mercoledì 30 novembre 2016

Una lezione dal passato: "Lehman Brothers is the next?"


A volte, per comprendere meglio le vicende del presente è utile tornare al passato, anche se, travolti dagli alti marosi della terza ondata della Tempesta Perfetta, vi è qualche difficoltà a ricordarsi di quanto accadde quando si era sotto gli altissimi marosi del primo e alquanto ferale sommovimento della prima ondata. Il post che ripropongo è del 6 giugno del 2008, tre mesi prima di quella caldissima notte del settembre dello stesso anno nel quale Bush Jr, Bernspan e Hank Paulson decisero che Lehman Brothers, a dispetto della sua liquidity pool da oltre 200 miliardi di dollari (più o meno quella che vanta oggi il colosso creditizio tedesco dai piedi di argilla Deutsche Bank) fu fatta ignominiosamente fallire, sull'onda della fine della credenza del Too Big to Fail. La sottopongo all'attenzione dei lettori e delle lettrici del Diario della crisi finanziaria perché credo che si tratti di una lezione amara, forse della più amara di quella che verrà ricordata come la più grave crisi di liquidità di sempre!

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Si chiariscono meglio i contorni del nuovo caso britannico, rappresentato dalle difficoltà di un’altra banca prevalentemente specializzata nel mortgage, la Branford&Bingley, che oltre all’annuncio di perdite lorde per 8 miliardi di sterline è stata anche costretta a rendere noto che è tenuta ad onorare l’impegno ad acquistare mutui per oltre 2 miliardi di sterline, il che non produrrà certo benefici effetti sui conti dei trimestri a venire, così come su quelli dell’intero esercizio 2008, sempre ammesso che B&B sia in grado di sopravvivere nella sua attuale configurazione sino alla fine di questo orribile anno bisesto.

Come notavo nella puntata di ieri, l’aggravante è rappresentata dal fatto che è molto difficile per B&B rivolgersi al mercato per raggranellare capitale fresco, né mettersi alla ricerca di un cavaliere bianco, in quanto ciò è già avvenuto a prezzi di assoluto saldo nei mesi scorsi con l’intervento del fondo di investimento statunitense, Texas Pacific Group, che aveva investito la ben misera somma di 179 milioni di sterline per acquisire poco meno di un quarto del capitale della malcapitata entità britannica.

Ma quello che sta veramente scuotendo il mercato finanziario è la notizia delle cattive intenzione di Fitch, l’agenzia di rating che si è già distinta per la severità dei suoi giudizi su Ambac ed il suo braccio armato Ambac Financial, giudizi emessi nel mese di gennaio, e che ora sarebbe intenzionata a rivedere il rating di Lehman Brothers e di altre importanti banche globali poste al di qua ed al di là dell’Atlantico.

Evidentemente la più piccola delle agenzie di rating ha deciso di fornire ai decision makers politici e finanziari del G7 la prova del suo pur tardivo ravvedimento, cosa che forse le varrà un trattamento diverso rispetto a quello che Bernanke, Paulson, Draghi & Company riserveranno alle impenitenti Moody’s e Standard & Poor’s che si ostinano a tenere in osservazione le maggiori entità del mercato finanziario globale sino al giorno dopo del loro, speriamo sinceramente evitabile, fallimento.

Sarà un caso, ma si assiste sui principali mercati europei ad un significativo fly to qualità che privilegia, ad esempio in Gran Bretagna, la alquanto ripulita Hong Kong Shangai Banking Corporation ai danni delle molto malmesse Barclays e Royal Bank of Scotland, le due banche che ancora si pentono di essersi contese in uno scontro senza precedenti l’olandese ABN AMRO, tristemente fatta a pezzi dal trio vincente composto da RBS, Fortis e quel Santander che è riuscito a rifilare l’appena acquisita Antonveneta al Monte dei Paschi di Siena, al netto peraltro di Interbanca e di pezzi minori, ad un prezzo realmente remunerativo per un acquisizione durata soltanto lo spazio di un mattino.

Non altrettanto si può dire per la Francia, paese nel quale le tre maggiori banche sembrano accomunate da una discesa delle quotazioni che sembra non operare particolari distinzioni tra entità che pur presentano caratteristiche e problematiche certamente molto diverse, ma che sembrano accomunate da uno scarso appeal nei confronti dei potenziali azionisti, né molto diverso si presenta lo scenario italiano, che vede i primi due gruppi bancari non molto distanti dai minimi storici toccati nel corso di questa tempesta perfetta, mentre il terzo polo in formazione con epicentro in quel di Siena stenta anche a recuperare quel livello dei due euro per azione che sino a pochi mesi orsono sarebbe stato visto come un’onta disonorevole dalla omonima fondazione che ha deciso, o è stata costretta, ad investire nel gruppo bancario poco meno del 90 per cento del suo patrimonio da 5,4 miliardi di euro e che ora cerca disperatamente di trovare dei partner bancario e/o assicurativi di respiro quanto meno europeo che la aiutino a tirarsi fuori dagli impicci nei quali l’ha cacciata Mussari, uno che non è neanche nato a Siena e che, almeno agli occhi degli alquanto inferociti contradaioli, ha cacciato la Fondazione e la Banca in un vicolo cieco che li conduce, pari pari, nelle fauci del molto mal disposto tre volte ministro dell’Economia, quel Giulio Tremonti che già aveva imposto, per legge, il limite del 30 per cento alle Fondazioni di origine bancaria.

Ma, venendo alle odierne vicende americane, è giusto osservare che non ha destato buona impressione tra gli operatori la notizia che, non più tardi di ieri, l’addetto alle consegne di titoli della finanza strutturata di Lehman Brothers si è presentato alla capace discarica aperta dalla Fed di New York alla guida di un vero e proprio convoglio di camion, in luogo del solito camioncino da uno-due miliardi di dollari, al giorno, si intende, facendo crescere le preoccupazioni degli operatori che proprio non riescono a dimenticare che il livello di leverage della storica Investment Bank, così come quello di Morgan Stanley e Merrill Lynch, non si discosta poi molto da quello del defunto orso di Stearns, volenterosamente acquisito a prezzi di vero saldo da quella J.P. Morgan-Chase che si colloca solo poco al di sotto di quel rapporto di circa 30 volte esistente nelle altre quattro appartenenti al gruppo delle Big Five oggi, purtroppo, ridotte soltanto a quattro.

Veramente a poco servirà a Lehman ostinarsi ad acquistare a piene mani i propri titoli come sta facendo veramente senza soste da ieri, così come a poco serviranno le smentite che ricordano tanto i giuramenti del numero uno della sfortunata Bear Stearns nei tre giorni precedenti al collasso, evitato per un soffio dopo la drammatica nottata che ho più volte descritto in diverse puntate del Diario della crisi finanziaria, vicende che sembrano non aver insegnato molto a Bernanke, Paulson ed al capo della Securities and Exchange Commission, l’ormai mitico Effe O Ixs, noto ai suoi contemporanei come Fox, uno che se la batte con l’altrettanto mitico King, Governatore della Bank of England.

Il massiccio buy back in corso in queste ore da parte di Lehman non appare molto diverso dall’altrettanto ostinato modus operandi delle maggiori banche centrali sul mercato dei cambi e su quello della liquidità interbancaria, movimenti alquanto inconsulti che si traducono, nella maggior parte dei casi, in un effetto boomerang che produce più danni di quanto sarebbe accaduto lasciando libero il mercato di sfogare la sua delusione per l’assoluta inutilità degli 8 miliardi di dollari di aumenti di capitale effettuati in questi mesi, così come a poco serviranno i 4 miliardi di dollari di cui parlavano ieri fonti vicine alla banca di investimento o l’eventuale soccorso di qualche fondo sovrano, che non avrà certo modalità meno esose di quelle strappate ad altre banche dagli abili manager di questo particolare tipo di fondi.

Può sembrare paradossale, ma in soccorso di Lehman è veunto un upgrade di un’altra indiziata di possibile default, Merrill Lynch, che cerca di sovrastare l’impatto del pressoché contemporaneo downgrade emesso da Fitch, un giudizio che un normale mercato finanziario dovrebbe valutare con un giusto grado di sospetto, anche se, da umile cronista della tempesta perfetta, devo dire che ho avuto più volte modo di rendermi conto che la maggior parte degli operatori crede solo a quello che vuole credere.

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Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/

martedì 29 novembre 2016

Il Financial Times lancia l'allarme su otto banche italiane!


Il Financial Times lancia, nell'edizione in edicola, un forte allarme, dicendo che,  dopo un'eventuale vittoria del no al referendum del 4 dicembre di quest'anno di disgrazia 2016 e le conseguenti dimissioni di Matteo Renzi da Presidente del Consiglio ma non dalla carica di numero uno del Partito Democratico, otto banche italiane di varia dimensione, dal molto malmesso Monte dei Paschi di Siena, passando per Banca Carige, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca , per non parlare delle quattro banche tecnicamente fallite e trasformate in good banks, tre delle quali (Banca Etruria, Banca Marche e Carichieti nel mirino, con la aperta benedizione della Vigilanza della Banca Centrale Europea di una alquanto riottosa UBI Banca, mentre di Cariferrara si sono perse le tracce), insomma un pezzo del sistema bancario con untotele dell'attivo superiore ai 200 miliardi di euro, un'ipotesi per scongiurare la quale il quotidiano principe della City propone agli elettori italiani di esprimersi con un si motivato non solo e non tanto da un'adesione alla riforma costituzionale, quanto per meri motivi di portafoglio.

Tutto questo sarà una novità per i lettori della stampa generalista o per i fruitori di informazione economica dai network televisivi, ma non certo per i lettori del Diario della crisi finanziaria nel quale i travagli delle banche menzionate nell'articolo citato del FT sono stati seguiti day by day con dovizia di particolari sia in sede di resoconti di quanto stava e sta accadendo, ma anche come sforzo previsivo sia riferito alla banche statunitensi nella prima ondata della Tempesta Perfetta (vedi per tutte la previsione con largo anticipo nel post intitolato "Lehman is the next?"dell'estate del 2008) sia a quelle tedesche e italiane, ma anche l'attenzione alle banche globali francesi e britanniche (si veda la serie di post dedicati a Northern Rock e alla belga Fortis acquisita da BNP Paribas), sempre partendo dal presupposto del carattere sistemico del default di una sola di queste banche che ancora credono nel too big to fail.

Tuttavia, credo che vi sia  qualche omissione non del tutto casuale nell'elenco delle banche italiane a riscio, a iniziare dall'assenza del colosso creditizio italiano Unicredit, una banca che è ancora indietro come total assets e come capacità di influenza sul mondo politico rispetto a Intesa-San Paolo, anche se è più grande di questa all'estero dove ha, tra l'altro, una delle più grandi banche tedesche, HVB che è tuttavia molto distante dalle prime due, Deutsche e Commerz, ed ha anche più di un acciacco, ma sarei curioso di sapere quanta massa debitoria ha esposta al bail in, visto che si è scoperto che Monte Paschi ha un bacino da cui attingere di 68,4 miliardi di euro di cui oltre 50 miliardi riferibili alla quota di depositi eccedenti la fatidica soglia dei 100 mila euro.

Ebbene, il possibile passaggio di Monte dei paschi nella procedura di risoluzione determinerebbe un effetto domino dal quale si salverebbero in pochi, ma se toccasse a Unicredit, e ancor più se toccasse a tutte e due insieme con contorno di qualcun'altra delle banche nominate dal FT, allora il Fondo Interbancario di Garanzia dei Depositi non sarebbe in grado di far fronte alla garanzia per i depositi entro la soglia dei 100 mila miliardi, aprendo uno scenario del si salvi chi può, uno scenario dalle conseguenze difficilmente immaginabile che richiederebbe l'intervento dell'apposito Fondo istituito nell'area euro, quello, per intendersi, che fu utilizzato per salvare le banche spagnole e quelle portoghesi e che richiede l'accettazione di impegni formali da parte del Governo imposto dalla Troika, BCE, Commissione UE e Fondo Monetario Internazionale!


domenica 27 novembre 2016

Il dilemma atroce degli over 100 mila euro!

In attesa di ripubblicare le dieci puntate del diario della crisi finanziaria dedicate alle conseguenze economiche di Silvio Berlusconi, credo utile riproporre, vista l'attuale congiuntura questa puntata relativa alla quantificazione fatta dalla Banca d'Italia nel 2016 dell'ammontare dei depositi bancari extra large, quelli cioè che sono protetti dal fondo interbancario di garanzia in caso di default.

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Non volevo credere ai miei occhi quando, qualche mese orsono, ho letto le statistiche di Banca d'Italia sui depositi bancari aggredibili (in Italia, dice Bankitalia, che la somma dei depositi eccedenti la soglia dei 100 mila euro è pari a 425 miliardi di euro e, cioè, ad oltre 800 mila miliardi di vecchie lire) nella malaugurata ipotesi che la vostra banca sia costretta ad entrare, per qualsivoglia motivo, nella cosiddetta procedura di risoluzione, una procedura che è stata inventata dai solerti custodi della stabilità bancaria, nell'eurozona che poi non è altro che un escamotage per evitare l'ipotesi di fallimento vero e proprio, una procedura che prevede che, in luogo di un bail out effettuato con soldi dei contribuenti, si richieda, entro il limite dell'otto per cento dell'attivo di bilancio, un sacrificio a tre categorie di soggetti, in una parola il cosiddetto bail in.

Si tratta di un sacrificio che toccherà in primo luogo gli azionisti, detentori di una quota del capitale della banca che per definizione è definita investimento di rischio, che non hanno davvero nessun Santo a cui appellarsi perché non è sostenibile la tesi che non sapevano, quando acquistavano le azioni, che qualche rischio lo correvano e i cui investimenti vengono definitivamente azzerati, poi vengono quelli che hanno investito in obbligazioni subordinate appunto a quel rischio di default ed altre categorie di obbligazionisti. 

Va detto ad onor del vero che la clientela retail si è liberata in tempi brevi di quasi metà del notevole outstanding di questa categoria di obbligazioni, seppur incorrendo in una sensibile potatura del capitale nominale di quelle obbligazioni e ritengo lo abbia fatto in particolare per quei titoli di credito (sic) emessi dalle banche maggiormente attenzionate dalle donne e dagli uomini alle dirette dipendenze di Madame Nouy, capo indiscusso dal giugno 2014 della Vigilanza nell'eurozona che risponde direttamente al Consiglio direttivo della BCE cui riporta ogni due settimane sui casi più scabrosi e che ha già "seccato" due banche italiane delle quindici sulle quali vigila direttamente (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, il vero "buco nero" del credito in Italia) e tiene il fiato sul collo ad altre quattro Monte dei Paschi di Siena, Unicredit, UBI Banca e Banco Popolare-Banca Popolare di Milano, che dal 1° gennaio del 2017 saranno un'entità unica).

Ma la mannaia cadrà anche per i depositanti per la quota che eccede i 100 mila euro, o un multiplo nel caso di conti cointestati che, quindi, se sono riferibili a due persone, portano la soglia a 200 mila e così via a seconda del numero di cointestatari, una soglia che è mutuata dalle norme applicabili in caso di default ed entro la quale interviene il Fondo Interbancario di Garanzia che è finanziato daille banche con un contributo pari ad una frazione dei loro depositi e che si trovò in non poca difficoltà  nel novembre del 2015, quando è stato chiamato non solo a garantire i depositi entro la soglia dei 100 mila euro, ma anche a provvedere alla pulizia dei bilanci delle stesse creando quattro bad bank in cui confluirono i crediti deteriorati e quattro good bank che sono state messe in vendite, una vendita che sarà finalizzata per tre di loro che verranno acquisite dall'Unione delle Banche Italiane, il quinto gruppo creditizio in ordine di importanza del Belpaese guidato da Viktor Messiah e che ha come regista indiscusso il Dr. Prof. Avv. Giovanni Bazoli entrambi attualmente sotto l'attenzione della Vigilanza BCE e della magistratura italiana.

Anche in questo caso, ma le statistiche ufficiali non aiutano, dovrebbe essersi registrato un flusso di capitali verso altre banche considerate, a torto o a ragione, più solide, quello che invece è certo è che sta andando di lusso al Bancoposta che sta registrando un ragguardevole numero di nuovi clienti, ma che, dopo l'intervento significativo in Alitalia, è ora chiamata a far parte, insieme alla controllante Cassa Depositi e Prestiti e ad un altro investitore, all'acquisto di una entità finanziaria controllata da Unicredit!

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Questo post rimarrà in testa al Diario della crisi finanziaria anche nella giornata di domani, 28 novembre. Gli accessi al blog stanno toccando sempre più spesso le 500 e le 600 visite giornaliere con una netta prevalenza di quelle provenienti dagli Stati Uniti d'America, il che per un blog scritto in italiano è quantomeno curioso.


venerdì 25 novembre 2016

Per il Monte dei Paschi un bail in da 13 miliardi di euro?


Credo proprio di aver dedicato alla situazione molto difficile e ingarbugliata del Monte dei Paschi di Siena un numero di puntate del Diario della crisi finanziaria tale che non ha paragoni con qualsivoglia altro argomento e questo perché le sorti del terzo gruppo bancario italiano (almeno lo sarà fino a che verrà formalizzata, a far tempo dal 1° gennaio del prossimo anno la fusione tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano, perché il gruppo bancario risultante avrà un totale attivo più alto, seppur di poco, di quello che caratterizza il Monte dei Paschi) sono giudicate da tutti di rischio sistemico per il sistema bancario italiano, ma con riflessi di rilievo anche a livello europeo, non solo a livello di eurozona.

A questa partita ho dedicato la puntata di ieri e, quindi, sui rischi e le opportunità presenti nel piano di Fabrizio Viola, poi emendato in alcuni aspetti non secondari dal nuovo CEO e Direttore Generale Marco Morelli, non aggiungerò una riga che sia una, mentre devo dire che sono rimasto scioccato dalle cifre sul bail in diffuse da fonti interne alla banca senese e che dicono che sono teoricamente soggetti a questa particolare di riforma del processo di risoluzione 64,8 miliardi  di euro su 162 miliardi di passività totali della banca, mentre le masse che sarebbero aggrediti da questa particolare forma di tagliola non possono superare l'8 per cento del totale del passivo e, cioè, una somma pari alla bellezza di 13 miliardi di euro, un'applicazione che cioè colpirebbe la totalità degli azionisti e degli obbligazionisti subordinati, senza distinzione tra istituzionali e clientela privata, e per un numero imprecisato di miliardi  di euro anche i depositanti per la quota eccedente la soglia dei 100 mila euro.

Il bastone del bail in sarebbe controbilanciato da un'intervento del Fondo di risoluzione europeo volto a ricapitalizzare la banca senese con un esborso pari ad otto miliardi di euro, il che significa che il Monte dei Paschi di Siena non verrebbe lasciato fallire e che l'aiuto non sarebbe a carico dello Stato italiano ma verrebbe altresì a fronte di un fondo cui l'Italia in uno con gli Stati membri dell'Unione europea partecipa, ma è evidente che la posizione ufficiale del nostro Governo presso la Commissione e presso la Banca Centrale Europea è quella di opposizione totale all'applicazione del bail in, o meglio esclude che lo stesso venga utilizzato nei confronti dei privati che hanno sottoscritto, per due miliardi circa, le obbligazioni subordinate o che vengano colpiti i depositanti per la quota superiore ai 100 mila euro.

Su questo ultimo punto, vorrei ricordare la puntata di questo blog che ricordava come, secondo i dati forniti dalla Banca d'Italia, la quota eccedente i 100 mila euro era pari a fine 2015 alla cifra di 425 miliardi di euro, il che fa capire come, nel terzo gruppo italiano, la quantità eccedente la soglia, fermo restando che, in base ai dati forniti dalla banca la massa assoggettabile al bail in è pari a 64,8 miliardi di euro, non può ragionevolmente essere inferiore ai 50 miliardi di euro (ovviamente questa è la massa aggredibile, fermo restando che l'intervento non può superare i 13 miliardi citati all'inizio), una parte dei quali appartengono a persone fisiche.

Insomma, un vero e proprio bagno di sangue per i risparmiatori che né Renzi né Padoan possono permettersi, sopratutto volgendo la mente a quanto è accaduto nel caso delle quattro banche medio piccole, Etruria e le sue sorelle, con danni per la clientela privata di molto inferiori alle cifre che sono in ballo per Monte dei Paschi!

Non so se sia stata la diffusione ad arte di queste cifre, peraltro certamente veritiere, ma ieri l'assemblea straordinaria, dopo una lunghissima e quasi estenuante discussione, ha approvato tutto quello che Morelli ha sottoposto a votazione: aumento di capitale da cinque miliardi e maxi cessione delle sofferenze lorde per  qualcosa di più di 28 miliardi, mentre molti degli obbligazionisti hanno capito che è meglio un uovo oggi di una gallina molto improbabile domani e, quindi, si apprestano a diventare azionisti di MPS:


giovedì 24 novembre 2016

Facciamo il punto sul Monte dei Paschi


Quella di oggi è una giornata molto importante per Marco Morelli, Chief Executive Office e Direttore Generale del Monte dei Paschi di Siena da soli due mesi e alle prese con un'impresa da far tremare i polsi e, cioè, quella di condurre in porto l'operazione di risanamento della più antica banca italiana, ripulendo in un colpo solo sofferenze lorde da 28 e rotti miliardi di euro e procedendo ad un aumento di capitale da 5 miliardi di euro, una cifra cui non si potrà giungere se non convincendo gli alquanto riottosi possessori di bond subordinati a convertire il credito da loro vantato nei confronti della banca senese in azioni della stessa, azioni che solo qualche settima fa sembravano destinate a toccare il traguardo negativo dei 10 centesimi prima di un rimbalzo che ha portato il loro valore fino all'area dei 40 centesimi per poi risprofondare ieri sino a poco più di  20 centesimi, segnalandosi come l'azione più volatile del listino principale, quel Footsie Mib dal quale verrà a breve cacciata per impresentabilità.

Certo, il piano industriale presentato il 24 ottobre scorso da Morelli era stata in realtà progettato dal suo predecessore, lo sfortunato Fabrizio Viola, ma presenta delle novità sulle quali mi sono soffermato in alcune puntate del Diario della crisi finanziaria, ma quella che più conta è che il nostro sta dicendo in pratica ai possessori di bond subordinati che per loro è meglio, ma molto meglio accettare la sua offerta di conversione a prezzi che vanno dal 100 per cento all'85 per cento del valore del bond, anche perché se l'operazione va male non resta che rivolgersi al triumvirato di ferro che guida la Vigilanza bancaria nell'area dell'euro perché si dia il via a un percorso di risoluzione che prevede in primis l'azzeramento di azioni, obbligazioni subordinate e quota dei depositi eccedente la soglia dei 100 mila euro, un operazione che vedrebbe i famosi aiuti statali ma solo dopo un bail in che, forse salverebbe solo i due miliardi di bond subordinati che fanno capo alla clientela retail, un'esenzione fortemente voluta da Renzi e Padoan ma che dovrebbe ricevere un imprimatur da Madame Nouy e i suoi più stretti collaboratori.

Il CEO del Monte dei Paschi, che sta agendo in totale sintonia con il numero uno di J.P. Morgan Chase, Jamie Dimon, anche perché il molto chiacchierato colosso globale sta svolgendo un ruolo di pivot nel consorzio che si è incaricato di organizzare, ma non di garantire, l'aumento di capitale e la maxi cessione dei crediti andati a male e Dimon è lo stesso che ha chiesto e ottenuto l'uscita "spintanea" di Fabrizio Viola che si opponeva all trasformazione in azioni delle obbligazioni subordinate e non voleva un aumento di capitale che passasse sopra la testa degli attuali azionisti, per non parlare della quisquilia delle commissioni garantite alle banche del consorzio a prescindere del risultato, Morelli, insomma, per J.P. Morgan, Mediobanca e le altre banche del consorzio è proprio l'uomo giusto al posto giusto, anche perché ha mosso i primi passi proprio nella banca da lungo tempo guidata da Dimon.

Ieri, è passato un brivido per la schiena di quanti sono interessati alla vicenda della banca senese, perché è stata diffusa ad arte la notizia che era stato raggiunto, seppure a fatica, il quorum previsto per l'assemblea straordinaria e già la mente di tutti si sta rivolgendo ad un'altre data, quella del 28 di questo mese quando verrà lanciata l'offerta pubblica di acquisto dei bond subordinati, che, lo ripeto, è oramai una conditio sine qua non perché l'aumento di capitale abbia successo, ma, d'altra parte anche come verrà organizzata la cessione integrale delle sofferenze sarà al centro delle attenzioni degli attuali azionisti, in primis il Governo italiano, che possiede ancora il 4 per cento delle azioni della banca.

La mia opinione è che sulla carta gli ingredienti ci sono tutti perché la complessa operazione abbia successo, un qualcosa che, in base alla mia esperienza, questo è anche il segnale che potrebbero andare molto, ma molto male!

mercoledì 23 novembre 2016

La Vigilanza BCE raddoppia le attenzioni sulle banche italiane


Nel giorno in cui l'Unione di Banche Italiane (UBI) saldamente guidata da Viktor Massiah accetta di fare quell'aumento di capitale da 5-600 milioni di euro fermamente rifiutato fino ad ora ma altrettanto fermamente e con successo chiesto da Madame Nouy capo della Vigilanza BCE, aumento necessario per il via libera all'acquisizione di tre delle quattro banche fallite nel novembre 2015 ma salvate da un decreto governativo che ha fatto nascere quattro bad bank con tutte le sofferenze e quattro good bank che, in pochi mesi di vita, di sofferenze ne hanno già accumulate per 3,7 miliardi di euro, ritengo utile ripubblicare questa pur recente puntata del Diario della crisi finanziaria, non toccando tuttavia il titolo che avrei,  invece, voluto modificare in "La Vigilanza BCE triplica le attenzioni sulle banche italiane".

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In diverse puntate del Diario della crisi ho espresso, per quel che vale, la mia solidarietà ai Chief Executive Officer e ai presidenti delle quindici banche italiane vigilate direttamente dal Consiglio di Vigilanza istituito nel giugno del 2014 presso la Banca Centrale Europea, un organismo guidato da Danielle Nouy, già ai vertici di Banque de France, coadiuvata da un'altra donna proveniente dalla Bundesbank e dall'italiano Ignazio Angeloni, un uomo partito da Banca d'Italia e poi al Fondo Monetario Internazionale e in BCE sin dalla costituzione della banca centrale dell'area dell'euro, per le notti perdute cercando di capire quando la scure della Nouy e compagni si sarebbe abbattuta sul loro capo.

Le banche vigilate direttamente, per tutte le altre la Vigilanza continua a far capo alla Banca d'Italia, sono quelle elencate di seguito in un ordine che non è quello per importanza e fanno parte del gruppo di 119 banche dell'area dell'euro vigilate direttamente dall'isituzione basata a Francoforte: Banca Carige; Banca del Monte dei Paschi di Siena; Banco Popolare;  Banca Popolare dell'Emilia Romagna; Banca Popolare di Milano; Banca Popolare di Sondrio; Banca Popolare di Vicenza; Barclays Italia; Credito Emiliano; Iccrea Holding; Intesa San Paolo; Mediobanca; Unicredit; Unione di Banche Italiane e Veneto Banca.

Le quindici banche sono state individuate sulla base di criteri meramente oggettivi e, cioè. sul totale dell'attivo o sulla rilevanza, come nel caso di Barclays  Italia, nel mercato creditizio italiano, sono assenti giustificate la Banca Nazionale del Lavoro, in quanto integralmente controllata da BNP Paribas ovviamente vigilata da Francoforte al pari delle maggiori banche francesi e Unipol Banca totalmente controllata dal Gruppo Unipol.

L'elenco fa, altresì, capire in modo immediato quanto il trio franco-tedesco-italiano al vertice della Vigilanza BCE si sia portato avanti con il lavoro e questo in poco più di due anni dal fischio di inizio che il Presidente della BCE, l'italiano Mario Draghi, ha dato a metà del 2014, in quanto le due maggiori banche venete, il Banco Popolare è ormai un'entità uscita prepotentemente dagli angusti confini regionali, la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono oramai finite nelle mani di un Fondo Atlante che, a distanza di parecchi mesi, non sembra proprio sapere che farsene ed entrambe affondate da aumenti di capitale per complessivi 2,5 miliardi del tutto rigettati da un mercato che definire nervoso è davvero un vero e proprio eufemismo, anche se va detto che non vi sono state le conseguenze piene di un bail in che non è scattato.

Per altre due banche, il Banco Popolare e la Banca Popolare di Milano, si è ricorsi alla fusione, con l'aumento di capitale da un miliardo richiesto al solo Banco Popolare che, al di là dei patriottismi imperanti a Milano, è di fatto la banca acquirente, mentre dal 1° gennaio dell'anno prossimo la nuova entità dovrà fare i conti con quello smaltimento delle sofferenze per il quale la Vigilanza BCE ha richiesto, appunto, l'aumento di capitale che bisognerà però vedere, una volta consolidati i conti, se sarà sufficiente alla bisogna.

Sul Monte dei paschi non vorrei soffermarmi in questa sede se non per dire che il piano industriale di Jamie Dimon, via Marco Morelli, è oramai giunto, con l'offerta di conversione di "tutte" le obbligazioni subordinate in azioni della banca senese, al momento della verità e, certo, le armi di persuasione sono state messe in campo proprio tutte e la scelta appare proprio obbligata per gli sventurati possessori dei bond, mentre la richiesta di portare il Tier1 di Unicredit al 12,25 per cento mette davvero i brividi al "nuovo" amministratore delegato del colosso creditizio milanese, per non parlare della vera e propria rissa messa in campo da Viktor Messiah di UBI che è riuscito a non fare l'aumento di capitale per acquisire tre delle quattro good bank emerse dalla triste vicenda di Banca Etruria e le sue tre consorelle.

Graziate, a torto o a ragione, le altre sette banche del raggruppamento, rimane solo Carige, una banca che di ispezioni della Vigilanza BCE ne ha in corso due, una sulla qualità dell'attivo l'altra, più recente sulla Governance e, anche se non so proprio come andrà a finire, sono certo, tuttavia, che ne vedremo delle belle!

martedì 22 novembre 2016

Secondo il Financial Times, l'Italia e la Francia rischiano di uscire dall'euro!


E' destinato a fare molto rumore l'editoriale del direttore associato del Financial Times, Wolfgang Munchau, che sostiene che, dopo la Brexit e l'elezione a sorpresa dell'euro antagonista Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d'America, un eventuale crisi di Governo al buio in Italia in conseguenza di una sconfitta di Renzi nel referendum costituzionale e un'eventuale vittoria di Marine Le Pen nelle prossime elezioni presidenziali francesi, innescherebbero in tempi brevi una catena di avvenimenti che porterebbero l'Italia e la Francia fuori dell'area dell'euro se non addirittura fuori dell'Unione europea.

Sarebbe molto sbagliato liquidare la posizione del quotidiano più importante della comunità finanziaria europea come dell'ennesima presa di posizione anti euro e anti UE propria della linea editoriale del quotidiano stampato su carta colorata in marrone con sfumature di rosa, perché l'articolo del direttore associato del FT, un giornalista di origine tedesca molto rispettato nell'ambiente, è molto articolato e fattuale, mettendo in fila, in particolare nei suoi riferimenti all'Italia, una catena molto probabile di avvenimenti che costringerebbero un'Italia guidata da un governo di scopo a prendere, o a subire, decisioni molto drastiche spinta da una crisi dello spread e da una più che probabile crisi sistemica del sistema bancario, per non parlare delle più che prevedibili secchiate di acqua gelata lanciate su una di per sé molto anemica ripresa.

Vi è di più: la catastrofica previsione su le possibili exit di due Paesi importanti sia dell'area dell'euro che dell'Unione europea, ricordo sommessamente che, con l'uscita della Gran Bretagna dal consesso comunitario, stiamo parlando del secondo, quello che peraltro divide con la Germania il ruolo di guida politica dell'Unione, e del terzo, anche se un po' disordinato e alquanto indisciplinato, paese per importanza crea, anche nella comunità giornalistica di un quotidiano che esprime e forma l'opinione dell'industria e della finanza britanniche preoccupazioni una volta tanto non mescolate a soddisfazioni per i guai altrui presenti e, soprattutto, prospettici, una preoccupazione, per una possibile implosione dell'euro e della stessa Unione con sede nell'odiata Bruxelles, che traspare da ogni riga dell'analisi del bravo giornalista tedesco!

La stessa candidatura di Angela Merkel per il quarto mandato come Cancelliera della Germania è stata da lei stessa motivata dall'estrema preoccupazione per il montare apparentemente inesorabile dei movimenti populistici in oramai quasi tutti i paesi dell'Unione, una crescita che si è sostanziata anche in casa sua con l'affermazione del movimento AfD in molte competizioni avvenute di recente a livello di land, che vedrà nel ripetuto ballottaggio alle elezioni presidenziali austriache del candidato dell'ultradestra che ha già annunciato la sua intenzione di sciogliere il Parlamento e vincere a man bassa le a questo punto prossime consultazioni politiche, della Francia è quasi superfluo parlarne, mentre in Italia di movimenti anti sistema ne abbiamo addirittura due, la Lega e quel movimento Cinquestelle che, almeno a dar credito ai sondaggi, sembra inossidabile agli scandali che lo stanno travolgendo da Roma a Palermo, passando per Livorno e Casoria, per non parlare della polemica uscita del sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, dopo una lunghissima sospensione avvenuta per risibili motivi.

Il referendum costituzionale prossimo venturo in Italia assume, quindi, una valenza ben diversa e si profila come uno scontro tra la stabilità, seppure un po' terremotata e il caos, una scelta che difficilmente troverà insensibile quella che Renzi chiama la "pancia" profonda del nostro Paese, una parte consistente degli italiani che al solo sentire la parola crisi di governo al buio avverte i primi sintomi dell'orticaria!