domenica 20 luglio 2008

Riusciranno Mario Draghi, Giulio Tremonti ed Antonio Catricalà a correggere le anomalie del sistema bancario italiano? (prima parte)


Pur essendomi occupato più volte della strategia implicita che traspare dalle dichiarazioni e dalle azioni concrete del nuovo Governatore della Banca d’Italia, il professor Mario Draghi, accolgo volentieri lo stimolo che mi proviene da alcuni miei lettori, interessati a comprendere l’impatto che le mosse di Draghi, l’approccio non proprio friendly del tre volte ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, nonché l’attivismo del presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, possono avere sul settore creditizio italiano, un settore che sta vivendo la parte più difficile della terza fase del lunghissimo processo di ristrutturazione e concentrazione proprio mentre si fanno più alti i marosi della tempesta perfetta in corso da poco meno di un anno e che inizia sempre più a fare sentire i suoi effetti anche sul meno aperto tra i sistemi creditizi dei paesi maggiormente industrializzati e che è poi anche quello che trae la sua forza relativa proprio dal relativamente basso impegno nel più generale processo di finanziarizzazione spinta verificatosi a livello planetario negli ultimi decenni.

Non avendo qui lo spazio per ripercorrere le tappe del processo di privatizzazione e ristrutturazione del sistema bancario italiano avviatosi con i primi provvedimenti presi negli anni Ottanta e proseguito con la legge Amato-Carli ed le successive misure adottate negli anni Novanta, mi vedo costretto a rinviare il lettore alle analisi contenute nel rapporto sul credito pubblicato da me curato ed apparso in un numero monografico (n° 68 del 1993) della rivista Sviluppo, a quanto ho scritto in materia su quotidiani e riviste (in particolare su Il Manifesto, Politica ed Economia, Rinascita, Capitale Sud ed altre riviste specializzate), nonché a quanto prodotto dall’Ufficio Studi della UILCA dal 1998 ad oggi e presente anche nelle tesi e negli atti dei Congressi da allora svoltisi.

Sempre per concentrarmi sui passaggi essenziali di quest’ultima e difficilissima fase, suggerirei a quanti sono sinceramente interessati a comprendere quanto sta avvenendo oggi e, soprattutto, cosa potrebbe accadere domani nel molto articolato panorama delle banche italiane a dare uno sguardo preventivo a quella decine di puntate del Diario della crisi finanziaria nelle quali ho già anticipato alcuni scenari riferiti a singoli gruppi creditizi o grandi banche operanti in Italia, a prescindere dal fatto che la proprietà di queste entità sia riconducibile ad azionisti italiani o stranieri, caso quest’ ultimo sempre più raro, in quanto una delle caratteristiche distintive della terza fase è rappresentata proprio dalla messa in atto di due grandi operazioni fulminee, Intesa-San Paolo di Torino ed Unicredit-Capitalia, volte, al di là delle affermazioni di facciata, ad escludere dalla stanza dei bottoni il Credit Agricole ed il Santander nel primo caso e ABN AMRO e sempre il Santander nel secondo, mission, peraltro, perfettamente accomplished!

Mi scuso per la lunga, ma doverosa premessa, e passo al sodo, indicando la principale novità rappresentata dall’approccio seguito da Mario Draghi sin dai primi giorni del suo insediamento a Palazzo Koch nella sottolineatura da lui fatta nella sua prima uscita pubblica sulla necessità di inserire a pieno titolo tra i rischi propri dell’attività bancaria quello che è denominato rischio reputazionale, nonché la riaffermazione della necessità, favorita dai nuovi sistemi di contabilità (IAS), dalle stringenti previsioni dell’accordo denominato Basilea 2 e da quanto previsto dalla MIFID, di attrezzarsi su questioni affatto secondarie come il risk management, l’assett & liabilities management, la compliance ed una maggiore attenzione alle ricadute delle norme che tempo per tempo il legislatore italiano e le buone pratiche internazionali impongono ad un settore che, almeno sino ad oggi, sembra mal sopportare le prescrizioni in termini di maggiore efficienza, maggiore trasparenza, ma, soprattutto, maggiore attenzione alle effettive esigenze del cliente, che sia questi una persona fisica, un’impresa o un’entità della Pubblica Amministrazione.

Ovviamente, queste parole sono, o avrebbero dovuto essere, musica per le orecchie delle tante e non sempre trasparenti associazioni dei consumatori/risparmiatori, di un ministro che, almeno così raccontano le cronache, come primo atto al suo terzo insediamento sulla scrivania che fu di Quintino Sella, ha riposizionato il molto simbolico barattolo di pelati Cirio e che, nelle sue due precedenti esperienze nel dicastero di Via XX Settembre è stato il maggior propugnatore dell’adozione di una vera legge per la tutela del risparmio, poi affossata in Parlamento da una intesa realmente bipartisan che ha portato, nel dicembre del 2005, alla promulgazione di un testo che è una vera gruviera con molti più buchi che formaggio; parole che sono suonate musica anche per quel Catricalà cui la suddetta legge ha avuto almeno il merito di affidare poteri di indagine e di sanzione sul settore creditizio, d’intesa ovviamente con la Banca d’Italia, poteri ostinatamente negati al suo ottimo predecessore, Tesauro, e dallo stesso Catricalà più volte, ma sempre invano, reclamati.

Chi ha avuto modo di leggere il primo rapporto dell’apposito Dipartimento dell’Antitrust, diretto dall’ottimo Calabrò Jr., ha subito capito che quelle di Antonio Catricalà non erano mere richieste di aumento del suo perimetro di controllo, ma l’esigenza molto sentita di rispondere ai comportamenti ancora da oligopolio collusivo messi atto da un numero sempre più ristretto di banche che controllano, via concentrazioni sempre più aggressive, la quota maggioritaria del mercato del credito, comportamenti che a suo tempo lo stesso Antonio Fazio fu costretto a sanzionare, nell’ormai celebre procedimento nei confronti di quella che si autodefiniva Associazione degli amici della banca, un club nel quale erano allora presenti esponenti delle prime trenta banche e che, come peraltro la Loggia P2, non ha mai cessato di operare in altra forma, favorito, anzi, dal fatto che i primi due gruppi creditizi italiani hanno raggranellato centinaia di banche e casse di risparmio, riducendo così il numero dei partecipanti agli incontri e lo stesso costo delle telefonate necessarie.

Come ama spesso ricordare, Mario Draghi unisce alle esperienze brillanti di civil servant quelle, altrettanto se non più brillanti (almeno così si dice nell’ambiente), di investment banker, testimoniate dalla sua performance al vertice europeo e nell’esecutivo mondiale di Goldman Sachs, per cui non può essere accusato di essere mosso da sentimenti ostili e pregiudiziali nei confronti dell’attuale establishment bancario, ma è certamente mosso dal sacro fuoco di volere vedere l’adozione delle best practices internazionali anche in casa nostra, attraverso il rispetto di quelle poche regole sopravvissute al più generale processo di deregolamentazione intervenuto a partire dalla metà degli anni Ottanta e che, a sua volta, ha consentito di finanziarizzare il finanziarizzabile.

Se qualcuno pensa che per Draghi, Tremonti e Catricalà tutto si riduce ad un problema di furore consumeristico, rischia di non cogliere l’esigenza di un’innovazione profonda nella governance dei grandi gruppi creditizi e nelle banche italiane, un processo che, oggi inizia ad essere chiaro ai più, passa necessariamente per la soluzione di problemi quali l’anomalia presente nel settore delle banche popolari, in particolare delle più grandi e quotate in Borsa, del rapporto tuttora esistente tra Fondazioni e banche da queste più o meno controllate e, the last but non the least, la necessità molto sentita di mettere il cliente e le sue esigenze realmente al centro delle preoccupazioni dei banchieri; ma di questo parlerò nella seconda parte che apparirà domani, anche perché, come Giulio Andreotti, credo proprio che ad ogni giorno basti veramente la sua pena!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ , mentre rendo noto che sono stati pubblicati nei giorni scorsi gli atti dello stesso convegno.

L'insostenibile pesantezza dell'essere del neo "imbonitore" John Thain non scalda il cuore degli investitori istituzionali!


Pur essendo da qualche mese alla guida di Merrill Lynch, liberatasi dopo lunghissimo tempo del personaggio inquietante che ne è stato per lunghissimo tempo il numero uno e che è stato costretto a lasciarla venendo, al contempo, letteralmente coperto d’oro (160 milioni di dollari di buonuscita più benefit di vario genere per molti milioni di dollari), John Thain, già boss incontratato del New York Stock Exchange, ha deciso che l’attuale e molto impegnativa incombenza non gli basta più ed ha deciso, via intervista con giornalista molto embedded, di lanciare un chiaro ed inequivocabile messaggio agli investitori più o meno istituzionali, un messaggio che potrebbe essere tradotto così: il peggio è oramai passato ed è, quindi, giunta l’ora di fare man bassa delle azioni molto a saldo delle Investment Banks e delle banche statunitensi più o meno globali, nonché di dare un’occhiata alle quotazioni tuttora molto cheap delle altre entità operanti a vario titolo nel mercato finanziario statunitense.

Una scorsa veloce a Wikipedia è più che sufficiente per ricordare a tutti noi che prima di essere il numero uno del NYSE, Thain ha effettuato una brillantissima carriera nella molto previdente ed ancor più preveggente Goldman Sachs, nella quale ha ricoperto ruoli molto importanti tra i quali quello di Chief Financial Officer e Chief Operating Officer, posizioni che gli hanno permesso di accumulare qualcosa come 300 milioni di dollari in azioni della Investment Bank delle Investment Banks, ma è altrettanto noto che per sostituire l’ex numero uno di Merrill ha chiesto ed ottenuto un premio di ingaggio di 15 milioni di dollari ed un compenso annuo che va da un minimo garantito di 50 milioni di dollari l’anno ad un massimo di 120 milioni, sempre per ciascun anno che Dio manderà in terra, massimo che si concretizzerà se le cose si decideranno a volgere per il meglio per la banca e, ovviamente, per il mercato finanziario nel suo complesso.

Peccato che la sua performance al vertice di Merrill Lynch non sia stata, almeno per ora, coronata da grandi successi, in quanto ha firmato almeno due dei quattro bilanci trimestrali in profondo rosso accumulati consecutivamente dalla alquanto disastrata Investment Bank, che, nonostante la costante ed economica applicazione della discarica a cielo aperto destinata ad ospitare i titoli della finanza strutturata opportunamente aperta dalla Fed di New York e che ospita vagonate di questi titoli spazzatura anche provenienti da questo particolarissimo tipo di banche (peraltro ancora sottratte alla vigilanza delle donne e degli uomini che lavorano per Bernspan), è giunta a contabilizzare svalutazioni effettuate a vario titolo che, in meno di un anno, giungono a sfiorare la bella cifra di 40 miliardi di dollari, né nessuno è oggi in grado di prevedere se, in un futuro prevedibile, le cose andranno meglio.

John è certamente quello che nell’ambiente della finanza viene definito un bravo ragazzo, ma dovrebbe ricordarsi che, anche a causa delle vagonata di bugie pronunciate in diretta televisiva dai suoi omologhi posti al vertice dell’ormai defunto orso di Stearns o di quella Lehman Brothers che, assieme alla altrettanto pencolante Morgan Stanley, viene volta per volta indicata, come Merrill peraltro, dagli operatori americani e stranieri oramai allo stremo delle forze, come la prossima vittima della tempesta perfetta che, dopo quasi dodici mesi dal suo avvio, sembra godere di ottima salute e dotata di una crescente forza distruttiva.

Certo, da domani, grazie anche alla resipiscenza in merito al ruolo che in effetti ricopre da anni da parte del mitico Effe O Ixs (quel Christopher Fox che siede al vertice nientepopodimeno che della potenitissima ma alquanto distratta Securities and Exchange Commission), Merrill Lynch, le altre tre superstiti Investment Banks, le maggiori banche statunitensi ed un pugno di banche europee operanti a livello globale, per un numero totale di diciannove entità, saranno poste in buona misura al riparo delle scorrerie ribassiste orchestrate dall’astuto David Einhorn e da un folto nugolo di miliardari ed investitori istituzionali che si sono posti sulla scia del fortunatissimo hedge funder che, sin da settembre dello scorso anno, ha dimostrato di aver capito benissimo la trama del film appena cominciato e che ha già guadagnato vagonate di dollari grazie al vero e proprio meltdown che ha colpito le maggiori entità operanti nel mercato finanziario globale.

Tuttavia, mi permetto di inviare un sommesso messaggio al good fellow Thain ed a quella vecchia volpe di Effe O Ixs (scusate l’orribile gioco di parole), che poi in fondo non è che una parafrasi di quello a suo tempo inviato ai banchieri centrali che continuano da poco meno di un anno ad mettersi ostinatamente contro vento, un messaggio che consiste nel ricordare ad entrambi che molto difficilmente le regolette introdotte un po’ furbescamente quando la lunga battaglia è divenuta così incandescente sono destinate a produrre gli effetti desiderati da chi le escogita per proteggere gli interessi dei frequentatori dei club esclusivi di Wall Street, per la semplicissima ragione che queste furbate asimmetriche esercitano pressioni esogene sulle tendenze del mercato, pressioni quasi inevitabilmente destinate ad aumentare la forza delle tendenze sottostanti, determinando così quell’effetto boomerang che è già così ben visibile sul mercato dei cambi.

Qualcuno tra i più attenti dei miei pochi ma affezionati lettori potrebbe obiettare che, almeno per il momento, la mossa della vecchia volpe e del suo suggeritore Henry Paulson ha consentito di riprendere per i capelli i tre principali listini azionari statunitensi, ha invertito appena in tempo la rotta delle principali banche di investimento e di quelle commerciali che sembravano destinate a toccare ulteriori ed alquanto infamanti nuovi minimi storici, consentendo al Dow Jones di chiudere una settimana iniziata sotto i peggiori auspici con la rottura della soglia psicologica degli 11 mila punti, con un lusinghiero progresso del 3,6 per cento rispetto alla chiusura dell’ottava precedente; osservazioni indubitabilmente vere, ma, mi permeto di osservare, alquanto provvisorie.

Venendo alle cose della Vecchia Europa, Regno di Sua Maestà britannica ovviamente incluso, è possibile dire che le preoccupazioni sono di tipo alquanto diverso, anche perché il mercato finanziario è maggiormente regolato e le maggiori entità ivi operanti sono per tradizione più attente alla moral suasion della BCE e delle rispettive banche centrali nazionali, nonché diegli avvertimenti provenienti dai regolatori di ogni ordine e grado, ma è comunque certo che la rete di protezione stesa su alcune delle maggiori entità finanziarie dalla Sec americana seguirà le sorti più generali dell’iniziativa presa da Effe O Ixs e ufficialmente operativa da lunedì prossimo.

Ma c’è un Governatore che in questo momento sembra più inquieto dei suoi omologhi europei e questi è il giovane e preparato responsabile massimo della Banca d’Italia, peraltro da due lunghi anni presidente del Financial Stability Forum e primo firmatario della versione finale del rapporto sulla crisi finanziaria che risulta completato ma di cui si sono perse le tracce, così come non si hanno più notizie delle 65 raccomandazioni ivi contenute e che tanto hanno spaventato il gotha finanziario mondiale alla cena svoltasi un venerdì di metà aprile in quel di Washington; ebbene, non pago della moral suasion, Draghi sta esercitando una costante pressione, via Vigilanza, sulle maggiori banche italiane ed in suo soccorso è venuto, la notizia è di ieri, il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, aprendo un’istruttoria su quattro tra i principali gruppi e banche operanti in Italia, in relazione all’annosa questione della commissione di massimo scoperto, una questione affrontata con toni molto duri ed ultimativi dallo stesso Draghi nel suo intervento alla recente assemblea annuale dell'Associazione bancaria italiana.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ , mentre rendo noto che sono stati pubblicati nei giorni scorsi gli atti dello stesso convegno.

sabato 19 luglio 2008

Cari regolatori, non sarebbe giunta l'ora di smettere di premiare il moral hazard dei protagonisti della finanza mondiale?


Nonostante gli sforzi degli analisti consultati da Thompson Financials di esercitarsi nel giochetto di alzare le stime sui risultati delle Investment Banks e delle maggiori banche statunitensi per endere più appetibili i disastri rivelati dai loro conti per il secondo trimestre dell’anno di grazia 2008, i numeri continuano ad essere self explaining e dal tracollo dell’utile di J.P. Morgan-Chase (-53 per cento), alla quarta perdita consecutiva trimestrale di Merrill Lynch (per 4,9 miliardi con svalutazioni mostre per poco meno di 10 miliardi di dollari che portano il bill provvisorio a poco meno di 30 miliardi), alla terza perdita consecutiva annunciata oggi da Citigroup per 2,5 miliardi di dollari, un risultato cui concorrono non solo i titoli della finanza strutturata ma anche i default sempre più diffusi nel credito al consumo in senso lato, le cifre stanno lì a testimoniare che della tempesta perfetta sentiremo parlare per molti, ma molti trimestri ancora.

Non bastassero i guai del disastrato settore finanziario, ci si sono messe ieri anche le notizie molto peggiori dalle attese provenienti da Google, Microsoft e da altre compagnie che la fanno da padrone nel settore tecnologico, il che spiega l’andamento odierno tutt’altro che brillante del Nasdaq, mentre il Dow Jones è ancora tenuto a bada dalla moral suasion di Effe O Ixs, al secolo Christopher Fox, che è sempre quello che si è ricordato solo pochi giorni orsono di essere il capo supremo della potente Securities and Exchange Commission e di avere la possibilità di porre, anche senza preavviso alcuno o quasi, quelle regole che non aveva voluto o saputo introdurre quando David Einhorn e i suoi emuli altrettanto miliardari si esercitavano nel relativamente economico e molto redditizio gioco al ribasso nei confronti delle alquanto traballanti entità a vario titolo operanti nel mercato finanziario globale.

Come è noto ai miei pochi, ma molto pazienti ed affezionati, lettori, sono un fervente fautore del ripristino di un minimo di regole in quel casinò a cielo aperto che è oramai divenuto il mercato finanziario globale, ma unisco la mia voce a quella della sparuta di critici della molto azzardata mossa di Effe O Ixs, che porta l’odore inconfondibile dell’ispirazione da parte dell’ineffabile Herny Paulson, il banchiere d’affari non troppo casualmente prestato alla politica due anni orsono, quando i bene informati vertici di Goldman Sachs erano perfettamente al corrente del disastro prossimo venturo di quei titoli della finanza strutturata di cui avevano riempito i bilanci degli investitori istituzionali, fondi pensione in primis, anche perché non si capisce proprio perché i limiti relativi all’operatività allo scoperto vengano fuori solo ora che è in atto la più grande manovra al ribasso sui titoli finanziari e nessuno se la sia mai sognato quando il movimento era talmente ed irrazionalmente al rialzo da creare tre gigantesche bolle speculative, ma soprattutto perché nessuno faccia qualcosa di analogo sul mercato dei derivati del petrolio e delle altre materie prime, derrate alimentari incluse!

Ne è un caso se, in un mercato che sembra rifiutare con ostinazione degna di miglior causa l’introduzione di qualsivoglia restringimento della libertà di azione di speculatori di ogni risma, in nome, ovviamente, della sacra iniziativa individuale, molti degli abitanti ai piani alti delle Investment Banks e delle banche più o meno globali, per non parlare poi degli ormai tremebondi vertici delle semipubbliche Fannie Mae e Freddie Mac o di quelli ormai vicini al collasso che dirigono le disastrate compagnie monoliner, stiano stappando champagne a fiumi per l’introduzione di limiti molto stringenti per la vasta schiera dei giocatori d’azzardo che amano avventurarsi nella vendita allo scoperto di azioni di banche, compagnie di assicurazione o quant’altro, senza ovviamente possederne alcuna, ma semplicemente sfruttando le disponibilità, spesso illimitate o quasi, delle linee di credito committed di cui, grazie all’uso disinvolto dell’effetto leva, dispongono.


Per non parlare poi di quella vera e propria anomalia che vede la lista delle entità per le quali da lunedì sarà impossibile operare senza la disponibilità materiale dei titoli limitata a sole diciannove società, statunitensi ma anche europee, una lista che comprende il gotha della finanza USA ma non trascura banche globali basate in Europa ed accomunate nei guai alle loro ben più navigate consorelle statunitensi, così come non si capisce perché siano state escluse, almeno per ora, le compagnie monoliner tecnicamente fallite e che fanno registrare da mesi una volatilità che avrebbe indotte i vigilantes europei a ritirarle dai listini da lungo tempo.

Come scrivevo ieri, “queste nuove e più stringenti regole hanno fatto storcere più di un naso a quanti ritengono che le regole servano e siano, anzi, davvero indispensabili, ma che le stesse debbano valere nei confronti di qualsiasi entità, a prescindere dalla dimensione o dalla contingenza, in base ad un elementare principio di parità di trattamento che se è valido in ogni campo, lo è, ovviamente, ancora di più quando si tratta di azioni di società quotate su un qualsivoglia mercato”, per non parlare poi di queste vere e proprie multinazionali del credito cui nessuno, ma proprio nessuno, dei pretesi regolatori e vigilanti ha sinora chiesto il conto del moral hazard nel quale si stanno esercitando da oltre un ventennio.

Qualcuno di questi dubbi sta affiorando anche tra i protagonisti di quella che si presenta sin d’ora come una disfida elettorale per le elezioni presidenziali e politiche negli Stati Uniti d’America e tra gli attuali congressisti in attesa di conferma, il che lascia prevedere che potrebbe non rimanere impunito il comportamento di personaggi come Bernspan, Paulson e lo stesso Effe O Ixs,che stanno dimostrando un giorno sì e l’altro pure di essere talmente schierati in difesa degli interessi di Wall Street e delle altre capitali finanziarie del mondo industrializzato da strafregarsene delle drammatiche conseguenze di quanto sta avvenendo nei pressi del mercato dei futures di Chicago in relazione alle materie prime energetiche e non per l’operato dissennato di fondi pensione, hedge fund, Investment Banks e CIB delle banche più o meno globali.

Non annoierò i lettori sui dettagli dei veri e propri disastri che stanno emergendo dalle trimestrali che, purtroppo per loro, le varie entità a vario titolo operanti nel mercato finanziario globale stanno rilasciando con il contagocce, in assenza di un salvifico silenzio stampa che risolverebbe tanti problemi agli alquanto disperati Chief Financial Officer che già pensano ai rigori della Sorbanes-Haxley, provvidenzialmente introddo a furor di popolo dopo i disastri di Enron e di altre compagnie della stessa risma, mentre da noi ci deliziavamo con le gesta dei responsabili di Cirio, Parmalat e Giacomelli per ritrovarci con una legge per la tutela del risparmio che è in realtà una sorta di groviera che presenta più buchi che formaggio!

So bene che molti si sono scandalizzati per l’uscita di Giulio Tremonti sul Financial Stability Forum popolato da banchieri centrali capitanati dal Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ma mi permetto di notare che, se è crudo dire che equivale “a mettere dei topi a guardia del formaggio”, è altrettanto inquietante che delle 65 raccomandazioni promesse non se ne è vista neanche l’ombra al vertice del G8 tenutosi di recente nell’Isola di Hokkaido in Giappone e, se non ora, quando?

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ , mentre rendo noto che sono stati pubblicati nei giorni scorsi gli atti dello stesso convegno.

venerdì 18 luglio 2008

Basterà l'audace mossa di Effe O Ixs?


Dove non hanno potuto il presidente George W Bush o il sempre più stonato duo formato dall’ineffabile Bernspan ed il banchiere d’affari prestato alla politica, Henry Paulson, è, invece, almeno per il momento riuscito il sinora evanescente e molto assente Effe O Ixs, al secolo Christopher Cox, un uomo che si è improvvisamente ricordato di essere il capo supremo della potente Securities and Exchange Commission e di avere la possibilità di porre, anche senza preavviso alcuno, quelle regole che non aveva voluto o saputo introdurre quando il tiro al piattello esercitato per mesi e mesi da David Einhorn e dai suoi emuli altrettanto miliardari si esercitava nel relativamente economico e molto redditizio gioco al ribasso nei confronti delle alquanto traballanti entità a vario titolo operanti nel mercato finanziario globale.

In un mercato che sembra rifiutare con ostinazione degna di miglior causa l’introduzione di qualsivoglia restringimento della libertà di azione di speculatori di ogni risma, in nome, ovviamente, della sacra iniziativa individuale, molti degli abitanti ai piani alti delle Investment Banks e delle banche più o meno globali, per non parlare poi degli ormai tremebondi vertici delle semipubbliche Fannie Mae e Freddie Mac o di quelli ormai vicini al collasso che dirigono le disastrate compagnie monoliner, per l’introduzione di limiti molto stringenti per la vasta schiera dei giocatori d’azzardo che amano avventurarsi nella vendita allo scoperto di azioni di banche, compagnie di assicurazione o quant’altro, senza ovviamente possederne alcuna, ma semplicemente sfruttando le disponibilità, spesso illimitate o quasi, delle linee di credito committed di cui dispongono.

Certo, l’aver limitato a sole diciannove entità, statunitensi ma anche europee, queste nuove e più stringenti regole ha fatto storcere più di un naso a quanti ritengono che le regole servano e siano, anzi, davvero indispensabili, ma che le stesse debbano valere nei confronti di qualsiasi entità, a prescindere dalla dimensione o dalla contingenza, in base ad un elementare principio di parità di trattamento che se è valido in ogni campo, lo è, ovviamente, ancora di più quando si tratta di azioni di società quotate su di un unico mercato.

La puntata di ieri presentava il limite di essere stata scritta a mercati statunitensi appena aperti e quando non era ancora chiara la tempistica delle nuove regole imposte dalla Sec, per cui non ho potuto dare conto del significativo rimbalzo di Fannie Mae e di Freddie Mac, né di quello registrato da Lehman Brothers, MBIA od Ambac, solo per citare le società più bersagliate negli ultimi tempi dai ribassisti tra le diciannove presenti nella lista prontamente diffusa dagli uffici dell’organismo federale impegnato, sinora non troppo duramente, nel verificare la correttezza degli scambi e l’assenza di posizioni privilegiate o per possesso di informazioni non note al grande pubblico o per bere e proprie scorrettezze commesse dagli intermediari.

Sarà un caso, ma l’ira di Effe O Ixs, un personaggio non proprio noto per il suo coraggio, è avvenuta nello stesso giorno in cui i due numeri uno della defunta Bear Stearns e della più che traballante Lehman Brothers hanno reso noto di aver denunciato tutta una serie di misure manipolative del mercato commesse ai loro danni dalla potente e molto preveggente Goldman Sachs, una banca che si vanta di essere una sorta di porta girevole da cui entrano ed escono quasi incessantemente ministri delle finanze, governatori di banche centrali o, addirittura primi ministri di governi di paesi più o meno democratici, una banca di investimenti che, in particolare dalla sua base di Londra, avrebbe giocato un ruolo rilevante nele giornate che hanno preceduto l’affondamento dell’orso di Stearns e che avrebbe unito le sue forze a quelle di David Einhorn e compagni nel tentativo di ripetere la loro impresa ai danni della malcapitata Lehman Bros., a sua volta caratterizzata dallo stesso pazzesco livello di leverage rinvenibile in Bear, un livello, peraltro, non molto difforme da quello di Morgan Stanley, Merrill Lynch o della stessa Goldman Sachs.

Come ha avuto modo nei giorni scorsi di dire, peraltro senza riscuotere molto successo tra i legislatori in scadenza cui si rivolgeva, Bernspan, è giunta l’ora di ricondurre sotto le stesse regole vigenti per le banche commerciali anche le Investment Banks, sinora vigilate dalla sola Sec, anche per il non secondario argomento che avendo le stesse chiesto ed ottenuto di accedere alla ampia discarica a cielo aperto gestita dalle donne e dagli uomini della Fed di New York vagonate di titoli della finanza strutturata cedute praticamente alla pari e sotto l’unica condizione di pagare un tasso di interesse de 2,25 per cento (in realtà negativo per il 2,75 per cento ove espresso in termini reali), risulta ovvio e quasi implicito che debbano sottostare alle stesse regole in termini di limiti operativi e di capitalizzazione che riguardano da sempre Citigroup o Bank of America, giù, giù sino all’ultima banca operante nel mercato statunitense.

Quanto reggerà l’esile diga eretta in una sola notte da Effe O Ixs? Non credo molto, anche perché, pur essendo stata messa la museruola ai più scalpitanti tra i ribassisti operanti sulla piazza newyorkese o all over the world, i problemi alla base della crisi finanziaria in corso restano più o meno tutti sul tappeto, per il semplice motivo che non è ancora chiaro, né credo proprio che lo sarà per lunghissimo tempo, chi pagherà il conto della montagna di titoli della finanza strutturata che è pari a non meno di cinque volte il prodotto interno lordo degli Stati uniti d’America, credit default swaps ovviamente esclusi.

Né altrettanto sembra chiaro quale sarà la sorte dei 5.200 miliardi di dollari di GSE in circolazione e che zavorrano, come si è scoperto in questi giorni, i conti delle banche disseminate un po’ in tutto il mondo, titoli che non possono in alcun modo ricevere realmente la garanzia federale, pena lo sballamento totale del tetto all’indebitamento pubblico statunitense stabilito tempo per tempo dal Congresso ed attualmente posto a 9 mila dollari già tutti bellamente impegnati dai preesistenti debiti contratti da un amministrazione americana che ha dissipato in soli otto anni i successi conseguiti in questo campo da Bill Clinton nel corso dei due precedenti mandati presidenziali.

Non è peraltro un caso se il mercato ha salutato come un successo il vero e proprio tonfo degli utili conseguiti nel secondo trimestre di questo veramente orribile 2008 da J.P. Morgan-Chase, che lo ricordo per chi si è sintonizzato solo ora sul Diario della crisi finanziaria, è considerata l’entità che ha retto meglio agli alti marosi della tempesta perfetta e che, pur riuscendo a contenere molto bene la flessione dei ricavi, ha dovuto registrare un calo del 53 per cento degli utili, passati da oltre 4 miliardi a poco più di 2 miliardi di dollari, ma l’euforia per questo tonfo appena superiore alle previsioni opportune degli analisti embedded è durato lo spazio di un mattino, così come il tentativo di ripetere il rally di ieri sembra già infrangersi sulle perplessità degli operatori che si sono francamente stancati di essere considerati degli imbecilli che si nutrono delle veline del Governo o delle varie entità operanti nel mercato finanziario, mentre permane la situazione di stallo esistente da diversi giorni nel mercato interbancario, una situazione che vede una sorta di paralisi delle applicazioni, al punto da non riflettersi nemmeno più in un rialzo dei tassi.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ , mentre rendo noto che sono stati pubblicati nei giorni scorsi gli atti dello stesso convegno.

giovedì 17 luglio 2008

Arriva la quarta ondata della tempesta perfetta!



Come era, purtroppo, largamente prevedibile, nemmeno la discesa in campo del Comandante in capo degli Stati Uniti d’America, quel George W Bush che sarà certamente ricordato come il peggior presidente dopo quello che quasi ottanta anni orsono favorì con il suo imbelle comportamento l’avvio della Grande Depressione, è riuscita nel suo intento di rafforzare il messaggio rassicurante proveniente dal duo più screditato di Washington, Bernspan e Paulson, un intervento che ha avuto almeno il merito di pronunciare con schiettezza la parola nazionalizzazione con riferimento alle oramai tecnicamente fallite Fannie Mae e Freddie Mac, le due entità semipubbliche su cui si regge il malandato settore del mortgage statunitense e dalle quali sono state emessi GSE per 5.200 miliardi di dollari, titoli che sono presenti in modo massiccio nei bilanci delle entità a vario titolo operanti nel mercato finanziario globale.

Le perdite registrate ieri dalle azioni di Fannie Mae e Freddie Mac sono, anzi, state ancora più consistenti di quelle vissute nelle tre drammatiche sedute a partire da venerdì della scorsa settimana, chiudendo con flessioni largamente superiori al 20 per cento rispetto alla chiusura già ben depressa di lunedì e, almeno per una delle due, ad un passo da una variazione negativa del 30 per cento, mentre i volumi complessivamente registrati nelle tre sedute sono indubitabilmente caratteristiche di un clima da “si salvi chi può”!

Svegliandosi improvvisamente dal sonno profondo in cui pare sprofondato dal 9 agosto del 2007, Effe O Ixs (al secolo, Christopher Fox, numero uno della Securities and Exchange Commission) ha iniziato ad emanare ordini a destra ed a manca, tutti comunque volti a chiudere per l’ennesima volta la stalla quando la maggior parte dei buoi sono bellamente scappati, cercando di inasprire le condizioni estremamente favorevoli ai ribassisti ad oltranza, peraltro già oggi dieci volte più restrittive di quelle che riguardano i derivati sulle materie prime energetiche e non, derrate alimentari, purtroppo, comprese.

Se tutto questo, come dicevo, era largamente prevedibile, non altrettanto lo è il clamoroso volare di stracci in corso da ieri nel normalmente paludato settore delle Investment Banks statunitensi, con l’ex numero uno del defunto orso di Stearns e l’attuale Chairman e Chief Executive Officer di Lehman Brothers, una volta tanto accomunati nel muovere al numero uno di Goldman Sachs la più infamante delle accuse, almeno in base alla alquanto pencolante deontologia professionale degli investment bankers, quella cioè di aver operato in modo sporco da Londra per far fallire Bear Stearns nelle sedute precedenti al “salvataggio” della stessa ad opera di J.P. Morgan-Chase, mentre starebbe continuando ad impartire in questi giorni ordini analoghi nei confronti della disperata Lehman Bros.

Effe O Ixs ha immediatamente disposto un’indagine alla quale certamente collaborerà con il massimo dello zelo l’ex numero uno di Goldman Sache e pro tempore ministro del Tesoro statunitense, Henry Paulson, un uomo talmente imparziale che ogni giorno si allaccia le scarpe in modo diverso per non scontentare nessuna delle sue due mani, nonché una persona che non avrà nessuna remora nel perseguire il suo successore, Larry Blankfein, un personaggio che ha ai suoi occhi avuto il torto di guadagnare, nel fortunato esercizio 2007, 100 milioni di dollari e ha speso un quarto circa della favolosa somma per acquistare una vasta magione nel più esclusivo condominio di Manhattan.

Ma se Atene piange Sparta, come sempre accade, non ride! Infatti, la Vecchia Europa, con annessa la Gran Bretagna, sta vivendo un altro dei suoi momenti drammatici, con le quotazioni delle azioni delle banche globali basate nel suo vasto territorio, oramai ridotte al lumicino, con la lodevole eccezione delle due mega banche spagnole che si sono tenute alquanto miracolosamente fuori dei guai; basti citare, per tutte, la oramai famosissima Socgen che è riuscita in pochi mesi a rendere attuale il prezzo di assoluto saldo richiesto in sede di aumento di capitale, 45 euro contro i circa 79 che quotava al momento e sideralmente lontani dal massimo toccato nel corso dell’irripetibile esercizio 2007.

Ma la vera notizia è che sembra proprio che si stia ripetendo, con poco meno di un mese dal primo anniversario, quella forte difficoltà in termini di liquidità nel mercato interbancario che, il 9 agosto dell’anno scorso, diede clamorosamente il via alla tempesta perfetta, il tutto mentre non si vede all’orizzonte alcuna mossa della Banca Centrale Europea, normalmente così prodiga, anche in frangenti meno drammatici, ad inondare letteralmente di liquidità il mercato, senza, peraltro, convincere le banche europee beneficiate a riprendere finalmente a fidarsi almeno un po’ l’una dell’altra.

Spero veramente che si tratti solo di una sensazione sbagliata, anche perché sarebbe veramente triste se tutto finisse esattamente come è iniziato, così come non posso sentirmi umanamente vicino ai neotemplari della BCE ed alla loro germanizzata guida, Jean Claude Trichet, un uomo che aveva realmente creduto di essere l’ultima incarnazione di almeno uno dei mitici ed inflessibili presidenti della Bundesbank e che in questo si sarebbe accontentato anche di somigliare al discusso ultimo presidente della Buba prima dell’avvento della moneta unica europea, Hans Tietmeyer, ma, forse, anche al suo successore, quell’altissimo burocrate teutonico ignominiosamente cacciato per aver accettato di veder saldato da una banca tedesca il conto per un soggiorno di pochi giorni in albergo per sé e famiglia.

Non credo aiutino le ferali notizie di ieri sulla crescita in giugno dei prezzi all’ingrosso al ritmo annuo (9,6 per cento) più veloce degli ultimi ventisette anni o quelle di oggi su quella dei prezzi al consumo saliti, sempre in giugno, dell’1,1 su base mensile e del 5 per cento secco su base annuale, il che spedisce il tasso sui Fed Funds ad un valore negativo, ove sia espresso in termini reali, del 3 per cento, un bell’aiuto a quanti si stanno indebitando per scommettere sul petrolio e sulle altre materie prime, derrate alimentari, ripeto purtroppo come sopra, incluse.

A questo punto delle cose, temo tristemente che rimarremo tutti sommersi dalla quarta ondata delle tempesta perfetta in corso, anche perché anche quanti tra i miei lettori che sono riusciti a tornare liquidi, liberandosi di tutta la variegata ed un po’ avariata zavorra rifilata loro da una tra le tante entità operanti nel mercato finanziario globale, spero abbiano avuto l’accortezza di mantenere ogni singolo deposito entro i limiti previsti, variano come è noto da paese a paese, dai fondi interbancari di garanzia, ove gli stessi, ovviamente, esistano!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ , mentre rendo noto che sono stati pubblicati nei giorni scorsi gli atti dello stesso convegno.

mercoledì 16 luglio 2008

Bush chiede al Congresso di nazionalizzare Fannie Mae e Freddie Mac!


Con la schiettezza che lo contraddistingue quando si trova a parlare dell’unica materia che conosce per esperienza personale, a parte il suo essere reborn in Christ che lo ha salvato dall’alcolismo che ha accompagnato buona parte della sua vita, il presidente degli Stati Uniti d’America, George W Bush, ha affrontato oggi di petto la questione della necessità assoluta di nazionalizzare le tecnicamente fallite Fannie Mae e Freddie Mac, mandando letteralmente all’angolo gli equilibrismi inconcludenti dell’ormai rodato duo Bernspan-Paulson, due inveterati liberisti che non riescono, neanche sotto tortura, a pronunciare l’odiato termine che ricorda la Vecchia Europa ed i suoi, chissà per quanto, generosi sistemi di welfare e la sua propensione a tenere sempre un piede pubblico in qualsivoglia settore dell’economia, soprattutto quando vi è un serio rischio per la sopravvivenza delle aziende e per l’occupazione.

D’altra parte, il penoso show dell’ex professore di Princeton in piena crisi di identità e dell’investment bunker da due anni travestito da ministro del Tesoro USA non aveva in alcun modo sottratto le due entità semipubbliche impegnate direttamente o indirettamente per 5.200 miliardi di dollari nel settore del mortgage ed esposte, per una cifra più o meno pari, mediante quei GSE che solo una superstizione dura a morire faceva ritenere garantiti dal Tesoro statunitense al pari dei Treasury Bonds (peraltro inferiori per entità ai GSE) alla ripetizione della pioggia di vendite, con significative perdite per i ritardatari, verificatesi ieri dopo la debacle registrata nella seduta di venerdì scorso.

Non che le pur chiare parole dell’ancor per pochi mesi comandante in capo della portaerei America che, ad onta della massiccia stazza, sta ondeggiando come un fuscello sotto gli alti marosi della tempesta perfetta, siano realmente servite oggi a fare recuperare i corsi azionari delle due entità da qualche giorno sotto il tiro incessante della speculazione ribassista, con volumi di vendita ancora da paura e prezzi, ad un’ora dalla fine delle contrattazioni, che ancora registrano flessioni a due cifre, anche se la big figure potrebbe, in chiusura, essere uno, invece del due persistente e derivante dal fatto che si oscillato per tutta la giornata intorno a flessioni del 20 per cento.

Quello che neanche Bush in persona poteva, infatti, promettere era che gli azionisti avrebbero conservato almeno parte dell’infimo valore attuale delle proprie azioni e che le stesse non avrebbero fatto la fine di quelle IndyMac, fallita miserevolmente pochi giorni fa lasciando agli azionisti il classico pugno di mosche in mano, o di quelle dell’orso di Stearns, pagate a 9 dollari e spiccioli dai nipotini di John Pierpoint Morgan e da quelli del capostipite dei Rockfeller, un valore che era meno di un ventesimo di quello toccato ai massimi delle ultime 52 settimane, prospettiva che non fa certo fremere di gioia i piccoli investitori e i ben più grandi investitori istituzionali che di azioni delle due entità avevano inzeppato i robusti portafogli.

L’evaporazione degli integralisti del neoliberismo è, peraltro, una delle caratteristiche distintive della tempesta perfetta in corso da poco meno di un anno, una conversione improvvisa sulla via della bancarotta che ha contagiato paludati economisti, autorevoli opinionisti e perfino la Bibbia del capitalismo finanziario, quel Wall Street Journal, oramai trasformatosi nel giornale di bordo della più profonda e prolungata crisi finanziaria mai intervenuta dalla fine del secondo conflitto mondiale, anche perché rischiano sempre più seriamente di inaridirsi le fonti delle prestigiose chair universitarie, delle sovvenzioni al libero pensiero del fondamentalismo economico liberista e le generose elargizioni ai giornalisti embedded ed ai loro editori, privati di nome ma molto disponibili di fatto.

Nel frattempo, l’euro è tornato d’un balzo a testare verso l’alto la barriera psicologia degli 1,60 dollari già messa a dura prova all’inizio di questo veramente orribile 2008, anno bisesto e molto funesto, mentre il petrolio ha registrato un deciso calo di 7 dollari al barile, anche in relazione alla convinzione sempre più diffusa, e sponsorizzata oggi dallo stesso Bernspan, di un forte rallentamento della domanda statunitense, europea e persino asiatica di greggio e delle altre materie prime, derrate alimentari comprese.

Ma una ben più consistente doccia fredda è venuta dall’emulo di Greenspan che non vede l’ora di tornare nei suoi panni di mite ma severo conoscitore delle crisi finanziarie di ogni epoca, quando il presidente della Federal Reserve ha fatto capire anche ai sordi che, a fronte di un inflazione da prezzi all’ingrosso appena al di sotto del 10 per cento anno su anno ed all’indomani della divulgazione del dato che vede i prezzi all’import cresciuti, sempre su base annua, del 20 per cento circa, la strada del rialzo dei tassi di interesse è di fatto già imboccato e che il problema non è più il se la fed rialzerà, ma del quando avvierà la fase restrittiva, per quanto tempo la stessa proseguirà e quale sarà il livello finale del tasso sui Fed Funds e del tasso ufficiale di sconto che rappresenta il ticket che le banche di investimento, le banche commerciali e da ieri anche Fannie Mae e Freddie Mac devono pagare per scaricare le centinaia di tonnellate di titoli della finanza strutturata nell’ampia discarica a cielo aperto gestite giorno e notte dalle donne e dagli uomini della Fed di New York.

L’esercito sterminato di ribassisti incalliti si sta, peraltro, talmente concentrando sulle new entry fannie Mae e Freddie Mac, che entità sotto tiro ininterrotto da mesi, come Lehman Brothers, MBIA ed Ambac, hanno potuto oggi tirare fiato, registrando rimbalzi significativi delle loro più che depresse quotazioni, anche se i difensori schierati nelle trincee sanno perfettamente che questa non è che una delle tante pause derivanti dalla necessità di effettuare le opportune ricoperture tecniche e per rivedere le tattiche e le strategie di quel pugno di miliardari che hanno David Einhorn come punto di riferimento assoluto, anche se non tutti, come David, dispongono di un esclusivo resort in un affascinante paradiso tropicale.

Fa fatto molto rumore il suggerimento che un quotato analista operante all’ombra del Wall ha voluto regalare ai disperati top manager di Lehman, banca che, almeno a suo avviso, dovrebbe essere oggetto di un take over totalitario con successivo delisting, una mossa volta ad evitare che l’operatività della quarta banca d’investimento statunitense e la sua preziosa liquidità continuino ad essere strettamente correlate alle paurose oscillazioni di borsa che il titolo sta subendo da mesi.

Continua l’attivismo degli ispettori di Mario Draghi, alle cui gesta il quotidiano La Repubblica ha dedicato un’intera pagina a firma di Andrea Greco, giornalista non inviso ad Alessandro Profumo, ed è di ieri la notizia dei venti rilievi che il capo della Vigilanza, Anna Maria Tarantola ha personalmente comunicato ad un attonito CdA della Banca Popolare di Milano, rilievi tutti incentrati sull’annoso problema della governance dell’istituto di Piazzetta Meda, con i relativi incartamenti depositati nella cassaforte del presidente Mazzotta e con esplicito divieto di farne copia.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ , mentre rendo noto che sono stati pubblicati nei giorni scorsi gli atti dello stesso convegno.

lunedì 14 luglio 2008

Bernspan e Paulson sparano un colpo a salve!


Come era largamente prevedibile, il giuramento a due voci formulato dall’ormai rodato duo Bernspan-Paulson davanti alla Commissione bancaria della Camera dei Rappresentanti sulla loro ferma decisione di non ripetere altri salvataggi come quello che ha riguardato Bear Stearns, salvata a metà marzo solo grazie ad un mega finanziamento da 30 miliardi di dollari effettuato dalla Fed di New York in favore dell’acquirente J.P. Morgan-Chase, che, di suo, ha dovuto sborsare un miliardo di dollari, dopo aver inizialmente tentato di pagarla un quinto di tale somma e, cioè, meno della metà del valore dell’immobile che ospitava il quartier generale di Bear.

Sfoggiando una tecnicalità ed una tempistica in tutto e per tutto simile a quella adoperata dalla Bank of England nei confronti della oramai nazionalizzata Northern Rock, Bernspan ha assicurato che fornirà la liquidità necessaria a Fannie Mae e Freddie Mac, ammettendo le stesse alla discount window cui, in piena violazione della legge bancaria statunitense, sono già state ammesse le Investment Banks, entità che come è a tutti noto sono soggette alla vigilanza della Securities and Exchange Commission e non a quella della Fed che si trova da mesi nella scomoda posizione di prestatore di ultima istanza in favore di entità che, almeno al momento, sono al di fuori del suo perimetro di intervento, circostanza ancora più vera nel caso delle due maggiori entità semipubbliche impegnate per oltre 5 mila miliardi di dollari nell’immenso settore del mortgage statunitense.

L’annuncio del sostegno della Fed e della possibile acquisizione di quote azionarie di Fannie Mae e Freddie Mac da parte del ministero del Tesoro sono entrambi elementi che il mercato sta, almeno per il momento, valutando positivamente, in quanto allontano il rischio di insolvenza immediata delle due entità che erogano o garantiscono poco meno della metà dei mutui statunitensi, presentando, al passivo, un ammontare di titoli (gli ormai famosi GSE) non lontano, a sua volta, dai 5 mila miliardi di dollari, un ammontare enorme e superiore ai Treasury Bonds in circolazione, con la non marginale differenza rappresentata dal fatto che i secondi sono garantiti dallo Stato, mentre i GSE non presentano, ad oggi, alcuna altra garanzia che quella offerta dalle emittenti, Fannie Mae e Freddie Mac, appunto.

Quanto e se durerà questa brevissima luna di miele tra i disorientatissimi operatori e le autorità monetarie americane è una questione che verrà sciolta solo dal tempo, ma quello che è certo è che nessuno dei nodi di fondo alla base dello squagliamento del valore delle azioni delle due gigantesche entità semipubbliche è stata risolta, né era umanamente prevedibile che ciò potesse accadere, a meno di ipotizzare, come nel caso della sventurata Northern Rock, la nazionalizzazione sic et simpliciter delle due pencolanti entità, il che parrebbe escluso, non fosse altro che per l’impossibilità, in un anno elettorale come quello in corso, di assistere ad un inserimento nel debito pubblico statunitense di titoli che pesano per più della metà dell’attuale e già elevato outstanding dei titoli rappresentativi del debito stesso.
Da quando ho iniziato a scrivere questa puntata all'inizio delle contrattazioni sul mercato newyorkese, penso proprio che si possa dire che la honeymoon si è già infranta sulle dure evidenze della cruda realtà e, così, soltanto poche ore dopo Fannie Mae ha ripiegato da un baldanzoso più 13 ad un ben triste meno 7 per cento, mentre Freddie Mac veleggia con perdite del 13 per cento, mentre entrambe, come già era accaduto venerdì scorso, registrano volumi di contrattazione multipli della media.

Al di là di ogni considerazione sulla capacità degli interventi annunciati di risolvere alla radice e stabilmente i problemi sul tappeto, è comunque certo che ci troviamo una volta di più di fronte a soluzioni che sembrano inseguire l’evolversi affannoso degli eventi, non dando mai l’idea di un governo dei fenomeni da parte delle due massime autorità chiamate a dare risposte efficaci e convincenti agli effetti, se non alle cause, della più grave e prolungata crisi finanziaria dalla fine del secondo conflitto mondiale.

D’altro canto, l’ordine di grandezza dei problemi è ormai giunto a livelli tali che la stessa stratosferica stima di un outstanding complessivo dei titoli della finanza più o meno strutturata aggiratesi intorno ai 75 mila miliardi di dollari potrebbe risultare del tutto approssimata per difetto, il che non è di poco momento ove si consideri che nell’aggregato non sono inclusi i 45 mila miliardi di nozionale relativi agli ormai famigerati Credit Default Swaps, né è in alcun modo stimabile l’effetto deflagrante che avrebbe un tutt’altro che escluso scoppio della gigantesca bolla speculativa esistente nel mercato dei derivati sul petrolio e le altre materie prime, derrate alimentari ovviamente incluse.

Si tratta, già nella versione precedente, di un ammontare di titoli più o meno spazzatura pressoché triplo rispetto alle prime stime disponibili quando la tempesta perfetta prese avvio poco meno di un anno fa, mentre le perdite relative erano allora stimate in non più di 100 miliardi di dollari, una cifra che, nella migliore delle ipotesi, dovrebbe essere adesso moltiplicata da un minimo di dieci ad un massimo di quattordici volte, mentre l’ammontare complessivo medio delle immissioni di liquidità effettuato da allora dalle banche centrali e la capacità di assorbimento della discarica a cielo aperto generosamente gestita dalle donne e dagli uomini della Fed di New York non può, per definizione, superare gli 800 miliardi di cui dispone la Federal Reserve, un ammontare che ovviamente non può essere né totalmente raggiunto, né superato, anche se vanno inclusi gli aiuti provenienti dalla Banca Centrale Europea e dalle altre banche centrali dei paesi maggiormente industrializzati.

Non è del tutto piacevole trovarsi in una situazione nella quale i problemi rappresentano un ammontare che supera decine e decine di volte l’ammontare delle munizioni dei governi e dei banchieri centrali che finiscono sempre più per assomigliare a degli assediati che difendono con le unghie e con i denti un fortino dalle mura tutt’altro che sicure, il tutto mentre un gruppo sempre più compatto di scommettitori si mostra sempre più imbaldanzito dai successi già conseguiti in termini di evaporazione progressiva del valore delle quotazioni delle azioni delle principali entità del mercato finanziario poste sotto tiro, con svalutazioni che vanno da un minimo del 30 ad un massimo del 95 per cento rispetto ai massimi toccati nelle ultime 52 settimane.

Ricordo che il il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ , mentre rendo noto che sono stati pubblicati nei giorni scorsi gli atti dello stesso convegno.