domenica 16 marzo 2008

La macabra danza sul cadavere di Aldo Moro

Se avessi avuto qualche residuo dubbio sull’importanza di quanto è accaduto nella notte tra giovedì e venerdì dalla scorsa settimana nell’affollatissimo quartier generale newyorkese di Bear Stearns, questo sarebbe stato fugato, come è in effetti accaduto, dalla totale assenza di ogni riferimento al travaglio della storica banca americana sulla prima pagina del quotidiano più letto in Italia, quella Repubblica (La) fondata nel 1976 da Eugenio Scalfari e di proprietà, tramite il gruppo editoriale L’Espresso, dell’Ingegner Carlo De Benedetti e il cui consiglio di amministrazione è stato presieduto, sino a poco tempo fa, dal Principe Carlo Caracciolo, che credo sia imparentato con l’unica famiglia reale italiana riconosciuta come tale dai più, la dinastia degli Agnelli.

Ai miei pochi ma spero non distratti lettori, ricordo che il prestigioso e dichiaratamente non politicamente imparziale quotidiano, gode di una altrettanto prestigiosa sezione esteri e di una nutrita e ben informata redazione economica, di fatto, quest’ultima, guidata da quel Giuseppe Turani che, assieme a Scalfari, ha redatto un libro come Razza Padrona, un’opera che diede una svolta all’approccio velinario della maggior parte dell’informazione economica del nostro Paese, favorendo l’emancipazione di quei pochi giornalisti che ambivano a liberarsi dal rapporto realmente soffocante con quei capi ufficio stampa aziendali che erano in realtà i veri capo redattori dei quotidiani economici e delle sezioni specializzate in questa materia dei giornali italiani di ogni ordine e grado.

Che La Repubblica sia un quotidiano diverso da tutti gli altri non credo sia di difficile comprensione per alcuno, ai distratti consiglio una visita ad una fornita emeroteca per dare uno sguardo ai 32 anni di pubblicazioni, ma, per i più pigri, basterebbe ricordare che il quotidiano ha svolto un ruolo non marginale in vicende quali il compromesso storico, facendo apertamente da pontiere tra la magmatica ed inquieta sinistra democristiana dei Moro e dei De Mita ed il Partito Comunista Italiano di Longo e Berlinguer, un avvenimento politico giudicato esiziale da quegli equilibri dell’Italia Atlantica, al punto da rendere assolutamente necessario per gli atlantici nostrani favorire, proteggere e imprimere un certo e fatale indirizzo a quella vicenda iniziata proprio in data odierna ma trenta anni orsono, il rapimento e la successiva uccisione di Aldo Moro, una vicenda che aprì le porte a quella vera e propria schifezza che fu il CAF, l’asse tra Craxi, Andreotti e Forlani, un pactum sceleris del quale ancora, ad unificazione tedesca avvenuta ed in un mondo temporaneamente unipolare, paghiamo le conseguenze sia sul versante economico che su quello politico.

Il ruolo del prestigioso quotidiano nella fase che si aprì con la tragica scomparsa dello statista democristiano, unanimemente riconosciuto come l’unico erede di Alcide De Gasperi, è stato certamente fondamentale in passaggi come l’ENI-Petromin, la scoperta delle liste della Loggia P2, Tangentopoli, lo scontro epico e quindicennale tra Romano Prodi e l’affiliato piduista confesso Silvio Berlusconi, in realtà lo scontro molto più antico e niente affatto concluso tra quest’ultimo ed il suo rivale e nemico Carlo De Benedetti, una tenzone che va molto al di là dei rispettivi e corposissimi interessi e che ha condizionato in larga misura la transizione dal capitalismo di Stato, vero tutore dell’asfittico e miope capitalismo familiare italiano, all’attuale assetto della nostra economia, figlia di privatizzazioni largamente eccedenti le previsioni comunitarie e nelle quali la creme de la creme dei nostri grand commis si è espressa al meglio di una filosofia lampedusiana che trova il vero acting manager nell’attivissimo e potentissimo allora Direttore Generale del Tesoro, il professor Mario Draghi, poi potente esponente di Goldman Sachs ed attualmente e da soli due anni Governatore della Banca d’Italia.
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Non voglio assolutamente con questo fare torto agli altri Ciampi’s Boys, ma sarebbe veramente ingiusto non sottolineare il ruolo svolto dal sessantaduenne Draghi, un ruolo ancor più strategico di quello svolto dai vari Carlo Azeglio Ciampi, Giuliano Amato, Romano Prodi e compagnia cantante, ove si pensi soltanto alla sorte delle banche IRI, intrecciato, via bare fiscali, con quello della siderurgia di Stato, l’anomale sistemazione delle cosiddette utilities, operanti negli strategici settori della telefonia, dell’elettricità, dell’energia e delle infrastrutture autostradali, anomalia che ancora oggi paghiamo con un costo del credito e dei servizi offerti dalle menzionate utilities che si pone largamente al di sopra degli standards europei, per non parlare poi dell’efficienza e dell’efficacia regnanti nei veri e propri mostri partoriti da qualcosa che si pone come poco meno di un incubo per un liberista autentico.

L’intreccio tra il quotidiano di Scalfari e De Benedetti e queste vicende andrebbe meglio analizzato e da chi ha protezioni e strumenti largamente maggiori di quanti io ne possieda, ma vorrei segnalare l’intreccio con il cosiddetto caso Gardini-Enimont, un caso che ho avuto modo di commentare dalle colonne del quotidiano Il Manifesto e che tanto è costato in termini reputazionali all’ottimo “Peppino” Turani, con la fallimentare gestione romitiana della FIAT, con le sfide all’ultimo sangue avvenute intorno alle banche ex pubbliche e la loro sistemazione manu militari, con l’evoluzione molto “forzata” del movimento sindacale, via abolizione della scala mobile e redistribuzione selvaggia del reddito prima e dopo l’avvento dell’euro, ma non ho intenzione di provare la pazienza dei miei pochi lettori, né aggiungere rischi alla mia già inesistente sicurezza personale.

Segnalo soltanto che lo scontro ancora in corso tra gli atlantici e le forze radunate intorno all’Ingegnere ha fatto vittime illustre tra quei colleghi che, per onestà intellettuale e/o per eccesso di zelo, hanno interpretato con generosità il “mandato” ricevuto dal proprio editore bifronte e mi limito a citare nuovamente il caso di Fabio Tamburini, autore della prima biografia non autorizzata, né tantomeno gradita dall’interessato, di Enrico Cuccia, quell'Un Siciliano a Milano che pochi italiani hanno avuto la possibilità di leggere, o la scomparsa dall’attività di Pino Bongiorno, gli ostracismi subiti dall’ottimo Marco Travaglio, per non parlare di quanti, partiti con ottime intenzioni, sono stati poi fulminati sulla via di Damasco dall’uno o l’altro dei due potentati in lizza.

Se qualcuno pensasse che questa sia ormai soltanto storia passata, mi limito a segnalare l’assordante silenzio che ha accompagnato l’ancora oscura vicenda, contornata di arresti, di anomali sequestri di persona e di un vorticante flusso di capitali che nel non lontano mese di dicembre dell’anno di grazia 2007 ha coinvolto una banca monosportello romagnola ed i capaci forzieri di una banca basata nell’ospitale repubblica di San Marino, uno dei pochi casi nei quali a lunghi ed accurati lanci dell’Agenzia Ansa non sono corrisposte paginate di giornali e chilometrici servizi radiotelevisivi, forse non a caso tra le puntate più lette di questo blog; credo che questo sia avvenuto anche perché la tecnica adottata ricorda troppo altre operazioni del passato e l’estensione del fenomeno ipotizzata dagli inquirenti sia considerata dagli editori di ogni specie e natura troppo pericolosa per essere riportata su quotidiani, settimanali ed altri media che hanno certamente di meglio da fare che di occuparsi di vicende come queste.

sabato 15 marzo 2008

The sooner you leave, the better, Mr. Bernspan!

Se la particolareggiata ricostruzione apparsa venerdì in tarda serata sull’edizione online di Business Week fosse veritiera, non vi è dubbio che la notte tra giovedì e venerdì al quartier generale di Bear Stearns a New York sia stata di quelle memorabili e rappresenterà uno di quegli avvenimenti che passeranno certamente dalla cronaca alla storia di questa tempesta perfetta.

Secondo Mattew Goldstein, infatti, dopo una telefonata alquanto concitata tra il nuovo CEO di Bear, Alan Schwartz, ed i vertici della Federal Reserve nel pomeriggio di giovedì, un nugolo di funzionari della Fed di New York sono stati spediti di corsa nel prestigioso edificio che ospita gli uffici della banca fondata nel lontano 1923 ed hanno trascorso l’intera notte a verificare i libri per fornire ai loro superiori la certezza che, oltre alla paurosa crisi di liquidità, la banca non fosse già tecnicamente fallita.

Non è chiaro se un altrettanto nutrito di esperti di J.P. Morgan-Chase abbia raggiunto le due squadre già al lavoro nel corso della stessa notte o al mattino del giorno dopo, ma sta di fatto che la chiamata di soccorso è giunta ai piani alti dell’unica tra le Big Five statunitensi ad essere uscita sostanzialmente indenne dalla crisi finanziaria in corso e che i vertici di questa hanno deciso di aderire alla richiesta di lanciare a Bear una sostanziosa ciambella di salvataggio, dietro opportuna garanzia ottenuta dalla Fed che avrebbe espletato fino in fondo il suo ruolo di prestatore di ultima istanza.

In perfetta analogia con il caso Socgen, l’annuncio ufficiale del financial bailout in corso è giunta ad oltre cinque giorni dai primi e circostanziati rumors sulle difficoltà incontrate da Bear Stearns nell’ottenere la necessaria liquidità sui mercati interbancari, con l’aggravante di una rassicurante intervista televisiva rilasciata da Schwartz in persona alla rete via cavo CNBC nella giornata di mercoledì 12 e la riesumazione del mitico Alan “Ace” Greenberg, in passato storico numero uno di Bear, che da una località non meglio precisata, ma posta a distanza di sicurezza dall’epicentro degli avvenimenti, ha rilasciato un comunicato nel quale, sostanzialmente, affermava che tutto andava per il meglio.

Non credo sia superfluo ricordare che, agli albori della tempesta perfetta, erano state proprio le difficoltà di due hedge funds di Bear Stearns ad agitare le acque dei mercati interbancari e che il precedente Chairman e CEO della stessa Bear, James Cayne, fu costretto a fare in fretta e furia le valigie, peraltro traboccanti di dollari ed argenteria, per aver preferito, in quelle torride ed esiziali settimane, trascorrere il suo tempo lontano dall’ansiogeno quartier generale della sua banca, in quanto impegnato in interminabili partite di pocker e in quelle estenuanti tenzoni di golf, nel corso delle quali, passeggiando sul green si discute con le persone giuste del proprio futuro professionale (spero proprio che per il candido Cayne non ve ne sia proprio nessuno).

Cosa sia accaduto dopo il comunicato ufficiale alquanto indecente rilasciato ieri è ormai storia, con l’azione sprofondata nel giro di pochi minuti di poco meno del 54 per cento, lasciando in mano ai panicati azionisti l’equivalente di un pugno di mosche, ma questo è il mercato, bellezza!

D’altra parte, era facile che questo si dicesse ieri, all’ombra del Wall, nei conciliaboli di quanti quelle azioni non possedevano, mentre impazzava la corsa alla chiusura delle linee di credito da parte delle poche banche che non sapevano già e l’altrettanto affannosa corsa allo scontatissimo ritiro dei depositi garantito dalla maxi iniezione di liquidità effettuata dal prossimo acquirente della banca disastrata, la già citata J.P. Morgan, quella banca, prima del merger con Chase Manhattan, fondata dal mitico John Pierpoint Morgan, lo spregiudicato ma abilissimo banchiere che aveva tolto Wall Street dalle peste nella tempesta perfetta del 1907 e quando la Fed, per fortuna aggiungo io, ancora non esisteva, e lo fece staccando suoi assegni personali garantiti dal carico d’oro ospitato dalla capienti stive del transatlantico Lusitania in procinto di attraccare nel porto di New York.

Vorrei solo fare notare che, se la ricostruzione dettagliata del bravo Goldstein non è alquanto manipolata, che l’ineffabile Bernspan e i suoi complici avrebbero agito, e su richiesta, solo quattro giorni dopo la tempesta di rumors tutt’altro che peregrini ed infondati circolanti negli ambienti giusti e provenienti dalle persone giuste, mostrando nei fatti che il nostro candido professore di Princeton non solo si colloca ampiamente behind the curve, ma interpreta il ruolo di vigilatore dei mercati quasi fosse un pompiere che in luogo di accorrere al primo segnale di fumo attende placidamente in caserma che qualche fortunato sopravvissuto all’incendio decida di chiamarlo, accorrendo solo dopo aver ben ponderato ed essersi opportunamente consultato sul da farsi.

Caro professore, io non sono nessuno e non ho alcun titolo per dirglielo, ma credo proprio che, nel suo caso ed in quello dei suoi altrettanto inutili e inutilmente pagati colleghi, l’unica frase adatta ed espressa nel suo fin troppo diffuso idioma sia quella che dice: “the sooner you leave, the better”!

Aspetto con tutti gli altri che lei abbassi improvvisamente di un punto o più l’ormai negativo in termini reali tasso sui Fed Funds, così come sono quasi certo che, anche stavolta, lo farà in videoconferenza, sarebbe meglio se lo facesse senza utilizzare il video ma solo la cornetta del telefono, permettendomi di darle anche un consiglio: stacchi il telefono muto che mette in comunicazione unidirezionale con lei quell’inquilino della Casa Bianca che tanto le somiglia nei ragionamenti e nei comportamenti.

Vorrei proprio dire che quella di Bear Stearns rappresenta l’alfa e l’omega della tempesta perfetta, ma, purtroppo, mi vedo costretto a dire che non siamo che agli inizi di un effetto domino che rischia seriamente di non trovare capienti prestatori di ultima istanza, anche alla luce della fitta ragnatela di rapporti di debito e credito che lega tra loro le banche di tutto il mondo e che, non solo attraverso il volano delle compagnie monoline, tocca anche le compagnie di assicurazione, per non parlare poi di quegli attori dell’economia reale che non sanno veramente più a che santo votarsi per ottenere credito, pur essendo spesso disposti a non discutere sul prezzo dello stesso.

Per dovere di ufficio, rendo noto che Martin Feldstein, ottimo economista e potentissimo presidente del National Bureau of Economic Research, ci informa che la recessione abita già tra di noi e che potrebbe essere la più dura dalla fine del secondo conflitto mondiale; ben arrivato tra noi bistrattati epigoni della mitica Cassandra, Dear Martin!

venerdì 14 marzo 2008

Olio, petrolio e profumo di crisi


Lascio volentieri ad altri la conta infinita dei record altrettanto infiniti che stanno ripetendosi, ed ancora si ripeteranno, in questa tempesta perfetta i cui marosi si fanno talmente alti da rendere oltremodo arduo scorgere la costa, né la vedetta issata sul più alto pennone riesce ad intravedere un gabbiano qualsivoglia che ne indichi, seppur a distanza, l’esistenza.

Chiedendovi scusa per la metafora un po’ marinaresca, credo proprio che i test importanti in cui si è esercitata la valuta statunitense contro euro e yen, pur nella loro importanza psicologica (in particolare, quello della soglia dei 100 yen), non siano che i prodromi di quanto deve ancora accadere e, mentre confermo la previsione fatta il 31 dicembre dello scorso anno sul cross euro/dollaro a 1,70 dollari entro la fine del 2008, penso proprio che l’altrettanto strategico dollaro/yen possa portarsi anche al di sotto della previsione di 90-95 yen fatta sempre a quella data.

Di relitti barbarici come l’oro e gli altri metalli preziosi ho deciso da tempo di non occuparmi, se non per segnalare segni inequivocabili di ipercomprato, anche se so per esperienza che la follia umana e la paura irrazionale non hanno limiti, per cui non mi stupirei che venissero macinati altri record su record prima dell’inevitabile bagno di sangue, quello stesso bagno di sangue che è più che prevedibile per gli incauti che aprono posizioni a partire dal folle prezzo del petrolio, incuranti, non fosse altro che questo, dell’inevitabile impatto della recessione americana in atto e dei suoi riflessi, già ben visibili, sugli esportatori abituali asiatici ed europei e, quindi, sul quel non trascurabile particolare che è la domanda aggregata di questa alquanto preistorica materia prima.

A proposito di petrolio e delle guerre che da sempre ne rappresentano gli effetti collaterali, trovo rilevante, per quanto ampiamente scontata, la notizia proveniente dagli stati Uniti d’America, dove la più importante agenzia di spionaggio federale ammette definitivamente che non vi era alcuna seria prova dei legami tra Saddam Hussein e la rete terroristica guidata da Osama bin Laden, né alcun elemento concreto di quelle armi di distruzione di massa di cui l’ex Segretario di Stato e generalissimo, Colin Powell, si dichiarò, in una fatale seduta del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non certo ma certissimo, anche se non riuscì a convincere l’altissimo consesso a dargli quel via libera che avrebbe reso non necessaria l’azione unilaterale della coalition of willingness.

Venendo alle tragedie odierne, ma senza dimenticare che numerosi analisti avevano predetto, oggi diremmo per difetto, che quella sciagurata ed esiziale decisione statunitense avrebbe provocato inevitabilmente effetti duraturi su un prezzo del petrolio allora a livelli più che sostenibili, è da segnalare che la stampa quotidiana, i siti internet a sfondo economico ed i media in generale, danno per certa la fine più che annunciata del fondo Carlyle Capital, con i suoi alquanto inevitabili impatti sul controllante fondo washingtoniano di private equity Carlyle, un fondo considerato universalmente, insieme al quotato Blackstone, la locusta delle locuste e antesignano di quei mega acquisti a debito che non intaccavano quasi mai le quote dei sottoscrittori del fondo e che, molto più degli sventurati sottoscrittori di mutui subprime, sono all’origine delle sciagure attuali, anche se sarebbe ingiusto dimenticare le altre schifezze prodotte dalle ineffabili fabbriche prodotto delle Corporate & Investment banking dislocate all over the world.


Ignoro se i 16 miliardi di assetts nelle disponibilità della branca dell’importante fondo di private equity, peraltro bellamente quotata alla borsa valori di Amsterdam, ovviamente a valori infinitesimali rispetto ai massimi toccati nelle ultime 52 settimane, basteranno a soddisfare i credito di Carlyle Capital o se sarà necessario attingere alle disponibilità della controllante, ma quello che è certo che gli effetti di questa vicenda finiranno in breve volgere di tempo per essere molto pesanti per le altre locuste ancora intente a divorare i resti delle loro prede dislocate in quasi tutti i paesi dei cinque continenti, con il serio rischio che, finiti gli avanzi, inizino a divorarsi cannibalescamente tra di loro, anche perché non credo che tra i ricchissimi possessori di quote dei private esista qualche vegetariano.

Non stupisce, peraltro, la notizia della mega class action intenta da azionisti alquanto arrabbiati ai danni di Socgen, ritenuta, a torto o a ragione, colpevole di quantomeno non aver messo in atto tutte le misure di sicurezza volte ad evitare che un solitario o meno trader potesse mettere in ginocchio la banca ed i suoi incolpevoli azionisti, suscitando le ire del Governo francese e dell’Eliseo, con un Sarkozy che, apparentemente incuranti dei consigli della nuova consorte, continua a reclamare, senza peraltro ottenerla, la testa dell’odiatissimo Daniel Bouton.

Se fosse vero che ad ogni giorno basta la sua pena, dovremmo fermarci qui, ma non posso evitare di unire il mio commento alla pletora di paginate dei tanti delusi dall’ex enfant prodige della finanza italiana, quel Alessandro Profumo che, vinte le resistenze degli anziani “proprietari” delle fondazioni bancarie che continuano, prese nel loro complesso, ad essere le principali azioniste di Unicredit Group, sembrava realmente destinato in un breve volgere di tempo a realizzare il primo gruppo creditizio europeo, per porsi successivamente in lizza con global competitor.

La revisione al ribasso delle precedenti stellari previsioni per l’esercizio 2008 non vedrà il gruppo di Piazza Cordusio, in splendida solitudine, in quanto vi sarà quasi certamente il salvifico mal comune mezzo gaudio, mentre segnalo il coraggio del embedded Alessandro Graziani che si esibisce oggi sul suo quotidiano in un’intervista che è quasi eufemistico definire sdraiata.

Il problema, tuttavia, sta nel fatto che, per accelerare i tempi di realizzazione del suo più che giusto sogno, l’ex golden boy della finanza è venuto a patti con gli apprendisti stregono della sua Corporate & Investment Banking che lo hanno convinto ad autorizzarli a gestire volumi di attività articolati su prodotti che richiedono una strumentazione, delle procedure e, soprattutto, l’esistenza di uno o più Chief Operatine Officer degni di questo nome e, soprattutto, possibilmente allevati in quella CIB delle CIB che prende il blasonato ed autorevole nome di Goldman Sachs.

Spero per Profumo che questo non sia solo il primo di numerosi altri profit warning da effettuare nel corso di questo certamente difficile 2008, anche perché mi auguro che siano state correttamente contabilizzate le perdite della CIB relative al 2007.

giovedì 13 marzo 2008

L'inesorabile legge di causa ed effetto (2)

Titolando la puntata dell’altro ieri “L’inesorabile legge di causa ed effetto”, non potevo certo immaginare quello che sarebbe accaduto ieri quando, alle 11 e 45 del mattino, almeno sul fuso orario della parte orientale degli Stati Uniti d’America, pressoché tutte le televisioni trasmettevano le immagini del Governatore dello Stato di New York, Eliot Spitzer, che annunciava le sue dimissioni dalla sua carica e le sue scuse ad elettori e famiglia per l’imbarazzante storia in cui era stata coinvolto e che così strideva con la fama di uomo retto ed implacabile che si era conquistato a suon di inchieste contro la prostituzione, la malavita e, soprattutto, contro la “malafinanza”, inchieste che gli procurarono l’appellativo di sceriffo e gli aprirono, giovanissimo, la strada di una brillante carriera politica che, secondo i più, era soltanto agli inizi.

Ebbene, una nota della agenzia Reuters battuta alle 2 e 43 pomeridiane EDT ci ha informati che, mentre passavano sugli schermi quelle immagini della resa di Spitzer, i traders operanti in tutto il territorio degli States hanno fermato le contrattazioni per guardare in diretta le dimissioni di uno degli uomini più odiati nell’ambiente, una scena che, secondo la dichiarazione veramente disarmante di un operatore raccolta dal giornalista, è stata “più importante di Bernanke, più importante del petrolio e forse è ancora più importante del Super Bowl”.

Chi si interessa solo da poco delle vicende del mercato finanziario globale e, più in particolare, di quelle che si svolgono in quella che rimane ancora la sua vera patria e, cioè, gli Stati Uniti d’America, non può rendersi conto dell’enormità di quello che è accaduto ieri, in quanto un blocco spontaneo delle contrattazioni, basato solo su un tacito accordo tra gli abitanti delle trading rooms, si verifica rarissimamente, forse solo in occasione dell’assassinio di un presidente USA, ma non ne sono sicuro, anche perché si tratta di un mercato che spesso trae alimento proprio dalle notizie e più sono gravi meglio è, ma lo sfizio di vedere l’ammanettatore più veloce dell’Est finire per la seconda volta in tre giorni alla gogna televisiva per una storia così devastante era qualcosa alla quale neanche il più smaliziato degli operatori avrebbe potuto rinunciare, anche gli fosse costata il posto (cosa improbabile, visti i festini ai piani alti di Wall Street dopo la prima gogna, poi per la sfrontata mossa di Bernspan ed ieri di nuovo per Spitzer).

Credo proprio che l’attuale numero uno della Fed farebbe bene a pensare di seguire l’esempio di Spitzer, anche perché quella che solo ieri definivo una mossa azzardata, in larga parte scontata, si è rivelata anche quasi del tutto inutile, ma anche, e questo certamente, largamente controproducente, almeno a giudicare da quello che è successo sul mercato interbancario, su quello dei cambi e su quelle vere e proprie montagne russe che sono diventati i mercati azionari di tutto il mondo, e, in misura ancora più accentuata, il comparto finanziario degli stessi.

Vedete, il problema non è quello di avere un presidente della Fed che si pone apertamente behind the curve, anche perché questo lo ha fatto apertamente per 19 anni il suo predecessore Alan Greenspan e chi, come Paul Volker, non la pensava così fu costretto ad allontanarsi con perdite, il problema vero è dato dal fatto che, anche nel seguire e non guidare i mercati, c’è modo e modo, e quello seguito da Bernspan non solo non è all’altezza di quello seguito dal suo Maestro, ma è tale da aver reso per contrasto un gigante della credibilità e delle reputazione il francamente più che modesto e germanizzato presidente della BCE, Jean Claude Trichet, un uomo la cui effige viene quotidianamente bersagliate dalle freccette scagliate da un infuriato Sarkozy, adiuvato in questo da Carla Bruni e dai collaboratori.
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Bernspan sta imparando a sue spese che dare alle banche statunitensi ed a quelle globali altrove basate esattamente quello che le banche chiedono, anzi pretendono, e cioè l’apertura di nuove discariche per fette sempre più consistenti di quella vera e propria montagna di titoli della finanza strutturata, non è proprio una mossa saggia ed in grado di riportare la fiducia ed una relativa tranquillità sul mercato finanziario globale, così come dovrebbe accorgersi che l’aiutino fornitogli da quegli infidi neotemplari della BCE o dai banchieri centrali dell’extracomunitaria Svizzera non è del tutto disinteressato, né tanto meno adeguato alla bisogna della sua crociata contro i mulini a vento, peraltro pericolosissimi quando tira il vento che agita i marosi di una tempesta perfetta che, ogni giorno che passa, si dimostra più insidiosa di quella del 1907.

Ormai sbronzi per tre giorni di festa pressoché ininterrotta, i numeri uno della finanza alloggiati ai piani alti dei grattacieli che oscurano il cielo nella zona del Wall, stanno iniziando, tra un singhiozzo ed un altro, a tirare le somme di questi oltre sette mesi di difficoltà, via, via crescenti, un bilancio molto amaro ove lo sguardo si rivolga al passato ed oltremodo inquietante ove lo stesso cerchi di scrutare le nubi che si addensano sul sempre più incerto futuro.

Se non mi credete, vi ricordo che proprio ieri la donna dei numeri di MBIA, il colosso delle monoline ormai in guerra aperta con le sempre più esigenti, ciniche e veramente ingrate agenzie di rating, si è vista costretta a dimettersi per disintossicarsi da un impegno che non si augurerebbe al proprio peggior nemico e mi auguro sinceramente che stia meditando di dedicarsi all'attività, pro bono si intende, in una delle tante associazioni di volontari che sono impegnate nell’assistere i milioni di cittadini americani alle prese con quisquiglie e pinzillacchere quali la perdita della propria abitazione o del lavoro, se non, come sempre più di frequente sta accadendo, di tutti e due contemporaneamente.

Da giorni, cerco di astenermi da una contabilità troppo precisa dei mercati azionari e dei sempre più inquieti, ma per problemi di segno opposto, mercati dei titoli di Stato, anche perché viene il mal di mare, ad esempio, a seguire le brusche oscillazioni nei due sensi di un titolo come quello della disastrata monoline denominata Ambac, la prima ad essere degradata da Fitch, un’azione che, nei giorni tranquilli varia del 10 per cento e di oltre il doppio in quelli più agitati, ma mi vedo costretto a segnalare che, oltre alla nuova chiusura in rosso di Wall Street, faceva notizia ieri il pesante downgrade di un’altra monoline, CIFG, che l’improvvisamente divenuta inesorabile S&P's ha portato in un colpo solo dalla stellare tripla A ad una molto modesta A+.

Mentre l’euro, grazie anche alle azzardate e quasi disperate mosse di Bernspan e dei suoi perfidi consiglieri europei ed extracomunitari, inizia a fare l’occhietto all’ennesima soglia psicologica di 1,56 dollari e la valuta statunitense resta aggrappata con le mani sempre più intirizzite al salvagente dei 101 yen, chiaro preludio dell’assalto alla soglia, questa sì veramente psicologica, dei 100 yen, continua inesorabile la salita dei tassi interbancari nell’area dell’euro ed in quella della sterlina ed ormai si è ad un passo dai massimi toccati nel dicembre dell’anno scorso.

Comunico ai miei quattro lettori che il 19 di questo mese parteciperò ad una tavola rotonda che si terrà alle 9 e 30 alla Residenza di Ripetta, sita nell’omonima via di Roma, nell’ambito di una Conferenza sulla crisi finanziaria ed i suoi effetti sociali organizzata dal Dipartimento Politiche economiche della UIL, introdotta dal Segretario Confederale Antonio Foccillo e conclusa dall'intervento del Segretario Generale, Luigi Angeletti, tavola rotonda alla quale parteciperanno, tra gli altri, gli economisti Luigi Spaventa, Paolo Leon ed Elsa Fornero, e che sarei felice, compatibilmente con i vostri impegni, di vedervi e conoscervi in questa occasione.

mercoledì 12 marzo 2008

Bernspan estrae l'ultimo coniglio dal cappello

Con una mossa azzardata, ma in larga parte scontata, Ben Bernanke ha dato alle banche statunitensi ed a quelli globali altrove basate esattamente quello che le banche chiedevano a gran voce, allargando con decisione la vera e propria discarica di titoli della finanza strutturata che convertirà, con operazioni di durata pressoché mensile (28 giorni), per un ammontare che, almeno per ora, è limitato a 200 miliardi di dollari.

La mossa tanto attesa di Bernspan era diventata obbligatoria dopo l’apparente nulla di fatto del meeting di Basilea e la montante tensione sui mercati interbancari, con i tassi sulle cruciali scadenze ad uno ed a tre mesi ormai largamente al di sopra dei livelli toccati il 9 agosto dell’anno scorso, chiarendo, con i fatti, che in quella riunione era stata trovata una intesa tra Federal Reserve, Banca Centrale Europea e la Swiss National Bank, un’intesa che prevede che le ultime due entità si facciano carico di un trasferimento di fondi per complessivi 36 miliardi di dollari in favore della Fed, mentre è fuori gioco la Bank of Japan a causa dell’inusuale scontro politico in corso sul candidato governativo alla carica di Governatore, bocciato ieri dalla camera alta nipponica.

Verrebbe voglia di tralasciare qualsiasi commento sull’altrettanto prevedibile dei mercati azionari statunitensi, e su quella altrettanto spumeggiante reazione del comparto finanziario, pari, forse, solo a quella che ha fatto seguito ai guai giudiziari e, soprattutto, reputazionali dell’odiato ex sceriffo di New York, Eliot Spitzer, euforia condivisa sui mercati europei e che si è presto trasferita su quelli asiatici, consentendo al Nikkey 225 di ignorare il colpo di mano dell’opposizione al Senato che mette in discussione, a pochi giorni dalla scadenza del vecchio numero uno della BoJ la possibilità di una nomina bipartisan di cui si sentiva l’assoluto bisogno.

La mossa di Bernspan e dei suoi complici assisi al vertice delle banche centrali di oltreoceano non coglie assolutamente di sorpresa i miei pochi lettori, informati da tempo del ruolo affatto neutrale dei banchieri centrali in questa tempesta perfetta, in quanto, sin da agosto 2007, i nostri hanno fatto la scelta di non punire il moral hazard, scegliendo, invece, di cercare di togliere le castagne dal fuoco agli alquanto disperati banchieri globali, accettando in garanzia di prestiti complessivamente di dimensioni mostruose fette sempre più consistenti di carta straccia rappresentata da quei titoli della finanza strutturata che nessuno oramai mostra più di gradire, con l’aggravante che questo scambio di denaro, ed ora di appetibili titoli del Tesoro statunitense, è avvenuto a prezzi del tutto irrealistici ed utilizzando tutta la strumentistica, inclusa l’obsoleta operazione di sconto presso la Fed eseguita in modo riservato, così da evitare di esporre al pubblico ludibrio le blasonate banche che ricorrevano a questo aiutino, spesso al ritmo di mezzo miliardo di dollari al giorno cadauna.

Tra i commenti caustici degli analisti e dei giornalisti statunitensi non embedded, mi ha sinceramente colpito l’immagine di un Bernspan, implicitamente paragonato ad un prestigiatore dalle qualità non proprio eccelse, che, di fronte ad un pubblico annoiato per la performance non tropo brillante, fruga nella sua capace borsa per tirare fuori il trucco che riuscirà certamente a strappare l’applauso del pubblico pagante di cui ha finalmente catturato l’attenzione; peccato, tuttavia, che si tratta di uno degli ultimi colpi della pistola del cow boy Bernspan e che i cattivi posti al di fuori del saloon siano in numero soverchiante e muniti di fucili a ripetizione ben carichi di munizioni.
Quando saranno smaltiti i fumi della sbornia e saranno finiti i festini iniziati con il triste show televisivo dello sventurato Spitzer e proseguiti ieri per la mossa azzardata di Bernspan e complici, credo proprio che qualcuno, come è doveroso in questo mestiere, faccia due conti e spieghi che l’assorbimento di titoli spazzatura (senza offesa per gli junk bonds) promesso e quello già effettuato secondo stime attendibili da agosto in poi non copre nemmeno il 5 per cento della montagna di titoli della finanza più o meno strutturata in circolazione e che sforzi ulteriori e più significativi siano del tutto fuori della portata di alcuno.

Da lunghi mesi, non mi stanco, peraltro, di ripetere che, se non sono chiare le cause della tempesta perfetta, le misure adottate dai disperati banchieri centrali e dagli altrettanto alla frutta governanti dei paesi maggiormente industrializzati rischiano di avere il cosiddetto effetto boomerang che, migliaia di miliardi di dollari di sforzi dopo, è perfettamente visibile sul mercato finanziario globale, con un numero sempre maggiore di entità di ogni natura e dimensione ormai sempre più chiaramente a rischio di default.

Molto sommessamente, mi permetto, infatti, di chiedere quale sia lo stato di salute odierno delle maggiori banche globali, dei fondi di private equity, delle compagnie di assicurazioni e in particolare del ramo monoline statunitense, i sempre più disperati carry traders ed i sempre più esangui hedge funds, per non parlare della clientela corporate ormai in crisi di astinenza per l’assenza delle consuete dosi di Commercial papers e di Corporate Bonds? E’ più vicina o più lontana l’ora del crack rispetto a quanto lo fosse nei torridi mesi dell’estate dell’anno scorso? E’ maggiore o minore la reputazione e la credibilità delle donne e degli uomini che da allora lavorano senza soste nelle sale operative e nei board delle banche centrali?

Capisco perfettamente che si tratta di domande oltremodo sgradite dagli operatori e dagli investitori di tutto il mondo, una massa sterminata di persone che è pronta a credere a qualsiasi mossa, a qualsiasi trucco del prestigiatore di turno, ma ritengo con altrettanta fermezza che, quando si vede il crinale del burrone, corra l’obbligo di avvertire la mandria alquanto impazzita che corre il rischio imminente e concreto di precipitarvi, così come credo che non vi siano ragioni di opportunità o di sicurezza personale che costringano a tingere di rosa quello che rosa con ogni evidenza non è.

Esistono due modi di interpretare il ruolo di previsore nell’ambito dei mercati finanziari, più o meno globali, quello prevalente coincide più o meno con la figura dell’analista, poco importa se tecnico o fondamentale, spesso un ottimo conoscitore dei dati ed estrapolatore di verosimili tendenze di breve periodo basate sui dati stessi, l’altro, brillantemente definito dagli anglosassoni con il temine indiano di guru, prevede un approccio meno continuista e deve prendere in esame la possibilità dell’uscita dal mazzo delle cosiddette wild cards, uscita che è normalmente premessa di salti spesso difficilmente prevedibili ed assolutamente non estrapolabili da alcuna serie statistica e da nessun modello econometrico gestibile, un mestiere arduo e spesso ingrato, anche perché, come è a tutti largamente noto, il futuro resta prevalentemente in mente dei Non c’è forse bisogno di dire che, nella mia vita professionale, fuori e dentro le sale operative, fuori e dentro le redazioni economiche e nel mio attuale incarico, ho sempre scelti il secondo, anche perché francamente inadatto a quello, pur rispettabile, dell’analista sia fondamentale che tecnico.

martedì 11 marzo 2008

L'inesorabile legge di causa ed effetto

Non è certo necessario essere buddisti o appartenenti ad una delle tante tradizioni religiose che credono fermamente nell’inesorabile legge di causa ed effetto, a sua volta spiegazione ultima della reincarnazione, per comprendere che alla sventura personale in cui è fatalmente incorso l’ex sceriffo di New York, Eliot Spitzer, difficilmente sono estranee le gesta del nostro che tanti guai hanno provocato ai facoltosi abitanti del mondo della finanza, più o meno strutturata, molti dei quali hanno vissuto l’onta del carcere, mentre altri se la sono cavata pagando multe spesso milionarie o multimilionarie in sonanti, almeno allora, dollari statunitensi.

I più maliziosi tra i cronisti economici non embedded, peraltro, giurano sul loro onore che ieri, nei grattacieli che ospitano le lussuose sedi delle banche USA e le rappresentanze di quelle globali basate altrove, sono stati improvvisati festini per celebrare l’avvenimento e che i tanti televisori, normalmente sintonizzati sui canali economici, trasmettevano, in diretta o in registrata, la conferenza stampa dello sventurato Governatore dello Stato di New York, che, a fianco della avvenente consorte, si produceva in un mea culpa per quanto accaduto nella stanza 471 dell’hotel Mayflower, quando lui, definito il cliente n° 9 del Emperors Club Vip, avrebbe consumato sesso a pagamento con una hostess del citato club.

L’euforia dei traders e dealers e dei loro capi non è poi del tutto ingiustificata, ove si ricordi l’operazione compita in orario di lavoro e da un nugolo di agenti dell’FBI in pieno assetto antiterrorismo che fecero, sotto gli occhi compiacenti delle telecamere in spalla ad operatori emebedded alle truppe in azione, una retata in grande stile tra operatori e capetti tutti impegnati nel mercato del forex exchange e ritenuti colpevoli di operazioni irregolari finalizzati alla frode.

Un brivido deve essere ieri corso per la schiena del giovane epigono di Spitzer, Andrew Cuomo, appartenente alla nota casata di politici italoamericani di New York, tra i quali il più noto è certamente l’ex Governatore dello Stato della Grande Mela, Mario Cuomo, un giovane procuratore distrettuale dalle molte ambizioni e che è attualmente impegnato in impegnative inchieste contro il diffuso malaffare albergante all’ombra del Wall, ma certamente non ancora all’altezza del suo famoso e considerato incorruttibile, almeno sotto il profilo economico, predecessore.

Titolando ieri la puntata con l’inquietante “S’ode un cupo tintinnare di manette (2)”, sequel di una precedente puntata sempre riferita ai presunti delitti commessi, quella volta tra Italia e la Repubblica di San Marino, dai white collars, ero, per ovvie ragioni di fuso orario, del tutto all’oscuro di questa vera e propria nemesi storica, e mi auguro francamente che le disavventure erotiche del precedente sceriffo non intralcino in alcun modo le gesta del suo successore, così come quella di una nutrita schiera di investigatori che stanno doverosamente facendo le pulci a quel verminaio che è spesso ospitato in lussuosissimi uffici dove, tra opere d’arte vere o fasulle, donne ed uomini strapagati ed ancor meglio vestiti non dormono la notte per inventare nuove diavolerie per, come amava dire il mai troppo compianto John Maynard Keynes, gabbare gli stolti e, aggiungo io, gli sprovveduti singoli investitori o gli smaliziati, ma evidentemente non troppo, investitori istituzionali.

Mentre i potenti gestori del blasonato private equity Carlyle, stanno letteralmente cercando di metterci una pezza ai seri problemi di liquidità del controllato Carlyle Capital, alle prese con il mancato rimborso di 400 milioni di dollari, una somma che un tempo sarebbe stata un’inezia per un fondo che si permette di utilizzare l’immagine dell’ex presidente e padre dell’attuale presidente degli Stati Uniti d’America, entrambi denominati George Bush, ma distinti dall’iniziale del secondo nome, ed a cui bastava schioccare le dita per ottenere tutto il credito reputato necessario, mentre oggi corre il serio rischio di vedere messi in liquidazione assetts per 16 miliardi di dollari, rendendo reale e contemporaneo il finale di un fortunato film come è stato, nel titolo della versione italiana, “Una poltrona per due”.

Confesso di avere perso il conto del numero di sedute in rosso, più o meno intenso, vissute dai tre principali indici statunitensi dall’inizio di questo 2008, ma fosse vero che anno bisesto anno funesto?, ma, citando a memoria, credo che le stesse abbiano ampiamente sovrastato quelle conclusesi in, spesso esile, territorio positivo; così, sarei tentato di liquidare l’ennesima performance negativa di ieri sera, se non fosse per le vere e proprie debacle dei titoli finanziari, con particolare riferimento a quelli delle due principali compagnie monoline che, tra una stoccata e l’altra con le sventurate agenzie di rating che “pretendono” di fare il loro lavoro, hanno tonfato ieri per valori percentuali oscillanti tra il 10 per cento di MBI e oltre il 20 per cento di una Ambac che è ormai sulle montagne russe, essendo reduce da un rialzo che si poneva oltre il 20 per cento nella seduta di venerdì.

Preoccupati per la tenuta del proprio cuore, molti tra gli operatori non guardano più l’indice che misura la volatilità sui mercati azionari statunitensi, ma ricordo che qualche seduta fa si era decisamente portato su livelli non dissimili da quelli registrati nelle sedute che hanno preceduto lo scoppio della iperbolla dell’altrettanto ipertecnologico Nasdaq, che, non voglio infierire, scese in tempi relativamente brevi dall’empireo dei 5.200 punti a poco più di 1.500 punti e che ci ha messo lunghi anni prima di riportarsi in vista di quei 3 mila punti che ormai sono soltanto un vago ricordo, visto che si testa con sempre maggiore convinzione, e verso il basso, l’importante soglia psicologica dei 2 mila punti.

Mentre si sono perse le tracce dei numerosi Governatori che ieri erano previsti transitare nella poco ridente località svizzera denominata Basilea, la scena mediatica è stata occupata da un desolato Jean Claude Trichet che sembrava lamentarsi di come sta andando l’universo mondo, con quei livelli indesiderati dei cambi dell’euro e quei record continui del petrolio, dell’oro e degli altri metalli preziosi (sarà preoccupato per il conto che gli presenterà il gioielliere), mentre di questioni marginali come reddito, investimenti ed occupazione sembra proprio che al germanizzato presidente della Banca Centrale Europea non impipi proprio poco più di nulla, anche perché, in quella cappella neotemplare che ospita in quel di Francoforte il board della BCE, i tre termini appena citati sono considerati poco meno di una bestemmia che suscita immediate reazioni stizzite degli astanti, pari solo a quello che accade quando viene citato il nome del decisionista ed odiatissimo presidente francese, Nicolas Sarkozy.

lunedì 10 marzo 2008

S'ode un cupo tintinnare di manette (2)


Nell’ambito di una inchiesta più complessiva e che ha ad oggetto eventuali reati o irregolarità commesse dalle quattordici maggiori entità statunitensi o da banche straniere operanti in quel paese nel vastissimo settore del mortgage, il Federal Bureau of Investigations avrebbe compiuto un deciso passo in avanti nei confronti di Countrywide la potentissima e chiacchieratissima regina dei mutui immobiliari USA, fondata negli anni Sessanta da Angelo P. Mozilo, Chairman e CEO sino a poche settimane fa, quando la banca statunitense ha accettato il merger offertele, quasi in articolo mortis, da una Bank of America evidentemente preoccupata dalle inimmaginabili conseguenze di un eventuale default di Countrywide su un mercato nel quale è essa stessa largamente esposta, ma non sino al punto da offrire più di 4 miliardi di dollari carta contro carta e da tenersi un individuo così screditato quale è lo stesso Mozilo.

La notizia del New York Times non fa che fornire maggiori contorni all’indiscrezione già apparsa sul Wall Street Journal, l’indiscusso primo quotidiano finanziario degli Stati Uniti d’America se non dell’intero pianeta e che, da quando è iniziata la tempesta perfetta, non sbaglia un colpo, grazie ad una rete di informatori ufficiali, ed ancor più ufficiosi, in buona parte stabilmente assisi ai piani alti dei grattacieli nei quali sono ospitati i quartieri generali delle più grandi banche e compagnie di assicurazione, nonché da una quantità difficilmente calcolabile di gole profonde annidiate in quasi tutti i gangli del potere politico, burocratico e giudiziario di quella che ancora rimane la più grande nazione del mondo.

Secondo il New York Times, l’ipotesi accusativa mossa contro Countywide è, almeno al momentio, quella di aver comunicato ai mercati informazioni ingannevoli sulla propria situazione finanziaria e sul proprio portafoglio di prestiti, mentre gli inquirenti che ormai lavorano a stretto contatto con la Procura di New York sono ancora alla ricerca di prove circostanziate di una eventuale frode contabile e di uno o più sospetti casi di insider trading commessi da uno o più esponenti del vertice della banca.

Quello che è certo è che lo stesso Chairman e CEO di Countrywide è oramai da tempo indagato dalla Securities and Exchange Commission per aver manipolato ad arte il proprio piano di pensionamento, al fine di conseguire ingiusti guadagni dalla montagna di stock options auto attribuitesi nel corso degli ultimi anni e che gli hanno consentito di portare a casa complessivamente oltre 400 milioni di dollari nel corso della sua lunghissima carriera al vertice della banca, senza considerare i sudatissimi compensi ordinari che mai lo potranno ripagare delle amarezze attuali, dalle quali cerca, senza peraltro riuscirvi, di consolarsi stabilendo piani di investimento della “sua” montagna di soldi, ovviamente tra una partita di golf e l’altra.

Mentre attendiamo con ansia che l’FBI concluda al più presto e bene le complesse indagini su Countrywide e le altre 13 consorelle, tra le quali compaiono le maggiori banche statunitensi e globali altrove basate, non minore interesse destano le trenta indagini opportunamente avviate dalla normalmente severissima, ma solo ex post, SEC, nonché le conclusioni di una sempre più esasperata Commissione del Congresso USA che sta torchiando senza troppi complimenti una lunga serie di Chairman e CEO, cariche e relativi compensi spesso coincidenti nella stessa fortunata persona, banchieri ed assicuratori non troppo abituati ad essere incalzati da domande indiscrete e petulanti, anche se poste da legittimati rappresentanti del popolo.
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Non credo proprio che, alle prese con i micidiali effetti economici e sociali prodotti dagli alti marosi della tempesta perfetta, gli Stati Uniti smentiranno la loro meritata fama di esser una delle nazioni più litigiose sul piano giudiziario dell'intero pianteta, fama peraltro confermata dal fatto che, nonostante il calo sempre più consistente degli occupati in quasi tutti i settori, le assunzioni di avvocati e para legal da parte degli studi legali USA continuano ad andare allegramente alla grande, in particolare da parte di quei fortunatissimi e prestigiosi studi che si litigano le affollatissime class actions, a volte più temute dai potenti dell’industria e della finanza delle stesse vicende penali per le quali altrettanti stuoli di avvocati e di assistenti si stanno preparando da tempo.

Come ho avuto più volte modo di ripetere, il sempre più vivace clima pre elettorale (in autunno si vota per le presidenziali e per buona parte degli eletti dal popolo nelle due camere, nonché per i Governatori degli Stati, per la guida delle Contee, dei municipi e via discorrendo) non è proprio quello più favorevole per gli strapagati white collars, in particolare per quelli attivi all’ombra del Wall, mai così odiati per le loro vere o presunte malefatte dalla stragrande maggioranza della popolazione statunitense, né mai così bersagliati dai media di ogni tipo e specie che non lasciano trascorrere un giorno senza raccontare lo storia di tizio che ha perso la casa e di caio che ha perso il lavoro, senza parlare di quegli sventurati che li hanno persi entrambi.

Avviso a quegli strapagati e spero preparati governatori delle principali banche centrali dei paesi maggiormente industrializzati che si riuniranno oggi nella poco ridente città svizzera denominata Basilea sotto l’implicito slogan: e adesso che altro possiamo fare, visto che il tanto che abbiamo già fatto sembra non averci portato proprio da nessuna parte ed, anzi, il dollaro è in caduta libera (ed euro e yen, ovviamente, in indesiderato e fortissimo recupero), oro e petrolio macinano record su record, il credit crunch è sempre più avvertibile ed avvertito anche da coloro che non chiedono finanziamenti, le banche riprendono a guardarsi in cagnesco e a non fidarsi l’una dell’altra, ma soprattutto di sé stesse, i private equity sono in sempre maggiori difficoltà, gli hadge funds non stanno meglio, ci si aspetta di assistere ad una catena di suicidi tra i sempre più disperati carry traders, mentre nessuno, tranne gli stracolmi sportelli dedicati allestiti in fretta e furia dalle stesse banche centrali, sembra volere quei titoli della finanza strutturata che sono alla base di tutto il marasma nel quale siamo immersi.

Non vi preoccupate più di tanto per indovinare il testo del comunicato finale che chiuderà i lavori dei nostri, in quanto se volete ve lo posso scrivere quasi parola per parola, anche perché sarà intriso di sana preoccupazione per l’andamento indesiderato delle valute (ma dove altro dovrebbero andare?), per la folle febbre dell’oro giallo o nero che sia, per la fiducia nella stabilità del sistema finanziario e dei suoi partecipanti; d’altra parte, spiegatemi voi che altro dovrebbero dire?