giovedì 16 aprile 2009

Quanto durerà la recessione? (prima parte)


Se qualcuno, attratto dal titolo un po’ intrigante, pensasse di trovare in questa e nelle successive puntate del Diario della crisi finanziaria una risposta puntuale all’interrogativo che angoscia governi, banche centrali e parti sociali di tutto il mondo farebbe bene a non proseguire nella lettura, perché su questo, come su tanti altri argomenti, non fornirò altro che valutazioni a partire da quel po’ che so della finanza e dell’economia a livello globale, dalle mie esperienze professionali e dalla mia volontaria esperienza di tenutario del giornale di bordo della flotta del genere umano ampiamente squassata dagli alti marosi di una tempesta perfetta che non accenna a scemare di intensità da quando, il 9 agosto del 2007, ha preso il suo via a causa di un davvero inedito blocco della liquidità sul mercato interbancario.

Accingendomi all’impresa di fornire comunque qualche indicazione temporale, utilizzerò come riferimento metodologico quello che ho capito dell’approccio seguito dal mai troppo compianto John Maynard Keynes, forse l’unico essere senziente ad aver tratto qualche insegnamento da quell’immenso processo di distruzione di ricchezza che fu la Grande Depressione, una fase di durata nettamente superiore ai dieci anni e che venne, al di là di alcune meritorie intuizioni personali di qualche uomo politico, gestita in un modo davvero dissennato e che produsse danni certamente superiori a quelli che le vere cause del crollo borsistico dell’ottobre del 1929 e l’ignoranza quasi assoluta della componente psicologica nell’agire economico avrebbero prodotte senza alcun intervento esterno!

Scusandomi in anticipo per la lunghezza delle premesse metodologiche, mi vedo costretto a chiarire il senso della da me più volte ripetuta affermazione sull’utilizzo come stelle polari nell’orientarmi nella tempesta perfetta di due persone così diverse tra loro per storia, cultura ed esperienze professionali quali Warren Buffett, classico esempio di self made man americano che, a differenza di molti neomiliardari, non ha perso la determinazione, la sagacia e il buon senso iniziali, e George Soros, una persona di assoluto successo nella previsione dei fenomeni economici, ma che la psicologia dell’investitore medio la apprese alla durissima scuola delle persecuzioni razziali in Europa nel suo paese d’origine occupato dai nazisti, una scelta che confermo, anche se la ho allargata di recente ad un gruppo più ampio di persone che attorno a loro si è aggregata in questi mesi e che ha deciso di puntare sul giovane senatore dello Stato dell’Illinois, Barack Obama, come l’uomo in grado di consentire un radicale processo di ristrutturazione dell’economia e della finanza a stelle e strisce, presupposto indispensabile per giungere ad una risposta coordinata dei maggiori paesi industrializzati alle cause profonde che ci hanno portati a questo disastro (un gruppo che ho descritto nelle diverse puntate dedicate a quello che ho definito il patto ‘segreto’ da loro stretto con Obama nella fase più calda delle primarie del partito democratico).

Credo non sfugga ad alcuno di quanti seguono con un sufficiente grado di attenzione l’evoluzione della crisi finanziaria e della dolorosa recessione economica da questa indotta l’assoluta insensatezza delle politiche seguite dai governi dei paesi maggiormente industrializzati, così come dal sistema della riserva federale e dalle altre banche centrali, nel periodo che va dall’avvio della tempesta perfetta a quello spartiacque della stessa rappresentato dalla decisione di lasciare fallire Lehman Brothers a metà del mese di settembre del 2008, una scelta quest’ultima che sarà certamente studiata quando quello che stiamo vivendo sarà finalmente divenuta Storia e che ha determinato una situazione di tale gravità da fare ritenere a persone investite di responsabilità istituzionali a livello sovranazionale che l’intero sistema finanziario globale potesse collassate nel successivo mese di ottobre, ove i governi e le autorità monetarie del G20/G21 non avessero preso le decisioni che vennero poi assunte nel corso del davvero drammatico summit svoltosi in quei giorni.

Non vi è dubbio alcuno che i colossali piani di salvataggio degli interi sistemi finanziari nazionali partorite in quel vertice e confermate successivamente a livello di parte dell’Unione europea, nonché riprodotte nei ripetuti piani del governo giapponese e di quello cinese siano stati fortemente condizionati dalle incaute e in qualche caso folli scelte assunte in precedenza dal trio Bush-Paulson-Bernspan, nonché dalla relativa inerzia dei governi degli altri maggiori paesi avanzati, i quali, a torto o a ragione, ritenevano che gli Stati Uniti d’America avessero la responsabilità di trovare la soluzione del problema, non fosse altro per avere in larghissima misura provocato la tempesta perfetta stessa, un ragionamento che, al netto dell’evidente contenuto di verità, dimostrava una assoluta miopia nei confronti dell’assoluta interconnessione provocata dai concomitanti fenomeni di finanziarizzazione, globalizzazione e deregolamentazione selvaggia ai quali nessuno dei leaders politici europei e asiatici si era realmente opposto!

Come spesso accade, la fretta di trovare una soluzione quale che fosse portò, in quelle davvero drammatiche giornate di ottobre (chissà perché gran parte dei fenomeni destinati a sconvolgere questo pianeta si addensano in questo mese?) dell’anno scorso, pur evitando il rischio del collasso immediato del sistema finanziario globale, hanno da un lato favorito l’acuirsi del contagio della crisi alla cosiddetta economia reale, ma, dall’altro, hanno lasciato scoperti un gran numero di sistemi creditizi e finanziari di numerosi paesi da poco membri dell’Unione europea o candidati a entrarvi, nonché di numerosissimi paesi dell’Asia, della totalità dei paesi africani e di quelli dell’America Centrale e Meridionale, un palmare esempio di coperta corta cui si è cercato di mettere una pezza nei successivi summit con impegni più o meno esigibili e con un maxi finanziamento, in parte effettivo e in maggior misura da realizzare, delle scarse risorse del Fondo Monetario Internazionale, definitivamente assurto al ruolo di prestatore di ultima istanza di quella parte del mondo dichiaratamente incapace di provvedere da sé. Ed è proprio da queste contraddizioni che prenderò le mosse domani per affrontare l’interrogativo riportato nel titolo.

Ricordo che il video del mio intervento al Convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente sul sito dei dell’associazione FLIP, all’indirizzo http://www.flipnews.org/ . Riproduzione della presente puntata possibile solo citando l’autore e l’indirizzo del blog

mercoledì 15 aprile 2009

The sooner you leave the better, Mr. Bernspan!


Sarò un po’ prevenuto, ma confesso di dare davvero poco ascolto a quanto va dicendo con insolita frequenza l’unico sopravvissuto del tristemente noto trio Bush-Paulson-Bernspan, sì proprio quel Benjamin Bernanke, in arte Bernspan, che ancora non sa quanto potrà restare alla tolda di quel sistema della riserva federale che ha trasformato in meno di tre anni una sorta di stamperia semiclandestina di dollari, giurando e rigiurando che, quando sarà venuto il momento, lui stringerà con forza la cosiddetta corda del boia, rifacendo rapidamente a ritroso la strada che ha condotto pressoché a zero i tassi sui Fed Funds che alla fine di luglio del 2007 stavano ancora al livello del 5,25 per cento.

Sarà che ieri quello che un tempo era un mite professore di storia economica presso il prestigioso ateneo di Princeton, con specializzazione proprio relativa allo studio delle crisi finanziarie del passato, ha lanciato il suo messaggio di cauto ottimismo sulle prospettive dell’economia a stelle e strisce e di quella globale proprio mentre venivano diffusi due dati alquanto negativi sull’andamento dell’azienda America, il forte calo delle vendite al dettaglio e quello dei prezzi alla produzione nel mese di marzo (pari ad una flessione del -1,1 e del -1,2 per cento, rispettivamente), un qualcosa che non so proprio come possa essere confuso con quei barlumi di speranza di cui parlava anche ieri Obama nel suo ennesimo intervento sull’economia o con le previsioni in libertà del presidente, del tutto pro tempore, della Federal Reserve!

A volte mi dispiace non sentire più la voce di uno degli illustri scomparsi dalla scena, quell’Hank Paulson che non ha ancora deciso cosa farà nel suo futuro, anche perché il suo successore alla potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs, Larry Blankfein, pare si sia accontentato, nell’orribile esercizio 2008, della misera cifra di 1,1 milioni di dollari, un centesimo circa di quanto aveva guadagnato l’anno precedente, uno stipendio che sarà pure multiplo di quanto prendeva Hank per fare il ministro del Tesoro, ma anche una cifra per la quale il nostro non ha davvero alcuna intenzione di tornare a fare l’investment banker, proprio ora che l’investment banking sta vivendo la fase più difficile mai vissuta da oltre un secolo.

In assenza delle non sempre coerenti elucubrazioni di Hank, mi sono dovuto accontentare dell’asciutto discorso con il quale il Chief Financial Officer di Goldman, David Viniar (a proposito, ma che fine ha fatto l’indagine che lo vedeva, assieme a un folto gruppo di suoi colleghi, indagato dal temibile sceriffo di New York, Andrew Cuomo?) ha illustrato i risultati della ex Investment Bank nel primo trimestre del 2009, una novità assoluta, in quanto, anche in relazione alla trasformazione in banca ordinaria, la storica banca ha abbandonato l’anno fiscale per passare a quello che inizia il 1° gennaio e finisce il 31 dicembre, a mossa probabilmente obbligata, ma che ha consentito di segnalare un profitto di 1,66 miliardi di dollari e di tagliare fuori la perdita di poco meno di un miliardo registrata nel mese di dicembre che è rimasto fuori dalla rendicontazione.

Ma la vera novità proveniente da Goldman Sachs consiste nell’emissione di nuove azioni per 5,5 miliardi di dollari, nonché il parto dell’ennesimo private equity, il quinto della serie, che, a sua volta, ha raccolto altri 5 miliardi di dollari dagli investitori che sanno bene che normalmente e in perfetta assonanza con il nome, quello che toccano i selezionatissimi partners della oramai mitica Goldman finisce invariabilmente per trasformarsi in oro, anche se devo confessare che non sono riuscito a trattenere qualche lacrima quando ho letto che, per Blankfein, Viniar e compagni, quello di restituire al più presto i 10 miliardi di dollari ricevuti direttamente da Hank rappresenta proprio un punto d’onore, anche se si sono dimenticati di indicare una data certa entro la quale manterranno un così solenne impegno!

Prima di procedere oltre, mi corre l’obbligo di indicare a Corrado Passera, Francesco Micheli, Alessandro Profumo e agli altri banchieri italiani l’esempio fornito da Larry Blankfein, che per soli 1,1 milioni di dollari, pari ieri 825 mila euro ricopre contemporaneamente la carica di Chairman e di Chief Executive Officer di una banca che, a fine marzo, sfiorava i mille miliardi di dollari di assets, un’entità che peraltro opera davvero opera all over the world, un compenso davvero frazionale rispetto anche a quello ‘autoridotto’ dei summenzionati top manager bancari italiani posti al vertice di gruppi creditizi la cui capitalizzazione di borsa, nonostante i recenti e certamente significativi recuperi, continua spesso a non superare un quarto della consistenza che vantavano prima dell’avvio della tempesta perfetta.

Va, tuttavia, detto che la morigeratezza mostrata di questi tempi dai banchieri a stelle e strisce, così come la voglia diffusa di ripagare al più quanto ricevuto dai fondi del TARP, non è del tutto disinteressata, in quanto starebbero per vedere la luce quelle joint ventures tra pubblico e privato che dovrebbero rilevare, ad un prezzo non ancora precisato ma certamente superiore a quello di mercato una consistente parte di quei titoli più o meno tossici della finanza strutturata che ancora gravano sul groppone, pardon sui bilanci, delle principali banche a stelle e strisce, una circostanza che consente di affermare che i banchieri riceveranno con la mano sinistra molto più di quanto si dichiarano disponibili a restituire con la mano destra.

Ma la restituzione di tutto o parte di quanto le banche hanno ricevuto da ottobre 2008 in poi è anche legata al fatto che adesso è giunto il momento in cui le principali compagnie di assicurazione si apprestano a ricevere generosi finanziamenti pubblici dallo stesso TARP, che, però, non dispone di grandi risorse sino a che non rientreranno a casa le centinaia di miliardi di dollari erogati in favore delle banche, uno scambio che appare peraltro essenziale, non fosse altro che per il fatto che, stando alle stime del Fondo Monetario Internazionale, sulle compagnie di assicurazione e sugli altri investitori istituzionali gravano i due terzi di quei quattromila miliardi di dollari di perdite previste!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nel sito dell’associazione FLIP all’indirizzo http://www.flipnews.org/ . Riproduzione della presente puntata possibile solo citando l’autore e l’indirizzo del blog

martedì 14 aprile 2009

Lavori in corso ai piani alti del capitalismo a stelle e strisce!


Quella che sta andando in scena in questi giorni a Washington, è un particolare tipo di commedia legata alla ristrutturazione in corso ai piani alti della finanza e di quel che resta delle grande industria dopo il vorticoso processo di delocalizzazione di parte degli impianti dell’industria sporca e pesante verso paesi caratterizzati da legislazioni ambientali più accomodanti, nonché da un costo del lavoro molto più basso e una presenza sindacale molto, ma molto meno aggressiva di quella desistente negli Stati Uniti d’America, dove, almeno fino a qualche anno fa, nel settore dei trasporti, in quello dell’automobile, nel complesso militare-petrolifero, vigevano condizioni che un tempo sarebbero state definite da aristocrazia operaia, condizioni che mal si conciliano con il modello di globalizzazione che ha imperato fino a ventuno mesi fa e che è stato letteralmente squassato dai sempre più alti marosi della tempesta perfetta iniziata il 9 agosto del 2007.

Ovviamente, per dare il via al complesso processo di risistemazione del settore finanziario e di quello industriale a stelle e strisce era ed è necessario un deciso ricambio del personale politico e di governo, quale è quello che si è verificato nel novembre del 2008 con l’Election Day, un ricambio di facce, messaggi e mentalità che è ben incarnato dal nuovo e giovane inquilino della Casa Bianca, quel Barack Obama che rappresenta davvero quanto di più lontano si può immaginare rispetto all’ultimo rampollo della casata dei Bush, una dinastia avviata da quel Nathaniel che bazzicava con armi, petrolio e banche e servizi segreti sin dal conflitto con la Germania nazista, mentre il figlio, George Herbert Bush, aveva completato sia l’ascesa imprenditoriale che quella politica della famiglia, diventando prima il capo della Central Intelligence Agency, familiarmente chiamata The Firm, la ditta, per poi passare da vice presidente a presidente degli USA!

Ma altrettanto interessante è stata la parentesi durata otto anni tra la rivoluzione reaganiana e il ritorno di un altro Bush più giovane e opportunamente inesperto al vertice della grande nazione atlantica, quell’era clintoniana impersonata da un altro giovane pressoché sconosciuto Governatore del piccolo stato montuoso dell’Arkansas, Bill Clinton, appunto, uno che pochi conoscevano prima delle primarie del 1991-1992 che lo videro vittorioso proprio contro Bush Senior nel novembre del 1992, successo ampiamente replicato quattro anni più tardi, quando gli venne opposto uno sfidante repubblicano davvero di facciata!

Come ho avuto più volte modo di ripetere in diverse puntate del Diario della crisi finanziaria, pur nati con la cosiddetta rivoluzione economica messa in atto non del tutto casualmente da un ex attore di serie B del firmamento di Hollywood, i concomitanti processi di finanziarizzazione, globalizzazione e deregolamentazione selvaggia hanno vissuto un momento fondamentale quando i destini degli USA erano apparentemente affidate a un giovane di belle speranze, peraltro facilmente ricattabile per le sue numerose scappatelle sentimentali, anche perché, mentre il presidente era sotto il ricatto dell’impeachment da parte dell’agguerrita maggioranza repubblicana, i suoi due ministri del Tesoro, Robert Rubin prima e Larry Summers poi, picconavano allegramente quel Glass Steagall Act che impediva la nascita delle immense banche universali e rendeva meno agile l’operato di quelle Investment Banks, un tempo note come le Big Five, che ci hanno, sia le prime che le seconde, condotti dritti, dritti nella drammatica situazione in cui siamo.

Sarà un caso, ma l’ente federale che detta legge in materia di redazione dei bilanci delle banche, delle compagnie di assicurazione e delle maggiori corporations a stelle e strisce ha aspettato che Larry Summers prendesse la guida dei consiglieri economici del nuovo presidente per autorizzare le maggiori entità protagoniste del mercato finanziario statunitense a passare dal mark to market al mark to fantasy, un’operazione libera tutti che non era riuscita nemmeno all’ex (?) investment bunker, Hank Paulson che pure sapeva benissimo quanto una simile misura avrebbe potuto trarre d’impaccio i suoi ex (?) colleghi, ma che sapeva benissimo che, favorita dal trio Bush-Paulson-Bernspan, una simile misura avrebbe sollevato una vera e propria sollevazione popolare e che era necessario attendere un clima politico più favorevole per ottenere quello che i suoi amici ardentemente desideravano!

Fatto l’inganno, per via di regolamento e senza nemmeno il bisogno di una legge, è necessario ora dedicarsi a quella specie di intricabile guazzabuglio rappresentato dal settore automobilistico made in USA, un settore che ha visto svilupparsi l’attività finanziaria delle tre maggiori case, anche se la povera Chrysler è stata costretta a servirsi di quella GMAC che anche nel nome ricordava la propria fondatrice e, cioè, la General Motors, ma che ha anche visto il trionfo di un sindacalismo che ha portato il costo effettivo orario, incluso il salario differito e collaterale (previdenza e assistenza sanitaria), a livelli che hanno, insieme alle politiche davvero dissennate messe in atto dai pacatissimi vertici aziendali, le due società a pietre i finanziamenti pubblici, a differenza di quella Ford che, per motivi ancora non del tutto chiaro, ha osato fare il bel gesto di rifiutare i miliardi di dollari messi a disposizione da Bush alla fine dell’anno scorso.

Ebbene, mentre ancora non si sa se la Chrysler riuscirà a dribblare l’opposizione delle banche creditrici nei confronti dell’offerta di matrimonio senza dote fatta da quella FIAT che in America è sempre stata di casa ed è sempre stata ben vista dal fondatore della dinastia dei Rockfeller, è oramai certo che la General Motors, per salvarsi, verrà pilotato verso un percorso fallimentare che la vedrà, sul modello Alitalia, scindersi in una good e in una bad company, alla prima delle quali andranno gli impianti che si deciderà di salvare e quanto di buono c’è a Detroit e dintorni, mentre la seconda verrà fatta affondare, debiti, lavoratori in eccesso e quant’altro dentro, una divisione che non lascerà a bocca asciutta le banche, ma solo i piccoli creditori!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nel sito dell’associazione FLIP all’indirizzo http://www.flipnews.org/ . Riproduzione della presente puntata possibile solo citando l’autore e l’indirizzo del blog

lunedì 13 aprile 2009

Sulle emissioni di titoli del debito pubblico e sul commercio internazionale siamo tornati al 'beggar my neighbour'!


Mentre la maggior parte dei mercati europei e Wall Street hanno osservato la pausa pasquale, quelli asiatici sono rimasti aperti venerdì e stamane professano un certo ottimismo per il nuovo piano di stimolo dell’economia giapponese per un equivalente di 150 miliardi di dollari, nonché per la forte ripresa dei finanziamenti da parte delle banche cinesi che, grazie al mega piano del governo cinese che si è impegnato a spendere poco meno di 600 miliardi di dollari, sono giunti in marzo al livello di 1.900 miliardi di yuan, pari a 279 miliardi di dollari.

Se non fosse stato clamorosamente interrotta da migliaia di dimostranti fedeli all’ex premier tailandese (che, successivamente, hanno dato l’assalto al ministero degli Interni), il numero uno del regime cinese aveva scelto la riunione di Pattaya per annunciare la decisione di istituire un fondo da 10 miliardi di dollari per finanziare le infrastrutture in Asia, una decisione che non dovrebbe essere mutata e che conferma la volontà del governo di Pechino di contendere al Giappone il ruolo di potenza regionale, un ruolo che, nel bene o nel male, le autorità cinesi stanno già esercitando in virtù della crescente potenza economica, ma soprattutto militare, di una immensa nazione che conta, peraltro, poco meno di un quarto dell’intera popolazione mondiale.

Non vi è dubbio alcuno sul fatto che, ancor più dell’area europea, quella asiatica stia subendo i maggiori contraccolpi della tempesta perfetta in corso oramai da oltre venti mesi e della conseguente recessione che sta colpendo i maggiori paesi industrializzati esterni all’area asiatica stessa e destinatari privilegiati di un flusso di esport che, mettendo assieme i flussi della Cina, del Giappone, della Corea del Sud e di Taiwan, è nell’ordine delle migliaia di dollari annui, un flusso nel quale la parte del leone è da tempo svolta dalla Cina, ma che vede ancora una rilevante quota giapponese e non marginali quote per gli altri due paesi citati, un flusso che ha consentito livelli di surplus commerciali che hanno infranto, anno dopo anno, i record precedenti e che hanno consentito l’accumulazione di riserve valutarie assolutamente superiori a quelle vantate dai paesi arabi esportatori di petrolio e che hanno reso questi paesi i maggiori creditori degli Stati Uniti d’America e detentori di una quota molto rilevante dei titoli rappresentativi del debito pubblico a stelle e strisce.

L’enorme aumento del disavanzo del deficit pubblico statunitense, giunto negli ultimi sei mesi a una cifra senza precedenti dalla fine del secondo conflitto mondiale e che, nell’intero anno fiscale, potrebbe superare i 1.500 miliardi di dollari, così come il quasi certo raddoppio dello stock del debito che, grazie anche al consolidamento degli ingentissimi debiti delle nazionalizzate entità principali protagoniste dell’un tempo florido settore del mortgage e degli elevatissimi rischi di AIG, potrebbe in tempi non molto lunghi superare il livello di 15 mila miliardi di dollari, al netto del deficit previdenziale e di quello delle amministrazioni locali, sono tutti elementi che porteranno a livelli altrettanto eccezionali di offerta di Treasury Bonds sia nel corso di quest’anno che del prossimo, un’offerta che per ora trova di fronte a sé buoni livelli di domanda legata alla disaffezione degli americani per il comparto azionario e per le emissioni obbligazionarie delle Corporations di ogni ordine e grado.

Il problema è rappresentato dal fatto che anche i paesi membri dell’Unione europea, così come la maggior parte dei paesi del pianeta, produrranno nel 2009 e nel 2010 flussi di titoli rappresentativi dei rispettivi debiti pubblici in quantità davvero industriali, emissioni che porteranno, peraltro, a un peggioramento generalizzato del livello del rapporto tra stock del debito e PIL, un peggioramento che avverrà sia per la forte crescita del numeratore che per la riduzione del denominatore, una tendenza che ha già portato i cosiddetti paesi virtuosi dell’Unione, quelli che presentavano, cioè, un rapporto compreso tra il 20 e il 30 per cento, a raggiungere d’un balzo il livello massimo previsto dal Trattato di Maastricht (60 per cento), quello dei paesi sostanzialmente in regola nettamente al di sopra, mentre è forte la preoccupazione sia all’interno che all’esterno del paese, per la evoluzione del rapporto tra stock del debito pubblico e PIL dell’Italia, un rapporto che, al momento, è tornato a quel poco meno del 106 per cento del 2005, il che significa che sono già stati annullati i lievi miglioramenti conseguiti a prezzo di quei gravi sacrifici che resero molto impopolare l’allora premier, Romano Prodi, ma ancor invisi furono l’allora ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, e il suo vice, con delega alle entrate, Vincenzo Visco!

Tra quantitativi in scadenza e richieste aggiuntive al mercato, la cifra delle emissioni dei principali paesi industrializzati potrebbe aggirarsi, nel biennio considerato, in un ordine complessivo compreso tra i 12 e i 18 mila miliardi di dollari, un livello davvero astronomico, ma che è del tutto in linea con l’attuale duration del debito e con gli impegni che i governi e le banche centrali hanno assunto negli ultimi mesi e che, al di qua e al di là dell’oceano Atlantico, sono quantificati in 12-15 mila miliardi di dollari, mentre nell’area asiatica si è oramai giunti ad una cifra che si aggira intorno ai 2 mila miliardi di dollari, in gran parte gravanti sulle spalle del governo cinese e di quello giapponese, cifre che non tengono conto dello sforzo eccezionale cui sono chiamati il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, nonché gli altri organismi similari esistenti in aree maggiormente localizzate.

Con notevole tempismo, sin dall’inizio del 2009, sono apparsi sulla stampa specializzata numerosi articoli che mettevano in guardia dalla spietata concorrenza prossima ventura tra i diversi soggetti pubblici emittenti, preoccupazioni ovviamente condite dalla giusta preoccupazione per l’evidente effetto di crowding out che un simile livello di emissioni di titoli pubblici avrebbe avuto sulle richieste di finanziamenti a medio e lungo termine provenienti da un settore privato già alle prese con un rilevante fenomeno di credit crunch e con un calo della domanda interna ed estera che ha certamente messo a dura prova le loro tesorerie interne!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nel sito dell’associazione FLIP all’indirizzo http://www.flipnews.org/ . Riproduzione della presente puntata possibile solo citando l’autore e l’indirizzo del blog

domenica 12 aprile 2009

Mentre Obama e il suo ex Dream Team continuano a sognare, migliaia di dimostranti costringono alla fuga i leaders dell'ASEAN!


Mentre il giovane presidente degli Stati Uniti d’America e il suo Dream Team un po’ appannato dichiarano di intravedere segnali di speranza, le agenzie di stampa ci informano che sono fallite altre due banche a stelle e strisce, la prima in North Carolina, mentre la seconda, di dimensioni molto più piccole dell’altra, operava in Colorado, il che porta a 23 il numero delle banche collassate dall’inizio della tempesta perfetta in corso dal 9 agosto del 2007.

Più che la notizia in sé, mi hanno colpito molto i nomi delle ultime due scialuppe affondate sotto gli alti marosi della tempesta perfetta, in quanto la prima banca della North Carolina a fallire negli ultimi sedici anni portava il nome alquanto inquietante di Cape Fear Bank (una banca che a fine 2007 girava qualcosa come 54 miliardi di dollari) non può non ricordare l’omonimo film che aveva il potere di spaventare gli spettatori, mentre molto più ispirato all’attuale nuovo corso americano appare il nome della seconda banca a fallire nello Stato del Colorado (la prima fu vittima della crisi delle Saving & Loans nei primi anni Novanta) e che i suoi fondatori vollero denominare New Frontier Bank, un nome che davvero era tutto un programma, ma che, purtroppo, non si è dimostrato profetico.

Se glielo aveste chiesto, Larry Summers, capo dello staff di economisti che assiste Obama e uomo molto amato dai lobbisti di ogni specie, vi avrebbe risposto che non c’è problema, in quanto la brava e tosta presidentessa della Federal Deposit Insurance Commission, Sheila Bair, ha affidato la Cape Fear alla associazione delle casse di risparmio della Carolina del Sud, un segno del superamento delle antiche inimicizie tra i due stati, mentre ha temporaneamente affidato alla Bank of the West la New Frontier Bank, sicché la banca californiana gestirà per conto della FDIC la piccola banca del Colorado per trenta giorni, al termine dei quali lei stessa o un’altra banca si approprieranno di quel che resta delle non troppo ingenti spoglie della banca così miseramente fallita.

Ma sono sicuro che l’ex ministro del Tesoro di Bill Clinton, uomo molto ricco e non del tutto di suo, nonché uno dei maggiori responsabili della deregulation selvaggia degli anni Novanta insieme al suo predecessore Robert Rubin oramai finalmente a riposo dopo aver contribuito alla gestione davvero scellerata che David Weill prima e Chuck Prince III poi hanno fatto del colosso creditizio Citigroup, vi racconterebbe anche la tavoletta delle migliaia di banche miseramente perite nelle crisi finanziarie del secolo scorso, una favola che trae la sua verità nel costosissimo (per i contribuenti, si intende) operato del rinomato trio Bush-Paulson-Bernspan, al quale ha prestato instancabilmente la sua opera il nuovo ministro del Tesoro, Timothy Geithner che, da presidente della Fed di New York, non solo ha partecipato a tutte le operazioni di salvataggio delle banche ricadenti sotto la sua giurisdizione, ma ha avuto anche un ruolo molto importante nelle decisioni relative alla nazionalizzazione di Fannie Mae, Freddie Mac, Ginnie Mae e del colosso assicurativo AIG, così come ebbe modo di dire la sua sul fallimento di Lehman Brothers, un evento davvero catastrofico e che fa da spartiacque nella oramai non più breve storia della tempesta perfetta, al punto che si parla apertamente di un prima di Lehman e di un dopo Lehman, il che non suoni irriverente nel giorno in cui la Cristianità celebra la resurrezione avvenuta tre giorni dopo la morte di Gesù Cristo.

L’assalto dei seguaci del ‘benevolo’ ex dittatore thailandese muniti di giubbotti rossi (per distinguersi dalle decine di migliaia di donne e uomini vestiti di giallo che costrinsero alcuni mesi orsono il premier a lui legato a togliere il disturbo) all’hotel di lusso che ospitava a Pattaya i lavori straordinari dell’ASEAN ha reso necessario il trasloco in elicottero dei maggiori leaders asiatici, alquanto increduli di quanto stava avvenendo e istantaneamente consapevoli della assoluta impreparazione delle forze di sicurezza e di intelligence del paese ospitante che non erano riuscite a prevedere, né tanto meno a impedire un simile oltraggio nei confronti dei leaders della Repubblica Popolare Cinese, del Giappone, dell’Indonesia e della Corea del Sud, tanto per citare solo i principali ospiti presenti.

Le intemperanze dei seguaci del leader mediatico thailandese, fanno il paio, con le dovute differenze, con i sempre più frequenti sequestri di manager di imprese, spesso facenti capo a multinazionali di maggiore o minore rango, che stanno avvenendo per ora in paesi di lingua francofona, una pratica molto diffusa oramai in Francia e che sta prendendo piede anche in Belgio, con riferimento a quanto è accaduto nella filiale della FIAT a Bruxelles, avvenimenti che stanno facendo parecchio innervosire quanti sarebbero preposti a occuparsi di ordine pubblico e dintorni in quei paesi, nervosismo accresciuto dalla più che evidente simpatia popolare per i sequestratori e dalla scarsissima popolarità dei sequestrati, spesso latori di lettere di licenziamento di lavoratori locali a pacchi!

In un’apposita puntata del Diario della crisi finanziaria avevo segnalato che quanto accaduto alla raffineria britannica, o gli assalti alla lussuosa residenza dell’ex presidente della pressoché nazionalizzata Royal Bank of Scotland, difficilmente sarebbero rimasti gesti isolati, anche perché, così come per la politica, anche per l’attività sindacale esistono differenze rilevanti di comportamento, così come di pazienza, tra le organizzazioni britanniche, francesi, spagnole e tedesche, da un lato, e quelle italiane dall’altro, anche perché nei paesi maggiormente industrializzati dell’Unione europea non ha attecchito, come da noi, il modello concertativo che ha portato alla firma degli accordi di luglio del 1992 e del 1993, anni nei quali erano da noi presidenti del Consiglio il Dottor Sottile, al secolo Giuliano Amato, e Carlo Azeglio Ciampi, un uomo che da poco aveva lasciato ad Antonio Fazio il posto di Governatore della banca d’Italia e che sarebbe stato poi ministro del Tesoro e ispiratore dei cosiddetti Ciampi’s Boys e, infine, sarebbe assurto a Presidente della Repubblica sino al maggio del 2006.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nel sito dell’associazione FLIP all’indirizzo http://www.flipnews.org/ . Riproduzione della presente puntata possibile solo citando l’autore e l’indirizzo del blog

sabato 11 aprile 2009

Qualche considerazione sugli ultimi dodici mesi di vita del Diario della crisi finanziaria.


Come ho ripetuto più volte, il Diario della crisi finanziaria ha preso il via il 20 di settembre del 2007, preceduto da un’analisi delle vere cause della stessa il 4 dello stesso mese, un testo che non era poi che la versione aggiornata delle tesi che andavo sostenendo, come responsabile dell’ufficio studi della UILCA, dal gennaio del 1998, tesi che, a loro volta, erano state più volte esposte in precedenza nella mia attività pubblicistica sul quotidiano Il Manifesto, su Politica ed Economia, Rinascita, Capitale Sud, nel numero monografico della rivista Sviluppo dell’allora Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania, in un articolo apparso su Minerva Bancaria, “Cambi e speculazione, un nuovo approccio teorico”, nonché nella mia attività quinquennale di economista di sala della tesoreria in valuta e cambi della Banca Nazionale del Lavoro, tutti interventi che risalgono ad un periodo compreso tra il 1986 e il 1998.

Il Diario della crisi finanziaria è nato su tre siti, quello nazionale della UILCA, quello dell’associazione nazionale dei giornalisti free lance, Flipnews, e sul quotidiano online Rosso di Sera, ma dal 19 novembre del 2007 si è anche trasformato nel bolg quotidiano che state leggendo, ma alcune puntate vengono anche riprese da centinaia di siti della più varia origine e provenienza che decidono, senza una mia esplicita autorizzazione e in base alle loro autonome scelte editoriali di riprendere alcuni argomenti specifici in quanto da loro ritenuti d’interesse per i propri lettori, una trasmigrazione molto frequente nel vastissimo mare del web e che ritengo davvero rappresenti una delle caratteristiche distintive dell’attività di informazione orizzontale, quando la stessa non è in tutto o in parte embedded alle logiche di Big Finance, Big Business, Big Pharma, Big Oil e chi più ne ha ne metta!

Poiché mi è del tutto impossibile conoscere la reale diffusione complessiva delle singole puntate, per il semplice motivo che dovrei conoscere e sommare alle informazioni in mio possesso quelle a disposizione dei webmasters di siti quali Indymedia (a sua volta un network di siti regionali o locali), Liberomercato, Flipnews, Dazebao, Il dario di Perestroika e delle altre centinaia di siti o blogs che le ripubblicano, continuo ad utilizzare le statistiche gentilmente e gratuitamente fornitemi dal mio provider Google, che solo da pochi giorni utilizzo anche nella versione che fornisce i dati degli ultimi dodici mesi, una versione che mi ha fornito informazioni molto interessanti sia in termini quantitativi che qualitativi e che mi confortano alquanto in un impegno quotidiano che procede senza soste da più di un anno e mezzo, un impegno che svolgo a titolo del tutto volontario e senza alcun ritorno economico, il che fornisce maggior valore alle quasi 220 mila pagine visitate e alle 160 mila visite ricevute dal blog negli ultimi dodici mesi.

Pur concentrandosi in larga misura in città importanti italiane e straniere, non vi nascondo che sono molto contento delle visite provenienti dalle oltre mille località italiane di minori dimensioni, così come di quelle che provengono da periferiche località appartenenti alle oltre cento nazioni, il che è di non poco rilievo alla luce del fatto che, a parte una solitaria eccezione rappresentata dalla lettera aperta al premier britannico e al leader dell’opposizione conservatrice e probabile vincitore delle prossime elezioni legislative, il Diario è redatto in lingua italiana, una lingua che non proprio una grande diffusione nel mondo.

Non voglio assolutamente sottovalutare quel 56 per cento circa delle visite attribuibili alle prime dieci città italiane, o quel poco meno del 40 per cento attribuibili a Milano e Roma, ma confesso che sono molto più contento per la presenza, nella Top Ten, di località quali Presso, Brescia e Padova, così come l’assidua frequentazione da Polveringi, Pastrengo, Dalmine, Carbonara di Bari, San Giuliano Terme, Montepardone, Scandicci, Savigliano e via discorrendo, così come quella dei piccoli centri svizzeri, britannici, francesi, belgi, statunitensi, norvegesi, nonché le sempre più frequenti e assidue visite provenienti dalla Siria e dalla Russia.

Sono stato, peraltro, facile profeta nel decidere di disporre anche di un blog gestito in totale autonomia, anche perché solo uno dei tre siti sui quali ha visto la luce il Diario della crisi finanziaria, Flipnews, ha proseguito imperterrito le pubblicazioni, mentre Rosso di Sera, dopo varie vicissitudini, si è in qualche modo trasformato in Dazebao, che è sempre diretto da Alessandro Cardulli, già redattore per qualche decennio del quotidiano L’Unità, una nuova testata online che pubblica quasi tutte le puntate, mentre il sito ufficiale della UILCA ha interrotto dal mese di maggio del 2008 la pubblicazione regolare delle puntate.

Ma di qualche interesse è stata anche l’analisi dei filoni che hanno ottenuto la maggiore attenzione dei lettori sia sul blog che sui tre siti citati e su quelli che decidono autonomamente di pubblicare alcune puntate, il principale dei quali è rappresentato, ovviamente, dall’analisi delle caratteristiche delle Investment Banks, Goldman Sachs in primis, e delle divisioni di Corporate & Investment Banking delle banche più o meno globali, seguito dall’analisi dell’anomala situazione che circonda le attività bancarie della Repubblica di San Marino e quelle attivamente svolte dalla miriade di altri paradisi fiscali, così come qualche interesse hanno suscitato le puntate dedicate alla terza fase del processo di ristrutturazione del sistema creditizio italiano, una parte delle quali sono state riprese con un certo risalto nel numero di settembre 2008 della rivista ufficiale della UIL, Lavoro Italiano.

Tra i filoni che hanno riscosso qualche successo non vorrei dimenticare quelli dedicati ai numerosissimi vertici internazionali, sia quelli ufficiali che quelli dei quali è stato possibile ottenere qualche notizia attendibile, per non parlare poi della serie infinita di riunioni svoltesi in quel di Washington tra Hank Paulson e Ben Bernanke, in arte Bernspan e i banchieri USA, nonché le undici puntate dedicate alle conseguenze economiche di Silvio Berlusconi, ripubblicate da tantissimi altri siti che ringrazio!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nel sito dell’associazione FLIP all’indirizzo http://www.flipnews.org/ . Riproduzione della presente puntata possibile solo citando l’autore e l’indirizzo del blog

venerdì 10 aprile 2009

Una nuova previsione sul dollaro nel 2009!


Da ieri, la tempesta perfetta è vigorosamente entrata nel suo ventunesimo mese di vita, senza, peraltro, avere perso un grammo della sua forza distruttiva nell’un tempo ampio e profittevole settore della finanza strutturata, il comparto su cui si sono abbattute le più alte ondate e che ha squassato le banche di investimento e le banche più o meno globali che non sono riuscite a liberarsi in tempo, e del tutto, dell’altissima montagna di titoli della più varia specie caricandoli sulle spalle dei risparmiatori/investitori di tutto il mondo.

Stando alle ultime catastrofiche stime sulle perdite finali elaborate dagli economisti dell’International Monetary Fund, ma soprattutto riferendoci all’ipotetica ripartizione del relativo carico, è, tuttavia, possibile dire che il gioco messo in atto sin dal settembre del 2006 dalla potente e molto preveggente Goldman Sachs, seguita a ruota dall’extracomunitaria UBS e, ma solo sei mesi dopo, dalle altre maggiori banche statunitensi, è riuscito in buona misura nei confronti dei cosiddetti investitori istituzionali, fondi pensione, fondi d’investimento e le maggiori compagnie di assicurazione globali, non fosse altro che tremila dei quattromila miliardi di dollari complessivi di perdite dovrebbero, alla fine della fiera, essere contabilizzati sui bilanci di queste ultime.

Pur non appartenendo alla folta schiera dei catastrofismi e dei dietrologi, non posso, tuttavia, fare a meno di sottolineare per l’ennesima volta la sospetta coincidenza della nomina dell’ex capo assoluto di Goldman a ministro del Tesoro di George W. Bush appena tre mesi prima che il Chief Financial Officer, quel David Viniar che è attualmente sotto indagine per i rimborsi miliardari effettuati da AIG in favore di Goldman e delle sue sorelle, desse l’ordine di vendere il vendibile di tutto quanto prodotto dagli apprendisti stregoni di quella che allora si fregiava ancora del titolo di Investment Bank.

In numerose puntate del Diario della crisi finanziaria, ho cercato di delineare le caratteristiche fondamentali dei sistemi creditizi prossimi venturi sia al di qua che al di là dell’Oceano Atlantico, sistemi che saranno caratterizzati, molto presumibilmente, da un numero di partecipanti ancora più ridotto dell’attuale, non più di dieci-quindici entità in tutto, ma al contempo caratterizzate da dimensioni ancora più grandi e, quindi, ancora più appartenenti alla categoria delle aziende troppo grandi per essere lasciate fallire senza tragiche conseguenze per l’ambiente economico circostante.

Ma quello che è molto più difficile capire è rappresentato dallo scenario geopolitico che emergerà dalle ceneri di quello attualmente squassato dagli alti marosi della tempesta perfetta e dalle più o meno sagge decisioni dei leaders politici in carica sia negli Stati uniti d’America che in quei cinque paesi rilevanti dell’Unione europea, una selezione forse alquanto drastica ma fermamente basata sull’aureo principio del de minimis non disputandum est!

Non che di questo non mi sia mai occupato nelle oltre 550 puntate del Diario, ma devo dire che quanto è avvenuto in margine al recente summit del G20/G21, alla riunione successiva della Alleanza Atlantica, nonché alcune dichiarazioni sparse di leaders più o meno importanti mi hanno spinto a rivedere alcune delle mie idee precedenti, una revisione in qualche modo radicale e della quale sono debitore nei confronti di tante persone con le quali mi è dato in questi mesi di confrontare le rispettive idee e opinioni, uno scambio che raramente lascia ognuno sulle proprie più o meno granitiche convinzioni, anche se, ovviamente, come si usa dire nei ringraziamenti, la responsabilità di quanto scrivo resta, comunque, assolutamente mia.

Il ‘contagio americano’ è perfettamente riuscito, in particolare nei confronti dei maggiori paesi dell’Unione europea che, al mare di titoli più o meno tossici nei bilanci delle loro principali banche e compagnie di assicurazione, devono pure temere i contraccolpi dei sempre possibili default dei new comers un tempo facenti parte dell’impero sovietico, paesi che hanno di fatto appaltato alle banche tedesche, francesi, inglesi e italiane i propri sistemi creditizi e assicurativi, in una parola, il loro sistema finanziario, una situazione quest’ultima che espone i quattro maggiori paesi dell’Unione a un rischio sistemico valutabile nell’ordine delle migliaia di miliardi di euro.

Ma la decisione del sistema federale di stampare dollari a volontà e, ovviamente, di emettere nuovi titoli rappresentativi del debito per un importo equivalente, nonché la doverosa inclusione dei bonds di Fannie Mae e Freddie Mac, i cosiddetti GSE, per oltre 5 mila miliardi di dollari, per non parlare della situazione nel cosiddetto mercato dei munibonds, potrebbero portare lo stock del debito, tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010, alla stratosferica somma di 15-16 mila miliardi di dollari, un’ipotesi tutt’altro che irrealistica e che, pur in presenza di un sensibile miglioramento della bilancia commerciale a stelle e strisce, a un possibile disimpegno degli investitori esteri che porterebbe i corsi dei Treasury Bonds a livelli molto bassi e, come sostiene George Soros, spingerebbe il dollaro trade weighted a livelli oggi neppure immaginabili!

L’ipotesi che la Cina e i paesi arabi possano contrastare significativamente tale tendenza è, peraltro, del tutto irrealistica, così come lo è quella di uno scambio tra sottoscrizione del debito statunitense e aumento dell’export cinese verso gli USA, un patto del tutto irrealizzabile nell’attuale congiuntura dell’economia americana e che aprirebbe la Cina a rischi assolutamente non sostenibili.

Mi vedo quindi costretto a rivedere le previsioni sui cambi per il 2009, in quanto si profila un rischio sino ai due dollari per un euro e di un dollaro scambiato anche a meno di 75 yen, mentre, dopo l’autorevole avallo di Yamani, continuo a veder il prezzo del petrolio intorno ai 50 dollari (al valore attuale del dollaro, ovviamente) al barile!

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nel sito dell’associazione FLIP all’indirizzo http://www.flipnews.org/ . Riproduzione della presente puntata possibile solo citando l’autore e l’indirizzo del blog