venerdì 20 febbraio 2009

Berlusconi si precipita a mettere il cappello sulla nazionalizzazione delle banche!


Braccato alla stregua di un criminale comune e dopo non essere riuscito a prendere in affitto un aereo per raggiungere la sua seconda patria causa banale rifiuto della sua molto dorata credit card, R. Allen Stanford, titolare della quasi omonima Stanford International Bank, è stato arrestato ieri dalle donne e dagli uomini del Federal Bureau of Investigations che gli davano la caccia da giorni dopo che la “nuova” Securities and Exchange Commission aveva svelato una truffa da 8 miliardi di dollari in relazione all’emissione e relativa sottoscrizione di certificati di deposito che garantivano tassi molto elevati, purtroppo, secondo la stessa Sec, basati su ipotesi del tutto irrealistiche e infondate.

In nuovo colpo alla reputazione del sistema finanziario globale viene pochi mesi dopo l’impatto psicologico e patrimoniale molto violento legato alle gesta di Bernard L. Madoff, l’ex presidente del Nasdaq, nonché quinto operatore nello stesso mercato, una persona molto stimata nel mondo della finanza e degli affari non solo negli Stati Uniti d’America, ma, come si è visto dal molto provvisorio elenco delle sue vittime più famose, anche dai miliardari di molti paesi nati in altri continenti, anche se spesso residenti, come i loro capitali, in comodi e accoglienti paradisi fiscali più o meno inclusi nella black list stilata dall’occhiuto organismo sopranazionale che si occupa del contrasto alle attività di antiriciclaggio del denaro sporco, una definizione che non si applica soltanto ai proventi delle attività malavitose, ma anche a quello che milioni di persone cercano, spesso riuscendo, di sottrarre alle pretese del fisco del paese o dei paesi nei quali svolgono buona parte delle loro attività economiche!

Come viene reso noto dalle agenzie di stampa americane, nel caso di Stanford si sta indagando anche in questa direzione, a causa di sospetti che, attraverso la sua fitta rete di filiali e affiliate sparse in parecchi paesi dell’America Latina, abbia fornito servizi ai tanti resi miliardari dal traffico degli stupefacenti e altre piacevolezze in cui è specializzata la Mafia SpA, al di là delle etichette con le quali è conosciuta all over the world, un’eventualità che getta ombre parecchio inquietanti su quelle discrete attività di gestione del risparmio che vedono una fetta rilevante della ricchezza mondiale, prudenzialmente stimata in 150.000 miliardi di dollari, fare capo alle attività malavitose e alle lucrosissime attività di copertura gestite dalle ‘famiglie’ basate in tutti e cinque i continenti.

Apprendo dalla stampa che una delle entità protagoniste, assieme a Citigroup, del wealth management in un numero di paesi di poco inferiore a quello presente nel lunghissimo elenco dei partecipanti all’assemblea generale delle Nazioni Unite, il colosso creditizio extracomunitario UBS, You and Us, avrebbe patteggiato la somma di 780 milioni, di cui 400 per pendenze dei suoi clienti con il fisco, e si strenne impegnato non solo a non fornire più i suoi servigi a decine di migliaia di cittadini statunitensi presunti infedeli nei confronti del fisco del loro paese, ma anche a fornire l’elenco degli stessi alle competenti autorità, anche se in numero molto ridotto rispetto alle richieste dell’FBI che agisce per conto del giudice della Florida che ha raccolto la testimonianza di un ex dirigente pentito di UBS dalla memoria sterminata e molto bisognoso delle previsioni premiali previste dalla legislazione a stelle e strisce, anche per il comprensibile desiderio dello stesso di evitare di vedere pressoché a vita il sole dal chiuso di una più o meno confortevole cella di un supercarcere federale.

Prima o poi, nel rapporto di odio-amore che caratterizza gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Popolare Cinese, verrà affrontato anche il delicatissimo tema dell’impenetrabile segreto bancario esistente nelle banche della ex colonia britannica di Hong Kong, un territorio oramai da tempo parte integrante della Cina ma ancora dotato di una magistratura nota, come ben ricordano gli inquirenti del pool di Mani Pulite, per rispedire ai colleghi di tutto il mondo le missive contenenti richieste di assistenza o di rogatoria senza nemmeno prendersi la briga di aprire le buste per vedere di che cosa si tratti, un comportamento che ha contribuito a rendere spesso Hong Kong il porto terminale del vorticoso giro che i capitali compiono alquanto vorticosamente in tutto il mondo!

Credo che quanto sopra contribuisca a spiegare, almeno in parte, quanto sta avvenendo in questi giorni nel mercato finanziario statunitense, vera costola del mercato finanziario globale, anche perché è difficile comprendere il fatto che giovedì il Dow Jones abbia rotto con una certa decisione il minimo segnato il 20 novembre del 2008, del tutto incurante dei 1.100 miliardi di dollari circa stanziati nel giro di due giorni dalla nuova amministrazione americana, così come è arduo capire perché molte delle sei principali banche a stelle e strisce sopravvissute, almeno per ora, agli alti marosi della tempesta perfetta abbiano a loro volta visto le quotazioni delle loro azioni portarsi al di sotto dei minimi toccati nel tremendo autunno dell’orribile 2008, un anno da molto considerato bisesto e funesto, ma che dovrà battersela con questo 2009 che si è davvero aperto sotto i peggiori auspici.

Un quotidiano finanziario italiano riporta nella sua edizione del 18 febbraio una preoccupata ricostruzione della situazione dei paesi emergenti, focalizzando la sua attenzione su quei paesi un tempo facenti parte di quello che Ronald Reagan soleva, molto poco diplomaticamente, definire l’impero del Male, cioè il blocco sovietico, un’area disseminata di paesi ora aderenti all’Alleanza Atlantica e, almeno in alcuni casi, anche all’Unione Europea, paesi che non sono stati in grado di garantire le passività delle loro banche, in larga parte dominate da banche straniere più o meno comunitarie, tra le quali un ruolo molto rilevante lo giocano proprio quei due gruppi bancari italiani che rispondono ai nomi di Unicredit Group e Intesa-San Paolo, entrambe alle prese ieri con la rottura di importantissimi soglie psicologiche poste per il primo a un euro e per la seconda a 2 euro, una circostanza che rende molto inquietanti le dichiarazioni fatte ieria Londra da Berlusconi, smentite incluse!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

giovedì 19 febbraio 2009

I patrimoni di "carta" dei maggiori gruppi bancari italiani!

Confesso che non avevo mai pensato a un aspetto dei patrimoni della maggior parte dei gruppi bancari italiani, in particolare di quelli che sono stati protagonisti della terza fase di ristrutturazione del sistema bancario del nostro Paese, sino a che non ho ascoltato in una trasmissione radiofonica che la RAI dedica quotidianamente alle vicende di borsa e ai quesiti dei sempre più preoccupati risparmiatori/investitori alle prese con il meltdown fianziario in corso.

Ebbene, il bravo analista di una SGR, rispondendo ad un quesito su uno dei quattro grandi gruppi bancari italiani, caratterizzato come gli altri da un valore della quotazione azionaria realmente infimo, metteva in guardia l’ascoltatore dal considerare quel valore un’interessante opportunità di acquisto per il semplice motivo che i valori patrimoniali del gruppo in questione sarebbero solo apparentemente dei multipli della capitalizzazione di borsa, in quanto largamente inficiati dal cosiddetto goodwill, il valore di avviamento attribuito alle banche via, via inglobate nel gruppo stesso e che, ovviamente, è stato nella maggior parte dei casi valutato quando ci si strappava di mano gli sportelli anche a 9 milioni di euro cadauno.

Ricordo bene quando, negli oramai lontanissimi anni Ottanta, mi trovavo a spiegare, dalle colonne di un quotidiano, la questione dei cosiddetti profitti di carta, rappresentati da quegli interessi moratori legati ai crediti in sofferenza, quei credit non performing che già allora venivano prontamente messi a perdita nelle banche statunitensi, mentre da noi era pratica diffusa se non totalizzante quella di lasciarli agire almeno sino al livello del margine di contribuzione, se non addirittura sino al conto economico, manovre a volte addirittura costose sul piano fiscale, ma che, insieme all’altrettanto diffusa pratica del window dressing, rendeva particolarmente difficile farsi un’idea corretta dello stato di salute di una banca avendo come unico riferimento il bilancio di esercizio della stessa.

D’altra parte, se al proprietario della banca o della cassa di risparmio, spesso un’entità pubblica, non interessava particolarmente la redditività e il profilo di rischiosità dell’azienda guidata da spesso improbabili personaggi uscite dalle teleguidate terne della Banca d’Italia, poi “lavorate” da un Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio che, al momento fatale delle decisioni, lasciava il Governatore della nostra banca centrale rigorosamente al di fuori della porta a rigirarsi nervosamente tra le mani il foglio delle terne, ben consapevole che non sempre il nome prescelto sarebbe stato il migliore o il più adatto a occuparsi della gestione di quelli che erano allora colossi del credito a livello mondiale, spesso caratterizzati da una rete estera di rilevanti proporzioni, anche se altrettanto spesso non del tutto trasparente!

Non sempre le ciambelle riuscivano con il buco, come accadde, a solo titolo di esempio, quando il professor Gaetano Stammati, stimato studioso e democristiano doc, fu scelto per guidare la Banca Commerciale Italiana, istituto di credito storico a lungo gestito da Raffaele Mattioli e che aveva creato Mediobanca quasi al solo scopo di spedirvi un giovane Enrico Cuccia, reduce da incarichi nelle allora colonie e genero del potentissimo Alberto Beneduce, a sua volta fondatore dell’IRI e delle banche da questo possedute dopo i disastri bancari degli anni Trenta.

Il gruppo dirigente della grande banca italiana fece muro contro quello che, a torto o a ragione, venne da loro considerato come un corpo estraneo rispetto all’indiscussa tradizione laica dell’istituto e lo fece in modo tale da costringere il mite professore destinato a importanti incarichi ministeriali a prendere la per lui certamente dolorosa decisione di rimettere il mandato nelle stesse mani politiche che glielo avevano conferito!

Scusandomi per la digressione storica, devo dire che mi ha fatto una certa impressione sentire dall’analista della SGR i valori relativi al goodwill che fanno parte a pieno titolo del valore di libro dei principali gruppi creditizi italiani, in particolare di quello presente nel patrimonio di Unicredit Group che si ridurrebbe a poco di più della metà ove venisse nettato di questo valore immateriale, che, lo ripeto, viene iscritto nel pieno rispetto delle vigenti previsioni civilistiche relative alla corretta redazione dello stato patrimoniale e del conto economico di una società per azioni quale Unicredit Group certamente è.

Ovviamente, anche con riferimento a Intesa-San Paolo, Monte dei Paschi di Siena, Banco Popolare e UBI Banca questa voce relativa all’avviamento assume un rilevante peso percentuale nella determinazione del patrimonio, così come anche in questo caso, ma credo anche in quello dei “profitti di carta” del passato, il tutto avviene nel pieno rispetto delle norme e dei regolamenti vigenti, né mi risulta abbiano mai attirato l’attenzione della pletora di regolatori e vigilatori per quanto attiene alla loro corretta determinazione.

Purtroppo, se ci trasferiamo dal piano delle previsioni legislative e regolamentari a quello gestionale, il discorso assume contorni molto diversi e suscita inquietudini sia a carattere generale, sia, e certamente soprattutto, preoccupazioni collegate al fatto che ci troviamo nel pieno di una tempesta perfetta che, a più di un anno e mezzo dal suo avvio, sembra avere accresciuto il suo potenziale distruttivo, come è ben evidenziato dall’analisi proposta ieri dal sistema della riserva federale statunitense e dagli stessi andamenti delle principali borse mondiali, per il semplice motivo che, sottoposte a opportuni stress test e altre valutazioni proprie del risk management, gli stratosferici valori attribuiti all’avviamento andrebbero considerati con particolare cautela, un esercizio che renderebbe molto più comprensibili gli infimi livelli cui sono giunte le quotazioni azionarie dei cinque principali gruppi creditizi italiani e allineerebbero tali valori con quelli di un patrimonio nettato in tutto o in parte da questa voce, ma credo che di tutto ciò Draghi abbia parlato negli incontri periodici con i banchieri!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

Riuscirà Obama a prendere il toro della tempesta perfetta per le corna?

A un solo giorno di distanza dalla firma apposta alla legge che prevede tagli alle tasse e interventi di spesa per complessivi 787 miliardi di dollari, il giovane presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, ha reso noto ieri dall’Arizona il suo piano volto a fermare l’ondata di procedure di esproprio delle case dovuto alle crescenti difficoltà cui vanno incontro i mutuatari per far fronte alle relative rates, in molti casi rese insostenibili dalle clausole trappola previste dai cosiddetti subprime e dai micidiali mutui ARM.

La decisione della nuova amministrazione era divenuta di estrema urgenza alla luce del fatto che, in assenza di interventi, oltre otto milioni di famiglie entro i prossimi quattro anni si sarebbero andati ad aggiungere a quante, circa quattro milioni, hanno già subito l’umiliazione della procedure di esproprio e hanno dovuto lasciare le loro abitazioni che, nella maggior parte dei casi, sono state già messe all’asta, spingendo verso il basso i prezzi delle stesse, mentre si è appreso sempre ieri che le vendite di nuove case e i permessi di costruzione sono crollati in gennaio a livelli di crescita su base annualizzata mai visti negli ultimi 50 anni.

Entrando un po’ di più nei dettagli, il piano prevede lo stanziamento di 75 miliardi di dollari volti a favorire la rinegoziazione dei mutui più a rischio di insolvenza , mentre 100 miliardi subito e altri cento successivamente andranno a Fannie Mae e Freddie Mac, i due giganti del mortgage nazionalizzati in fretta e furia dal trio Bush-Paulson-Bernspan nel mese di ottobre del 2008, anche se non è chiaro quanta parte di queste somme servirà a rimborsare i famigerati GSE in scadenza e quanto sarà, invece, il denaro fresco utilizzabile per erogare nuovi mutui.

Come ho ricordato più volte nel Diario della crisi finanziaria, la nuova amministrazione sta mettendo in pratica il piano della presidentessa dell’ente federale che si occupa del problema abitativo e che prevedeva appunto di prendere il toro per le corna, eliminando le previsioni legislative che favorivano l’indisponibilità delle banche e delle finanziarie a rinegoziare i mutui, misure che se fossero state prese quando vennero proposte nel lontano mese di settembre del 2007 avrebbero consentito a oltre due milioni di americani di non perdere la loro casa, una soluzione resa impossibile da quell’Hank Paulson che non ha mai nascosto di stare pervicacemente dalla parte di Wall Street, per lui molto, ma molto più importante delle tante Main Street presenti nella totalità delle città statunitensi!

La scoperta della nuova frode bancaria da parte della Securities and Exchange Commission ha determinato la formazione di lunghe code agli sportelli della filiale di Nassau, Bahamas, della Stanford International Bank, mentre si è saputo che R. Allen Stanford non sarebbe riuscito a prendere il volo per Nassau solo perché il proprietario dell’aereo privato che voleva prendere in affitto avrebbe rifiutato la carta di credito sventolata sotto il suo naso dal miliardario texano che risulta essere cittadino delle isole note come paradiso fiscale, oltre che cittadino statunitense.

Fa riflettere il fatto che, nonostante l’annuncio di ulteriori interventi governativi per poco meno di 1.100 miliardi di dollari, i tre principali indici azionari statunitensi non sono riusciti ieri a recuperare le forti perdite registrate martedì, anche se non va sottovalutato il forte impatto psicologico derivante da episodi, come quelli di Madoff e Stanford, che minano alla base la già scarsa fiducia nutrita nei protagonisti di un mercato finanziario globale oramai trasformatosi un immenso casinò a cielo aperto che non ha nulla da invidiare alle scintillanti case da gioco di Las Vegas, del genere di quelle che hanno portato alla bancarotta il miliardario Donald Trump, un tempo noto per le vicende matrimoniali e per i suoi famosi grattacieli.

Fanno impressione i piani di ristrutturazione e di rilancio presentati dalla General Motors e dalla Chrysler appena in tempo rispetto alla scadenza loro imposto dal Governo, una sensazione che non è dettata tanto dalle cifre richieste dalle due entità tecnicamente fallite, 16,6 e 5 miliardi di dollari, rispettivamente, quanto per le annunciate chiusure di stabilimenti e per il previsto taglio, per la sola General Motors, di poco meno di 50 mila dipendenti, una parte dei quali sono lavoratori americani attualmente occupati nei quindici stabilimenti per i quali è prevista la chiusura o la cessione, un approccio chiaramente ispirato al downsizing che non credo proprio farà felice Obama.

Continuo a ritenere che gli Stati Uniti d’America stiano facendo davvero tutto il possibile per porre delle dighe più o meno solide di fronte ai sempre più alti marosi della tempesta perfetta in corso da oltre un anno e mezzo, anche alla luce del fatto che hanno impegnato poco meno di diecimila miliardi di dollari a tale scopo, seppure sono certamente fondate le critiche mosse all’efficacia della prima parte di questa montagna di soldi che è stata già spesa, in particolare di quelle migliaia di miliardi di cui hanno beneficiato le prime sei grandi banche sopravvissute, senza che da parte delle stesse vi fossero impegni esigibili in merito alla non secondaria questione del mantenimento di un adeguato flusso di finanziamenti alle famiglie e alle imprese.

Mentre restiamo in trepida attesa rispetto alle caratteristiche innovative promesse dai componenti del Dream Team obamiano, quello che è certo e che in Europa regna nel frattempo un vero e proprio stato confusionale che sembra pervicacemente impedire ai leaders politici e ai banchieri centrali di individuare uno straccio di piano comune per impedire il collasso delle grandi banche europee e la chiusura a catena degli stabilimenti industriali, mentre stendo un pietoso velo di silenzio sulla performance delle autorità giapponesi, di quelle russe e cinesi, per non parlare poi dei paesi emergenti europei e di quelli asiatici per i quali non esiste alcuna rete di protezione.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

mercoledì 18 febbraio 2009

Caro Obama, non credo proprio che sia "l'inizio della fine" della tempesta perfetta!


Con la penna nella mano sinistra e il voluminoso testo della legge da 787 miliardi di dollari che attendeva soltanto la sua firma, il giovane presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, ha sentito l’irrefrenabile bisogno, quasi l’urgenza, di pronunciare una frase che, almeno nella sua mente, doveva suonare come una sveglia per le centinaia di milioni di donne de di uomini che sono stretti da oltre un anno e mezzo tra sentimenti quali lo stupore, la paura, la rabbia per il repentino e drammatico infrangersi del sogno americano, quello fatto da elementi quali la casa individuale di abitazione, la libertà di movimento nel grande paese da costa a costa, l’uso disinvolto dell’automobile e quello davvero dissennato del proprio reddito, caratterizzato da una propensione al consumo quasi invariabilmente superiore all’unità.

“E’ l’inizio della fine della crisi”, così ha detto Obama, pur sapendo benissimo che queste parole potrebbero fatalmente rivolgerglisi contro almeno quanto le frasi pronunciate da Hedgar Hoover di fronte alla trasformazione di una pur grave finanziaria in quel lunghissimo e triste periodo delle non lunghissima vita degli States che prese a pieno titolo il nome di Grande Depressione, un’era cupa e maledetta che solo la gigantesca spesa pubblica legata al secondo conflitto mondiale avrebbe poi fatto, si sperava per sempre, finire nel dimenticatoio della storia, una tragedia sociale solo in parte mitigata dal New Deal di Franklin Delano Roosevelt, un predecessore che, assieme ad Abramo Lincoln, rappresenta davvero una stella polare per il giovane avvocato di Chicago che si trova ad affrontare un compito che farebbe tremare i polsi a chiunque e che, come lui stesso ricorda, gli sta togliendo da qualche tempo il sonno!

Mentre ferve un dibattito tra gli economisti, i commentatori e gli analisti sull’efficacia di misure quali la restituzione fiscale pressoché indiscriminata prevista dal piano, un tentativo, peraltro, già fatto dal suo predecessore senza grandi risultati, un intervento a pioggia che porta poco sollievo a chi ha perso la casa, il lavoro, o, come spesso accade entrambi, nella stessa misura prevista per chi non ha nessuno di questi problemi e dedicherà queste risorse aggiuntive a spese spesso superflue, mentre le parti che riguardano l’economia reale sono disperse in mille rivoli pretesi, in modo del tutto bypartisan, dai voraci eletti dal Popolo al Congresso che sono stati attenti, pur non sforando il tetto di 800 miliardi di dollari preteso dai repubblicani, alle esigenze del proprio collegio o della lobby cui fanno riferimento per le loro sempre maggiori spese elettorali.

Come amava ripetere Bill Clinton nel corso del duro scontro elettorale che lo oppose a George H. Bush, quel volpone quasi omonimo di quel suo figlio che è riuscito a stare alla Casa Bianca il doppio di lui, “It’s economy, stupid!”, con la piccola ma significativa variante che oggi è proprio il caso di dire “It’s finance, stupid!”, già, perché il problema, come vado ripetendo invano dal 4 settembre del 2007, nessuna terapia potrà, di per sé, essere efficace, se non parte da una piena consapevolezza delle vere cause della tempesta perfetta, il che costituisce un buon passo in avanti per l’individuazione dei rimedi!

Mentre si allarga il coro di quanti sostengono che la crisi finanziaria che stiamo vivendo non è che il prodotto dei tre concomitanti fenomeni di finanziarizzazione, deregolamentazione selvaggia e globalizzazione, il problema continua a risiedere nel fatto che, invece di affidare a un gruppo di persone dotate della necessaria saggezza, esperienza e buon senso, di riscrivere le regole del gioco, si continua ad affidare questo compito a quegli stessi organismi che hanno consentito che si creassero, nel giro di ventidue anni, le basi della tragedia attuale, un compito peraltro suddiviso tra un numero di organizzazioni sopranazionali, comitati, organismi preposti alla standardizzazione delle regole contabili, per finire con quel Financial Stability Forum che ha poco da offendersi quando viene assimilato dal per la terza volta ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, “ai topi posti a guardi del formaggio”.

Se sono queste le premesse per una Bretton Woods II, allora stiamo davvero freschi! Il che non sarebbe poi del tutto un guaio alla luce del fatto che la Storia ha confermato come gran parte delle motivazioni in base alle quali John Maynard Keynes si oppose violentemente al progetto statunitense che poi, ovviamente prevalse tra i boschi del New Hampshire, erano valide al punto che ventisette anni più tardi venne meno, per decisione unilaterale dell’allora presidente Nixon, quella convertibilità del dollaro in oro al cambio irrealistico di 35 dollari per oncia che del nuovo ordine economico e monetario internazionale ivi stabilito rappresentava il pilastro fondamentale.

Se oggi tutti o quasi concordano sul fatto che il problema fondamentale è quello di ristabilire il necessario clima di fiducia da parte dei risparmiatori/investitori nel sistema finanziario globale, la notizia della scoperta, da parte di una risvegliata Securities and Exchange Commission (anche perché non più presieduta da Effe O Ixs, al secolo Christopher Cox) dell’ennesima frode finanziaria da parte del miliardario texano R. Allen Stanford che, tramite la sua omonima banca, ha piazzato titoli per 8 miliardi di dollari che erano andati letteralmente a ruba a causa dei rendimenti altissimi che promettevano e che, secondo la stessa Sec, erano basati su ipotesi talmente irrealistiche e infondate da sollevare gli acquirenti da qualsiasi responsabilità, configurandosi invece gli estremi della truffa.

E’ alla luce dei dubbi sulle terapie seguite dai governi e dalle banche centrali, nonché da piacevolezze come la scoperta dell’ennesima truffa in danno dei risparmiatori e degli investitori che non vi è davvero da meravigliarsi se anche la giornata di ieri si è trasformata nell’ennesimo bagno di sangue sui mercati di tutto il mondo, iniziata male in Asia, per poi finire molto, ma molto peggio in Europa e negli Stati Uniti d’America, per poi replicare di nuovo stamane, anche se in quello che in gergo si definisce un esito misto, in Asia.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

martedì 17 febbraio 2009

Indossate i giubbotti di salvataggio!


Voglio spezzare una lancia in favore del povero ministro delle finanze giapponese costretto alle dimissioni per essere apparso alquanto ubriaco nel corso di una conferenza stampa svoltasi in conclusione dell’inutili G7 dei ministri economici e dei governatori delle banche centrali, un incontro nel quale, almeno stando alle ricostruzioni ufficiali non si era parlato di cambi, né di quelle politiche più o meno protezionistiche messe in campo un po’ da tutti i governi, ma da tutti negate con vigore, né dell’agenda in vista del G20/G21 previsto per il 2 aprile prossimo in quel di Londra.

Ebbene, cosa avreste fatto voi se vi foste sobbarcati il lungo viaggio aereo da Tokyo a Roma, alla vigilia del tonfo del PIL giapponese a ritmi di poco inferiori al 13 per cento su base annua, soltanto per conoscere da vicino il nuovo ministro del Tesoro a stelle e strisce, Timothy Getihner, o per ascoltare le barzellette di Tremonti o restare incantato dall’algida e un po’ severa bellezza di Christine Lagarde, forse avreste come lui alzato un po’ il gomito, chiedendovi per quale diavolo motivo vi trovavate là invece di trascorrere il fine settimana con la famiglia!

D’altra parte, nessuno ha osato chiedere le dimissioni del molto bellicoso presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, quando a Mosca, non si sa se per uno scherzo orchestrato dagli ospiti russi, diede di sé uno spettacolo non molto diverso da quello offerto dal ministro nipponico, anche se è vero che è un po’ difficile mettere alla porta un capo di Stato eletto a grande maggioranza dai suoi concittadini, compresi molti socialisti che non avevano proprio nessuna voglia di votare per la non proprio simpaticissima Segolene Royal.

Sono almeno venti mesi che racconto con dovizia di particolari la vita dei banchieri, dei finanzieri, dei governanti e dei banchieri centrali di tutto il mondo, tutti ad affannarsi senza avere la possibilità di trascorrere le meritate vacanze, i dorati week end, a subire i connessi litigi matrimoniali, ma, soprattutto, a cercare affannosamente di trovare una qualche via di uscita dalla più grave crisi finanziaria mai registrata nella storia dell’umanità, qualcosa, insomma, che non augurereste al vostro peggior nemico e che rappresenta in fondo l’unica consolazione dei tanti che sono stati messi alla porta dagli azionisti infuriati, oltre, ovviamente, a quei favolosi paracadute d’oro che Obama ha minacciato di eliminare.

Salvati per l’ennesima volta in corner dall’ennesima festività, questa volta dedicata al padre della patria George Washington, i tre principali indici azionari di Wall Street sono rimasti sui livelli di perdita tutto sommata modesti segnati nell’ultimo giorno della scorsa ottava, mentre i listini asiatici e quelli europei non hanno potuto non fare i conti con la debacle dell’economia giapponese e con i forti timori per la tenuta delle banche europee, con particolare riferimento a quella Lloyd Bank che si è dovuta accollare un'altra banca che si sta presentando come una vera e propria sentina di sofferenze legate al meltdown immobiliare britannico che se la batte con quello statunitense in quanto a perdita di valore delle abitazioni legata alla vera e propria ondata di insolvenze dei mutuatari in difficoltà a tenere dietro alle rate di muti altrettanto trappola di quelli a stelle e strisce.

Mentre Gordon Brown non sa che altro fare con le principali banche del suo paese, non avendo peraltro visto grandi risultati dopo aver speso sterline a carrettate, la povera Frau Merkel si sta macerando intorno alla decisione di espropriare, sì proprio espropriare, quel che resta di quella Hypo Real Estate nella quale ha già profuso tra liquidi e garanzie oltre cento miliardi di euro, ma, quasi tutto ciò non bastasse, Don Emilio Botin ha chiesto all’ente di controllo sulla borsa spagnola il premesso di congelare i riscatti a valanga da un suo fondo da 2,7 miliardi di euro, incorrendo così nella seconda scivolata sul paino dell’immagine in pochi mesi, prima a causa del malefico Bernard L. Madoff e ora per colpa di quegli stessi dirigenti che deve avere ben strigliato domenica pomeriggio per la loro dabbenaggine!

Per quanto riguarda la situazione del mercato creditizio francese, si apprende che sono in corso i primi contatti tra il governo belga e BNP Paribas dopo il pronunciamento dell’assemblea straordinaria degli azionisti di Fortis che si sono pronunciati, sia pure a strettissima maggioranza, contro la soluzione di smembramento della banca decisa a ottobre 2008 in sede di intervento dei tre governi del Belgio, dell’Olanda e del Lussemburgo, governi che, almeno a quanto pare, non sembrano avere alcuna intenzione di fare marcia indietro rispetto alle decisioni a suo tempo assunte.

L’addensarsi di nubi sempre più scure su quel fronte orientale formato dai paesi della Nuova Europa e da realtà quali quelle dell’ucraina ed altre ex repubbliche socialiste sovietiche aggiunge preoccupazione a preoccupazione per le tante banche europee di grandi dimensioni che sullo sviluppo dei paesi un tempo appartenenti al Patto di Varsavia avevano scommesso come si suol dire terzi e capitale e che ora vedono con terrore l’ipotesi sempre più concreta di uno sgretolamento del castello di carte eretto in fretta e furia dopo la caduta del muro di Berlino, una situazione che vede coinvolte tutte le principali banche che si erano date una dimensione continentale, per non parlare di quelle ancor più globali che stanno facendo i conti con i guai presenti negli altri continenti.

A poche ore dall’apertura delle contrattazioni a Wall Street, anche oggi i mercati asiatici ed europei sono sotto una vera e propria pioggia torrenziale di vendite, una situazione che sta portando le quotazioni delle azioni di molte entità finanziarie a testare i minimi o a inoltrarsi su terreni del tutto sconosciuti e che mi costringe a ripetere, come è accaduto più volte in passato, l’invito ad allacciare le cinture di sicurezza, o, come sarebbe più corretto, in presenza degli alti marosi della tempesta perfetta, a indossare i giubbotti di salvataggio!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

Il crollo del PIL giapponese fa riflettere sulle prospettive della tempesta perfetta!


Senza neanche il forte alibi di uno shock petrolifero quale quello del 1973, l’economia giapponese ha segnalato nell’ultimo trimestre dell’orribile 2008 una flessione anno su anno che ha sfiorato il 13 per cento, mentre la variazione rispetto al trimestre precedente è stata di oltre il 3 per cento, una notizia che, peraltro, non è giunta sola in quanto il potente ministero dell’industria giapponese è stato costretto a rettificare in peggio il già catastrofico dato relativo alla produzione industriale in dicembre da una flessione di poco più del 9 per cento a una di pochissimo meno del 10 per cento, un crollo in gran parte legato alle difficoltà dei settori maggiormente legati all’export, a causa della forza dello yen che da quasi un anno si è rafforzato nei confronti del dollaro di poco meno del 50 per cento, ma che, seppure in misura meno accentuata, si è molto apprezzato anche nei confronti dell’euro e della sterlina.

In più di una puntata del Diario della crisi finanziaria ho sottolineato come il rischio più forte cui va incontro l’economia statunitense non è tanto quello di ripercorrere la tristissima vicenda della Grande Depressione degli anni Trenta e primi anni Quaranta, quanto piuttosto quella di emulare la lunghissima stagnazione giapponese che ha fatto seguito allo scoppio della gigantesca bolla immobiliare nel 1989, un evento più o meno coevo allo scoppio della bolla a azionaria e al disastro mai sanato delle sofferenze più o meno nascoste delle grandi banche giapponesi.

Troppe sono le somiglianze tra le caratteristiche della finanza statunitense e globale all’avvio delle tempesta perfetta e lo scoppio delle tre bolle giapponesi, così come troppi sono gli errori-fotocopia commessi dalle autorità monetaria del paese del Sol levante e quelli ascrivibili al micidiale trio Bush-Paulson-Bernspan tra l’estate del 2007 e l’autunno del 2008 per non pensare che, ameno di un colpo di coda che non si intravede all’orizzonte, non si entri in quello scenario da case study della trappola della liquidità di keynesiana memoria che la lunga stagnazione giapponese ha rappresentato per gli studenti dei corsi post laurea statunitensi, subissati di ricostruzioni alle quali seguiva immancabilmente, con grande compiacimento del docente di turno e ammirazione degli studenti presenti, la frase fatidica che sottolineava come “da noi tutto questo non potrà assolutamente accadere”.

Va detto, a onor del vero, che gli errori commessi dalla classe politica e imprenditoriale giapponese sono stati, peraltro, di gran lunga inferiori a quel mix di passività e agire scomposto che hanno caratterizzato l’azione del precedente presidente degli Stati Uniti d’America, dell’ex (?) investment bunker strappato alla “sua” Goldman Sachs e di quel mite studioso di crisi finanziarie all’Università di Princeton catapultato alla guida del sistema della riserva federale e che volle a tutti i costi emulare il cattivo Maestro Alan Greenspan, al punto da meritarsi il nomignolo con il quale lo bersaglio da ben venti mesi!

Apprendo dalla lettura dei giornali di oggi che, come dichiarato apertamente dai partecipanti, i ministri delle finanze e i banchieri centrali dei sette paesi maggiormente industrializzati riuniti nel fine settimana in Via Veneto, Roma, Italia, hanno deciso molto signorilmente di discutere di valute solo in linea generale, una scelta che ha evitato il rovesciarsi di tavoli e il lancio di sedie, ma che lascia il mondo senza una risposta sul gradimento o meno dello squagliamento senza precedenti della valuta britannica o di quel rafforzamento epocale dello yen che sta producendo gli effetti di cui sopra, così come non è stato affrontato apertamente il tema della bad bank o, come si inizia a dire, del suo contrario, ovvero di una good bank nella quale fare confluire le passività delle banche più inguaiate, per poi farle affondare con board of directors e top executives legati ai loro posti, né è sembrato conveniente che i convenuti mettessero le carte sul tavolo in relazione alle politiche all’insegna del beggar my neighbours che sembra stiano imperando al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico e da parte dei rivieraschi uniti contro l’Oriente più o meno estremo.

Se tutto ciò corrisponde al vero e non è il risultato di sapienti cortine fumogene, viene da chiedersi di che diavolo mai abbiano discusso per due giorni persone che nelle rispettive patrie hanno certamente un bel da fare, piuttosto che scambiarsi educatamente osservazioni sul tempo alquanto rigido nella Capitale d’Italia, un’eventualità che a me appare talmente inverosimile che ne lascio volentieri la paternità ai cronisti più o meno embedded ufficialmente accreditati dalle competenti autorità per seguire simili eventi.

Credo proprio che le cose non siano andate così, anche perché voglio sperare che, rigorosamente a porte chiuse, si sia cercato di riempire il lunghissimo intervallo di tempo intercorrente tra l’inconcludente meeting del G20/21 dell’ottobre scorso a Washington e quello previsto per il 2 aprile in quel di Londra, luogo quest’ultimo nel quale si deciderà finalmente il da farsi, o almeno si deciderà di fare un agile gruppo di lavoro costituito da persone di buon senso e qualche esperienza che avochi a sé la responsabilità di decidere il da farsi, visto che la miriade di organismi che sinora se ne sono occupati hanno prodotto il vuoto più o meno torricelliano.

Mi dispiace che il povero Paolo Biasi, colui che fè lo gran rifiuto rispetto alla sottoscrizione di strani titoli emessi da Unicredit Group per la bella cifra di 500 milioni di euro, stia iniziando a subire, via stampa compiacente nei confronti dei poteri più o meno forti, le prime ritorsioni, non tanto e non solo nella sua veste di presidente di quell’ente Cariverona che ha arrotondato al 6 e spiccioli per cento la sua quota nella banca di Piazza Cordusio, quanto in quella, invero più privata, di imprenditore alle prese con gli effetti della crisi finanziaria e industriale in corso, veleni e polemiche dalle quali spero proprio per lui che non segua qualche richiesta di rientro del fido o, da parte di qualche creditore impressionabile, un’istanza di fallimento corredata più che da fatture inevase da ritagli presi da La Repubblica, giornale di proprietà di Carlo De Benedetti!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .

lunedì 16 febbraio 2009

Ma qual'è il male oscuro di Unicredit Group?


Pur avendo inibito la possibilità di esprimere commenti sul blog, ricevo spesso e-mail contenenti richieste di chiarimenti o suggerimenti da parte di lettori che ottengono il mio recapito dai vari siti che pubblicano le puntate del Diario della crisi finanziaria, in particolare dal sito dei giornalisti free lance che, insieme a quello della UILCA e a Rosso di Sera, le pubblicano sin dall’avvio di questa avventura editoriale che ha preso il suo avvio il 4 settembre del 2007, meno di un mese dopo lo scoppio della tempesta perfetta.

Nei limiti delle mie possibilità, ho cercato di rispondere a tutti, evitando soltanto le richieste relative a consigli sul modo migliore per investire il loro denaro, anche perché non posso, né tanto meno voglio esprimere su prodotti finanziari che non siano quelli tradizionali e sempre nei limiti di garanzia previsti dai rispettivi ordinamenti, ma devo confessare che nessuno dei miei lettori abbia sentito il bisogno di chiedersi e chiedermi per quale motivo l’azione di uno dei due principali gruppi bancari, Unicredit Group, abbia perso l’83 per cento del suo valore massimo toccato più o meno in concomitanza con la fulminea acquisizione su base amichevole di Capitalia, a sua volta un gruppo bancario di dimensioni notevoli e che aveva aggregato un certo numero di banche italiane.

A prescindere dalle mie opinioni personali su queste fusioni a freddo sostanzialmente decise a seguito di contatti telefonici tra i vertici, una fattispecie che, almeno in Italia, aveva visto pochi mesi prima il precedente dell’acquisizione del San Paolo-Imi (un gruppo che aveva aggregato, attorno al San Paolo di Torino, non solo l’Imi, ma anche il Banco di Napoli, Cardine e numerose altre banche di varia dimensione) e pochi mesi dop la nascita di Unicredit Group, quella altra fusione che aveva dato luogo a UBI Banca, tutte operazioni avvenute in quella che anni orsono ebbi a definire la terza fase del processo di ristrutturazione del sistema bancario italiano, una fase nata in gran parte come reazione all’espugnazione di due banche italiane da parte di due gruppi bancari basati nell’Unione europea e per mettere alla porta altrettanti importanti azionisti stranieri presenti nell’uno o nell’altro gruppo che andava a fondersi, se non in tutti e due.

In questo contesto di operazioni aventi nullo o poco senso industriale, o il cui senso industriale lo si andava poi affannosamente cercando ex post, quella scaturita dall’intesa tra Alessandro Profumo e Cesare Geronzi, presentava in aggiunta un’ulteriore anomalia, quella di avere come obiettivo aggiuntivo più o meno confessato quello di spingere alle dimissioni, come poi accadde pressocché in tempo reale, le dimissioni del giovane amministratore delegato di Capitalia, Matteo Arpe che Geronzi non era riuscito a defenestrare per via ordinaria, a causa delle resistenze di alcuni importanti e molto influenti soci, ma che Cesare evidentemente non sopportava al punto che accettò, se non propose, l’offerta del gruppo milanese, ottenendo in cambio di non avere ruolo alcuno nel nuovo gruppo ma di sedere sulla massima poltrona di Mediobanca, importante partecipata di ambedue i gruppi che andavano a integrarsi, prima come presidente del Consiglio di Sorveglianza, poi eliminato il sistema duale appena applicato, come presidente del Consiglio di Amministrazione, una posizione di estremo prestigio, ma che, per l’opposizione di Mario Draghi, non si è trasformata nel trampolino di lancio verso il vertice massimo delle Assicurazioni Generali, a loro volta controllate dalla stessa Mediobanca.

Sperando che ai miei lettori non sia venuto il mal di testa di fronte a tanto funambolismo riuscito e mancato, vorrei interrogarmi insieme a loro sui motivi di tanta incomprensione da parte del mercato delle mirabili e progressive sorti del primo gruppo bancario ad avere compiuto un’importante acquisizione niente di meno che in Germania, il più importante e popoloso paese membro dell’Unione europea, ma anche l’unico ad avere, sia prima che dopo questa acquisizione, un ruolo di primo piano nella cosiddetta Nuova Europa, quella composta in gran parte dai paesi un tempo appartenenti al Patto di Varsavia, cioè satelliti di quella che sino all’inizio degli anni Novanta era l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Certo, se Alessandro Profumo si fosse interrogato sui motivi per i quali l’industria e la finanza del nostro paese non sono mai riuscite a compiere scorrerie di successo al di fuori dei confini nazionali, si pensi alle clamorose sconfitte subite da persone del calibro Carlo De Benedetti e di Marco Tronchetti Provera, per non parlare di imprenditori di minore calibro ma di grandissima determinazione, forse qualche dubbio sulla validità nel medio-lungo periodo dell’acquisizione dell’importante banca tedesca e delle sue colonie gli sarebbe pure venuto, ma l’ex enfante prodige della finanza italiana non è uomo da amletici dubbi, né tantomeno uno che si fa frenare nelle sue ambizioni dall’ostacolo di una lingua ostica come quella tedesca, che, infatti, ha diligentemente studiato e, pare, anche con profitto, mentre quelli che ha fatto più fatica a trovare sono stati proprio i profitti derivanti dall’operazione!

L’ex pupillo di Lucio Rondelli mi ha incantato quando, annunciando, nell’ottobre del 2008, la mega ricapitalizzazione che tanto sta impegnando le un tempo fedeli fondazioni bancarie azioniste di Unicredit, ha affermato che forse lui e i suoi principali collaboratori non si erano resi conto della portata delle tempesta perfetta che allora compiva i suoi primi quindici mesi di vita, ma, portandomi avanti con il lavoro, prevedo che, fra qualche tempo, se sarà ancora amministratore delegato del grande gruppo creditizio (carica nella quale è stato appena confermato da tutti e ventitré i consiglieri di amministrazione), ci informerà che sempre lui e sempre i suoi collaboratori non si erano resi conto del fatto che gran parte di quei paesi nei quali Unicredit è presente sia prima che, in misura maggiore dopo, l’operazione tedesca, sarebbero diventati le principali vittime della tempesta perfetta allora ancora in corso, circostanza che farebbe dire a un uomo prudente come Giulio Andreotti che peccare è umano, perseverare è diabolico!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ .