giovedì 29 ottobre 2009

Il PIL USA cresce spinto dagli incentivi!


Come i miei lettori più assidui avranno certamente notato, mi risulta sempre più difficile scrivere della crisi finanziaria a causa di un andamento dei mercati che sembra andare in direzione opposta alla realtà che vivono decine di milioni di cittadini americani e un numero ancor maggiore di europei, numeri di per sé enormi, ma che rischiano seriamente di aumentare, visto che non passa giorno senza che vengano annunciati interventi di riduzione del personale di questa o di quell’azienda.

Ma negli ultimi giorni sembra che questa schizofrenia tra Wall Street e Main Street stia venendo meno, come si è visto con le reazioni di fronte al vero e proprio tonfo del Consumer Confidence, un sondaggio su cinquemila cittadini statunitensi effettuato dal Conference Board dal quale è emerso che prevale tra gli intervistati un sentimento tutt’altro che positivo rispetto al futuro.mentre resta forte la paura di perdere il posto di lavoro o di non poter pagare le rate del mutuo o gli altri debiti contratti quando le cose andavano bene.

Ma il colpo più forte lo si è avuto ieri quando si è appreso che in settembre le vendite di case di nuova costruzione, dagli analisti previste in forte rialzo, sono invece crollate del 3,6 per cento, il primo dato negativo in cinque mesi che porta il dato annualizzato delle vendite di pochissimo al di sopra delle 400.000 unità (402.000, per la precisione).

E’ ancora presto per dire se questi segnali negativi provenienti dall’economia reale saranno in grado di far sgonfiare la bolla che si è creata dal marzo di quest’anno, quel rally dell’orso che ha conosciuto solo una breve fase di arresto tra metà giugno e metà luglio, ma è riuscito comunque a portare il Dow Jones al di sopra dei 10.000 punti, il Nasdaq al di sopra dei 2.000 e lo Standard & Poor’s 500 al di sopra dei 1.000 punti, soglie psicologiche che sono state o di nuovo violate verso il basso, come nel caso del Dow Jones o, come sta accadendo agli altri due indici, seriamente minacciate di esserlo.

L’annuncio odierno di una crescita del 3,5 per cento del prodotto interno lordo statunitense, una crescita guidata dagli acquisti di case e automobili, a tassi annualizzati superiori al 20 per cento, ha ovviamente ridato fiato al mercato azionario statunitense che mercoledì aveva vissuto una giornata nera, con flessioni del Nasdaq del 2,65 per cento, mentre il rappresentativo Standard & Poor’s 500 aveva lasciato sul terreno poco meno del 2 per cento.

La crescita del PIL a stelle e strisce fa seguito a quattro trimestri negativi consecutivi, il che rappresenta un record che non si registrava dal 1947, anche se va detto che il dato positivo non è soltanto stato spinto dagli incentivi alla rottamazione delle auto e da quelli relativi all’acquisto della prima casa, ma anche da una forte crescita delle spese governative, che sono aumentate del 7,9 per cento dopo essere cresciute dell’11,2 per cento nel secondo trimestre, tassi di crescita inferiori a quelli relativi agli acquisti di case e di auto, ma quasi otto volte superiori a quelli degli investimenti fatti dagli imprenditori che si fermano a un misero 1,1 per cento.

Il problema è rappresentato dal fatto che, esauriti i programmi di incentivazione, bisognerà vedere quale sarà la propensione al consumo nei tre mesi residui dell’anno (due in realtà, visto che siamo alla fine di ottobre) e il dato commentato sopra sulle vendite di case di nuova costruzione non depone bene.

mercoledì 28 ottobre 2009

I consumatori non si fidano!


I continui tentativi di convincere i cittadini statunitensi che il peggio è oramai dietro le spalle non sembrano avere molto successo, come è ben dimostrato dalla flessione a sorpresa di ieri del Consumer Confidence che in ottobre è scivolato a 47,7, perdendo quasi sei punti rispetto al dato di settembre, una flessione in gran parte legata alle preoccupazioni degli intervistati sulla stabilità del proprio posto di lavoro.

Va anche detto che solo con livelli del Consumer Confidence superiori a 90 si può parlare di un buon andamento dell’economia, ma l’abbandono dei livelli superiori a 50 toccati in precedenza rappresenta certamente una doccia fredda per gli ottimisti a oltranza che possono sperare ora solo in un dato positivo del prodotto interno lordo statunitense, dato che verrà comunicato nel corso di questa settimana.

La reazione dei mercati è stata negativa e gli indici statunitensi, al netto di un frazionale rialzo del Dow Jones, hanno segnato flessioni significative, confermando quel movimento altalenante riscontrabile dall’ultima seduta della settimana scorsa, segnale dell’incertezza degli investitori rispetto alla tanto attesa ripresa che tarda a manifestarsi in modo chiaro.

Ma anche oggi le cose non sembrano mettersi bene, con i futures sui tre indici in negativo e la notizia che GMAC Financial Services, il braccio finanziario della General Motors, starebbe chiedendo un terzo intervento di sostegno al Tesoro statunitense che ha già versato 12,5 miliardi di dollari alla società e ne è diventato azionista al 35 per cento.

La profonda crisi di GMAC rappresenta una conferma indiretta della attuale situazione del credito al consumo negli Stati Uniti d’America, un comparto di attività finanziarie un tempo floridissimo e che consentiva alle entità appositamente create da imprese industriali e banche di contribuire significativamente ai profitti delle rispettive case madri, in qualche caso, come in quello della emanazione finanziaria della General Electric, per importi che rappresentavano anche il 50 per cento del totale.

Oggi sono attesi i dati relativi alle case di nuova costruzione nel mese di settembre e quelli sugli ordini di ben durevoli, entrambi previsti in rialzo, i secondi, il dato è stato diffuso mentre sto scrivendo, sono cresciuti dell’uno per cento, dopo essere calati del 2,6 per cento nel mese di agosto, mentre per le case dovrebbe continuare l’effetto positivo legato al bonus fiscale che scadeva proprio in quel mese.

Un buon indicatore del clima di incertezza imperante sui mercati è rappresentato dal prezzo del petrolio che si è portato anche al di sotto dei 79 dollari al barile, dopo aver galoppato per diverse sedute portandosi decisamente al di sopra della soglia degli 80 dollari, ma non trovando supporto né nei dati economici susseguitisi nel frattempo, né nelle posizioni ufficiali dell’OPEC che sembra non gradire troppo questi movimenti eccessivamente anticipatori.

Nel frattempo, avanza al Senato la riforma degli organismi regolatori del mercato finanziario voluta da Obama, una riforma non del tutto gradita dalla Federal Reserve e dalle diverse entità protagoniste del mercato finanziario, che hanno avviato attività lobbistiche destinate a ritardare l’iter e a ottenere modifiche.

lunedì 26 ottobre 2009

ING si divide in due!


Dopo lo scivolone di venerdì a Wall Street, i mercati cercano una direzione tenendosi, seppur di poco, sopra la parità, anche perché vi è molta attesa per la prima lettura del prodotto interno lordo statunitense nel terzo trimestre, un dato anticipato come significativamente positivo e che, ove le attese venissero confermate, rappresenterebbe davvero una svolta nella più lunga crisi finanziaria dal secondo dopoguerra mondiale.

L’andamento positivo odierno dei tre indici, che nel caso del Dow Jones indica valori diametralmente opposti a quelli registrati venerdì, è la chiara indicazione del clima di grande incertezza vissuto dagli investitori individuali che ancora non riescono a vedere una tendenza chiara, ma segnali spesso di segno opposto sui quali è alquanto difficile operare scelte non di piccolo cabotaggio.

Mentre ancora non era stato metabolizzato il dato sulla crescita della Corea del Sud, è giunta la notizia della divisione in due del colosso bancario assicurativo olandese ING, salvato in due riprese dal governo olandese nel momento peggiore della tempesta perfetta, due interventi che hanno suscitato le ire della Commissione europea, che ha valutato il secondo come aiuto di stato e ha comminato una multa da 1,4 miliardi di euro che verrà pagata prima che dell’avvio dell’operazione di scissione.

Al servizio dell’operazione verranno emesse azioni per 7,5 miliardi di euro (11,3 miliardi di dollari circa) che serviranno per restituire allo Stato olandese le somme ricevute in occasione del salvataggio della compagnia, una decisione che avrà ovviamente l’effetto di ridurre il valore delle azioni esistenti e che ha provocato un sensibile calo delle quotazioni.

Oltre alla netta divisione del ramo bancario da quello assicurativo, è stata annunciata anche l’alienazione della divisione che si occupa dell’asset management, nonché, nel 2013, verrà ceduta la banca via internet operante negli Stati Uniti.

La drastica riduzione dei costi realizzata anche attraverso l’eliminazione di oltre diecimila posizioni lavorative ha consentito a ING di presentare un utile di 750 milioni di euro nel terzo trimestre, 250 dei quali facenti capo all’attività bancaria, mentre 500 sono ascrivibili a quella assicurativa che resta il core business di ING.

In attesa di indicazioni più chiare sull’andamento dell’economia statunitense, il dollaro continua a mantenersi a 1,50 contro l’euro, mentre il petrolio da tre sedute non riesce ad allontanarsi dagli 80 dollari al barile, anche perché è giunto un primo segnale dalla parte araba dell’OPEC che ha costretto l’organizzazione a rendere noto che, in presenza di ulteriori, forti rialzi dei prezzi, provvederà ad aumentare la produzione.

Più interessanti sono le indicazioni provenienti dai Treasury Bonds che, nella scadenza decennale, stanno registrando una vera e propria impennata dei rendimenti sul mercato secondario che starebbe a indicare vendite massicce che hanno acceso immediatamente sospetti sui grandi detentori stranieri che starebbero operando alleggerimenti delle posizioni, operazioni che normalmente vengono accuratamente frazionate e diluite nel tempo, ma che non sempre riescono a passare del tutto inosservate.

venerdì 23 ottobre 2009

Lo zar Feinberg cala la scure sui compensi!


Dopo aver lavorato a lungo in silenzio, Ken Feinberg, l’esponente del Tesoro statunitense incaricato di porre dei limiti ai compensi dei top manager delle entità che hanno ricevuto fondi pubblici dal TARP, ha iniziato a rendere note le sue decisioni che, almeno al momento, riguardano 175 posizioni di vertice di Bank of America, Citigroup, AIG, General Motors, Chrysler e le sue divisioni finanziarie delle due case automobilistiche.

La maggior parte delle posizioni vedrà ridotto della metà il compenso, che generalmente non supererà i 500 mila dollari, mentre è previsto un compenso di 10 milioni di dollari per un alto dirigente di Bank of America, ma Feinberg ha fatto sapere che ora esaminerà altre 525 posizioni, anche al fine di evitare che i compensi complessivi di persone che sono collocate a livelli più bassi siano di gran lunga più elevate di quelle dei loro superiori.

Feinberg ha anche previsto che nessuno dei dirigenti di prima linea di AIG riceverà più di 200 mila dollari, una cifra certamente dignitosa, ma che negli anni passati veniva considerata al più la paga di un trader di secondo o terzo livello.

Anche se a molti queste decisioni potranno apparire esclusivamente finalizzate a calmare l’opinione pubblica dopo gli scandali dei bonus corrisposti da AIG e Merrill Lynch mentre le rispettive aziende erano state oggetto di pesantissimi interventi di salvataggio, credo invece che si tratti di un intervento necessario per evitare quella folle rincorsa tra risultati drogati e compensi che è stata una delle cause della tempesta perfetta.

D’altra parte, si fa presto a parlare di azzardo morale quando non vengono disinnescate le cause che spingono a comportamenti rischiosi per la banca o la compagnia di assicurazione, ma estremamente gratificanti per i beneficiari dei ricchi premi e cotillions che, nel più classico dei giochi win win, verranno corrisposti in ogni caso, un problema che è stato posto all’attenzione del recente vertice del G20 di Pittsburgh da un documento che prevede di collegare le retribuzioni variabili dei top manager a risultati di medio periodo.

Qualcuno si è forse stupito delle dichiarazioni del Governatore della Banca d’Italia sul rischio di dare per conclusa anticipatamente la crisi finanziaria, così come la sua reprimenda sul moral hazard, ma è indubbio che, nella sua posizione di presidente del Financial Stability Board, Draghi si sia un po’ stufato di vedere che, nemmeno un anno dopo che il sistema finanziario globale si è trovato sull’orlo del collasso, sia ripreso l’andazzo di prima, con le banche che non concedono prestiti ma si dilettano a scommettere su tutto quello che viene trattato sui mercati regolamentati, dalle commodities alle valute, dalle azioni alle obbligazioni e chi più ne ha ne metta.

Come ha ben rilevato il Fondo Monetario Internazionale, le migliorate performance delle banche e delle altre entità protagoniste del mercato finanziario statunitense e di quello globale rischiano di mandare in cavalleria i propositi riformatori più volte espressi dai leaders politici e dai banchieri centrali, un’eventualità che Draghi non sembra affatto guardare con favore, anche perché, avendo operato ai vertici della potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs, sa perfettamente che nessuno è in grado di controllare esattamente quello che fanno gli uomini e le donne impegnati nelle sale operative.

giovedì 22 ottobre 2009

Gli utili delle banche spingono il mercato!


Come previsto da molti, Bernspan incluso, il tasso di disoccupazione sta crescendo in molti Stati, ventitrè per la precisione, e in alcuni di questi ha toccato in settembre anche punte del 15 per cento, anche se va detto che in altri diciannove si è registrato un calo della percentuale che indica il numero dei disoccupati sul totale delle forze di lavoro, una flessione che ha riguardato anche un’intera regione, quella del Midwest.

Questi dati stanno a indicare che gli sforzi della amministrazione Obama iniziano a dare i loro primi risultati, in particolare nelle realtà geografiche nelle quali anche le autorità locali stanno facendo la loro, ma non vi è dubbio che siamo ancora lontani dal punto di svolta.

Dopo tre trimestri consecutivi in rosso, Morgan Stanley, una delle due sole grandi investment bank statunitensi a essere rimasta in vita e autonoma, ha finalmente conseguito un utile nel terzo trimestre, anche se di entità non eccezionale visto che è stato di 498 milioni di dollari, un risultato non comparabile con quello del terzo trimestre del 2008 che aveva visto un utile di 7,7 miliardi di dollari dovuti però a un calo eccezionale del valore del debito della banca.

L’entità dell’utile di Morgan Stanley stride fortemente con le somme accantonate per il pagamento dei bonus, incrementate di 5 miliardi di dollari che portano il bottino per l’anno in corso a oltre 10 miliardi, il che vuol dire che sono state accantonati oltre cinque miliardi anche nei due trimestri precedenti che pure si erano chiusi in rosso.

Anche se sta cercando di accreditare un’immagine legata a una gestione più conservativa, anche Morgan Stanley ha sviluppato al massimo la profittevole quanto rischiosa attività di trading, mentre sta procedendo l’integrazione con le attività di Smith Barney, l’entità di cui ha acquisito, per 2,7 miliardi di dollari, il controllo da Citigroup che mantiene tuttavia una quota minoritaria nella joint venture.

Ben più consistenti i risultati di Wells Fargo, che ha chiuso il terzo trimestre con un utile di 2,6 miliardi di dollari, ma, in linea con altre grandi banche statunitensi, ha dovuto far fronte a massicce perdite su crediti sia relative alla banca che all’acquisita Wachovia Bank, perdite che ammontano nel trimestre a 5 miliardi di dollari.

Con Wells Fargo si completa il quadro dei risultati per il terzo trimestre delle banche a stelle e strisce di grandi dimensioni, un quadro che, con la rilevante eccezione di Bank of America, ha visto profitti di varia entità e dimensione accompagnarsi a messe a perdita di prestiti e finanziamenti in crescita rispetto ai trimestri precedenti e ancora lontani, come è stato confermato nella conference call di oggi, dall’aver raggiunto il loro picco, che viene generalmente previsto per l’anno prossimo, in perfetta analogia con le previsioni relative al tasso di disoccupazione, in un rincorrersi davvero inestricabile di cause ed effetti.

Fermandosi alla metà piena della bottiglia, gli investitori hanno spinto tutti e tre gli indici statunitensi al rialzo, in una giornata che ha visto il dollaro superare di un balzo la quota di 1,50 contro dollaro e il petrolio portarsi anche sopra il livello di 81 dollari al barile, mentre l’oro viene scambiato a 1.060 dollari.

mercoledì 21 ottobre 2009

I banchieri centrali fanno la voce grossa!


Il calo a sorpresa nel mese di settembre dell’indice che misura i prezzi alla produzione ha gelato gli entusiasmi di Wall Street, mandando tutti e tre gli indici in flessione in apertura, anche perché è chiaro che difficilmente si potrà parlare di una ripresa reale e sostenibile senza che vi sia un allontanamento dei prezzi al consumo e di quelli alla produzione dalle attuali flessioni anno su anno, anche se le stesse sono in un ordine di grandezza meno vistoso di quello segnalato nel luglio di quest’anno..

Gli ottimisti possono comunque appigliarsi alla lieve variazione positiva delle costruzioni di nuove case, cresciute dello 0,5 per cento in settembre, anche se meno di quanto avessero previsto gli analisti, mentre si registra una flessione molto più netta dei permessi di costruzione, calati dell’1,2 per cento, la più alta contrazione in cinque mesi.

D’altra parte, era prevedibile che, con la fine degli incentivi fiscali per l’acquisto della prima casa, vi sarebbe stato un contraccolpo negativo, anche se sono in corso iniziative parlamentari per portare gli sgravi sino al 30 giugno dell’anno prossimo, ma il problema sta nel fatto che chi poteva permettersi l’acquisto lo ha verosimilmente già fatto.

Non si è ancora spenta l’eco delle dichiarazioni di Bernspan sulla necessità di tirare il freno nelle spese del governo federale, un appello giunto dopo l’ufficializzazione di un deficit per l’anno fiscale che si è appena concluso cifrabile in 1.420 miliardi di dollari, poco meno del triplo di quello registrato l’anno fiscale precedente e che non fa escludere che, in assenza di un redde rationem governativo, il sistema della riserva federale possa decidere di inasprire la politica monetaria, il che rappresenterebbe un colpo prematuro alla ripresa, anche se si tratta ovviamente di un’ipotesi del tutto teorica e che ha davvero poche possibilità di realizzarsi.

Molto più concreta è, invece la diagnosi che sull’altra sponda dell’Oceano Atlantico ha fatto il consigliere della Banca Centrale Europea, Lorenzo Bini Smaghi, che ha previsto un ulteriore inasprimento del credit crunch e la necessità che le banche europee procedano al più presto a una significativa ricapitalizzazione, dichiarazioni che fanno pensare che in quel di Francoforte si stia pensando seriamente di portare il livello minimo del TIER 1 alla soglia dell’8 per cento, un livello che metterebbe in seria difficoltà le banche di molti paesi membri, certamente quelle italiane che, in molti e importanti casi, sono ben lontane da un simile valore.

Il ritorno ad accenti severi da parte dei banchieri centrali non va comunque preso sotto gamba, anche perché era chiaro da tempo che la politica lassista e in certi casi sostitutiva svolta dalle stesse non poteva durare all’infinito, così come non è ipotizzabile che continui all’infinito l’alimentazione delle operazioni di trading delle banche globali attraverso prestiti a tassi bassissimi se non prossimi allo zero.

E’ comunque chiaro che un cambiamento di rotta da parte di Bernspan e Trichet non è cosa che possa accadere in tempi rapidi, ma, come si suol dire, uomo avvisato mezzo salvato e sono certo che molti campanelli d’allarme stanno suonando nelle sale dei consigli di amministrazione delle banche e delle altre entità protagoniste del mercato finanziario globale, così come stanno andando a pieno regime i sistemi deputati a valutare l’impatto di una variazione dei tassi sui loro conti già non troppo brillanti.

martedì 20 ottobre 2009

Carl Icahn si offre di salvare CIT!


L’annuncio di un deficit statunitense per l’anno fiscale che si è chiuso al 30 settembre pari a 1.420 miliardi di dollari ha indotto Bernspan a fare la voce grossa e a dichiarare in una conferenza che è necessario al più presto riportare i conti dell’America a livelli di rosso meno intensi e più in linea con quelli dell’anno fiscale precedente che si erano chiusi con un deficit di ‘appena’ 459 miliardi di dollari, un auspicio che difficilmente, come lo stesso numero uno della Fed ben sa, potrà trovare riscontro nei difficilissimi mesi a venire.

Molto difficilmente, infatti, sarà possibile chiudere in fretta i cordoni della borsa con il tasso di disoccupazione ufficiale prossimo al 10 per cento e con la necessità di spingere in qualsiasi modo il riavvio dell’attività produttiva, anche perché, nel frattempo, la capacità utilizzata continua a mantenersi su livelli molto, ma molto bassi.

Ma in un mondo che oramai appare dominato dal G2 composto da Stati Uniti e Cina, il numero uno del sistema della riserva federale, non ha dimenticato di lanciare un monito ai governanti cinesi, ma anche ai governanti di altri paesi asiatici in surplus negli scambi commerciali, affinché stimolino i consumi dei loro concittadini, un passaggio indispensabile per contrastare la contrazione del commercio mondiale.

Ma perché da questi nuovi comportamenti dei consumatori asiatici possa venire uno stimolo all’economia americana è necessario che prosegua quella politica del dollaro debole che ha ricevuto la sua benedizione nell’incontro tra le due grandi potenze che si è svolto in apertura del summit del G20, una politica che è destinata a ricadere alquanto fatalmente sulle spalle dell’Europa e del Giappone, via rivalutazione forzata dell’euro e dello yen e conseguente riduzione degli avanzi commerciali .

Dopo la pausa di venerdì, i mercati azionari sono tornati a salire sulla scia di buoni risultati aziendali, ma soprattutto sull’onda della convinzione che il peggio della tempesta perfetta sia oramai alle spalle, anche se i risultati delle banche a stelle e strisce nel terzo trimestre stiano lì a dimostrare che non vi è alcun rallentamento nei default di individui e imprese, ben espressi dagli accantonamenti e le messe a perdita presenti in tutti i bilanci sinora presentati, fatta eccezione della sola Goldman Sachs.

Il finanziere Carl Icahn ha proposto al CIT Group un prestito di 6 miliardi di dollari che dovrebbe consentire alla banca specializzata nei finanziamenti alle strutture commerciali di non dover dipendere dall’accettazione del piano di conversione di bond in azioni da parte dei bondholders, ma ritratta di un’offerta condita da pesanti accuse all’attuale management di CIT per aver operato una disparità di trattamento tra grandi e piccoli creditori e di aver fornito una rappresentazione al ribasso della società.

Il trucco nell’offerta di Icahn, un personaggio che non ha proprio la fama di un santo, sta nel prevedere uno scambio alla pari tra il debito esistente e il suo finanziamento, un’opzione che non consente quella riduzione del debito che è fondamentale per la sopravvivenza di CIT e che era prevista nel piano presentato dagli attuali vertici, un piano che prevede una riduzione del peso del debito per 5,7 miliardi di dollari e che, non a caso, il finanziere ha chiesto ai bondholders di respingere.