mercoledì 15 febbraio 2017

Ricapitalizzazione precauzionale da 5 miliardi per le due banche venete?


Secondo quanto riporta un lungo lancio della Reuters, il Governo italiano starebbe trattando con le funzioni competenti dell'Unione europea la possibilità di una ricapitalizzazione precauzionale per le due banche venete salvate dal Fondo Atlante, che prevede quindi un intervento statale ma non l'applicazione di tutte le regole del bail in ad eccezione della conversione delle obbligazioni subordinate in azioni come sta avvenendo al Monte dei Paschi di Siena, e la cifra di cui si discute si aggira intorno ai 5 miliardi di euro.

Per comprendere meglio la questione è necessario fare un passo indietro e tornare alle due fallite ricapitalizzazioni della Banca Popolare di Vicenza prima, un aumento da 1,5 miliardi di euro, e di Veneto Banca poi (la richiesta al mercato era di un miliardo), in entrambi i casi a sostituirsi ad un mercato latitante fu il neonato Fondo Atlante gestito da Alessandro Penati e che sborsò 2,5 miliardi diventando proprietario pressoché assoluto delle due banche (oltre il 99 per cento nella prima e poco meno del 98 per cento nella seconda).

Ai nuovi proprietari e al ministero dell'Economia che segue da vicino la partita è stato immediatamente chiaro che le due banche non avevano un futuro stand alone, sia per motivi economici che reputazionali, e quindi stanno lavorando alacremente alla fusione dei due istituti per far nascere un'unica banca che prenderebbe il nome di Banca delle Venezie, ma vogliono approfittare dell'occasione anche per una profonda operazione di pulizia dei bilanci delle due banche, magari attraverso la creazione di una bad bank dove far confluire i non pochi crediti dubbi.

A questa operazione, il Fondo ha già destinato 938 milioni di euro e potrebbe utilizzare gli 1,7 miliardi del Fondo Atlante II non più utilizzati per le sofferenze del Monte dei Paschi, ma, anche con la trasformazione delle obbligazioni subordinate in azioni, non si giunge alla cifra di cinque miliardi di euro di cui le fonti vicine al dossier parlano. Lo sforzo residuo per lo stato sarebbe tutto sommato modesto e aggirarsi intorno a un miliardo di euro.

C'è poi la questione del piano industriale che dovrebbe utilizzare a pieno gli spazi aperti dalla forte ricapitalizzazione del Fondo per gli esuberi da 600 milioni di euro in tre anni, un'opportunità che difficilmente si ripeterà in futuro, nonché le evidenti economie di scala che si otterrebbero fondendo le due sedi centrali.

martedì 14 febbraio 2017

La BCE sparerà a palle incatenate su Banca Carige?


Con tre consigli di amministrazione in pochi giorni, i vertici di Banca Carige sperano di disinnescare la mina rappresentata dalla missiva della vigilanza della Banca Centrale Europea con la quale si chiede entro il mese di febbraio un piano credibile e con scadenze che non vanno alle calende greche il problema dei Non Performing Loans, una mossa che dovrebbe essere replicata dalla Banca d'Italia per le banche che sono rimaste appannaggio della Vigilanza nazionale e che sono ovviamente la maggior parte delle banche italiane, in quanto la Vigilanza BCE controlla solo le quindici maggiori banche italiane.

Le due maggiori banche italiane, Banca Intesa San Paolo e Unicredit stanno ovviamente molto meglio della relativamente piccola Carige, in quanto il tasso  che misura il rapporto tra gli NPL's e gli impieghi della più patrimonializzata delle banche italiane, Intesa appunto, dovrebbe giungere al 10 per cento, un rapporto di livello molto europeo, entro il 2020 ma già ora viaggia su livelli molto tranquilli, mentre Unicredit, che di NPL's ne ha per 57 miliardi di euro, al lordo però di 17 miliardi già ceduti e spesati sul bilancio 2016, ma, sempre Unicredit, proporrà alla Vigilanza BCE ulteriori maxi tagli dei 40 miliardi di euro residui, dandosi probabilmente lo stesso orizzonte temporale "lungo" di Intesa.

Il problema di Carige sta nel fatto che il rapporto attuale tra gli NPL's e gli impieghi vivi è pari al 31,6 per cento un rapporto secondo solo, tra le banche di vertice a quello che caratterizza il nazionalizzando, seppur temporaneamente, Monte dei Paschi di Siena e questo richiede quella che ieri chiamavo la cura che ammazza il cavallo e cioè una cessione mostre di crediti dubbi con conseguente maxi aumento di capitale e, come nel caso della banca senese, l'orizzonte temporale per giungere a livelli fisiologici è il 2018, quindi due anni in meno di quello concesso ai due maggiori gruppi bancari italiani, mentre la cifra di cui si discute al vertice della banca genovese oscilla tra 1,6 e 1,7 miliardi di euro e tutto questo mentre la banca presieduta da Giuseppe Tesauro va in rosso per oltre duecento milioni di euro per l'esercizio 2016.

lunedì 13 febbraio 2017

La BCE e le banche italiane: se la cura ammazza il cavallo!


Avevo promesso in una recente puntata di tornare sulla lunghissima intervista al quotidiano La Repubblica a Daniele Nouy, responsabile della Vigilanza europea presso la Banca Centrale Europea dal giugno 2014, un periodo brevissimo ma che a molti banchieri italiani è sembrato durare un'eternità alla luce del ritmo martellante di ispezioni e richieste perentorie guidate dal suo ufficio al venticinquesimo piano del grattacielo che ospita a Francoforte la sede della BCE, ispezioni e richieste chiaramente avallate da Mario Draghi e dal consiglio direttivo cui la Nouy riferisce ogni quattordici giorni od ogni qualvolta sia necessario per motivi di urgenza, il tutto in un clima di totale armonia tranne quando, in occasione della missiva che ha aumentato in corsa l'entità dell'aumento di capitale per il nazionalizzando Monte dei Paschi di Siena (da 5 ad oltre 8 miliardi di euro), missiva di cinque righe cinque indirizzata al ministro dell'Economia, Piercarlo Padoan, che ha visto il voto contrario di Ignazio Angeloni, numero tre dell'organismo, e del rappresentante di Bankitalia nel Consiglio di Sorveglianza.

Ad una domanda diretta, la Nouy dice che tra le quindici banche da lei sorvegliate, a breve ridotte a tredici per la fusione già avvenuta tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano e per quella in corso di realizzazione tra le tecnicamente fallite e salvate dal Fondo Atlante, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca (che diverranno la Banca delle Venezie), ve ne sono alcune che vanno benissimo, mentre altre vanno malissimo ma si stanno dando dannatamente da fare per venire incontro alle richieste della Vigilanza e basta vedere gli aumenti maxi e mini in corso da parte di alcune o i progetti di espansione da parte di altre per capire quali sono quelle che vanno in un modo e quelle che vanno nell'altro e lascio al lettore di individuare le prime e le altre, anche perché notizie e analisi delle prime(pochissime) come delle seconde (un po' di più) sono piene le pagine dei giornali e degli altri media.

Parlando del problema dei problemi, la significativa riduzione dei Non Performing Loans, la Nouy ha ripetuto la frase di Gentiloni e cioè che per percorrere una lunga strada bisogna mettersi in marcia e con le idee chiare, ha di fatto bocciato l'approccio del Monte dei Paschi che ha deciso di azzerare tout court le sofferenze lorde rendendo di fatto impossibile l'aumento di capitale (non cogliendo cioè le opportunità offerte dalla missiva della BCE che chiedeva una soluzione entro la fine del 2018) e ha implicitamente dato il via libera a quello più gradualistico di Unicredit che è andato in rosso per 12 miliardi circa nel 2016, lasciando ancora da smaltire gran parte dei 57 miliardi di NPL's senza aiuti da parte dello Stato ma con un programma significativo di cessioni totali o parziali e con un forte ridimensionamento dei costi fissi, in particolare di quelli del personale che si ridurranno a livello globale di 19 mila dipendenti, ma con un significativo, almeno per quanto riguarda l'Italia, numero di assunzioni.

Tornerò in una prossima puntata del Diario della crisi finanziaria sul Nouy pensiero e sul diverso trattamento tra le banche tedesche e quelle italiane.


venerdì 10 febbraio 2017

Breaking News: Supermario piega Merkel e Weidmann, no all'euro a più velocità e sì al Quantitative Easing


Dopo un lungo incontro con la Cancelliera Angela Merkel, Mario Draghi ha portato a casa il secondo successo in due giorni, in quanto dopo la capitolazione del Presidente della Bundesbank, Jens Weidmann sulla nuova versione del Quantitative Easing, da lui fino ad ora fieramente osteggiata, ieri ha ottenuto che la Germania ritirasse il piano di euro (ed Europa) a più velocità.

Questo post sarà aggiornato appena avrò notizie più particolareggiate sull'incontro, se mai ve ne saranno!

Già perché l'unica cosa certa è che Draghi si è recato presso la Cancelleria a Berlino e che il colloquio è durato un'eternità per i tempi che normalmente la Merkel dedica ai visitatori, mentre con Draghi il colloquio senza testimoni è durato due ore e mezza e alla fine sono emerse le importanti concessioni che la Cancelliera ha voluto fare e che ho sintetizzato nel titolo di questa puntata telegrafica e che vedono Supermario vincitore su tutta la linea con questa sconfessione dell'ostilità della banca centrale tedesca alle modalità del Quantitative Easing che, lo ricordo, non prevede più che gli acquisti di bond siano proporzionali alla forza economica del Paese ma calibrati sulle turbolenze che riguardano il singolo paese, anche perché assistiamo ad un fenomeno di rarefazione dei Bund tedeschi.

Ma la vera vittoria di Draghi è stato il ritiro da parte tedesca del progetto di un Unione europea, e anche dell'euro, a più velocità, un progetto annunciato nei giorni scorsi dalla stessa Cancelliera e che la Banca Centrale Europea aveva già criticato.

Jens Weidmann ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco e si è vendicato oggi facendo un attacco ad alzo zero all'Italia rea di non aver fatto diminuire il rapporto debito/prodotto interno lordo da anni stabilmente al di sopra del 130 per cento.

giovedì 9 febbraio 2017

Cosa sta accadendo ai BTP italiani?



Questo post è stato pubblicato l'8 novembre, il giorno della disfida totale tra Hillary Clinton, in arte Billary per il connubio strettissimo con il marito e presidente USA dal 1993 al 2000, e Donald Trump che ha poi vinto anche in Stati di tradizione democratica, riuscendo così a diventare, contro ogni previsione, il 45° presidente degli Stati Uniti d'America. In questo post c'è una previsione sul superamento del rendimento del BTP decennale della soglia psicologica del due per cento, superamento che avverniva nella realtà tre giorni dopo che la previsione è stata effettuata ma è diventata stabile in queste ultime settimane che hanno visto anche lo spread ballare pericolosamente intorno a tale soglia molto psicologica nonostante i ripetuti interventi della BCE, mentre quella sulla molto probabile vittoria di Trump, formulata dentro di me nel mese di agosto è rimasta nella tastiera perché la sola idea mi faceva, e mi fa, troppo male!

* * *

In diverse puntate del Diario della crisi finanziaria ho parlato dei sondaggi molto articolati sui possibili esiti dell'oramai prossimo referendum costituzionale italiano che si terrà il 4 dicembre commissionati dalle più importanti banche globali con sede al di là e al di qua dell'Oceano Atlantico, mentre non so nulla di quello che stanno facendo in materia le più importanti banche asiatiche, anche se credo che si offrano di versare un obolo alla potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs piuttosto che alla J.P. Morgan di Jamie Dimon (la banca che, insieme a Deutsche, è considerata dal Dipartimento di Giustizia a stelle e strisce come la maggiore responsabile della Tempesta Perfetta e, più in particolare, della sua prima fase che va dall'estate del 2007 alla fine del 2009) per avere i risultati dei sondaggi da queste commissionati e che, secondo indiscrezioni di stampa, vedrebbero le possibilità di successo del fronte del No nettamente superiori a quelle del fronte del Sì con una percentuale che non indica l'esito elettorale, ma semplicemente le probabilità che questo sia appannaggio di un fronte piuttosto che dell'altro, successo che si verifica con la prevalenza sul fronte avversario anche per un voto, quindi, per capirci, dal 50 per cento più uno in su.

Questi sondaggi, o almeno le loro versioni di base, furono realizzati prima di tre fattori, a mio avviso fondamentali e che sono: la composizione molto "sociale" della Legge di Bilancio, la recrudescenza del tutto inattesa dei movimenti sismici nella area centrale del nostro Paese e che coinvolge quattro regioni e, ultimo ma non certo per importanza, il nuovo e molto più duro e determinato atteggiamento del Governo italiano nei confronti della Commissione europea, se non nei confronti dell'Unione europea in quanto tale.

Come ho scritto più volte, la mia fiducia nei sondaggi si è definitivamente infranta sullo scoglio delle elezioni europee del maggio 2014, tornata elettorale che frustrò le speranze dei socialisti europei che videro sfumare  quella vittoria che pure era accreditato da tutti i pronostici, ma una incapacità dei sondaggi di fotografare le intenzioni di voto degli italiani rispetto a quell'appuntamento elettorale che fu realmente clamorosa, perché da un sostanziale pareggio intorno al 30 per cento tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, il crudo responso delle urne fu 41 per cento circa al PD e 21 per cento a M5S, un divario di venti punti percentuali che fu determinante nel quasi pareggio tra socialisti e popolari in Europa e che, purtroppo, non indusse alcuno tra i celebri sondaggisti nostrani a cambiare mestiere, né tantomeno tale scelta fecero i giornalisti che su quei numeri costruirono teorie e quant'altro!

E' dal 2007 che ripeto che i miei due fari nella Tempesta Perfetta sono stati George Soros e Warren Buffett, ma la mia guida spirituale è stata senza alcun dubbio il mai troppo compianto John Maynard Keynes, l'unico economista che trasformò i tragici eventi del 1929 e della Grande Depressione in un approccio teorico che, ove applicato correttamente, consente di evitare simili accadimenti e così è stato fino a che un coacervo di irresponsabilità e di avidità all'ennesima potenza ci hanno spinto alla più grave crisi di liquidità dal secondo dopoguerra mondiale.

Ma vi è una dura lezione che lo stesso Keynes pagò nel corso della sua vita, quando perse i risparmi suoi e gran parte di quelli della sua famiglia di origine speculando sul cross GBP/Dmark, cioè sterlina contro marco tedesco e lo fece basandosi su astrusi calcoli teorici, per poi scoprire a sue spese di non aver tenuto conto delle aspettative dei soggetti che determinavano quel rapporto di cambio e che gli stessi era individui in carne ed ossa con le loro aspettative più o meno razionali.

Dopo quella "scoperta" guadagnò quello che volle e, nel mio piccolo, ho cercato di seguire questa lezione investendo piccole somme sull'azionario statunitense e poi su un titolo rappresentativo di un indice giapponese e ne uscii molto bene sia sui prezzi che sul cambio, anche se decisi di non riprovarci mai più.

Ma è con questa lezione nella mente e nel cuore che, dopo la notizia di questi sondaggi sul voto italiano prossimo venturo fatti al di qua e al di là dell'Oceano Atlantico che misi sotto osservazione il BTP italiano, ma non tanto sotto il profilo dello spread, ma sotto quello del rendimento del titolo stesso, e la mia attenzione crebbe quando, dopo gli attacchi della Germania e dei suoi vassalli, si è diffusa un attesa di una non proroga, o di una proroga di soli sei mesi con riduzione dell'importo già dal mese di gennaio di quel Quantitative Easing che forse non sarà stato all'altezza delle aspettative iniziali, ma che ha consentito a tutti i Paesi membri dell'Eurozona grandi risparmi in materia di interessi sul debito pubblico, ma tant'è che da questi due episodi il rendimento del decennale italiano, giunto nei momenti migliori del QE della BCE ad oscillare di poco sulla soglia psicologica dei 100 punti base nei confronti del Bund, lunedì di questa settimana ha cercato di sfondare la soglia dei 170 bp, dopo la quale si va dritti, dritti a testare la soglia dei 200 punti.

La lezione di Keynes afferma che quando ragione e dati fattuali vanno in una direzione e le aspettative più o meno razionali del mercato in un'altra è molto meglio accettare la situazione e prepararsi al peggio!


mercoledì 8 febbraio 2017

Supermario contro Trump e Le Pen!


Quando lo spread BTP-Bund superà la soglia psicologica dei 200 punti base ero in Spagna per una vacanza al mare e discorrevo di questo avvenimento con il portiere di notte dell'albergo, laureato e molto informato, che mi sottolineò la circostanza che, allora come ora, si era allargato anche lo spread tra BTP e Bonos, i titoli decennali spagnoli espressione di una Spagna travolta dallo squarciamento del settore immobiliare e da una crisi delle banche che sarebbero state salvate con la benedizione dell'Unione europea e un'iniezione di fondi pubblici per 100 miliardi di euro, manovra che l'Italia non volle fare né con il governo Berlusconi-Tremonti, né con il governo Monti, né con il Governo Letta, mentre con il governo Renzi è stato fatto un decreto per soli venti miliardi di euro che basteranno a stento per salvare il Monte dei Paschi di Siena, per le due banche venete tecnicamente fallite, per Carige e le banche oggetto del provvedimento di risoluzione, bail in incluso, del novembre 2015.

Alla base dell'impennata dello spread, molti vedono il forte discorso di apertura della campagna elettorale di Marine Le Pen, leader indiscussa di quel Fronte Nazionale che si avvia a vincere a mani basse il primo turno ma che, almeno secondo i sondaggi, perdere nettamente al ballottaggio chiunque sia il vincitore tra i suoi antagonisti, addirittura di 30 punti contro l'indipendente Macron, un discorso in cui Marine ha parlato esplicitamente di uscita dall'Unione europea e, seppure al trentottesimo dei suoi ottantacinque punti del programma, di uscita dall'euro, oltre all'ovvio contrasto dell'immigrazione e di controllo del vasto numero di immigrati già presenti, ma di tutto questo mi sono abbondantemente occupato nella puntata di ieri del Diario della crisi finanziaria e mi vedo costretto a tornarci oggi sia per la reazione un po' isterica dei mercati, sia per la ferma risposta venuta nel corso di un'audizione di Mario Draghi, presidente italiano della Banca Centrale Europea, davanti ad una commissione del Parlamento della UE.

Più che quanto ha detto, mi ha stupito che le frasi più incisive le ha pronunciate prima in italiano e poi tradotte nel suo fluente inglese e la frasi erano: l'euro è irrevocabile e questo è quanto dicono i trattati, per poi attaccare il protezionismo di Trump e difendere l'istituzione da lui presieduta dall'accusa di manipolare verso il basso il valore dell'euro contro il dollaro, debolezza attualmente spiegabile con il differenziale di tasso esistente e, ancor più, di quello atteso alla luce delle intenzioni apertamente dichiarate dal presidente del sistema della Riserva Federale, Janet Yellen, che punta a portare il tasso sul rifinanziamento sui Fed Funds tra il 3 e il 3,5 per cento entro il 2018, ma l'attacco più forte è stato sul programma protezionistico di Trump e sulle eventuali reazioni in tal senso dei paesi colpiti dai relativi provvedimenti, dichiarando che tali decisioni possono avere effetti fortemente negativi.


martedì 7 febbraio 2017

Effetto Trump: populisti di tutto il mondo, unitevi!


Se qualcuno vuole avere un'idea del contagio delle posizioni turiste nel mondo, bastava ieri sentire l'apertura della campagna elettorale di Marine Le Pen, quella figlia del fondatore del Fronte Nazionaleche è riuscita da un lato a scippargli il movimento in modo alquanto spregiudicato e, dall'altro a coniare slogan che possono fare presa sugli esclusi dal sistema, quali uscita dall'Unione europea, dall'euro e dalla NATO, ognuna delle quali era scandita da standing ovation lunghissime e che fanno capire che saranno i cardini del suo programma e che hanno una forza evocativa fortissima in quanti vedono i loro guai e la loro esclusione provenire da qualcosa di esterno, meglio ancora se di sovranazionale, ma non abbiate dubbi che il programma della nuova Marianne di Francia, che ama circondarsi di esperti, avrà ricette particolareggiate e radicali anche su scuola, fisco, sanità e che anche su questi argomenti girerà fuori, come altrettanti conigli dal cappello, slogan molto accattivanti frutto di un sofisticato marketing elettorale che parte sempre dal presupposto di dire all'elettore quello che questi vuole sentirsi dire.

Cosa manca alla Le Pen, così come mancava al padre che era universalmente etichettato come fascista,? Manca un'entratura nel mondo della finanza e dell'imprenditoria quali, abbiamo scoperto a cose ahimè fatte, aveva Donald Trump (anche se una foto con i suoi sostenitori nel mondo dell'economia e della finanza pubblicata da un'importante rivista economica avrebbe dovuto metterci in allarme), anche se i suoi più stretti collaboratori stanno lavorando alacremente a colmare questo gap che trova una barriera nel fatto che la classe imprenditoriale francese, pubblica ma anche privata, si forma allo stesso politecnico nazionale e vede come il fumo negli occhi gli slogan del Fronte Nazionale.

Di fronte agli esempi statunitensi, francesi, ma anche austriaci e olandesi, fa quasi simpatia lo scimmiottamento del giovane Salvini che parla di cose che sembra non comprendere appieno e che preleva a pieni bassi dagli arsenali altrui non riuscendo bene ad adattarli alla complessa società italiana, non riuscendogli a livello nazionale quello che a stento riesce a mantenere nel suo classico bacino elettorale che è la Padania, anche se riesce abbastanza bene ad approfittare degli errori altrui nel campo della sinistra e dei primi scricchiolii di quello che finora era stato il monolitico consenso del mondo grillino.