro, Angela Merkel, del sempre arcigno ministro tedesco delle finanze, Wolfgang Schauble e di Weidmann, appunto, e ha  sparato alzo zero nei confronti dell'attuale politica monetaria della BCE e del suo massimo rappresentante, reo di stare portando sul lastrico le banche tedesche di ogni ordine e grado, come se le stesse, a partire da Deutsche e Commerzbank, per scendere "pe li rami" delle un po' traballanti landesbanken e sparkassen di cui è disseminato il vasto territorio tedesco non avessero fatto il grosso del lavoro per conto loro e ben prima che Super Mario, direttamente dalle macerie di Wall Street dove aveva guidato la task force incaricata di riscrivere le regole della finanza più o meno strutturata, approdasse quasi per acclamazione all'incarico più alto dell'istituto basato a Francoforte e come se tutto quello che Draghi aveva detto qualche giorno fa di fronte ad un molto ostile Bundestag, sua prima visita dall'insediamento nel grattacielo di Francoforte avvenuto nel 2011, fosse passato come acqua sul vetro!

Ma quale è la novità che Super Mario dovrebbe annunciare a dicembre di questo anno di disgrazia 2016: non solo e non tanto il prolungamento del super Quantitative Easing dalla scadenza prevista nel marzo del 2017 al novembre dello stesso anno, a botte di 80 o forse di 60 miliardi al mese, ma che nel ripartire gli acquisti di titoli sovrani non si dovrebbe tener più conto soltanto del peso economico dei paesi dell'area euro, quanto di altri fattori che spiegherà meglio in quella sede per poi rinviare a un comunicato ufficiale che dettaglierà meglio la ratio degli interventi; detto in soldoni, la Germania potrà scordarsi quegli acquisti massicci che hanno mandato i rendimenti di un Bund sempre più introvabile in territorio negativo, e che hanno consentito, nel solo 2015, risparmi per ben 28 miliardi di euro, cosa che peraltro il mercato sta già scontando nel limare i prezzi del decennale tedesco che ora presenta, dopo diversi mesi di yield negativi, nuovamente rendimenti positivi, seppur sempre su livelli molto, ma molto modesti.

Ma il rapporto dei Saggi dice qualcosa di più e ancor più grave, almeno nel resoconto che ne fa il Bravo Maurizio Ricci de La Repubblica, ed è dato dalla tesi che l'eurozona starebbe molto meglio senza la presenza dell'Italia, un Paese che la Commissione di Bruxelles non riesce a ricondurre ad una maggiore disciplina come dimostrato (sic) dall'ultima Legge di Bilancio i cui saldi, lo ricordo ai lettori più distratti, prevedono un deficit/PIL del 2,3 per cento contro un desiderio della Commissione posto al 2,2 per cento, ma comunque ben dentro il 3 per cento stabilito dal Trattato di Maastricht, il tutto mentre Francia, Spagna, Portogallo e altri paesi membri dell'Eurozona quel limite del 3 per cento lo valicano allegramente!

mercoledì 4 gennaio 2017

Ma quanto è popolare questo Banco!


Qualcuno si è stupito del volo che ha preso nelle prime due sedute del titolo della nuova banca nata dalla fusione per incorporazione della Banca Popolare di Milano nel Banco Popolare, a sua volta nato dall'acquisizione della Banca Popolare di Novara e di altri istituti minori nella Banca Popolare di Verona, unica banca di quel buco nero del credito che è il Veneto ad essere sopravvissuta a quel meltdown che ha risucchiato diciannove banche locali e le due medio grandi Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca tra poco fuse dal loro proprietario unico Fondo Atlante nella Banca delle Venezie.

Mi scuso in anticipo con i lettori del Diario della crisi finanziaria di questa girandola di nomi, ma la prima fusione di banche italiane che nasce sotto gli auspici della Trimurti della Vigilanza europea presso la BCE è di quelle da far tremare i polsi e non solo, e non tanto, per le dimensioni dei due istituti convolati a nozze o per la loro forza relativa nella parte più dinamica dell'economia italiana (Nord Est e Nord Ovest), quanto perché pone fine, se non nell'immediato certo nei tempi medio lunghi, ad un modello di governance imperante nella Banca Popolare di Milano di fatto governata dalle sigle sindacali interne favorite come in nessuna delle grandi banche popolari da un modello quale il voto capitario che tanti guasti ha prodotto in quella banca e tanti mal di testa in Banca d'Italia e che è stato definitivamente superato dall'approvazione assembleare della fusione e della trasformazione in società per azioni.

Certo il nome della nuova aggregazione e la licenza bancaria concessa per un ulteriore anno concessa alla banca milanese, nonché la cooptazione dell'ex amministratore delegato di BPM come CEO del nuovo gruppo, farebbero pensare ad una vittoria dei milanesi sui veronesi, ma quello che conta è che la banca è saldamente nelle loro mani e questo si vedrà ancora più chiaramente nei prossimi mesi e nei prossimi anni e seguirà pedissequamente quanto è accaduto nei decenni scorsi con l'acquisizione da parte di Banca Intesa della Banca Commerciale prima e dal San Paolo di Torino, divenute tutte province della potenziatissima e capitalizzatissima Cassa di Risparmio delle Province Lombarde che, dopo una vera e propria razzia nel mondo delle casse di risparmio italiane, e non solo, prese il nome di Intesa.

Il mercato sembra sposare questa tesi e in due sole sedute il titolo di Banco BPM ha preso il volo guadagnando il 9 per cento nel primo giorno di quotazione e il 7,20 per cento ieri, valorizzandosi di qualcosa di più di un sesto in due sole giornata, complice anche il massacro preventivo avvenuto nei mesi scorsi sull'onda della speculazione e molti analisti già pregustano il ritorno nell'area dei 4 euro, in particolare se andrà a buon fine lo smaltimento di ulteriori otto miliardi di sofferenze che Fratta Pasini e Castagna hanno promesso alla Trimurti della Vigilanza della BCE che intanto festeggia il passaggio delle vigilate da 15 a 13 banche!  

martedì 3 gennaio 2017

Due o tre cose che so di Deutsche Bank


Oggi mi prendo una vacanza e ripropongo la puntata del 3 ottobre scorso sulla banca che divide con MPS le attenzioni di analisti e commentatori, avvertendo che sta succedendo una cosa alquanto singolare e, cioè, che l'immensa montagna di derivati e titoli più o meno tossici (classe 3) del colosso creditizio tedesco dai piedi di argilla si è ridotto, alquanto bruscamente, dai 62 mila miliardi di euro del 2015 ai 42 mila miliardi di oggi e pare che ciò sia avvenuto in molti casi su iniziativa delle controparti, un po' una riproposizione della fuga recente di dieci hedge funds che hanno tutti insieme chiuso i rapporti attivi passivi con Deutsche. Come che sia, una riduzione di oltre il 30 per cento di questa vera e propria bomba a orologeria posta sotto i piedi della banca globale è una notizia che ha reso felice il CEO straniero di Deutsche, anche se l'aumento del rischio di controparte non è cosa che dovrebbe favorire i suoi sonni, al di là del contratto blindato che certamente ha ottenuto prima di accettare il molto gravoso incarico!

L'altra novità è rappresentata dal fatto che è stato raggiunto un accordo con il Dipartimento di Giustizia statunitense sulla multa da 14 miliardi di dollari per i comportamenti della banca di Francoforte nella crisi dei subprime, un accordo che prevede un pagamento cash di 3,1 miliardi di dollari e un impegno pluriennale della banca a sostenere i propri clienti a partire dal 2017 per complessivi 4,2 miliardi di dollari.

* * *

Redigendo per oramai quasi un decennio il diario di bordo della molto mal messa flotta delle banche globali e, fino alla riforma delle Big Five, le cinque investment banks statunitensi poi trasformate in banche commerciali dopo i disastri che avevano combinato e per le quali sono state multate per decine di miliardi di dollari dal Dipartimento di Giustizia USA, mi sono imbattuto più volte nella Deutsche Bank, una banca globale guidata con pugno di ferro sin dal lontano 2002 da Joseph Ackermann, che poi diverrà presidente della grande compagnia di assicurazioni svizzera Zurich, carica che lascerà solo un anno dopo causa delle accuse mossegli nella lettera del Chief Financial Officer della compagnia di assicurazioni elvetica morto suicida.

Lo stesso Ackermann aveva già visto sfumare, a causa di indagini della procura di Monaco di Baviera, la possibilità di diventare Presidente di Deutsche nel 2012 e, dopo dieci anni alla guida della banca tedesca fu costretto a lasciare anche la carica di Chief Executive Officer, carica che verrà sdoppiata e vedrà la coesistenza di due CEO, uno proveniente dalle attività tradizionali di Deutsche, mentre il secondo, un uomo di finanza di origine indiana, era stato in precedenza il responsabile a livello globale delle attività di Corporate and Investment Banking, proprio quelle attività che tanta parte hanno negli odierni guai del colosso creditizio tedesco dai piedi di argilla.

La non facile coesistenza dei due CEO durerà appena tre anni anni e non sono in grado di dire se fu in quel triennio o durante il lungo regno di Ackermann che fu escogitata la brillante idea di sdoppiare la CIB, un qualcosa di molto originale e, almeno per quanto ne so, unico al mondo, ma quello che è certo è che sulla spinta dei grandi azionisti infuriati per i pessimi risultati e per il proliferare delle multe e dei processi aperti, quali quello sulla manipolazione dei tassi sul mercato interbancario europeo (che vede coinvolti cinque manager di Deutsche) che si concluderà a breve davanti ad una corte di giustizia britannica, che i due co CEO vengono bruscamente messi alla porta e, anche sulla base della difficile situazione, il Consiglio di Amministrazione chiama alla guida della banca un Papa straniero, il britannico John Cryan, un top manager dalla fama di spietato risanatore e che sa che il suo orizzonte temporale rischia di essere ancora più breve di quello dei suoi immediati predecessori,  uno stimato professionista che in breve tempo si fa un quadro completo della situazione, anche perché credo proprio che la prima cosa che avrà chiesto sia stata quella di avere dettagliati ragguagli della situazione della finanza strutturata, quella che a detta di molti rappresenta il vero buco nero della banca tedesca.

Come numero uno operativo di Deutsche, Ackermann partecipò, insieme a tutti i suoi omologhi delle banche globali, a numerosi meeting che la Federal Reserve di New York e il Tesoro USA organizzarono negli anni più caldi della prima ondata della tempesta perfetta, anche perché il problema della finanza strutturata si era sviluppato nel primo quinquennio della sua guida della banca tedesca e quindi sapeva bene di cosa si parlava in quelle riunioni lunghe e infuocate che occuparono un week end sì e l'altro pure per molto, molto tempo, ma sono certo che la riunione che più è rimasta impressa nella sua mente è quella, rigorosamente a porte chiuse, tenutasi in uno dei più grandi alberghi di New York e nella quale Mario Draghi con Hank Paulson da un lato e Bernspan dall'altro, fece un quadro impietoso della situazione e del default sistemico che aleggiava all'orizzonte, dicendo quello che banche centrali e Governi potevano ragionevolmente fare, per far fronte alla situazione, facendo capire al contempo che vi sarebbero state nuove e più stringenti regole per quel casinò a cielo aperto che era diventata la finanza più o meno strutturata ma che ci si aspettava che tutti si dessero da soli una regolata e in tempi molto brevi.

Ma cosa idearono l'ex numero uno di Goldman Sachs poi passato provvidenzialmente al vertice del Tesoro USA nel giugno del 2006  e il capo della Fed, forse grazie anche ai consigli di Mario Draghi, né più né meno che dare alla Fed il ruolo di raccoglitrice della spazzatura prodotta dalle fabbriche prodotto delle divisioni di Corporate and Investment Banking delle banche globali operanti negli USA, titoli totalmente illiquidi a cui la banca centrale americana diede un valore seppure molto contenuto, il che voleva dire che le banche che applicavano questa via d'uscita dovevano registrare una forte perdita ma che rappresentava comunque qualcosa di più del valore zero che avevano in quel momento, ma le autorità monetarie statunitensi fecero di più, passando dal mark to market al mark to value, ma qui entriamo in tecnicalità che non credo interessino chi legge.

Solo Ackermann sa se Deutsche applicò questa possibilità o no e la cosa potrebbe dipendere dalle regole che guidarono questa operazione che trasformò la Fed di New York nel più grande deposito di titoli tossici, con particolare riferimento alla sede legale della banca che chiedeva l'utilizzo di questa possibilità, o se fu applicata solo per una parte dei titoli in questione per non aggravare oltremodo il conto economico nella illusione rivelatasi poi fallace che questi stessi titoli avrebbero ripreso di valore, ma tutto questo la stabiliranno gli storici.

Ci sarebbe tanto altro da dire sull'avventura americana di Deutsche Bank, ma una puntata è una puntata, anche se ci sono due cose ancora che ci tengo a dire e la prima è che c'è una una somiglianza fortissima tra la carriera di John Cryan e quella di Fabrizio Viola, entrambi entrati in partita in Deutsche e MPS in zona Cesarini e, quindi, senza il tempo necessario per applicare le loro strategie, mentre la seconda è che venerdì scorso ho visto il Dipartimento di Giustizia USA commutare, via indiscrezioni autorizzate veicolate su quotidiani online e autorevoli agenzie di stampa specializzate, una multa da 14 miliardi di dollari comminata pochi giorni prima in una da 5,54 miliardi e questo, credetemi è un pessimo segnale sulla reale situazione della banca tedesca, nonché il primo aiuto di Stato, anche se straniero, in favore di Deutsche!

* * *

Il ministro dell'Economia Giancarlo Padoan ha indetto per oggi un vertice, che alcuni giornali definiscono di emergenza, delle principali banche italiane (Intesa, Unicredit e UBI) cui parteciperanno il Governatore della Banca d'Italia, il Fondo Atlante, l'ABI e l'ACRI, per discutere della vendita delle quattro good bank, (di tre dovrebbe farsene carico UBI che però recalcitra perché, anche se l'acquisto, tra esborso e benefici fiscali, è pari a zero, ha già saputo dalla Vigilanza BCE che dovrà fare un aumento di capitale post fusione da 600 milioni di euro) dei problemi del sistema bancario italiano e di quello internazionale con particolare riferimento ai possibili effetti sul nostro sistema bancario derivanti da eventuali sviluppi della crisi di Deutsche Bank e di Commerzbank.

lunedì 2 gennaio 2017

Consiglio di guerra al Monte dei Paschi


Mentre tutti, o quasi, i banchieri italiani si apprestavano a festeggiare l'ultimo dell'anno, a Milano si è tenuto, in via virtuale, l'ultimo consiglio di amministrazione di quest'anno di disgrazia 2016, con presenti in sede il Chief Executive Officer, Marco Morelli, e il direttore finanziario (Chief Financial Officer, carica ricoperta dallo stesso Morelli nella sua precedente esperienza al Monte), Francesco Mele, e i consiglieri collegati in via telematica, con le dimissioni, prontamente accettate, di uno dei membri del Board.

Nella riunione, la prima dopo il repentino voltafaccia di Madame Nouy della Vigilanza pero la BCE che, con una lettera di cinque, dicasi cinque, righe ha comunicato ad un esterrefatto Piercarlo Padoan che l'aumento di capitale necessario per MPS passava da 5 a 8,8 miliardi di euro (in base agli stress test di luglio perfettamente noti in novembre quando era stato richiesto l'aumento di capitale nella precedente misura, decisione presa con il voto contrario dei due italiani presenti nel Consiglio di Vigilanza), Morelii ha tenuto coperte le carte sul piano industriale, del quale ha solo detto che sarebbe stato rivisto in "maniera incisiva", ma ha annunciato due nuove emissioni di bond, le prime da circa un anno, assistite dalla garanzia statale GACS e quindi doppiamente sicure.

Quello che Morelli non ha detto è che si starebbe studiando un forte incremento del numero delle uscite di personale e chiusura delle dipendenze alquanto ridondanti del Monte, passando dai quattromila esuberi già previsti e favoriti dall'allungamento dai cinque ai sette anni del periodo di permanenza degli esodandi nel Fondo di settore, fondo rimpinguato da 600 milioni di trasferimenti statali per 600 milioni nel triennio 2017-2019, di più non ha detto e non sarò certo io a fare numeri al posto suo!

Per le sofferenze di MPS, invece, è tutto da rifare e si parla di un veicolo prodotto in casa, aperto anche allo smaltimento dei Non Performing Loans di altre banche italiane, mentre è ancora tutto da definire il ruolo che avrà il Fondo Atlante nella partita.

Nel frattempo è nato il Banco BPM, nato dalla fusione di Banco Popolare e Banca Popolare di Milano e il Consiglio di Vigilanza europeo ha prontamente chiesto alla nuova entità di smaltire al più presto sofferenze per otto miliardi di euro, operazione favorita dall'aumento di capitale chiuso con successo dal Banco Popolare nel novembre scorso, unico aumento di capitale andato in porto dopo il doppio flop della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, acquisite dal Fondo Atlante e ora fuse a breve bella Banca delle Venezie.