martedì 8 aprile 2008

La fine della fabbrica del formaggio verde?

La richiesta formale avanzata dal presidente iraniano all’OPEC di realizzare un’entità bancaria comune, anche al fine di non utilizzare più il dollaro come valuta nella quale esprimere gli standard del petrolio suona, al di là della realizzabilità concreta, anche visto il vasto schieramento di alleati degli Usa tra i paesi produttori, né più né meno come quella alquanto improbabile atomica che il regime iraniano è accusato, in particolare dall’amministrazione statunitense, di volere realizzare.

In un mercato valutario che, ormai anche secondo stime ufficiali, è largamente dominato dalla frenetica attività a supporto del dollaro da parte delle banche centrali e che vede una sempre minore presenza della domanda privata di valuta, questa notizia è destinata a fare molto discutere, pur non trattandosi assolutamente di un fulmine a ciel sereno, in quanto è da due anni che, tra una minaccia all’altra alla sopravvivenza dello Stato di Israele, il discusso presidente iraniano ha già fatto più volte balenare l’idea di istituire, nel suo Paese, una borsa petrolifera con standard espressi in valute diverse dal dollaro, con riferimento, con ogni probabilità, proprio all’euro.

Non vi è, altresì, alcun dubbio che la messa in discussione del dollaro come valuta in cui vengono espressi, in via pressoché esclusiva, i valori delle materie prime, di gran parte delle merci scambiate sui mercati internazionali ed in cui vengono ancora espresse poco meno di due terzi delle valute convertibili detenute dalle banche centrali, rappresenta un fenomeno di grandi proporzioni e che rischia di mandare all’aria quella “fabbrica del formaggio verde” che tanto peso ha avuto negli investimenti diretti statunitensi all’estero, basti pensare all’Europa ed al Giappone del secondo dopoguerra o ai paesi emergenti dell’Asia.

Nonostante l’ostinata e pervicace resistenza del governo laburista britannico all’espansione dell’euro (e gli stessi trasparenti tentativi di boicottare l’impervio processo che dovrebbe portare dall’unificazione monetaria alla tanto agognata realizzazione degli Stati Uniti d’Europa, agognata almeno da quanti si richiamano ai valori dei padri fondatori delle prime strutture comunitarie), l’utilizzo esclusivo dell’euro nell’immenso volume di scambi che avviene, appunto, nella vasta area dell’Europa che adotta la nuova moneta sta facendo da volano ad un peso crescente dell’euro sul totale delle riserve espresse in valute convertibili, nei contratti derivati e, in un domani non lontano, atlantici permettendo, anche per quanto riguarda i contratti relativi alle materie prime.

Se non si ha chiara la dimensione dell’immensa posta che è attualmente in gioco tra i fautori di una maggiore unità politica, economica e militare nel sempre più vasto panorama europeo, quale prius per la realizzazione di un mondo sempre meno unipolare, o, peggio ancora, basato sul preistorico equilibrio del terrore non del tutto svanito con la fine della guerra fredda, sarà molto difficile comprendere gli eventi geopolitici di questi primi anni del nuovo millennio, così come fenomeni quali gli eventi bellici in corso, eventi in non piccola misura volti a determinare, manu militari, una sopravvivenza del dollaro come valuta centrale dell’economia mondiale, peraltro a valori del tutto irrealistici rispetto a quelli che scaturirebbero da qualsivoglia analisi di tipo fondamentale.

Il problema, tuttavia, è rappresentato dal fatto che il costo immensamente superiore alle ottimistiche previsioni dei Rumsfield di turno sta determinando un ulteriore aggravamento dei già estremamente significativi squilibri strutturali che affliggono gli Stati Uniti da oltre un trentennio, squilibri agevolati dalla riallocazione in attività finanziarie e in investimenti immobiliari e produttivi da parte dei paesi detentori degli speculari surplus che, almeno sino a pochi anni fa, non avevano reali alternative rispetto agli assett delle tre specie, ma in ogni caso rigorosamente espressi in dollari.

Il vivace dibattito in corso nella apposita commissione del Senato statunitense sulla persistenza, nel mercato finanziario, del solo apparentemente desueto principio del too big to fail, ha, in realtà, negli Stati Uniti d’America un esempio clamorosamente esemplificatorio, in quanto un’eventuale decisione dei fondi governativi arabi e cinesi di diversificare significativamente, dal punto di vista valutario, le loro immense attività in dollari finirebbe per trasformarsi in una mossa suicida, in quanto spingerebbe la valuta statunitense a sprofondare in abissi difficilmente immaginabili, anche alla luce dell’alquanto inconsistente domanda di dollari riconducibile al settore privato.

Stretti tra questa contraddizione e la necessità di sostenere in ogni modo, e con ogni mezzo, i principali soggetti operanti nel mercato finanziario globale, i banchieri centrali si trovano alle prese con qualcosa rispetto alla quale un koan zen è poco più di un indovinello da porre agli alunni delle elementari, anche perché è ogni giorno che passa sempre più evidente agli operatori ed agli analisti (gli economisti al momento sono in una fase di afasia susseguente al diluvio di parole con le quali ci hanno alluvionati nei primi mesi di questa tempesta perfetta) che le pistole di Bernspan e dei suoi colleghi di tutto il mondo sono ormai quasi completamente scariche.

E’ dal 9 agosto del 2007 che mi capita di osservare come, ad ogni minimo cenno di ripresa dallo stato piatto in cui versa il mercato azionario, ma, ancor di più, l’economia statunitense, immediatamente parte una salva di dichiarazioni che salutano la fine del tunnel oppure ipotizzano che il peggio sia ormai alle spalle, salvo verificare che si sta accumulando in vista del prossimo gradino, normalmente posto considerevolmente più in alto di quello su cui si poggiava in precedenza.

Così è accaduto dopo il totale blocco di liquidità interbancaria e gli apparentemente salvifici primi interventi di bernspan e l’alluvione di liquidità che inondò allora i mercati, ma poi venne lo shock di Rorthern Rock che fecero sprofondare la gran Bretagna, ed il mondo intero, in un incubo, quello dell’assalto agli sportelli di una banca, che si credeva dimenticato da poco meno di ottanta anni.

L’altro gradino è stato quello rappresentato dalle molteplici invenzioni di Henry Paulso, ampiamente coadiuvato dal panic cutting della Fed, ma subito dopo è venuto l’incubo delle compagni di assicurazione monoline, affondate inesorabilmente da un vero diluvio di vendite, per non parlare del fallimento, così lo ha definito Bernspan, dell’orso di Stearns ed il salvataggio della stessa, via Fed, ad opera di J.P. Morgan-Chase poco dopo il piano di restituzione fiscale annunciato in pompa magna dal duo Bush-Paulson.

Ricordo che il video del mio intervento al Convegno della UIL del 19 c.m. è disponibile nella sezione video (alla voce videoinformazione) del sito Free Lance International Press www.flipnews.org

domenica 6 aprile 2008

Sarà uno split che vi seppellirà!

La proposta dell’ex CEO dell’extracomunitaria UBS, supercolosso creditizio e finanziario multinazionale nato dal merger tra due importanti banche svizzere avvenuto negli anni scorsi, di espellere, splittare è il termine tecnico in gergo derivante dal to split anglossassone, le attività proprie dell’attività di Corporate & Investment banking dalle attività creditizie tradizionali e quelle di wealth management che resterebbero nella banca vera e propria, lasciando l’altro troncone al suo alquanto prevedibile destino.

La lettera formale inviata da Arnold Luqman, non è uno pseudonimo, in quanto l’ex top manager di UBS si chiama proprio così, è pervenuta all’angosciato Board dell’un tempo invincibile banca affidataria dei patrimoni dei ricchi, vecchi e nuovi, di quais tutti i paesi del globo, e, visto il consenso che l’ex banchiere ancora riscuote dagli azionisti di UBS, verrà certamente presa nella dovuta considerazione, anche perché non è certamente bastato a placare l’ira dei solitamente tranquilli stakeholders della banca il siluramento in diretta di quel Chairman che in una recente assemblea era stato a stento sottratto all’ira dei partecipanti che volevano capire perché si fosse irrimediabilmente rotto quel giocattolo della finanza strutturata che era stata per lungo tempo la gallina dalle uova d’oro della banca elvetica.

Ma l’idea di Luqman è tutto meno che qualche cosa di originale, visto che da settimane se non da mesi i vertici delle alquanto disastrate compagnie di assicurazione monoline statunitensi, quelle MBIA ed Ambac, solo per citare le due maggiori, stanno resistendo in ogni modo alle pressioni degli squali che si aggirano alle loro spoglie avendo avvertito l’odore del sangue, e che chiedono loro perentoriamente di splittare il ramo che gestisce le garanzie prestate alle emissioni di titoli della finanza strutturata, quei titoli che solo da un quinquennio le monoliners hanno accettato di assicurare, fatalmente cedendo alle lusinghe e le sirene dei capi delle Big Five e delle CIB delle banche più o meno globali, firmando così la propria condanna a morte a certo tempo data.

Il problema per le compagnie monoline, ieri, ed oggi per le investment banks e le banche globali è rappresentato dal fatto che la soluzione proposta rischia di essere anche peggiore del problema che vorrebbe risolvere, in quanto non vi è alcun dubbio che le entità progettate rischiano seriamente di nascere già morte, affondate da quelle colline o montagne di carta maleodorante che nessuno vuole più, nemmeno se offerta a prezzi di assoluto saldo, con la solita eccezione delle discariche a cielo aperto aperte dalle banche centrali, che continuano a fingere che si tratti di titoli degni di ogni rispetto e da valutare, anche in base all’incredibile rating di cui tuttora godono, al valore nominale, o quasi.

Tanto è vero che vecchi volponi come il leone di Omaha, Warren Buffett, non hanno neanche perso tempo a corteggiare i vertici di MBIA e di Ambac, da loro considerate già defunte, ma hanno costituito compagnie specializzate nuove di zecca che si offrono di acquisire le vecchie garanzie ai munibonds, termine con cui si designano i titoli emessi dalle municipalità, contee, stati ed entità controllata da questi soggetti pubblici statunitensi per cifre stratosferiche, così come hanno iniziato a presentarsi alle aste delle nuove emissioni, offrendo garanzie a prezzi stracciati grazie al semplice fatto di non essere gravati da rischi di altro genere per centinai se non per migliaia di miliardi di dollari.

Ma il problema per UBS, Goldman Sachs, Lehman Brothers, Merrill Lynch, Morgan Stanley e per le altre banche globali basate in Europa o in Asia, si presenta con caratteristiche di maggiore complessità, perché l’intreccio tra le attività tradizionali e quelle caratteristiche delle CIB è ormai divenuto troppo stretto per essere sciolto, quasi una fratellanza siamese di mattoliana memoria che prevederebbe una lunghissima operazione chirurgica, al termine della quale, molto probabilmente, nessuna delle due entità risultanti sarebbe in grado di sopravvivere decentemente.

Questo a causa di quel processo inarrestabile di finanziarizzazione che ha permesso di cartolarizzare tutto il cartolarizzabile, non certo solo i mutui più o meno sub prime di cui tanto si è discusso, anche invano, in questi mesi, ma anche quanto viene prodotto dall’universo mondo vagamente denominato credito al consumo, per non parlare dei titoli derivanti dai Leverage Buy Out delle locuste dei private equity, le anticipazioni fornite alle imprese commerciali ed industriali, via Commercial Papers, il mare magnum, stimato in 40 mila miliardi di dollari, dei corporate bonds, l’universo parallelo partorito dall’avida mente di Milkien dei junk bonds (al momento in difficoltà, ma molto meno di quanto lo siano gli LBO, CDO, Commercial Papers e via discorrendo).

Non so se sia esagerato parlare di nodo gordiano, ma certamente si tratta di un viluppo realmente inestricabile sul piano degli assetts e di una prevedibile, e difficilmente sostenibile, emorragia sul piano non proprio secondario dei flussi di ricavi da destinare alle due entità di nuova generazione, una lotta per appropriarsi della maggior parte del flusso che non verrebbe sedata neanche dalla polizia privata controllata dal Chief Operating Officer o da una figura similare.

L’altro aspetto che rende veramente esiziale il progetto è rappresentato dal fatto che la crescita impetuosa delle attività in qualche modo riconducibili alle divisioni CIB o di quelle proprie delle investment banks, vere CIB delle CIB, è stata tale di tale intensità, a partire almeno dal 1985, che risulta davvero difficile trovare donne ed uomini in grado di svolgere efficientemente ed efficacemente le attività previste da quello che Luigi Spaventa ha definito il modello originate and hold, contrapposto all’imperante originate to distribuite, e poiché una banca, anche quelle globali o le investment banks, è sostanzialmente rappresentata dal capitale umano e dal potenziale relazionale e reputazionale, l’operazione suggerita alle monoliners dagli squali della finanza e ad UBS da Luqman appare veramente di difficile realizzazione.

Se, pur in presenza degli elementi che ho cercato di esporre di sopra, mi soffermo sulla proposta di splittare le CIB, lo faccio in gran parte per l’entità da cui proviene la proposta, quella UBS che, insieme ed un po’ in ritardo dalla preveggente Goldman Sachs, ha operato il più massiccio disinvestimento dalle attività della finanza strutturata e lo ha fatto sin dall’ultimo scorcio del 2006, appena due mesi dopo il drammatico appello che l’anziano David Viniar rivolse ai suoi attoniti partners di Goldman, appello che diede istantaneamente il via al maggior fuga dai titoli della finanza strutturata mai verificatosi in tempi così rapidi, anche se né Goldman Sachs, né tanto meno UBS sono riuscite a liberarsi di tutta la montagna di titoli in loro possesso.

Ricordo che il video del mio intervento al Convegno della UIL sulla crisi finanziaria del 19 c.m. è disponibile nella sezione video (alla voce videoinformazione) del sito Free Lance International Press www.flipnews.org

sabato 5 aprile 2008

Gli gnomi di UBS splitteranno la loro CIB?

Come accade in ogni tempesta, il capitano della nave, quando si vede proprio alle brutte, spesso decide di liberarsi della zavorra e lo fa senza farsi troppi scrupoli, così sta accadendo in un numero crescente di banche e corporations, per non parlare poi delle antesignane compagnie monoline, che si sono dimostrate delle apri pista e di una sveltezza senza pari nell’effettuare queste operazioni consistenti nello slittare in un’altra entità quanto rischia di sporcare i conti complessivi, se non di trascinare, con il peso dei suoi problemi, addirittura a fondo l’intera compagnia.

Non va dimenticato, inoltre, che le banche di investimento e quelle globali sono state a loro volta delle antesignane in questo tipo di strategia, detenendo per anni colline e montagne di titoli della finanza più o meno strutturata in apposite società contenitore denominate Conduit o SIV (con I che sta per investment e V per vehicle), detenendo, opportunamente collocati off balance sheet, solo gli impegni relativi a questi contenitori che, almeno questo accadeva prima dell’estate 2007, si riempivano e svuotavano del loro contenuto con una velocità di turn over altissima.

Come è ampiamente noto ai miei pochi lettori, è proprio questo meccanismo di società a soffietto, o a porta girevole, che si è inceppato ormai nove mesi orsono, innescando la tempesta perfetta nella quale siamo ormai completamente immersi e determinando, sotto la pressione delle sempre più nervose autorità di vigilanza, il trasferimento dei titoli sempre più datati nella parte superiore del bilancio delle banche, trasferimento, ovviamente, realizzato a prezzi di assoluto saldo e che danno plasticamente la dimensione di quel meltdown finanziario intervenuto e la cui percezione scompare solo quando gli stessi titoli vengono dati in garanzia presso le ampie discariche delle banche centrali che si ostinano a considerarli ad un valore pari o prossimo a quello facciale.

Le dimensioni comunque limitate della discarica, nonché la crescente difficoltà degli addetti alle stesse a perseverare nel voluto errore di valutazione, per non parlare della temporaneità (da pochi giorni ad un massimo di 28 giorni, anche si sta pensando, e qualche banca centrale già lo fa, di portare la scadenza ai più tranquillizzanti sei mesi), sono tutti elementi che rendono non più rinviabili soluzioni più radicali ed all’altezza dei problemi insiti nel fenomeno in corso, facendo sempre più carezzare alle donne ed agli uomini posti al vertice delle Investment Banks e delle banche globali l’idea di fare un bel pacchetto della loro parte specializzata negli investimenti e di trasferirla lontano da quello che dovrebbe essere il loro core business.

Ovviamente, mentre un’operazione del genere non si presenta impraticabile per la maggior parte delle banche commerciali, un po’ meno per quelle globali poste al di qua ed al di là dell’Atlantico, diviene fatica certamente improba nel caso delle Investment Banks, che, per la loro caratteristica di essere delle vere e proprie CIB delle CIB, incontrerebbero certamente notevoli difficoltà nel cercare di distinguere nel coacervo di attività strettamente avviluppate ed integrate che le contraddistinguono, anche se è sempre possibile espellere quei veri e propri rami d’azienda che si pongono ormai nettamente al di sotto della linea di galleggiamento della nave di cui sono parte integrante.

Così come non vi era dubbio che il colpo di genio sarebbe venuto dall’extracomunitaria Svizzera e da un banchiere di lungo corso, ma che opportunamente si trova collocato a riposo, quale è l’ex amministratore delegato dell’alquanto disastrata UBS, Arnold Luqman (ma dove li trovano i banchieri questi improbabili cognomi?), il quale, libero dalle cure della gestione, ha avuto la lucidità di pensare che l’unica soluzione per la sopravvivenza della potente banca, al momento gravata da 42 miliardi di dollari (o franchi svizzeri, tanto sono ormai pressoché alla pari), sia quella di fare un bel pacchetto della propria attività di Corporate & Investment Banking, ponendo quindi il maleodorante lezzo di quella montagna di titoli della finanza strutturata e di quel grattacielo di rischi derivati prodotti dagli asettici laboratori delle sue fabbriche prodotto a distanza di sicurezza dagli ovattati salottini nei quali si ricevono i ricchi ed i quasi ricchi, nonché i nuovi ricchi, abitanti di quasi tutte le nazioni del pianeta.

UBS: You & US, come suonava lo slogan successivo all’unificazione delle due banche svizzere che diedero luogo a quella che aspirava a diventare la prima banca del globo, si appresterebbe, il condizionale in questo caso è veramente d’obbligo, a splittare tutto quanto non è credito o gestione patrimoniale da quelle attività CIB che sono state per un relativamente lungo periodo l’indiscussa fonte del suo successo, con risultati che erano letteralmente dei multipli di quelli provenienti da quella desueta e, tutto sommato, sonnacchiosa attività creditizia, un’attività, peraltro, nella quale gli gnomi svizzeri continuano ad essere dei maestri indiscussi.

Trovo anche all’altezza dell’uomo Luqman avere scelto la forma della tradizionale lettera in luogo delle micidiali ed istantanee e-mail, per rendere noto ai vertici della banca ed agli azionisti tutti il suo pensiero, peraltro espresso a nome dell’importante gruppo di soci dei quali è capolista e portavoce, né stupisce che il portavoce della banca si sia precipitato a rendere noto che la missiva è stata prontamente consegnate dalle efficientissime poste della Confederazione ed è attualmente presa nella dovuta considerazione dai sempre più inquieti membri del Board, nuovo presidente e CEO in testa, e forse anche rispettosamente posti all’in piedi.

Il micidiale uno - due provenuto tra giovedì e venerdì dal fronte occupazionale sui mercati statunitensi e, di riflesso, su quelli di tutto il mondo, avrebbe, in tempi normali e, quindi, diversi da questi, determinando un vero e proprio finimondo sui mercati azionari e mandato alle stelle i prezzi di titoli di stato statunitensi, mentre, se la seconda possibilità si è puntualmente materializzata, la prima si è tradotta in una modestissima flessione del Dow Jones, accompagnata da chiusure in positivo per il Nasdaq e lo S&P 500 non esaltanti, ma certamente al limite dell’eroismo.

Al superamento della soglia psicologica di 400 mila nuovi sussidi settimanali di disoccupazione, si è accompagnato, infatti, un disastroso Non Farm Payrolls che ha visto una riduzione di 80 mila buste paga in marzo, una significativa revisione delle flessioni del genere nei due mesi precedenti (appaiati ad un -76 mila) ed un balzo in avanti del tasso di disoccupazione dal 4,8 al 5,1 per cento, che ha visto infrangersi un’altra e psicologicamente importantissima Big Figure.

Ricordo che il video del mio intervento al Convegno della UIL del 19 c.m. è disponibile nella sezione video (alla voce videoinformazione) del sito Free Lance International Press www.flipnews.org

venerdì 4 aprile 2008

I senatori mettono Bernspan sulla graticola

Nella sua seconda giornata di audizioni innanzi al Senate Banking Committee, Ben Bernanke ed una schiera di alti esponenti della Federal Riserve e della Securities and Exchange Commission sono stati letteralmente messi sulla graticola da un nugolo di arrabbiatissimi senatori che, in una audizione durata ben cinque ore, volevano, in buona sostanza, sapere per quale motivo erano stati messi a rischio 30 miliardi di dollari per garantire l’acquisizione di Bear Stearns da parte di J.P. Morgan-Chase, mentre tre milioni di famiglie americane corrono seriamente il rischio di perdere la propria casa nell’anno in corso, dopo che altri due milioni di loro concittadini l’hanno già persa nel corso del 2007.

Senza tediare i miei pochi lettori sul botta e risposta tra gli alti papaveri di Fed e Sec e gli infuriati senatori in schieramento assolutamente, quanto prevedibilmente bipartisan, mi preme sottolineare che si è trattato di uno scontro tra le ragioni di Wall Street e quelle di Main Street e, cioè, tra le aspettative di protezione e di sicurezza avanzate dalle investment banks e le commercial banks da un lato e quelle delle donne e degli uomini che abitano gli Stati Uniti e che vedono farsi concreto il rischio che, dopo decenni di profitti stellari e di compensi ai top manager altrettanto esorbitanti, il conto delle perdite delle banche debba ricadere sulle loro non proprio larghe spalle, determinando una questione che è morale prima ancora di essere economica e politica.

Tra le domande rivolte agli esausti Bernspan e complici, però, una merita certamente di essere citata ed è quella di un senatore che tentava di scoprire quale è la dimensione che attualmente determina il too big to fail, facendo finta, il senatore medesimo, di non ricordare le alte promesse di Bush junior e del suo governo, in coro con i massimi vigilatori e regolatori del mercato finanziario statunitense, che tale principio da sempre invalso in economia non sarebbe stato assolutamente rispettato nella tempesta perfetta in corso e che, anzi, i responsabili dell’attuale disastro sarebbero stati fermamente perseguiti e conseguentemente puniti.

L’altro aspetto che vorrei non cadesse nell’oblio è contenuto nella maliziosa domanda di un altro senatore che mirava a scoprire quanto accurati erano stati i criteri seguiti dagli esponenti della Fed di new York nel valutare la congruità dei titoli posti a garanzia da Bear Stearns per ottenere la maxi linea di credito di 30 miliardi di dollari, domanda maliziosa ed alquanto retorica, in quanto non vi sono dubbi che si sia trattato, per l’ennesima volta da mesi, del solito “pacco” di titoli della finanza strutturata, valutati come se fossero titoli del Tesoro.

Cercando di giustificarsi in merito alla assoluta non previsione dei guai di Bear Stearns, che era peraltro l’oggetto prediletto delle voci e dei rumors all’ombra del wall da vari giorni prima del crollo, il numero uno della Sec, tal Christopher Cox, ha avuto l’ardire di affermare che nessun modello in uso nella sua istituzione aveva mai preso in considerazione la possibilità che non si potesse, come è stato invece il caso di Bear, ottenere credito, pur fornendo come collaterali titoli del Tesoro USA o di qualità assolutamente equivalente (speriamo almeno che Bernspan abbia avuto i Treasury come collaterali).

A pochi giorni dalla Pasqua, tutto vorrei meno che tirare la croce addosso a Cox, ma mi chiedo quanta conoscenza lui ed i suoi collaboratori abbiano di storia e non di cronaca economica, di genesi, sviluppo e deflagrazione di una crisi finanziaria o di una tempesta perfetta quale è l’attuale, o, quanto meno, se abbiano visto e compreso l’esilarante episodio dell’assalto agli sportelli della banca presente nel meraviglioso film che porta il nome di Mary Poppins, personaggio magistralmente interpretato da un’indimenticabile Julie Andrews, episodio di recente andato in scena in Gran Bretagna a seguito della triste vicenda della ormai statalizzata Northern Rock.

Al candido Cox e al mite Bernspan, vorrei porre una semplice domanda alla quale vorrei rispondessero come se avessi quattro anni: ma dove eravate quando le allora Big Five richiavano di bruciarsi dita, mani e braccia, maneggiando un leverage compreso tra i 32,6 a 1 di Bear Stearns (e un soffio di meno per Lehman Brothers) ed il più modesto 26 a 1 di quella J.P. Morgan-Chase che non a caso è stata a chiamata a salvare la cicala Bear e, forse, dovrà provvedere a raccogliere le spoglie dei fratelli Lehman, se non ad occuparsi anche della pesante eredità di Merrill Lynch o di Morgan Stanley?

Quello che veramente mi stupisce è il finto stupore manifestato da uno stuolo di anime belle che si indignano, dall’alto dei loro editoriali o nei loro commenti ad uso della televisione, per la pretesa apertamente avanzata dai vertici delle variegate entità operanti nel mercato finanziario statunitense, così come di quelle che popolano il mercato finanziario globale, di ottenere la protezione di quelle pubbliche istituzioni che hanno per anni, se non per decenni, tacciato di essere obsolete e non al passo dei maginifici e progressivi progressi testimoniati, ad esempio, dagli ipertecnologici laboratori denominati fabbriche prodotto delle investment banks o delle CIB delle banche più o meno globali, laboratori nei quali qualificatissimi scienziati producevano, del tutto indisturbati dalle autorità di vigilanza e dai loro stessi superiori, quella montagna di cartaccia che sta rischiando seriamente di mandare a zampe all’aria non la finanza ma l’economia stessa dei paesi maggiormente sviluppati.

Purtroppo, le cronache da oltre oceano ci hanno informati ieri che vi è stato il tanto temuto balzo in avanti dei sussidi di disoccupazione settimanali che, per la prima volta dal 2005, si sono portati al di sopra della soglia psicologica dei 400 mila nuovi sussidiati, mentre il dato che segnala l’entità dello stock di quanti per sopravvivere si affidano all’assegno pubblico si è portato ad un soffio dall’altrettanto psicologica soglia dei 3 milioni (2 milioni e 940 mila persone, per la precisione, ma il dato risale al 22 marzo, mentre quello relativo al flusso è del 29 marzo).

Il forte aumento dei sussidi di disoccupazione, assolutamente non previsto da quei gattini ciechi degli analisti, determina un aumento delle preoccupazioni per il rilascio, oggi, del Non Farm Payrolls, in assoluto l’indicatore che produce il maggior impatto sugli operatori, in quanto anticipa i consumi e, di conseguenza, l’andamento del PNL statunitense del primo trimestre, forse il più atteso da decenni; non voglio certo spargere sale sulle recenti ferite, ma mi vedo costretto a ricordare che, proprio ieri, L’American Bankers Association ha reso noto che i consumatori americani sono in ritardo con i pagamenti sui prestiti da loro ricevuti come non mai da oltre sedici anni, mettendosi così in scia ai mutuatari ed ai possessori di carte di credito revolving.

Ricordo che il video del mio intervento al Convegno della UIL del 19 c.m. è disponibile nella sezione video (alla voce videoinformazione) del sito Free Lance International Press www.flipnews.org

giovedì 3 aprile 2008

The sooner you leave the better, Mr. Bernspan! (2)

Nella sua tanto attesa audizione davanti ai non proprio serafici senatori statunitensi, Bernspan non ha deluso le aspettative di quanti ritenevano altamente probabile un outing del mite professore di economia di Princeton temporaneamente prestato all’attività di indirizzo, vigilanza e regolazione del mercato più pazzo del mondo, quel mercato finanziario statunitense che, lo ricordo, rappresenta la componente principale del vasto e magmatico mercato finanziario globale.

Ebbene, il nostro ha finalmente ammesso la “possibilità” che gli Stati Uniti d’America possano vivere una fase di recessione nel primo semestre dell’anno di grazia 2008, un’eventualità che il professore aveva sinora categoricamente escluso, convinto come era che la sua azione, da molti definita panic cutting, in materia di tassi di interesse, di immissione di liquidità e di apertura a dismisura della porta di accesso della discarica dedicata alle banche di ogni genere affinché vi depositino tonnellate di titoli spazzatura valutati dalla Fed come se fossero ancora buoni, avrebbe ridato speranza e fiducia alle banche stesse e, di conseguenza, anche agli operatori.

D’altra parte, il nostro era anche molto fiducioso nell’operato del suo sodale Henry Paulson, il potente ex numero uno della potentissima Goldman Sachs da meno di due anni prestato alla politica nella veste di ministro del Tesoro, un uomo che, sia consentito dirlo, da settembre 2007 sembra non averne azzeccata una, infilando, come ho ricordato nelle due precedenti puntate, un tonfo dietro l’altro, per poi partorire lunedì scorso un monumentale progetto di riforma dell’attività di regolazione e di vigilanza dei mercati di oltre 200 pagine, un progetto che, per sua stessa ammissione, richiederà anni ed anni per essere approvato dal Congresso che uscirà dalle prossime elezioni e sotto la nuova presidenza degli USA che emergerà in novembre dalle urne.

Ma Bernspan è anche uno dei pochi abitanti del pianeta che continua imperterrito ad essere fiducioso sui meravigliosi effetti del piano di rimborso fiscale fortemente voluto dal presidente Bush, un piano che vedrà materializzarsi decine e decine di milioni di mini assegni che rappresenteranno, in maggio, una goccia nel mare delle esauste finanze delle famiglie americane, una parte non marginale delle quali ha, nel frattempo, perso la casa o perso il lavoro, ove, come in più di un caso, non li abbia persi entrambi.

Ma forse Bernspan non lo sa che i consumatori americani, la specie nota per la sua insaziabile voracità di beni essenziali e superflui, stanno conoscendo da molti mesi a questa parte una sorta di mutazione genetica che dalla specie delle cicale li sta, spero proprio non solo temporaneamente, trasformando in vere e proprie formiche, attente alle spese, pianificatrici di sempre più striminziti budget familiari, allergici allo zip zip delle carte di credito, donne ed uomini che hanno scoperto che il vincolo di bilancio così caro alle famiglie europee non è una parolaccia o segno di imperdonabile avarizia.

In un altro momento, i senatori gliela avrebbero anche fatta passare liscia, ma stretti dalle esigenze della campagna elettorale, pressati dai loro elettori e consapevoli, anche se abitanti tra le più che confortevoli mura di Capitol Hill, dei sempre più alti marosi della tempesta perdetta, non pochi di loro hanno aggredito, verbalmente si intende, il mite professore con non minore veemenza di quella che caratterizzava gli abitualmente satolli azionisti della svizzera UBS che, in una recente assemblea, hanno gettato le basi dell’uscita di scena dell’un tempo osannato presidente Ospel che non più tardi di due giorni fa ha rassegnato le dimissioni dopo l’ennesimo bagno di sangue del colosso creditizio elvetico dalle ambizioni assolutamente globali.

Ne cito uno per tutti, il sanguigno Ted Kennedy, dell’omonima e celebre casata che ha dato due morti alla causa democratica, che non ha mancato di sottolineare con un “what we are going to tell the states?” l’assoluto rifiuto di Bernspan di esprimersi sul travaglio che stanno vivendo gli stati che formano la federazione, stretti tra il meltdown del settore immobiliare e gli effetti sociali della crisi finanziaria.

Pochi tra gli intervenuti si sono astenuti dall’evidenziare che il focus principale dell’attività del duo Bernspan-Paulson è rappresentato dalle esigenze di Wall Street e, più in particolare, da quella di assicurare, costi quel che costi (ai contribuenti americani, si intende), il salvataggio delle Investment Banks, delle banche commerciali, delle compagnie di assicurazioni, anche di quelle non moniline echi più ne ha ne metta, fregandosene bellamente delle esigenze dei mutuatari, dei lavoratori a rischio di licenziamento, ma, soprattutto, non preoccupandosi in alcun modo di prendere provvedimenti volti a punire quello che è ormai quasi un eufemismo definire, alla luce dei più che disinvolti comportamenti emersi in questi mesi, azzardo morale.

Ma cosa volte che importi a coloro che operano all’ombra del wall delle milioni di procedure di foreclosure, dell’esorbitante numero di case messe materialmente all’asta, dei duecentomila posti nel settore e del pari numero previsto per i mesi a venire, di una flessione degli ordini all’industria che ormai si diverte a raddoppiare le già pessimistiche previsioni degli analisti, del crollo delle vendite di auto a causa della crescente difficoltà di ottenere il relativo finanziamento, del calo del 30 per cento delle richieste di mutui per l’acquisto della casa o per il rifinanziamento, per loro è importante soltanto piazzare presso gli investitori le sempre più astruse invenzioni degli apprendisti stregoni operanti nelle fabbriche prodotto delle investment banks e delle CIB delle banche globali, in quanto quelle locali sono ormai poco più che dei piazzisti dei prodotti finanziari elaborati da altri.

Non paghe del fatto che anche Bernspan, come aveva fatto il giorno prima Paulson, ha confermato ieri in una sede solenne quale è il Senato degli Stati Uniti che il rischio di una crisi sistemica quale poteva essere quella innescata dal fallimento dell’orso di Stearns val bene l’eventualità che, alla fine, a pagare il conto siano i contribuenti americani (anche se, ovviamente, il mite professore di Princeton si augura che ciò non sia proprio necessario, né, tanto meno, inevitabile), le banche beneficiate continuano a non fidarsi l’una dell’altra, come è ben testimoniato dall’ennesima lievitazione dei tassi interbancari registrata ieri.

Poiché è sempre più vero che tutto il mondo è paese, non desta stupore scoprire che poco meno di mezzo milione di mutuatari italiani siano in difficoltà per la continua lievitazione dei tassi sui loro mutui indicizzati proprio a quei tassi interbancari, nella versione ad un mese e a tre mesi, di cui sopra.

Ricordo che il video del mio intervento al Convegno della UIL del 19 c.m. è disponibile nella sezione video (alla voce videoinformazione) del sito Free Lance International Press www.flipnews.org

mercoledì 2 aprile 2008

La cicala Bernspan e la formica Trichet

Se fosse ancora necessaria una dimostrazione del potenziale schizofrenico dei mercati, la giornata di ieri ne sarebbe la migliore dimostrazione pratica, in quanto una seduta iniziata in Europa sotto i peggiori auspici con l’annuncio dei 19 miliardi di dollari di svalutazioni di assetts nel Corporate & Investment Banking del colosso svizzero UBS che dovrebbero portare ad una perdita di 12,1 miliardi nel primo trimestre, passando poi per le previste nuove svalutazioni per 4 miliardi di dollari di Deutsche Bank, per non parlare dei dati economici USA diffusi nel pomeriggio, ebbene, la stessa giornata si è chiusa con forti rialzi dei listini azionari in Europa, con veri e propri fuochi di artificio a Wall Street e forti rialzi stamane anche in Asia.

Quello che sarebbe dovuto accadere ieri con l’annuncio ufficiale da parte del ministro del Tesoro USA del suo piano di riforma, alquanto radicale, del sistema regolatorio e di vigilanza sul magmatico mercato finanziario statunitense, un progetto di ben 218 pagine che ha l’ambizione di operare la più radicale riforma delle attribuzioni della Fed, della Sec e delle altre entità chiamate a vigilare il mercato dopo quella realizzata negli anni Trenta dopo il crollo del 1929 e mentre era in pieno corso la Grande Depressione.

Purtroppo per Paulson e per Bush, l’accoglienza dei mercati al loro annuncio in pompa magna era stato alquanto tiepida (con un rialzo del Dow Jones pari ad un decimo di quello registrato ieri), anche perché, come lo stesso ministro aveva candidamente ammesso davanti ad una selva di microfoni e telecamere, saranno necessari alcuni anni perché la riforma possa vedere realmente la luce, né vi è alcuna garanzia che il suo assetto finale, dopo il severo e si spera fattivo vaglio del Congresso, sarà conforme alle linee guida delineate con tanta fatica da Paulson e dai suoi più stretti collaboratori

Va detto, tuttavia, che il comunicato ufficiale mattutino di UBS, oltre a riportare le ferali notizie su maxi perdite e maxi svalutazioni, annunciava anche la deliberazione di un altrettanto maxi aumento di capitale per 15,1 miliardi di dollari (che ci si è premurati di informare essere totalmente garantiro da un pool di primarie banche internazionali), aumento che non è il primo e certamente non sarà l’ultimo, ma, soprattutto, le tanto auspicate dimissioni di quel presidente Marcel Ospel, di recente sottratto a stento all’ira degli azionisti della maggiore banca del paese extracomunitario ma dalle ambizioni dichiaratamente planetarie, così come è stata bene accolta la notizia dell’aumento di capitale da 4 miliardi di dollari deliberato da Lehman Brothers, la maggiore indiziata tra le ex Big Five americane come la destinata a fare la fine dell’orso di Stearns.

Ma quello che ha mandato letteralmente in un brodo di giuggiole le donne e gli uomini operanti all’ombra del wall è stata la candida ammissione di Henry Paulson sulla concreta possibilità che il costo del salvataggio di Bear Stearns potrebbe ricadere sulle già provate spalle dei contribuenti americani, quanto meno per le prevedibili minori entrate governative legate al costo della mega linea di credito garantita, a prezzi di assoluto saldo, alla salvatrice J.P. Morgan-Chase, ammissione che conferma le tante previsioni che erano state avanzate da autorevoli organi di stampa britannici e statunitensi sulla scelta che governi e banche centrali avrebbero fatto nelle settimane scorse e che consiste, appunto, in una pubblicizzazione delle perdite volta ad evitare una vera e propria catena di fallimenti di Investment Banks e di Commercial Banks, dopo la falcidia (80 per cento circa) dei soggetti intermedi operanti nel settore del mortgage intervenuta a partire dall’estate del 2007.
*
Sarebbe difficile, altrimenti, come gli operatori si siano gettati come lupi famelici sulle sino a poche ore prima accuratamente evitate azioni di Lehman, di Citigroup, di quelle delle stesse disastrate compagnie di assicurazione monoline MBIA o Ambac, scacciando come mosche fastidiose le notizie provenienti dal settore dell’auto o delle costruzioni, così come la prevedibile conferma proveniente dall’ISM relativo al mese di marzo che, a parte un frazionale miglioramento, testimonia, in totale sintonia con i primi due indicatori citati, che ci si trova ancora in territorio ampiamente recessivo.

Cosa volete importi alle locuste ed alle cicale operanti sulle piazze finanziarie internazionali che si siano vendute meno auto e trucks per oltre un milione di pezzi, almeno a livello annualizzato, che le vendite siano state, su base annua, dal -10 per cento della brillantissima Toyota al -20 per cento della sempre più sconsolata General Motors, o del fatto che le spese per costruzioni siano calate in marzo per il ventiquattresimo mese consecutivo, tanto quello che conta è che, dopo giaculatorie e petizioni di principio del tipo chi sbaglia paga, è finalmente giunto l’annuncio ufficiale a confermare che, alla fine, saranno i cittadini statunitensi e quelli di tutto il pianeta a farsi carico degli errori e degli orrori prodotti dalle fabbriche prodotto delle Investment Banks e delle CIB delle banche globali, per non parlare di quanto è avvenuto nel settore assicurativo, anche non del tipo monoline.

Paulson, in fondo, non ha fatto che dire al mercato quello che il mercato voleva sentirsi dire, così come Bernspan e complici non si fanno scrupoli nel dare allo stesso mercato esattamente quello che il mercato si aspetta da loro, sia in termini di liquidità che di tassi, per non parlare poi della vera e propria conversione sulla via di Damasco delle severissime donne e degli arcigni uomini della banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale che, dopo aver letteralmente stretto il cappio al collo dei malcapitati paesi in via di sviluppo al primo disordine fiscale o finanziario, urlano oggi a pieni polmoni che tutto quello che fanno Paulson e Bernspan è ben fatto e che, anzi, potrebbero fare di più.

Stupisce, invece, la tetragona vocazione al martirio di Jean Claude Trichet, quasi una novella Giovanna d’Arco, che continua a ripetere che non muoverà i tassi e si dice stia preparando barricate a difesa della sala del Board dell’istituto basato a Franfurt um Mein e che sia pronto, alla guida del suo manipolo di neotemplari, a sfidare le ira di Sarkozy e degli altri governanti europei che reclamano che, pur stimando le preoccupazioni della BCE e riaffermandone l’autonomia, è ora che si decida a sporcarsi almeno un po’ le mani dando anche lei all’esausto mercato quello che il mercato e loro con lui reclamano.

Quando verrà finalmente scritta la storia di questa tempesta perfetta, leggeremo, con ogni probabilità, un interessante capitolo a proposito dello scontro tra la reincarnazione del Re francese che mise al rogo il capo dei templari, reincarnazione, ovviamente del povero Trichet, scontro che mi auguro non preveda il triste epilogo che vide l’abate De Moley arso sul rogo posto di fronte al palco reale, popolato, oltre che dalla poco nobile famiglia, da uno stuolo di cortigiani starnazzanti.

Ricordo che il video del mio intervento al Convegno della UIL del 19 c.m. è disponibile nella sezione video (alla voce videoinformazione) del sito Free Lance International Press www.flipnews.org

martedì 1 aprile 2008

Provaci ancora, Henry!

Il plico di 22 pagine graziosamente inviato in anteprima da Henry Paulson alle agenzie di stampa che se ne sono fatte generosamente interpreti verso gli altri media era, in fondo, solo l’Executive Summary del ben più corposo progetto dell’immaginifico ministro del Tesoro USA in materia di riforma, alquanto radicale, del sistema regolatorio e di vigilanza sul magmatico mercato finanziario statunitense, magna pars del gigantesco mercato finanziario globale, progetto che spazia per ben 218 pagine e le cui principali previsioni impegneranno il Congresso per gli anni a venire.

Provenendo da uno dei maggiori protagonisti del mondo delle investment banks e che è adiuvato da un folto manipolo di banchieri di vario livello momentaneamente prestati alla politica ed attivamente presenti nell’austero dicastero, non ci si poteva francamente aspettare di meno di quel ventaglio di misure che puntano ad accentrare in un numero ristretto di soggetti la vigilanza preventiva ed ex post di banche di ogni genere, attività finanziaria delle corporations, attività assicurative, trading su azioni, commodities e quant’altro, sia in versione per contanti o a termine, passando per quel mercato dei derivati giunto ad un turn over quotidiano caratterizzato da volumi assolutamente da panico.

Purtroppo per il vulcanico banchiere d’affari e di investimento di lungo corso, parlano per lui e per l’ancor più sfortunato Bernspan le vicende intercorse dal loro rispettivo e relativamente recente insediamento (entrambi si sono insediati nei rispettivi e prestigiosi incarichi nel 2006), vicende che hanno portato al meltdown del settore immobiliare statunitense, fatto sparire l’ottanta per cento delle attivissime, e spesso poste al di fuori delle previsioni della legge federale, entità operanti nel settore del mortgage, letteralmente prosciugati i mercati dei titoli della finanza strutturata, paralizzato di fatto e da mesi l’un tempo vivacissimo mercato interbancario, viste fallire, anche se sempre prese in carico da qualcuno dalle spalle più solide o con alle spalle le sempre amorevoli banche centrali, un discreto numero di banche di ogni specie e dimensione.

E’ ovvio che in uno scenario siffatto, la strana coppia formata dall’ex numero uno di Goldman Sachs, quella investment bank che è veramente e per antonomasia la CIB delle CIB, un’entità che, non certamente a caso, ha previsto il raddoppio dell’improbo incarico di Chief Operating Office (una mansione talmente stressante da richiedere che entrambi gli incaricati abbiano percepito, con riferimento all’esercizio 2007, la bella cifra di 70 milioni di dollari circa cadauno), un uomo che con lo stipendio non esaltante percepito come civil servant ci si compre al più le sigarette ed il mite professore di economia di Princeton, una persona che le crisi finanziarie era abituato a studiarle dal quieto studiolo dell’ameno ateneo, circondato dalla stima dei discenti e dei docenti.

Così come hanno pesato, ieri, nella tiepida ed alquanto scettica reazione degli analisti, degli operatori, dei politici di entrambi gli schieramenti, il ricordo delle recenti sortite di Paulson, dallo strombazzato e poi miseramente fallito MLEC, quel Conduit dei Conduit che, almeno nelle intenzioni del nostro, avrebbe dovuto calmierare i mercati e che è stato affossato dalla necessità per le banche di riprendersi in pancia quella pletora di SIV e Conduit nei quali avevano allocato quella montagna di titoli da esse stesse prodotti e che gli investitori si erano stufati di comprare, ai vani appelli alle banche ed alle compagnie di assicurazione di di re la verità, ma proprio tutta la verità, ai non proprio felici piani, con relativi numeri verdi quasi mai operativi, per affrontare il problema dei mutuatari, assillati di fare la fine dei loro compagni di sventura che, in numero di almeno 2 milioni si erano visti portare via la casa nel solo 2007.

Un bilancio non del tutto esaltante per un uomo che era abituato a guidare i suoi partners di Goldman con una sola alzata di sopracciglio, un personaggio realmente convinto di aver risolto il rebus alchemico di trasformare il piombo in oro, peccato che si trattasse di prodotti finanziari che oggi il mercato valuta spesso a valori che si pongono persino al di sotto dei junk bonds di Milkieniana memoria, titoli spesso originati dalle mirabolanti avventure a spese altrui effettuate dai private equity o dalle mirabili gesta dei matematici alquanto folli degli hedge fund, ancor più spesso originate da avventurieri che ora attendono pazientemente di essere associati alle patrie galere per le loro, spesso confessate, malefatte.

Figurarsi se per me, che predico quasi come una vox clamans in un assoluto deserto la necessità di maggiori regole per il mercato finanziario e, soprattutto, per i suoi disinvolti protagonisti, il progetto corposo ed alquanto di Paulson non rappresenti un oggetto di grande interesse, soprattutto nelle partii volte ad innovare un sistema regolatorio che, in più di un caso, affonda le proprie radici alla fase storica immediatamente successiva alla Guerra Civile americana, un sistema che sino al 1913, e solo per i devastanti effetti della tempesta perfetta del 1907, sentì il bisogno di avere una banca centrale, seppur dalle caratteristiche e dalla connotazione alquanto anomale che ha la Federal Reserve, un sistema che vede la regolazione e la vigilanza sulle attività assicurative spezzettata in tante entità quanti sono gli Stati che compongono la nazione e via discorrendo.

Il problema è, tuttavia, rappresentato dal fatto che, come titolavo nei giorni scorsi, le pur con divisibilità finalità ed anche alcune delle perfettibili tecnicalità proposte da Paulson ed incondizionatamente appoggiate, spero però che almeno le abbia lette e comprese, dal presidente George W Bush, al massimo otterranno l’effetto di chiudere la stalla delle investment banks e delle CIB quando i buoi, vere e proprie mandrie, sono già e da tempo scappati, mentre non vi è nulla, ma proprio nulla che indichi la volontà, alquanto autolesionistica, del ministro, né, tanto meno, del suo presidente, di punire, severamente ed esemplarmente, i principali responsabili, persone e le loro aziende, di quel moral hazard continuato ed aggravato che ci ha portati in questa situazione così complessa e francamente molto difficile da maneggiare.

Dopo una fiammata iniziale più legata alla scadenza tecnica del fine trimestre che ad entusiasmi dilaganti, il mercato azionario statunitense ha decisamente ripiegato nel finale, in perfetta analogia con quanto è accaduto in quel comparto bancario ed assicurativo che è universalmente visto come un imputato che si veda assolto da un’apparentemente maldisposta giuria e che, dopo una fiammata iniziale, è stato costretto a vedere le quotazioni delle rispettive azioni tornare in territorio negativo o chiudere con progressi alquanto modesti, anche per la doccia fredda giunta da Standard & Poor’s che ha deciso di scegliere proprio la giornata di ieri per portare al livello dei titoli spazzatura il rating della compagnia monoline statunitense FGIC, una vera guastafeste, non c’è che dire!

Ricordo che il video del mio intervento al Convegno della UIL del 19 c.m. è disponibile nella sezione video (alla voce videoinformazione) del sito Free Lance International Press www.flipnews.org