giovedì 7 agosto 2008

The sooner you leave, the better, Mr Syron!


Non si era ancora spenta l’eco delle circostanziate accuse mosse, via intervista al New York Times, mosse dall’ex Chief Risk Officer di Freddie Mac, David Andrukonis che ha sostenuto che in una intervista rilasciata al New York Times, ha dichiarato di che il Chief Executive Officer, Richard Syron, non avrebbe assolutamente preso in considerazione i ripetuti e chiari segnali di allarme da lui inviati, proseguendo imperterrito nella sua politica alquanto indiscriminata di espansione dell’attivo, mostrandosi del tutto incurante dei rischi reputazionali e creditizi connessi alla sua strategia, che ieri lo stesso Syron si è dovuto cospargere il capo di cenere per una pessima trimestrale che non solo ha segnalato una perdita di 821 milioni di dollari, ma ha anche largamente superato in peggio le già cupe previsione degli analisti.

La travagliata entità semipubblica che, insieme a Fannie Mae, rappresenta spesso l’unica speranza per molti potenziali acquirenti di case di poter ottenere un mutuo a condizioni accettabili, ha registrato, nel secondo trimestre del 2008, spese relative ai crediti che superano di sei volte quelle dello stesso periodo dell’anno precedente, mentre è stata costretta ad effettuare accantonamenti per 2,5 miliardi di dollari, registrando, al contempo, una forte contrazione dei ricavi, passati dai 2,34 miliardi del secondo trimestre 2007 ad appena 1,69 miliardi nel secondo trimestre 2008, una flessione che sfiora il 30 per cento ed è trainata dalla pesantissima contrazione relativa alle garanzie per le case individuali, segmento che ha fatto segnare una perdita di 1,39 miliardi di dollari.

Come è noto, tutti gli sforzi della Federal Rerserve e del ministro del Tesoro, Henry Paulson e del finamente risvegliato Effe O Ixs, sono concentrati nel tentativo di non giungere obtorto collo ad una vera e propria nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac, per il semplicissimo motivo che è del tutto improponibile il consolidamento dei 5.200 miliardi di dollari di GSE nel già altissimo debito pubblico americano, per cui i tre stanno agendo di concerto per evitare ad ogni costo che il bubbone scoppi, travolgendo con sé anche le ultime residue speranze di una ripresa del settore immobiliare almeno a partire dalla seconda metà del 2009.

L’ammissione di Fannie Mae e Freddie Mac allo speciale sportello aperto ormai da mesi dalla Fed di New York, il reiterato blocco delle operazioni allo scoperto sulle azioni delle due entità, blocco esteso sin dall’inizio alle altre diciassette maggiori entità creditizie operanti nel mercato finanziario statunitense, le dichiarazioni a raffica di un Paulson che, ogni giorno che passa, sembra sempre più uno che parla per dare coraggio soprattutto a sé stesso, il tutto senza neppure avere la decenza di costringere Fannie e Freddie ad adottare le stesse regole di comportamento delle altre banche quotidianamente assistite da Bernspan, sono tutte mosse che rappresentano un altro capitolo della saga infinita che vede gli interessi di Wall Street molto, ma molto più tutelati dalle autorità monetarie e da coloro che sono chiamati a vigilare sulla correttezza e la trasparenza del mercato finanziario, rispetto alle preoccupazioni che gli stessi nutrono per le sorti degli abitanti delle tante Main Street degli Stati Uniti d’America.

E’ in questo clima incandescente ed a soli due giorni dal primo anniversario della Tempesta Perfetta, che si sta tentando un’ulteriore sovvertimento di quelle poche regole rimaste in piedi dopo il ciclone di deregolamentazione favorito dalla cosiddetta reaganomics, la possibilità, cioè, che i fondi di private equità possano acquisire agli attuali prezzi stracciati quote molto rilevanti delle principali banche di investimento e di banche più o meno globali basate od operanti negli Stati Uniti d’America senza dover sottostare alle regole molto rigide esistenti negli States e che prevedono che venga considerato holding bancaria chiunque acquisisca più del 15 per cento di una banca, mentre è previsto il divieto di nominare membri del consiglio di amministrazione ove si raggiunga o si superi la soglia del 10 per cento.

Ormai più che scontato l’effetto della più che prevedibile decisione di Bernspan e complici di lasciare inalterati i tassi sui Fed Funds al 2 per cento ed il provvidenziale tasso ufficiale di sconto al 2,25, gli operatori non hanno accolto proprio favorevolmente né le “prove” del moral hazard riscontrabile nel comportamento di Richard Syron, né il pessimo segnale che giunge dalla sua Freddie che, nonostante gli eterni dubbi sulla corretta rappresentazione dei fatti di gestione da parte dei suoi top manager, si è vista costretta non solo a segnalare finalmente una perdita, ma anche a lanciare un chiarissimo profit warning per i trimestri a venire, mettendosi a vendere il vendibile e, per la soddisfazione di Effe O Ixs, hanno venduto i titoli di Fannie e Freddie che avevano materialmente in portafoglio.

In attesa di quanto accadrà il 13 agosto, dopo che la molto asimmetrica ed ancor più settoriale norma verrà definitivamente messa in soffitta, almeno a sentire i giuramenti degli alti dirigenti della Sec, perché allora le forze ribassiste represse per quasi un mese avranno modo di scatenarsi, dopo che Einhorn e gli altri suoi compagni di cordata hanno fatto denari a palate puntando sul più che certo rialzo delle quotazioni delle azioni delle diciannove entità protette dalle autorità, ma che già da ieri hanno deciso, probabilmente all’unisono, di girare le loro posizioni, liberandosi in tutta fretta di quanto avevano comprato a prezzi molto, ma molto più bassi.

Non paghe dei disastri tuttora esistenti sul mercato delle liquidità, si fa ovviamente per dire, interbancaria ad onta delle massicce e costanti maxi iniezioni di liquidità do loro offerte alle banche che continuano a limitare con il contagocce i soliti travasi verso l’esterno, le banche centrali dei maggiori paesi industrializzati continuano ad ostinarsi a cercare di influenza il mercato forex, provando in ogni modo a rafforzare un dollaro statunitense che dovrebbe, almeno in base ai fondamentali, a stare ancora, e di molto, più in basso dei livelli attuali e non è certo un caso se il gioco riesce molto meglio nei confronti dello yen (ieri servivano poco meno di 110 yen per acquistare un dollaro) che contro l’euro che, malgrado i loro sforzi, continua a restare aggrappato al supporto compreso tra gli 1,54 e gli 1,55 dollari, anche a causa delle attese sul differenziale tra i due tassi già di per sé molto elevato, ma che rischia di allargarsi ulteriormente nei prossimi mesi.

La vera novità delle ultime sedute è, comunque, rappresentata dall’avvio di una fase di squagliamento del prezzo del greggio e di tutte le altre materie prime, derrate alimentari, questa volta per fortuna, incluse, una flessione che ha toccato lunedì anche il 20 per cento rispetto ai massimi di poche settimane orsono, segno inequivocabile che, dopo lo sgonfiamento della bolla della finanza più o meno creativa, del correlativo meltdown del settore immobiliare, anche l’estremo tentativo delle banche di investimento, di quelle più o meno globali, dei fondi di investimento e, ahimé, anche dei fondi pensione di recuperare almeno parte di quei 1.400 miliardi di perdite sommerese dalle sempre più alte ondate della tempesta perfetta che, ad un anno quasi esatto dal suo avvio, è tuttora virulentemente in corso!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ , mentre rendo noto che sono stati pubblicati nei giorni scorsi gli atti dello stesso convegno che sono stampabili dal sito della UIL, dipartimento di politica economica.

mercoledì 6 agosto 2008

Il pilota di Freddie Mac ha ignorato lo stop!


Non sono assolutamente in grado di valutare l’attendibilità delle dichiarazioni dell’ex Chief Risk Officer di Freddie Mac, la travagliata entità semipubblica che, insieme a Fannie Mae, rappresenta spesso l’unica speranza per molti potenziali acquirenti di case di poter ottenere un mutuo a condizioni accettabili, David Andrukonis che, in una intervista rilasciata al New York Times, ha dichiarato di aver lanciato circostanziati e chiari segnali di allarme che il Chief Executive Officer, Richard Syron, non avrebbe assolutamente preso in considerazione, proseguendo imperterrito nella sua politica alquanto indiscriminata di espansione dell’attivo, mostrandosi del tutto incurante dei rischi reputazionali e creditizi connessi alla sua strategia.

Non è, peraltro, la prima volta che il New York Times cerca di togliere lo scettro di giornale di bordo della tempesta perfetta ancora in corso al Wall Street Journal, l’autorevole quotidiano finanziario statunitense che da dodici mesi sembra proprio non sbagliare un colpo e che ha anticipato avvenimenti e crisi aziendali quando ancora nessuno, neanche i soliti ben informati, ne aveva avuto il ben che minimo sentore.

L’entrata a piedi uniti più rilevante del NYT è stata, però, rappresentata dalla pubblicazione di un editoriale del prestigioso quotidiano newyorkese che ha criticato duramente il progetto riservato realtivo alla possibilità per i fondi di private equity, peraltro al momento paralizzati nella loro operatività a causa del credit crunch, di acquisire agli attuali prezzi stracciati quote molto rilevanti delle principali banche di investimento e di banche più o meno globali basate od operanti negli Stati Uniti d’America senza dover sottostare alle regole molto rigide esistenti in quel paese per chiunque acquisisca più di una certa quota percentuale, regole che impongono il fatto di essere considerati holding bancaria se si acquisisce più del 15 per cento di una banca, mentre impongono il divieto di nominare membri del consiglio di amministrazione ove si raggiunga o si superi la soglia del 10 per cento.

Come ho avuto più volte modo di ribadire, una delle cause della tempesta perfetta è rappresentata proprio da quella deregolamentazione spinta intervenuta a partire dagli anni Ottanta e che, non certo a caso, ha consentito, anche nel settore finanziario, l’affermarsi della globalizzazione che si univa alla cartolarizzazione di tutto quanto era cartolarizzabile, un mix deregulation-globalizzazione-finanziarizzazione che ha prodotto, insieme al vero e proprio tonfo dei valori etici e deontologici che ha riguardato una parte rilevante dei top manager delle varie entità che partecipano al mercato finanziario, nonché di quanti hanno operato ai vertici delle agenzie di rating o dei vari organismi, veramente molteplici negli USA, chiamati a vigilare sulla correttezza e la legalità dei comportamenti di questi stessi top manager ed ad operare fattivamente per prevenire l’insorgere dei rischi sistemici poi pienamente divenuti realtà, con l’aggravante che, stavolta, non esistono soluzioni facili ed altrettanto facilmente scaricabili sui contribuenti che spesso hanno già pagato un prezzo salato proprio a causa dell’imperante lassismo nei confronti del moral hazard che ha caratterizzato proprio i vertici di quelle entità finanziarie che si scopre che ancor oggi sono too big to fail.

Non vorrei qui riproporre l’elenco di tutte le regole che la Federal Reserve guidata da Bernspan o il ministero del Tesoro statunitense guidato dall’ineffabile Henry Paulson che sino a due anni orsono era, da numero uno indiscusso di Goldman Sachs, uno dei maggiori responsabili del disastro in corso, hanno volutamente e scientemente fatto saltare pur di consentire improbabili salvataggi, finanziamenti a piè di lista di entità non rientranti nel perimetro di vigilanza della Fed, promesse di sostegni a favore di Fannie Mae e Freddie Mac, in assenza di un provvedimento di nazionalizzazione, o meglio di rinazionalizzazione, delle due più che disastrate entità semipubbliche gravate da un debito che vale oltre la metà del già gigantesco debito dell’intera nazione in cui le stesse sono basate.

Il problema è, tuttavia, rappresentato dall’approvazione a tambur battente di provvedimenti che tentano o di introdurre elementi di vero e proprio socialismo reale nella nazione che più di ogni altra dichiarava di fondarsi sul principio dello Stato minimo e della contestuale minima ingerenza nell’economia e nella finanza, oppure di cambiare le regole del gioco quando la partita è entrata in zona Cesarini, se non a tempi supplementari abbondantemente scaduti, come è accaduto ormai per ben due volte ad opera di Effe O Ixs, il capo della Securities and Exchange Commission, che, in questi ultimi anni, ha del tutto ignorato la corsa folle delle quotazioni azionarie, ma che è stato molto lesto a proteggere diciannove entità, guarda caso proprio quelle protagoniste del mercato finanziario statunitense (straniere ma globali ovviamente incluse), ma continuando a girarsi dall’altra parte quando le oscillazioni del valore delle azione di una di queste entità fa registrare un +50 per cento in una sola seduta ed un dimezzamento di tale folle incremento nelle poche ore in cui si svolge l’after hours relativo alla stessa seduta.

A quanti tra i poveri risparmiatori/investitori statunitensi rimpiangono le durezze di Paul Volker, il presidente della Fed cacciato da Ronald Reagan, mediocre attore di Hollywood che ha ricoperto per ben due volte la carica di Presidente degli States, o di non avere come banchieri centrali quel manipolo di neotemplari della Banca Centrale Europea guidati dal quel francese germanizzato che risponde al nome di Jean Paul Trichet, uno che non ha scrupoli a stringere la corda del boia ad uso ovviamente terapeutico, ma, e forse soprattutto, uno che non ha mai detto di credere nelle virtù taumaturgiche del mercato così care agli economisti, agli opinionisti ed ai politici che per lunga pezza sono andati veramente per la maggiore al di là dell’Oceano Atlantico.

Scrivo questa nota avendo deciso di non aspettare sveglio la decisione del Federal Open Market Committee, ben sapendo che la scelta di stare del tutto behind the curve, o meglio, behind the market assunta nell’agosto dell’anno scorso da Bernspan e complici, spalleggiati peraltro molto efficacemente dalla maggioranza dei politici statunitensi e dal Governo guidato dal presidente Bush, non verrà certo meno per quisquilie e pinzillacchere quali il livello ampiamente negativo dei tassi di interesse reali (per le banche, ovviamente, non certo per la loro clientela!), un livello reso tale dall’impennata dell’inflazione che, anche ove, come prevedo da oltre sette mesi, il petrolio dovesse scendere sino ai 75-80 dollari al barile, difficilmente si sottrarrà a quei micidiali effetti di trascinamento che non dovrebbero esaurire la loro virulenza prima della prima metà dell’anno venturo.

La curiosità ha poi avuto la meglio, anche se non solo Bernspan ha comunicato l’attesissimo nulla di fatto, ma lo ha anche condito con un testo ufficiale salomonico!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ , mentre rendo noto che sono stati pubblicati nei giorni scorsi gli atti dello stesso convegno.

martedì 5 agosto 2008

Il raider Icahn si è bruciato le penne!


Nonostante la protezione offerta dalla estensione al 12 agosto prossimo venturo dall’anomalo provvedimento deciso dal numero uno della Securities and Exchange Commission, l’ormai celeberrimo Effe O Ixs (al secolo Chistopher Cox), un misura che vieta di fatto le vendite allo scoperto delle azioni delle 19 principali entità operanti nel mercato finanziario statunitense, ieri è stata una vera e propria giornata di passione per la malandata Wachovia Bank, una performance che sembra dichiarare esaurita la breve luna di miele con il mercato del nuovo Chief Executive Officer, Robert Steel, sino a pochi giorni fa braccio destro del ministro del Tesoro USA, Henry Paulson, con il quale aveva già brillantemente cooperato sino al giugno 2006, quando entrambi erano in Goldman Sachs.

Alle prese di beneficio di quanti si erano inseriti in un rally drogato dalle nuove regole e dall’annuncio di un massiccio buy back reso noto nei giorni scorsi da Steel, si è ieri aggiunta la notizia di un’azione legale nei confronti di Wachovia in relazione al piazzamento di una sfortunata emissione obbligazionaria, ovviamente finita in default con la connessa polverizzazione del denaro degli incauti investitori.

Ma la notizia che ha mandato al tappeto il mercato è stata quella relativa alla totale erosione di un rispettabile rialzo delle entrate personali dei cittadini statunitensi in giugno, in quanto, una volta depurate dagli effetti di un’arrembante inflazione, le stesse sono risultate negative per lo 0,2 per cento, il che contribuisce efficacemente a mandare a gambe all’aria il pur rilevante sforzo governativo di ristoro fiscale che pure è costato la bella somma di 168 miliardi di dollari, una somma che, secondo i critici, avrebbe potuto essere molto più efficacemente utilizzata per favorire la rinegoziazione dei mutui con clausole capestro che tanta parte stanno avendo nell’ondata di foreclosure che si tradurrà in settembre nella vera e propria orgia di aste giudiziarie che, in particolare in Florida e California, rischiano di dare il colpo di grazia ad un mercato immobiliare già in profonda crisi.

Una crisi ben testimoniata, peraltro, dalla richiesta di ricorso alla protezione offerta dal Charter 11 della ancora accomodante legge fallimentare statunitense da parte dell’impresa di costruzioni WCI Communities Inc. (richiesta che fa seguito ad analoghe iniziative assunte da Tousa Inc. in gennaio, mentre la prima a farvi ricorso in questa fase, è stata Levitt & Sons in novembre), una società molto nota per la feroce battaglia ingaggiata a suo tempo dal solito Carl Icahn, il raider che ha di recente tentato inutilmente di favorire il take over ostile di Microsoft ai danni di Yahoo, e che giunse ad offrire 22 dollari per azione nel marzo del 2007, accontentandosi di acquisire una quota del 15 per cento a 19 dollari per azione e di diventarne presidente, mentre ieri l’azione di WCI quotava 66 centesimi, in calo del 48 per cento rispetto alla chiusura di venerdì.

Ovviamente, il principale teatro di azione di WCI è rappresentato proprio dalla Florida, Stato nel quale è concentrata la maggior parte dei 2 miliardi di dollari di attivo della compagnia che fronteggia un passivo di dimensioni più o meno uguali, non fosse che quello iscritto in bilancio è un valore che va verificato in base alle valutazioni attuali dei condomini di lusso in varie località della Florida, sulla base delle quali le sorprese in aula si sprecheranno!

Nel frattempo, prosegue, rigorosamente a porte chiuse, il meeting del Federal Open Market Committee della Federal Reserve, una riunione che si concluderà oggi e che, secondo la larghissima maggioranza degli analisti, dovrebbe lasciare inchiodati al 2 per cento i tassi sui Fed Funds ed al 2,25 quel provvidenziale tasso ufficiale di sconto che rappresenta il biglietto di ingresso all’ampia discarica a cielo aperto aperta dalla Fed di New York che continua a provvedere di liquidità le maggiori entità operanti nel mercato finanziario statunitense con prestiti da poco portati da 28 ad 84 giorni e che valutano alla pari i famigerati titoli della finanza strutturata che un’incauta svendita effettuata da Merrill Lynch ha implicitamente valutato a 22 centesimi per dollaro, peraltro previo generoso finanziamento dell’acquirente ad un tasso non meglio precisato!

Temo proprio che, nonostante il forte conflitto interno al FOMC ed alla vera e propria crisi di identità che i ben informati attribuiscono al presidente della Fed, Bernspan non deluderà quel mercato che si ostina a seguire, se non a prevenire, i desideri, al netto della sempre più palese invidia per la crescente popolarità del presidente della Banca Centrale Europea, Jean Claude Trichet, un’istituzione che continua ad ignorare gli strali di Sarkozy e di tanti altri leaders politici europei che continuano a non condividere l’ultimo rialzo dei tassi e si augurano che non faccia quello che molti ritengono e, cioè, proseguire sino a che non si sia ricreata una distanza opportuna tra il tasso di riferimento ed il tasso di inflazione, il che richiederebbe, almeno a spanne, giungere al 5 per cento in un futuro non molto remoto.

D’altra parte, la discesa del prezzo del greggio al di sotto della importante soglia psicologica dei 120 dollari, rottura che si verifica per la prima volta dal lontano mese di maggio, fornisce una robusta mano a Bernspan ed ai suoi complici, forti, peraltro dell’appoggio incondizionato di Henry Paulson, John Thain, Robert Steel e degli altri autorevoli componenti della pattuglia di ex partner di Goldman Sachs impegnati al vertice di altre banche di investimento o di importanti banche commerciali, nonché presenti in una miriade di opportune postazioni di maggiore o minore rilievo esenziali per gli interessi della loro Ditta di provenienza se non, come alcuni maligni si ostinano a sussurrare, di perenne appartenenza!

La cosa davvero inquietante è che tutte le bolle speculative contemporaneamente create negli ultimi anni si trovano pressoché prossime allo stesso punto di rottura e, cioè, a quel livello nel quale ci vuole veramente poco per scivolare mani e piedi nel panic selling, un punto che si raggiunge quando gli operatori di maggiori dimensioni hanno già bellamente ed in silenzio abbandonato il campo e sullo stesso restano soltanto gli ultimi arrivati che hanno avuto l’incauta idea di mettersi in scia ai big player non disponendo assolutamente della strumentistica, delle strutture e dei nervi d’acciaio necessario per partecipare ad un gioco che può essere molto, ma molto fruttuoso, oppure veramente letale.

Come sto scrivendo da qualche giorno, le caratteristiche della quinta ondata della tempesta perfetta sembrano calamitate dalla prima ricorrenza annuale della più grave crisi finanziaria in corso dal secondo dopoguerra, quel 9 di agosto prossimo venturo che verrò ricordato a pochi giorni dalla scadenza, Effe O Ixs giura veramente ultima, dei provvedimenti che hanno cercato di mettere le briglie a David Einhorn ed alla folta pattuglia di miliardari suoi seguaci da lunga pezza, un gruppo che ha giurato di diventare schifosamente ricchi grazie agli errori a iosa commessi dagli investment bankers e dagli altri principali attori del mercato finanziario globale, una scommessa che, peraltro, ha già dato sostanziosi frutti nel durante!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ , mentre rendo noto che sono stati pubblicati nei giorni scorsi gli atti dello stesso convegno.

lunedì 4 agosto 2008

L'audace colpo della banda di Goldman Sachs!


Tutto si può dire di Henry Paulson, John Thain e della pattuglia di altri ex partner di Goldman Sachs impegnati al vertice di altre banche di investimento o di importanti banche commerciali o, come lo stesso Paulson, impegnati nell’amministrazione Bush, tranne che si tratti di persone cui difetti il coraggio e l’intraprendenza, doti certamente sviluppate lavorando nella maggiore multinazionale dell’investment banking, un’entità che non si limita a prendere atto della realtà, ma che spesso, un po’ con le buone un po’ con le cattive, riesce a determinarla.

Lasciata un po’ malvolentieri la strategica poltrona di capo indiscusso del New York Stock Exchange per assumere il ruolo di capo azienda della traballante Merrill Lynch, John Thain, come tutti oramai sanno, ha negoziato la propria remunerazione adottando le tecniche in uso nel calcio mercato, sostanzioso premio di ingaggio compreso, ma, soprattutto, una retribuzione annua che parte da un appannaggio di per sé da capogiro e condito dalla previsione di multipli che scattano al verificarsi di determinate condizioni, un trattamento che lo mette in lizza con il numero uno di Goldman, Larry Blankfein, un uomo che, per fare quello che in precedenza toccava ad Henry Paulson, si è accontentanto, nel 2007, di una paghetta di soli 100 milioni di dollari che gli hanno finalmente consentito di trovare ricovero a Manhattan per la modica cifra di 25,6 milioni di dollari.

Ebbene, John quegli ambiziosi obiettivi riportati, nero su bianco, nel suo contratto di ingaggio li vuole proprio raggiungere e, pensa che ti ripensa, deve avere pensato di aver trovato il classico uovo di Colombo alienando 30,6 miliardi di CDO, LBO ed altre piacevolezze del genere a soli 22 centesimi per dollaro di nominale e decidendo anche di finanziare l’acquirente affinché si decidesse più prontamente ad inviare capaci camion della nettezza urbana a prelevarli, gli stessi camion che quotidianamente le banche di investimento e quelle più o meno globali inviano all’ampia discarica opportunamente, per loro, aperta dalla Fed di New York che, invece li valuta un dollaro per un dollaro e fornisce in cambio moneta buona per 84 giorni al tasso del 2,25 per cento.

Thain certamente non ignora che la sua buona azione, così come il recente deal che ha messo i razzi, si fa per dire, alle quotazioni della disastrata e tecnicamente fallita monoliner Ambac, pur avendo l’indubbio pregio di alleggerire l’outstanding del Level 3, l’ammontare cioè dei titoli più a rischio in portafoglio, fornisce in modo inequivocabile al mercato il vero valore di quella roba che, stando alle accuse del nuovo sceriffo di New York, Andrew Cuomo, le banche di investimento e quelle più o meno globali continuavano a vendere nelle loro aste ai clienti come se fossero del tutto sicure, mentre quegli stessi titoli venivano venduti a mani basse da loro stesse, nonché dai manager che avevano dimenticato l’antica regola di non acquistare mai ciò che si è chiamati a vendere.

Lasciando volentieri al nuovo sceriffo di New York, certamente non meno ambizioso in politica del suo sfortunato predecessore, l’onere di provare in tribunale le sue accuse confrontandosi con i più agguerriti studi legali statunitensi (altro che gli azzeccagarbugli di casa nostra!), credo proprio che gli effetti dell’applicazione di questa politica, che è poi un po’ un mix del frega il tuo vicino e di una lettura mal digerita dell’Arte della guerra di Sun Tsu, saranno realmente catastrofici, pur avendo l’indubbio merito di alzare il velo sulle transazioni effettuate da UBS, Lehman Brothers e compagnia cantante, ufficialmente avvenute a prezzi molto, ma molto più elevati nei mesi e nelle settimane scorse, il che chiarisce anche una significativa frase pronunciata nella ormai storica conference call che è costata il posto alla Chief Financial Officer di Lehman, la bella e brava Erin Callan, ed allo sfortunato Chief Operating Officer della stessa, quella nella quale Erin chiariva che avrebbe applicato la rappresentazione dei fatti di gestione nella formulazione più impegnativa richiesta dalle prescrizioni di Basilea II solo quando anche gli altri avessero fatto lo stesso e, cioè, il giorno del poi dell’anno del mai!

E’ da qualche puntata che avverto i naviganti dei rischi connessi alle prevedibili caratteristiche della quinta ondata della tempesta perfetta, uno sorta di tsunami che sembra materializzarsi all’orizzonte proprio quando la più grave crisi finanziaria mai verificatasi dal secondo dopoguerra si appresta a compiere il primo giro di boa il 9 agosto prossimo venturo, in quanto, dopo dodici mesi di piani mirabolanti e bugie di dimensioni colossali, sembra oramai giunto il tempo in cui, scaduti i termini tassativi loro imposti dal giovane e preparato Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, e dall’ineffabile Henry Paulson, entrambi con un passato in Goldman Sachs, i top bankers si appresterebbero, il condizionale in questo caso è proprio d’obbligo, a dire finalmente la verità, ma proprio tutta la verità, trovandosi, peraltro, di fronte alla spiacevole scelta di esporla liberamente in comode conferenze stampa o sul banco dei testimoni di qualche torrida aula di tribunale del distretto giudiziario di Brooklin che credo sia competente per i crimini commessi all’ombra del Wall.

Come sempre accade, assisteremo ad una pronta conversione sulla via di damasco della folta legione di giornalisti, analisti ed economisti embedded alle logiche del capitale finanziario, nonché a quelle del complesso petrolifero-industriale-militare statunitense, che si avventeranno come belve affamate su quelli che per lunga pezza sono stati i loro eroi, il che mi induce ad una trepida attesa delle interessantissime interviste che Mary Bartiromo effettuerà per quella CNBC che si è erta più volte in quest’ultimo anno a paladina delle malefatte avvenute nel mercato finanziario americano che, lo ricordo, continua a rappresentare l’ombelico del mercato finanziario globale, così come le ore di contrattazioni del mercato statunitense continuano a rappresentare la vera giornata per le donne e gli uomini della finanza ovunque basati.

Proprio perché scrivevo ieri che una delle caratteristiche distintive della tempesta perfetta in corso è rappresentata dal fatto che le notizie più inquietanti e che potrebbero maggiormente turbare i già agitati sonni degli operatori e degli investitori vengono rilasciate nel corso dei week end, spesso il sabato, ma quelle di maggior rilievo e che coinvolgono importanti decisioni del Governo o dei regolatori normalmente vengono diffuse nella tarda serata della domenica, vorrei suggerire che una delle novità intrinsecamente connesse alla quinta ondata potrebbe essere rappresentata dall’inversione di questa tendenza, in quanto, anche in relazione alle esigenze della sempre più infuocata campagna per le presidenziale USA, le notizie dovranno essere rilasciate in tempo davvero reale.

Come era largamente prevedibile, una delle maggiori cause dell’inversione della tendenza sino a poche settimane orsono pienamente in atto sul mercato del petrolio e delle altre materie prime è venuta dall’altrettanto brusca inversione delle posizioni degli hedge fund e, ho modo di ritenere, anche dei cosiddetti investitori istituzionali, i quali, dopo aver ampiamente alimentato e cavalcato le aspettative rialziste più estreme, si apprestano ora a guadagnare sulla più che prevedibile ondata ribassista, determinando il successo della previsioni di Yamani ( 80 dollari al barile entro il 2008).

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ , mentre rendo noto che sono stati pubblicati nei giorni scorsi gli atti dello stesso convegno.

domenica 3 agosto 2008

Ritorna alla grande il too big to fail!


Una delle caratteristiche distintive della tempesta perfetta in corso è rappresentata dal fatto che le notizie più inquietanti e che potrebbero maggiormente turbare i già agitati sonni degli operatori e degli investitori vengono rilasciate nel corso dei week end, spesso il sabato, ma quelle di maggior rilievo e che coinvolgono importanti decisioni del Governo o dei regolatori normalmente vengono diffuse nella tarda serata della domenica.

Come ho avuto più volte modo di sottolineare quella della simmetria e disponibilità delle informazioni rappresenta veramente una delle criticità del mercato finanziario globale, non che per altri importanti aspetti dell’agire umano le cose vadano meglio, ma è certo che, quando da un’informazione tempestiva dipende il valore, spesso residuo, di un investimento, disporne o no in modo assolutamente tempestivo diventa una questione essenziale per poter assumere le proprie decisioni in contemporanea con gli altri attori, a prescindere dal loro ordine e rango.

Quello che più mi stupisce da lungo tempo è che persone assolutamente digiune di economia e di finanza, del tutto ignare anche delle più elementari regole del gioco imperanti sui mercati finanziari, decidano di imbarcarsi spesso in avventure che prevedono, quanto meno, di disporre di una strumentazione e di accesso a fonti di informazione specialistiche che, pur non riuscendo in alcun modo a colmare il divario esistente rispetto al know how, alla strumentazione ed alle informazioni delle banche di investimento e degli altri principali attori del mercato finanziario, consentirebbero di effettuare in maniera molto più consapevole e meno rischiosa l’acquisizione o l’alienazione di attività finanziarie.

Premesso che ritengo che larga parte della popolazione mondiale dovrebbe accuratamente tenersi lontana da un gioco che è divenuto talmente complesso e realizzatesi, complice la globalizzazione dei mercati, sull’intero arco delle 24 ore, credo proprio che sia necessaria un’opera di alfabetizzazione finanziaria e una opportuna diffusione capillare delle fondamentali regole del gioco, tutte attività che sono ben poco presenti nella formazione di base scolastica e, spesso, anche in quella specialistica, anche se il problema di fondo continua ad essere rappresentato dalla assenza di regole che impongono agli attori del mercato di fornire un’informazione completa e veritiera, così come sono lacunose le norme che dovrebbero informare l’attività degli operatori dei media che, vuoi per sciatteria, vuoi per incompetenza, vuoi perché vengono messe in piedi operazioni di vera e propria disinformazione, spesso mancano alla propria missione di watch dog del potere politico e di quello finanziario.

E’ anche per questi motivi che sto cercando di realizzare un modulo formativo ed informativo destinato alla parte più debole della popolazione, cioè a quelle persone, spesso in età avanzata, che, almeno a mio avviso, dovrebbero disporre di elementi elementari di conoscenza dei prodotti e degli strumenti finanziari, ma, soprattutto, del fatto che, nella solita alternativa tra rischio e sicurezza, l’ago della loro personale bilancia dovrebbe pendere sempre verso il secondo estremo, anche a scapito della redditività stessa del loro investimento, anche perché delle mirabolanti promesse degli imbonitori di turno spesso non rimane, alla fine della fiera, che il classico pugno di mosche e tanta, ma tanta amarezza, sentimento che, oltre che al portafoglio, non fa certamente bene neanche alla loro salute fisica e psicologica.

Così come ritengo che qualunque persona che si trovi di fronte alla decisione di affidare i propri soldi, spesso frutto dei sudati risparmi di una vita, ad altri debba sempre porsi e porre alcune elementari domande al proponente l’investimento, domande che dovrebbero partire proprio dai vantaggi che, a parità di sicurezza rispetto alle alternative più tradizionali e garantite, quella modalità di utilizzo del proprio denaro realmente offre, ma, soprattutto, quale sia il reale profilo di rischio insito in quella forma di investimento e in che modo tali rischi siano adeguati al profilo di rischio che, anche ai sensi delle normative più recenti, gli è stato precedentemente attribuito dal proponente o dalla propria banca.

Una delle maggiori lacune della normativa MIFID, almeno a mio parere, sta proprio nel fatto che non sia stato previsto un percorso che attribuisca la cruciale questione della corretta individuazione delle caratteristiche e delle effettive necessità del risparmiatore/investitore ad organismi terzi e caratterizzati da un opportuno grado di indipendenza rispetto agli intermediari finanziari, non escludendo che tale attività, in base a precise normative e garanzie di indipendenza, possa anche essere svolta da personale dipendente dell’intermediario finanziario stesso, personale che dovrebbe godere delle stesse garanzie delle quali già godono, o dovrebbero godere, quanti sono chiamati a verificare la conformità dell’agire dell’azienda in cui operano alle normative esistenti, nonché alla regole che l’azienda stessa ha ritenuto di darsi.

Certo, quanto sta avvenendo nel contenzioso che il procuratore generale di New York, Andrew Cuomo, ed alcuni colossi creditizi, quali UBS e Citigroup, in relazione alla correttezza del comportamento di queste banche multinazionali nelle aste di prodotti della finanza strutturata avvenute dopo l’avvio della tempesta perfetta fanno obiettivamente ritenere che la strada per una certificazione interna delle caratteristiche del risparmiatore/investitore dovrà passare attraverso l’introduzione di una normativa che, per rigore ed analiticità, non sia troppo diversa da quella Sorbanes-Haxley fortemente bipartisan e che fu introdotta a furor di popolo dopo i disastri della Enron e di altre grandi aziende, disastri determinati da un micidiale mix di moral hazard e di comportamenti realmente fraudolenti messi in atto dai loro amministratori, dai revisori e da intermediari finanziari e società di rating molto, ma molto, distratte.

Un banale esempio di “lacunosità” dell’informazione è rappresentato, invece, dalla sordina che viene posta alla catena di fallimenti di banche regionali che si sta verificando negli stati Uniti d’America, dove, con il fallimento della piccola First Priority Bank basata nello Stato della Florida, banca fallita, almeno secondo alcuni analisti, da lunga pezza ed affidata dalla Federal Deposit Insurance Corporation alle cure della Sun Trust Bank, siamo oramai giunti al numero otto di una lista che, anche qui secondo non secondari esperti del settore, dovrebbe tristemente e inevitabilmente allungarsi, mentre i regolatori, il Governo e la stessa opinione pubblica non trovano di meglio da fare che adoperarsi per salvare quelle entità che, secondo l’ufficialmente e ripetutamente aborrito principio del too big to fail, vengono dichiarate troppo importanti per la stabilità e per la funzionalità del mercato finanziario e della stessa economia americana per essere lasciate fallire e poco importa se , nel perseguire questo obiettivo, è necessario cambiare ed anche radicalmente le regole del gioco, mentre il gioco è pienamente in corso!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ , mentre rendo noto che sono stati pubblicati nei giorni scorsi gli atti dello stesso convegno.

sabato 2 agosto 2008

I termini del deal di Ambac alzano il velo sul vero valore dei titoli della finanza strutturata!


Se si vuole avere un’idea efficace dell’intensità degli alti marosi della tempesta perfetta è sufficiente dare un’occhiata al deal appena realizzato da Ambac Financials, una delle due maggiori compagnie di assicurazione monoline sotto tiro da parte dell’ampia schiera di ribassisti da almeno dieci mesi e che ha segnato non molte sedute fa un minimo a 1,02 dollari che si pone a poco più di un centesimo rispetto al massimo toccato dall’azione nella prima parte del 2007.

Ebbene, per evitare di ritrovarsi a pagare la somma di 1,4 miliardi di dollari in relazione alle garanzie prestate ad un ‘emissione di Collateralized Debt Obligations (CDO), Ambac ha accettato di pagare ben 850 milioni di dollari in anticipo sul momento nel quale l’eventuale default del sottostante avrebbe potuto determinare l’escussione della garanzia stessa, il che equivale ad una valutazione del titolo garantito pari a poco più del 39 per cento, una valutazione che un analista di Goldman Sachs interpellato dall’Associated Press ha prontamente definito in linea con il prezzamento corrente in relazione a titoli della finanza strutturata aventi caratteristiche similari, ma lontanissima da quella effettuata dalle donne e dagli uomini di Bernspan impegnati a tenere aperta giorno e notte l’ampia discarica aperta dalla Fed di New York che sconta questi titoli al valore nominale, fornendo in cambio liquidità per 84 giorni (erano 28 sino a pochi giorni fa) al tasso del 2,25 per cento, un tasso negativo in termini reali per poco meno di 300 punti base.

Alla luce di queste cifre, diviene molto più chiaro il motivo della brusca rimozione di Erin Callan dalla sua carica di Chief Financial Officer di Lehman Brothers alcune settimane orsono, così come quella del suo sfortunato collega allora impegnato come Chief Operating Officer nella stessa pencolante casa di investimenti, all’indomani di una lunghissima e molto eloquente conference call con analisti delle maggiori banche globali e pochi giorni prima di quelle spiegazioni che aveva loro garantito in sede di presentazione ufficiale dei dati del secondo trimestre e che avrebbero forse chiarito il mistero di una maxi svendita del 20-25 per cento degli assett di Lehman che era avvenuta senza l’emersione di un livello di perdite in linea con quelle evidenziatesi, ad esempio, in analoghe operazioni effettuate da UBS era stata pari al 22,5 per cento.

Il deal di Ambac chiarisce quello che molti dicono da molti mesi a questa parte, e cioè che anche una stima che valuta al 40 per cento il valore di buona parte dei titoli della finanza strutturata non è sempre attendibile, in quanto per alcune famiglie di titoli tale disastrosa valutazione appare ancora troppo generosa per la montagna di titoli della finanza strutturata (per un valore complessivo di migliaia, se non di decine di migliaia, di miliardi di dollari) che le Investment Banks e le banche più o meno globali sono state costrette dai regolatori statunitensi a classificare come Level 3, quegli stessi titoli che, per una decisione alquanto fatale assunta solo pochi anni fa, le monoliners avevano accettato di garantire, sedotti dalle allettanti sirene dell’alta finanza.

Il fatto che una notizia del genere abbia portato ieri sulle montagne russe le azioni di Ambac e delle altre maggiori compagni di assicurazione monoline (Ambac ha chiuso con una crescita del 50 per cento, pressoché dimezzata nell’after hours) testimonia efficacemente quali fossero le preoccupazioni nutrite dagli operatori sulle valutazioni effettivi delle attività sottostanti a buona parte dei titoli partoriti dalle fervide ed immaginifiche menti degli apprendisti stregoni operanti presso le fabbriche prodotto delle Investment Banks e delle divisioni di Corporate & Investment Banking delle banche più o meno globali, ma non credo di andare lontano dal vero ipotizzando che che, anche con oneri quali quelli evidenziati dal deal appena raggiunto da Ambac, la quinta ondata della tempesta perfetta avrà un’intensità tale da far apparire il tragico tsunami abbattutosi sull’Indonesia ed altri paesi limitrofi come un’innocua ondina di risacca!

Non se so corrisponda al vero la diceria che vorrebbe che, ieri sera, il leone di Omaha, Warren Buffett, abbia stappato più di una lattina di Coca Cola (azienda della quale il nostro è azionista rilevante) appena uno dei suoi collaboratori gli ha passato i primi dispacci di agenzia relativi alla transazione appena sottoscritta dai tremebondi vertici di Ambac, ma quello che è certo è che le prospettive della sua neonata compagnia monoline, così come quelle delle omologhe iniziative messe in piedi da altri miliardari coraggiosi si fanno, ogni giorno che passa, più rosee e tali da compensare dispiaceri provenienti da altri investimenti che risentono del clima generale.

L’uno due venuto, infatti, nelle due ultime sedute dell’ottava conclusasi ieri dalle notizie riguardanti il flop delle aspettative su un GDP statunitense rinvigorito dal fiscal restore attribuito in maggio dal Governo e dal Congresso degli Stati Uniti d’America ai contribuenti di quella nazione, così come l’ennesima perdita di buste paga evidenziata, anche nel mese di luglio, da quel Non Farm Payrolls che è giustamente considerato l’indicatore dall’impatto psicologico maggiore tra la miriade di dati e datarelli generosamente forniti dagli enti statistici federali, ha avuto un effetto sulle residue speranza degli operatori di ogni ordine e rango impegnati quotidianamente nel mercato finanziario globale, anche perché tutto si voleva, meno che vedere il tasso di disoccupazione statunitense portarsi di un balzo poco al di sotto della soglia psicologica del 6 per cento, anche considerando che si tratta di un dato che sottovaluta in modo strutturale l’effettiva situazione del mercato del lavoro, per non parlare poi di quel tasso di disoccupazione giovanile inchiodata ad un tremendo 20 per cento che vanifica le aspettative sul solito rimbalzo dovuto alle occupazioni estive degli studenti.

Come se non bastassero queste non proprio tranquillizzanti news, si apprende che si infittisce il numero di stati federali che mettono sotto accusa le banche per i comportamenti messi in atto nei confronti degli investitori ed è di ieri la notizia che Citigroup (che si è subito premurata di informare la stampa di essere in buona e folta compagnia) ha ricevuto la notifica ufficiale di un procedimento a suo carico per le auctions di titoli della finanza strutturata effettuate anche dopo che era noto nell’ambiente finanziario che lo stato di salute dei sottostanti dei titoli venduti non era più dei migliori, mentre, nei giorni scorsi, si era avuta notizia del procedimento intentato dallo “sceriffo” Cuomo nei confronti di quella UBS che inizia a considerare la sua presenza negli Stati Uniti d’America come una delle fonti principali di preoccupazione, in quanto si sta imbattendo, un giorno sì e l’altro pure, in grane giudiziarie che ai danni sul piano reputazionale rischiano di sommare rischi molto concreti su quello finanziario, per non parlare di quello massimo, rappresentato da misure volte a revocare in tutto o in parte la stessa licenza ad operare nel mercato finanziario statunitense, rischio favorito dal sempre più incandescente clima elettorale.

La tenuta del forte supporto a 120 dollari al barile per il prezzo del greggio rischia seriamente di essere messo a dura prova nelle prime sedute della prossima settimana e, pur rifuggendo come la peste le impostazioni dell’analisi tecnica, credo proprio che la rottura di questo supporto potrebbe aprire concretamente uno scenario ribassista che potrebbe vedere fatalmente il prezzo del petrolio occhieggiare alla previsione delle Sceicco Yamani che vede congruo un valore di 80 dollari!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ , mentre rendo noto che sono stati pubblicati nei giorni scorsi gli atti dello stesso convegno.

Quali sono le vere condizioni per porre finalmente termine alla tempesta perfetta?


La crescita del GDP statunitense nel secondo trimestre ha segnalato, nella prima delle tre letture che verranno come sempre fornite dall’ente statistico preposto, una variazione annualizzata dell’1,9 per cento, mentre è stato rivisto al ribasso quella relativa al primo trimestre che è stata ora definitivamente cifrata allo 0,9 per cento (ricordo che il dato annualizzato indica la variazione rispetto al trimestre precedente moltiplicata per quattro, per cui la variazione effettiva nel secondo trimestre è stata dello 0,475 per cento, mentre nel primo quarto dell’anno si è fermata allo 0,225).

La delusione degli operatori è stata molto forte, in quanto si è scaricato, nel periodo considerato, l’impatto della restituzione fiscale decisa da Bush e Paulson ed approvata in modo bipartisan dal Congresso, un rimborso che è stato erogato in maggio e che ha messo a disposizione dei singoli 600 dollari, mentre alle coppie sono andati 1.200 dollari, somme che, come molti avevano previsto, sono andate solo in minima parte ai consumi, venendo nella maggior parte dei casi destinate a tamponare l’outstanding delle carte di credito o delle tante altre forme di indebitamento cui fanno ricorso le cicale statunitensi da qualche tempo forzate ad essere più simili alle formichine europee.

Non era, quindi, un caso se il consensus degli analisti aveva previsto una crescita molto più rilevante, per quanto drogata da un intervento esogeno costato centinaia di miliardi di dollari, e che vedeva una crescita annualizzata in ogni caso non inferiore al 2,3-2,4 per cento (che nella migliore delle ipotesi avrebbe rappresentato una variazione trimestrale secca non superiore allo 0,6 per cento), in quanto l’analisi era basata su uno stato delle finanze delle famiglie e dei single statunitensi che non vuole in alcun modo prendere in considerazione la pervasività ed intensità del fenomeno dell’indebitamento complessivamente inteso, a sua volta pesantemente influenzata dal fatto che il vincolo di bilancio non ha mai rappresentato un problema né per i consumatori più consumatori del pianeta, né per la nazione che presenta un indebitamento federale effettivo (includendo cioè i 5.200 miliardi di dollari di GSE di Fannie Mae e Freddie Mac ed il cosiddetto debito previdenziale), un deficit federale oramai giunto a livelli stellari ed un deficit strutturale della bilancia commerciale che da anni viaggia su una media mensile di 60 miliardi di dollari, per non parlare poi del livello catastrofico della posizione netta sull’estero.

Mi scuso per essermi lasciato prendere la mano dalla analisi fondamentale, ma è certo che se, oltre a rappresentare la maggiore piazza finanziaria del mondo e, almeno al momento, l’unica vera superpotenza politicamente e militarmente intesa, gli Stati Uniti d’America fossero una nazione normale inserita in un mondo regolato da regole sistemiche molto più simmetriche delle attuali, potremmo tranquillamente prevedere l’affissione di un cartello posto ai cancelli dell’”azienda USA” con su scritto “chiusa per fallimento”, mentre analoga affissione dovrebbe riguardare le singole e molteplici entità pubbliche che compongono lo stato federale, così come sarebbe finalmente giunta l’ora che le normalmente severissime entità sopranazionali scaturite dalla conferenza di Bretton Woods applicassero anche al paese che le ospita e le controlla le regole draconiane e procicliche imposte alla maggior parte dei paesi del mondo quando incorsero in squilibri finanziari neanche lontanamente paragonabili a quelli che caratterizzano da decenni gli States.

Pur sapendo benissimo che quello esposto sopra rappresenta quello che potrebbe essere definito un periodo ipotetico dell’irrealtà, mi permetto di osservare molto sommessamente che uno squilibrio continuato ed aggravato di queste dimensioni ha svolto un ruolo tutt’altro che marginale nella costruzione delle innumerevoli bolle speculative in pieno processo di sgonfiamento più o meno traumatico, così come ha giocato in modo determinante nella costruzione della montagna altissima di titoli della finanza strutturata il cui impossibile ed ordinato smaltimento è di fatto alla base dell’avvio della tempesta perfetta, una tempesta che non si concluderà se non quando, in un modo o in un altro, si sarà determinato un avvicinamento tra il valore dell’immensa ricchezza finanziaria ospitata dal pianeta ed i valori, peraltro in rapida contrazione, dei flussi di valore aggiunto annualmente realizzati.

Lo stesso concetto può essere efficacemente espresso dicendo che quello che deve alquanto inevitabilmente accadere è che vi dovrà essere una maggiore corrispondenza tra il valor degli stock di ricchezza finanziaria ed il valore degli “impianti” intesi in senso lato dell’azienda Terra, valori che, a causa di una vera e propria moltiplicazione dei pani e dei pesci avvenuta negli ultimi venticinque anni, divergono per diverse decine di migliaia di miliardi di dollari, il che, finché la maggior parte degli assett è, appunto, espressa in dollari statunitensi, potrebbe anche essere in larga misura realizzata portando bruscamente, come avvenne ai tempi del vertice dell’allora G3 al Plaza di New York, che autorizzò di fatto la maggiore svalutazione del dollaro nei confronti del marco tedesco e dello yen giapponese, con un salto che polverizzò pressoché istantaneamente una porzione significativa della montagna di attività espresse in dollari.

E’ vero che il mondo di oggi è molto più complicato di quello in cui si svolse quell’importante summit tra tre sole nazioni, così come è ancora più articolato di quel ferragosto del 1971, quando il presidente Richard Nixon annunciò urbi et orbi, ed a mercati opportunamente chiusi, che la favola della convertibilità del dollaro in oro al valore di 35 dollari per oncia andava bene per gli uomini- bambini del secondo dopoguerra, ma non era certo adatta agli scafati adulti degli appena iniziati anni Settanta, decisione che, insieme alla guerra dello Yom Kippur, ebbe un’influenza tutt’altro che secondaria nei due shock petroliferi intervenuti nel decennio e nelle drammatiche conseguenze inflazionistiche determinate da quel repentino mutamento dei rapporti di forza a livello planetario tra paesi produttori e paesi consumatori di greggio, effetti meno forti per gli Stati Uniti d’America che, come ama spesso ripetere George W Bush, hanno il privilegio di giocare entrambi i ruoli in commedia.

Quello che mi ha spinto, nei primi giorni di settembre del 2007, a dare vita all’avventura editoriale del Diario della crisi finanziaria è stata proprio la consapevolezza che il giocatolo fabbricato trai boschi che circondavano l’hotel che ospitò i lavori della conferenza di Bretton Woods mentre ancora infuriavano i combattimenti della seconda guerra mondiale, giocattolo peraltro rappezzato nei decenni successivi più e più volte, si era definitivamente rotto il 9 agosto dello stesso anno e che, in un modo o nell’altro, i veri decision makers della finanza mondiale ed i loro manutengoli sarebbero stati chiamati a trovare il modo per scaricare il peso degli squilibri creati da un ordine economico internazionale che era esso stesso basato su presupposti asimmetrici e forieri di squilibri sui detentori dei titoli rappresentativi del debito, in questo caso senza tenere conto della maggiore o minore sofisticazione degli strumenti del debito stessi.

In altri termini, era già chiaro allora a molti che la tempesta perfetta si sarebbe esaurita soltanto una volta raggiunto l’obiettivo di far pagare ai detentori della ricchezza finanziaria un’inedita ed aggiornata tassa sul macinato!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ , mentre rendo noto che sono stati pubblicati nei giorni scorsi gli atti dello stesso convegno.