lunedì 10 ottobre 2016

L'FMI lancia l'allarme sulle banche italiane ancora vigilate da Bankitalia (2)


Ho già dedicato pochi giorni fa una puntata del Diario della crisi finanziaria all'allarme lanciato dal Fondo Monetario Internazionale, a margine di un meeting annuale a tratti sorprendente e sul quale tornerò nei prossimi giorni, sulla possibile crisi di alcune banche medio piccole italiane, quelle che, per le regole della Vigilanza europea presso la BCE, sono ancora vigilate dalla Banca d'Italia, così come ovviamente accade in tutti gli altri paesi dell'area dell'euro, mentre Francoforte ha avocato a se la Vigilanza sulle banche medio grandi e grandissime, come i primi cinque grandi gruppi creditizi italiani che, lo ricordo, rappresentano il 40 per cento circa del totale attivo a livello di sistema e sono il frutto della concentrazione di centinaia di istituti preesistenti di ogni dimensione e pregressa natura giuridica.

Il caso delle quattro banche medio piccole scoppiato nell'autunno del 2015, con il relativo salvataggio delle stesse a spese della totalità delle altre banche ordinarie italiane e la nascita di una bad bank e quattro good banks ancora in attesa di un'acquirente e ancora in vita solo grazie alla terza proroga chiesta dall'Italia e concessa dalla Vigilanza BCE, ha fatto accendere un faro sia in quel di Washington che a Francoforte e il rapporto degli analisti alle dipendenze di Christine Lagarde, l'appena confermata Managing Director del FMI, ne è la prima e alquanto preoccupante testimonianza, anche perché consente di capire che c'è del marcio in Danimarca, ma non di capire quali e quante banche versano in una situazione di difficoltà, una mancanza di chiarezza forse dovuta al garbo istituzionale nei confronti di Bankitalia, ma che, in regime di bail in perfettamente operante, suscita forte preoccupazione negli azionisti, gli obbligazionisti subordinati e i detentori di depositi per cifre che eccedono il limite dei 100 mila euro (ricordo che, secondo i dati pubblicati dalla nostra banca centrale, tale quota eccedente il predetto limite è, a livello di sistema, pari a 225 miliardi di euro).

Anche lui presente ai lavori del FMI e della Banca Mondiale, il Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, ha dapprima rilasciato una dichiarazione talmente fumosa da far scrivere ai giornalisti italiani presenti che molto probabilmente il riferimento degli analisti della Lagarde era riferito alle quattro banche di cui ho parlato anch'io all'inizio di questa puntata, e cioè Banche Etruria e le sue tre sventurate sorelle, ma discreti sondaggi presso l'importante istituzione sovranazionale hanno fatto immediatamente capire che loro si occupano del presente e del futuro e non certo di quello che ha occupato per settimane e per mesi le cronache finanziarie, e non solo quelle, dei quotidiani italiani con discreta eco anche sui media stranieri.

Ecco allora che il nostro Governatore, sempre in quel di Washington, tiene una conferenza stampa  nella quale, nello stile asettico del Bollettino statistico della Banca d'Italia, informa che le banche italiane medio piccole (definizione per la quale bisogna ricorrere al menzionato Bollettino di cui purtroppo ho gettato da tempo le copie di cui disponevo) in questione sono dieci, chiarendo subito che non si tratta di Banche di Credito Cooperativo (delle quali solo in Veneto, vero buco nero del credito in Italia, ne sono andate a male almeno quattro, alcune salvate, altre ancora commissariate), il che consente, dal totale di 470 banche medio piccole, di sottrarne 350, ma, bontà sua, il Governatore ci dice che dalle 100 (in realtà sarebbero 120) rimaste possiamo togliere anche altre venti che in realtà sono delle finanziarie specializzate (leasing, fattori e quant'altro) e arriviamo così ad ottanta banche tra le quali scegliere le dieci in difficoltà.

Comprendo bene che le spiegazioni di Visco fanno tirare un sospiro di sollievo ad azionisti, obbligazionisti e depositanti affluent delle banche escluse dal computo, ma resta il fatto inoppugnabile che risparmiatori e investitori di settanta banche presumibilmente sane nonché quelli delle dieci andate a male condivideranno la medesima preoccupazione fino a che la notizia che la loro banca è in grave difficoltà o addirittura in procedura di risoluzione con i noti corollari non sarà apparsa sulla stampa locale o nazionale!

Visto che sto parlando di quanto sta accadendo a Washington, informo che la Lagarde ha invitato sul palco dell'assemblea del FMI l'ex ministro del Tesoro USA, Timothy Geitner (l'uomo che prese nel 2008 il posto di Hank Paulson e, insieme a Bernspan, affrontò la fase più difficile della prima ondata della Tempesta Perfetta) e Michel Lewis, autore del libro The Big Short. Entrambi hanno detto che i mercati non sono pronti ad una nuova crisi finanziaria della quale si scorgono già dei segnali. Ma di questo parlerò più diffusamente nei prossimi giorni.

venerdì 7 ottobre 2016

FMI lancia l'allarme sulle banche italiane ancora vigilate da Bankitalia


In una sua recentissima pubblicazione, il Fondo Monetario Internazionale lancia l'allarme sul debito globale, giunto, nel 2015, alla cifra record di 152 mila miliardi di dollari, due terzi circa del quale a carico di imprese non finanziarie e famiglie, e che oramai pesa per il 225 per cento sul prodotto interno lordo globale, ma segnala anche la perdita di capitalizzazione delle banche sempre a livello globale e in un lasso di tempo relativamente breve per poco meno di 450 miliardi di dollari, un'emorragia tale che bisogna risalire alla prima ondata della Tempesta perfetta tra l'ultimo scorcio del 2007 e il 2010 per trovarne una confrontabile, ma gli economisti alle dipendenze di Christine Lagarde, appena confermata alla guida del Fondo, mettono anche sotto la loro lente di ingrandimento il sistema bancario italiano e la questione dei Non Performing Loans e la crisi attraversata dal Monte dei Paschi di Siena, due questioni che non rappresentano proprio una novità.

In realtà, gli economisti dell'FMI pongono altresì l'accento su una questione fino ad ieri sottaciuta e che è rappresentata dallo stato di salute delle banche italiane piccole, medie e grandi che, per la loro dimensione, non sono passate sotto il controllo diretto della Vigilanza BCE, continuando ad essere vigilate dalla Banca d'Italia, che, come tutti ricorderanno, ha svolto un ruolo da protagonista nella procedura di risoluzione (applicata in anticipo di due mesi rispetto alla legge approvata pressoché all'unanimità da entrambi i rami del Parlamento italiano, bail in incluso) di Banca dell'Etruria, Banca Marche, Cariferrara e Carichieti, scisse, grazie allo sforzo solidaristico della altre banche, in bad bank e good bank, per le quali ultime è in corso una trattativa serrata con la Vigilanza europea per favorirne la vendita, almeno di tre di queste, all'UBI guidata da Viktor Messiah che le comprerebbe per zero euro (pareggiando gli sgravi fiscali e il goodwill negativo l'esborso teorico di 400 milioni di euro), vedendo se è possibile eliminare o ridurre drasticamente l'aumento di capitale da 600 milioni di euro richiesto dalla Nouy all'UBI post fusione per incorporazione delle tre banche.

La richiesta della Lagarde, già perché se credete che richieste così politiche siano fatte in solitudine da oscuri economisti state proprio sbagliando, in particolare se riguardanti l'Europa, appare molto simile a quel parlare a nuora perché suocera intenda (o viceversa), in quanto la struttura del sistema bancario italiano e quella dell'omologo sistema tedesco sono molto più simili di quanto si possa immaginare a prima vista, in quanto entrambi i sistemi hanno un alto grado di concentrazione, che in Italia è al 40 per cento del totale attivo su soli cinque gruppi, ma è molto concentrato anche in Germania dove alla Bundesbank guidata da Weidmann sono rimaste una marea di sparkassen e landesbanken, oltre a banche private minori da vigilare e se necessario commissariare e, ove necessario, avviare al processo di risoluzione, bail in incluso.

Ma è proprio su questo punto che Christine Lagarde lancia un formidabile assist ai poveri banchieri centrali dell'area dell'euro, perché sostiene che la BRRD, la cornice delle nuove norme volte ad assicurare la stabilità dei sistemi bancari europei, in particolare nella parte che riguarda il bail in, non è del tutto intoccabile e cita esplicitamente la proposta di Ignazio Visco, numero uno di Via Nazionale, di prevedere un'elasticità nella sua applicazione cosa che, dice la Lagarde, si può fare anche prima di quel 2018 che era sembrato fino ad ora il momento in cui era lecito ai banchieri centrali iniziare a parlarne.

Ma, per il momento, il punto sta proprio qui, perché se alla Vigilanza BCE spetta il controllo su poche decine di banche di maggiori dimensioni, alla Vigilanza Bankitalia compete analoga funzione sul complemento a cento delle 724 banche che compongono l'intero sistema e da Via Nazionale, come riporta il quotidiano La Repubblica da sempre con forti entrature nella nostra banca centrale, si è molto restii ad usare lo strumento degli stress tests per il rischio concreto di dover contare molti morti e feriti!

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Anche se con un po' di ritardo, dalla Banca Centrale Europea è giunta la smentita di una già decisa conclusione del QE nel mese di marzo del prossimo anno e che la politica espansiva potrebbe proseguire anche dopo quella data. Nel frattempo, il quotidiano tedesco Handesblatt svela un piano elaborato da alcune imprese tedesche per venire in soccorso di Deutsche Bank con una robusta iniezioni di capitali che dovrebbe avvenire un aumento di capitale dedicato a questi capitani d'industria. Il quotidiano informa anche che di questo piano sarebbe stato messo a parte il Governo tedesco accompagnato dall'apodittica frase che recita che Deutsche è indispensabile per l'economia tedesca.

giovedì 6 ottobre 2016

Super Mario si piega al falco Weidmann?


Ho dato ieri, in coda alla puntata del Diario della crisi finanziaria, la notizia che, secondo l'autorevole agenzia giornalistica Boomberg che cita fonti interne alla BCE, la Banca Centrale Europea avrebbe messo a punto il piano di atterraggio morbido del suo piano di Quantitative Easing, un piano che scatterebbe ove nel marzo del 2017 il direttivo non decidesse di continuare nella sua politica monetaria ultra accomodante e che prevede la riduzione degli acquisti (prevalentemente di titoli di Stato dei paesi membri dell'eurozona, titoli tedeschi ampiamente inclusi e per questo al momento quasi introvabili) mensili per 80 miliardi di euro.

La smentita d'obbligo proveniente dai piani alti del grattacielo di Francoforte è per certi versi sconcertante, perché rinvia alle ultime conferenze stampa tenute dal presidente del board della BCE, Mario Draghi, oltre che alle sue esternazioni istituzionali prima alla commissione economica del parlamento europeo e poi direttamente in casa dei suoi maggiori oppositori intervenendo, dopo quattro anni che ciò non accadeva, nell'aula del Bundestang, occasione quest'ultima dove l'ex Direttore Generale del Tesoro della Repubblica italiana, ex autorevole esponente di Goldman Sachs in Europa, ex Governatore della Banca d'Italia e già numero uno dell'organismo incaricato di riscrivere le regole del gioco della finanza internazionale dopo le diverse ondate della Tempesta Perfetta che Draghi ha utilizzato per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, ricordando ai deputati alemanni che la sua politica monetaria ha non solo aiutato lo sviluppo dell'economia tedesca, ma più in particolare, alla luce del connesso e forte ridimensionamento dell'euro, ha fornito una spinta all'export tedesco , una spinta che giocato un ruolo decisivo nel raggiungimento per la prima volta nel 2015 di un saldo della bilancia commerciale pari al 9 per cento del PIL, ben superiore al 6 per cento massimo previsto dai regolamenti dell'Unione europea.

Draghi ha poi ricordato in quella stessa occasione che, grazie agli acquisti di titoli tedeschi da parte del BCE, nel 2015 la Germania ha risparmiato 28 miliardi di euro, lasciando intendere che cifre simili hanno caratterizzato il 2014 e dovrebbero riguardare l'anno in corso, il primo ad avere registrato rendimenti negativi per il Bund a 10 anni, ma è parlando al termine ai giornalisti che gli chiedevano se le crisi gemelle di Deutsche Bank e Commerzbank non potevano essere state determinate dalla politica dei tassi a zero praticata dalla Banca Centrale Europea che Draghi è tornato appieno Super Mario, dicendo nel suo inglese perfetto che se una banca diventa un caso sui mercati questo difficilmente dipende dai tassi applicati dalla Banca Centrale ma è più probabilmente indizio del fatto che c'è un problema, un problema, ma questo Draghi non lo ha detto, che ha più a che fare con le diavolerie della finanza strutturata che con l'attività bancaria tradizionale che, con riferimento a Deutsche, pure ha segnato, nel 2015, un calo dei ricavi di poco meno di un terzo rispetto all'anno precedente e ha determinato la necessità di un piano di sensibile ridimensionamento degli organici e di riduzione di un terzo degli sportelli in Germania e la cessazione delle attività in più di un paese straniero, nonché la decisione di cedere in toto o in parte le attività delle due (sic) CIB  di cui il colosso creditizio tedesco dai piedi di argilla è dotato.

Ma non che non vi siano banche in Germania e nei paesi più strettamente legati a questo paese un tempo guida ed ispiratore delle politica dell'Unione europea, grazie anche alle irrisolte divisioni dei paesi della cosiddetta area mediterranea dell'Unione e al blocco sempre più nazionalista e a tratti xenofobo dei paesi di quella che una volta era l'Europa dell'Est, che stanno soffrendo per la politica dei tassi a zero e queste sono rappresentate, in particolare dalla Landesbanken e dalle Sparkassen, banche sotto il controllo diretto o indiretto della mano pubblica e caratterizzate da una struttura dei costi molto rigida e che vedono i margini, sia quello di gestione denaro che quello di intermediazione, assottigliarsi in modo molto sensibile ed è a nome di queste che parla il Presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, già stretto collaboratore, forse a quei tempi il più stretto, un politico di professione passato damblè alla guida di quella che era la più potente banca centrale del Continente europeo e che non perde occasione per criticare apertamente i due pilastri della politica di Mario Draghi in questa fase, la politica monetaria ultra accomodante e il Quantitative Easing e la connessa politica dell'euro debole nei confronti della principali valute straniere, in primis il dollaro.

Uno scontro che al momento ha visto Weidmann soccombente e accontentato con il contentino della Presidenza, oltre che della Bundesbank ovviamente, della Banca dei Regolamenti Internazionali, una prestigiosa istituzione che a breve licenzierà Basilea 4 e che Weidmann ha cercato di utilizzare per aprire un altro fronte, quello consistente nell'imporre un limite del 25 per cento all'acquisto dei titoli di Stato del paese nel quale una banca ha la sede legale, una proposta che, però, si è scontrata con l'opposizione delle principali banche centrali del pianeta, ma l'ultimo smacco impostogli da Draghi è stato quello di fissare la riunione del consiglio BCE che doveva decidere l'aumento da 60 a 80 miliardi di euro al mese il volume di fuoco del QE quando Weidmann, per la regola della rotazione, non poteva essere presente.

Come si è visto, sino ad oggi la Germania e suoi più stretti alleati hanno perso ogni scontro con il Presidente della BCE e, anche alla luce della puntuale smentita giunta oggi da Francoforte, rischiano seriamente di perdere anche questa, ma va detto ad onore di Weidmann che dimostra una tenacia degna di miglior causa, anche se Super Mario non sarebbe tale se non avesse dimostrato nella sua lunga e fortunata carriera di essere in grado di mettere la museruola a personaggi con molto più spessore dell'esponente tedesco che non ha, a mio modesto avviso, né la stoffa del banchiere, né, tantomeno, quella del banchiere centrale!

mercoledì 5 ottobre 2016

Bankitalia batte un colpo sugli esuberi bancari


E' stata poco tempestiva BNP Paribas nel porre in estate le sue due condizioni, una al Governo italiano, la seconda all'arcigna Vigilanza della Banca Centrale Europea, per comprare, per il classico piatto di lenticchie, la banca più antica di Italia, quel Monte dei Paschi di Siena che ha da poco un nuovo amministratore delegato ed è sempre più sotto l'influenza di J.P. Morgan Chase, il cui Chief Executive Officer, l'inossidabile Jamie Dixon un uomo sopravvissuto alle prime due ondate della Tempesta Perfetta, ma che si barcamena bene, almeno per ora, anche nella terza, e che parla direttamente con il ministro dell'economia Padoan e con il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, due autorevoli interlocutori cui ha chiesto niente po po di meno che un taglio di 10 mila dipendenti su poco meno di 26 mila, un richiesta che, almeno allora, non era assolutamente digeribile dall'Esecutivo italiano, così come non maggiore fortuna ha avuto l'abboccamento esplorativo con la connazionale Nouy, capo della Vigilanza BCE, per avere un salvacondotto che esentasse la banca francese dal dover fare un sostanzioso aumento di capitale dopo la proposta acquisizione e post fusione per incorporazione di MPS in BNP Paribas.

E sì, perché da allora, pur essendo trascorse solo poche settimane (ma che sono sembrate mesi se non anni agli esausti vertici di molte banche italiane, anche se quelle tedesche non ci scherzano), tanta acqua è passata sotto i ponti  e le dichiarazioni sulla necessità di alleggerire le banche italiane di parte più o meno consistente del loro organico, unita alla richiesta di procedere ad una nuova ondata massiccia di fusioni e acquisizioni sono venute da ogni parte, Draghi ovviamente incluso, ma a parlare in modo più chiaro è stato il Presidente del Consiglio, che, oltre a riaffermare quello che nel frattempo dicevano tutti, ha anche consentito che circolassero dei numeri choc sugli esuberi, quantificati in 150-200 mila unità da tagliare in un decennio su un totale degli addetti al settore a livello nazionale superiore alle 300 mila unità, numeri che dopo una levata di scudi dell'ABI e delle sigle sindacali sono stati smentiti ma intanto erano finiti sui quotidiani, mentre nessuno ha smentito le cifre fornite da alcuni quotidiani e che vedono, nel prossimo triennio uscite per poco meno di 30 mila unità. 

Ebbene la richiesta di BNP era sì immediata ma aveva un'incidenza percentuale molto più bassa di quella prevista dal Governo italiano nel decennio ed ora oltretutto un richiesta su cui era possibile aprire un negoziato sia sulle quantità che sui tempi, ma il vero ostacolo era rappresentato dalla Vigilanza BCE che sta chiedendo aumenti di capitale a destra e a manca, incluso quello riguardante l'UBI cui viene chiesto un aumento di 600 milioni di euro in caso di acquisizione di tre delle quattro Good Banks derivanti dal salvataggio, anche a spese dei creditori, di Banca Etruria e delle altre tre banche in questione, un'eccezione, inoltre, quella richiesta dalla banca francese che avrebbe messo in grande imbarazzo l'ex esponente di spicco della Banca di Francia e oggi numero uno della Vigilanza BCE.

In questo bel dibattito, e dopo le chiarissime parole del Presidente della BCE, Mario Draghi, si è inserito oggi il Direttore Generale della Banca d'Italia, Salvatore Rossi, un uomo che, come lo stesso Governatore Visco, è stato in passato il responsabile del prestigioso Servizio Studi di Via Nazionale,  e che, intervenendo alla tredicesima giornata del risparmio davanti ad una platea di banchieri ed esponenti del mondo sindacale del settore del credito, ha delineato un quadro che vede il taglio dei costi operativi, con particolare riferimento a quelli del personale da realizzarsi attraverso un uso massiccio del Fondo di settore che serve ad accompagnare, sinora, salvo rari casi, su base volontaria, bancari di ogni ordine e grado, un sistema sperimentato negli ultimi decenni con grande soddisfazione di entrambe le parti, ma che presenta costi a carico totale delle banche che le stesse quantificano in media a 200 mila euro per lavoratore messo in esodo ed evidentemente non in grado né di assorbire i numeri, anche nella parte bassa della forchetta, del Governo nel decennio, né di far fronte a quasi 27.500 nel prossimo triennio citati da alcuni quotidiani su probabile input dell'ABI. .

Ma è stato il passaggio successivo di Rossi a far drizzare le antenne di tutti gli astanti, perché di fronte ai numeri che circolano negli ambienti governativi, le associazioni di categoria e nella stessa Banca d'Italia, ha dovuto ammettere che il Fondo potrebbe non bastare e sarebbe quindi necessaria l'individuazione di strumenti legislativi ad hoc per consentire le riduzioni addizionali di personale, misure che, molto verosimilmente, non avranno quelle caratteristiche alla volemose bene dell'ammortizzatore sperimentato in passato, ma quello che tutti hanno capito è che la strada della volontarietà non è più percorribile, un'ipotesi, quella delle uscite obbligatorie che ha già suscitato le prime levate di scudi, anche se è molto difficile che queste proteste troveranno ascolto alla luce delle fosche prospettive del sistema bancario italiano e di quello europeo!

Su questo argomento segnalo du puntate del Diario della crisi finanziaria: "Quanti banchieri e quanti bancari servono in Italia" e la più recente, 26 settembre, intitolata "L'autunno caldo di banchieri e bancari".

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L'autorevole agenzia Bloomberg ha diffuso ieri, citando anonimi funzionari della BCE, che non solo il Quantitative Easing potrebbe non essere prorogato oltre il mese di marzo, ma che è già previsto un piano di atterraggio morbido che prevede la riduzione degli attuali 80 miliardi di euro ad un ritmo di 10 miliardi al mese, un ritmo di riduzione che porterebbe a zero l'intervento espansivo nel mese di novembre del 2017.

martedì 4 ottobre 2016

Al processo agli ex vertici di MPS ne vedremo delle belle!


Con i tempi non proprio celeri della giustizia italiana, si è infine giunti al processo che vedrà alla sbarra l'ex presidente, prima della Fondazione e poi del Monte dei Paschi di Siena, Giuseppe Mussari, l'ex direttore generale, Antonio Vinci, nonché il capo della divisione finanza e, secondo i magistrati di accusa, presunto capo della banda del 5 per cento, Gian Luca Baldassarri, il direttore finanziario della banca senese e il capo dell'ALM, ma la lista degli imputati non finisce qui, perché ad essere sotto accusa sono anche sei dirigenti della filiale londinese di Deutsche Bank, sì sempre lei, e due dirigenti della giapponese Banca Nomura, questi ultimi otto per le operazioni via derivati e denominate Santorini, Alexandria  più due altri nomi fantasiose, operazioni che servirono ad occultare due miliardi di euro di perdite e generarono 200 milioni di euro di profitti fasulli, un turbinio di operazioni volte a coprire il dissesto generato dalla fulminea e alquanto folle acquisizione di Banca Antonveneta per la "modica" cifra di dieci miliardi di euro circa e che che trasformarono l'antica e un tempo alquanto austera banca in una succursale di banche, come quelle a processo, molto smaliziate nel far apparire le cose molto diverse da quello che realmente sono.

Il bello è che, per la legge sulla responsabilità delle società per azioni, è anche il Monte dei Paschi di Siena ad essere sotto accusa, anche se la banca senese ha già chiesto il patteggiamento che prevede il pagamento di 600 mila euro come ammenda nonché il sequestro s titolo definitivo per dieci milioni di euro, una pena sostanzialmente mite che dovrebbe essere confermata nei prossimi giorni ed è spiegata dalle motivazioni molto articolate e dure del rinvio a giudizio dei cinque imputati interni che avrebbero deliberatamente tenuto all'oscuro gli organi collegiali decisionali della banca rispetto alle manovre ordite dagli stessi.

Ma i guai della banca senese a quel tempo saldamente controllata dall'omonima Fondazione nata in ossequio delle prescrizioni della Legge Amato dei primi anni Novanta che prevedeva la scissione tra la banca conferitaria e l'entità proprietaria, la Fondazione, appunto, che doveva in tempi brevi vendere le azioni e dedicarsi agli scopi propri di ente benefico, non sono iniziati con la sciagurata acquisizione di Antonveneta, in quanto affondano le radici nella fusione con la controllata Banca Toscana, in una politica aggressiva di acquisizioni nel Mezzogiorno d'Italia, tra le quali spicca quella della Banca del Salento che poi cambiò la sua denominazione in Banca 121, un'acquisizione questa che avvenne ad un prezzo sproporzionato al suo effettivo valore e che portò l'amministratore delegato di quella piccola banca a diventare direttore generale di MPS, facendo ricchi al contempo i suoi grandi azionisti notoriamente vicini, come lo era peraltro lo stesso De Bustis, all'esponente di punta dei democratici di sinistra Massimo D'Alema, un politico che soleva tenere ogni anno un convegno di banchieri a cui era molto sconsigliabile non partecipare e che almeno in un'occasione ho avuto modo di partecipare.

Purtroppo, la vicenda del Monte dei Paschi di Siena non è solo una questione di artifici contabili o di un castello di menzogne costruito ad arte per ragioni spesso inconfessabili, ma, nel 2013, a cambio della guardia avvenuto da qualche tempo con l'arrivo di Alessandro Profumo alla presidenza e di Fabrizio Viola come amministratore delegato (carica che non esisteva e che richiese una sofferta modifica dello Statuto della banca senese), vi fu la tragica morte del direttore centrale responsabile della comunicazione, David Rossi, che volò dalla finestra del suo ufficio, una morte che le prime indagini della magistratura classificarono un po' frettolosamente come suicidio, ma che esami effettuati sul corpo e l'esame del video della telecamera di sorveglianza sembrano escludere, una vicenda talmente controversa da provocare l'intervento diretti del Procuratore Generale forse non del tutto convinto delle tesi dei suoi sottoposti. Ovviamente questo suicidio od omicidio è oggetto di un'indagine a se stante, ma è evidente che è maturato in un clima che non ci si aspetta esistere in un ambito aziendale.

Ho dedicato diverse puntate alla crisi di MPS, una crisi che non deriva solo dalla sciagurata acquisizione di Antonveneta, anche se la stessa non costò solo un'enormità di denaro e che portò con sé una dote di almeno 10 miliardi di Non Performing Loans, ma che affonda le sue radici in un intreccio di poteri più o meno occulti (si veda al proposito la puntata del Diario della crisi finanziaria intitolata Profumo di Massoneria al Monte dei Paschi) che hanno condizionato la politica del credito della banca senese che è riuscita a far lievitare la massa degli NPL alla stratosferica cifra di 49 miliardi di euro su un totale degli impieghi che è meno di tre volte questo ammontare e che ha provocato la missiva della Vigilanza della BCE che ha chiesto l'azzeramento delle sofferenze lorde e nette e un maxi aumento di capitale per fare fronte alle perdite derivanti dalla cessione di questi crediti alle entità specializzate nel recupero crediti, impieghi che spesso sono nati morti!

Non che oggi le cose stiano in un modo tanto diverso, parlo di forze esterne che cercano ma spesso riescono ad avvelenare il clima in una banca oramai stremata, nonché la sostanziale anche se indiretta presa di possesso della banca senese da parte di J.P. Morgan Chase, sulla carta solo incaricata insieme a Mediobanca di organizzare al meglio l'aumento di capitale, la  dice lunga su come, grazie anche all'intervento del Governo (Renzi, Padoan, Carrai), l'andazzo dentro e fuori MPS sia più o meno sempre lo stesso.

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Si è svolto a Roma il vertice che avevo annunciato in margine alla puntata  di ieri su Deutsche tra il ministro dell'Economia, Giancarlo Padoan, il Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, gli ad di Unicredit, Intesa e UBI, nonché l'ad del Fondo Atlante, una riunione volta a risolvere i nodi per la vendita delle quattro Good Bank a causa dell'irrigidimento della Vigilanza BCE e sui rischi sistemici derivanti dal possibile crollo di banche tedesche o italiane, una riunione che si è conclusa senza un comunicato ufficiale ma con  la scontata riaffermazione che le Autorità Monetarie faranno tutto quanto è necessario per garantire la stabilità del sistema creditizio italiano, aiuti pubblici compresi, anche se, come ha affermato Padoan, questi devono avvenire nel quadro delle regole europee, regole che prevedono un bail in che viene ancora studiato nelle sue implicazioni e nei suoi effetti da Governo e Banca d'Italia.




domenica 2 ottobre 2016

Ma cosa è davvero l'Arabia Saudita?


La notizia che il Congresso degli Stati Uniti d'America a larghissima maggioranza (70 voti contrari alla Camera dei Rappresentanti e solo uno al Senato) ha respinto il veto posto dal Presidente Barack Obama alla legge che prevedeva per i cittadini americani che hanno subito danni diretti o ai loro congiunti in occasione degli attentati messi in atto da commando di appartenenti ad Al Qaeda l'11 settembre del 2001 (composti da 19 cittadini sauditi su un totale di 20) la possibilità di agire direttamente in tribunali statunitensi contro il Regno dell'Arabia Saudita o suoi singoli cittadini, apre le porte ad un contenzioso di enormi dimensioni e che può rivalersi su un patrimonio stimato forse per difetto in quattromila miliardi di dollari per la gran parte riconducibili alla casa regnante che, come si sa, conta ottomila principi e un totale di decine di migliaia di membri.

Obama ha fatto di tutto, veto poi vanificato compreso, per evitare questo esito che può avere conseguenze pesantissime sui rapporti tra gli USA e il suo principale alleato tra i paesi arabi, un paese con grande influenza sull'intero scacchiere mediorientale, ma della cui totale lealtà non sono pochi a dubitare ed è per questo che ripropongo in questa giornata domenicale questa recente puntata del Diario della crisi finanziaria dedicata alla vera natura di questo Stato che, e questo è inoppugnabile, finanziò attraverso il principe posto a capo dei servizi segreti del Regno e con la benedizione degli Stati Uniti d'America Osama bin Laden quando lo stesso organizzò la vittoriosa guerra contro gli occupanti russi in Afghanistan e che, anche quando fondò la sua organizzazione terroristica non abbandonò la sua fede wahhabita salafita che è poi quella più influente, non fosse altro che è quella adottata dalla onnipotente famiglia reale, nel Regno Saudita.

° ° °

Ho avuto modo di notare che sia la stampa italiana che quella internazionale dedicano scarsa attenzione a quanto accade nel secondo paese arabo per estensione ma certamente uno dei primi per ricchezza, l'Arabia Saudita, uno stato popolato da 16 milioni di persone di cittadinanza saudita ai quali vanno aggiunti 9 milioni di immigrati regolari, dei quali quasi un terzo di origine asiatica, e ben 2 milioni di immigrati irregolari che, vista la struttura repressiva molto articolata esistente nel regno wahhabita, sono tollerati e lavorano in condizioni estremamente disagiate per salari inferiori a quelli riservati agli immigrati regolari; come è noto il petrolio rappresenta il 90 per cento delle esportazioni e il 70 per cento delle entrate statali e il Regno governa su un paese che possiede il 25 per cento delle riserve petrolifere accertate nel mondo ed è stato determinante nella costituzione dell'OPEC e nelle scelte che nel 1973 e nel 1979, noti come gli anni in cui si verificarono quella prima e seconda crisi petrolifera che misero letteralmente in ginocchio i paesi dell'Occidente industrializzato ma che portarono i proventi dei paesi esportatori a livelli stratosferici e che permisero agli stessi, o almeno ai più previdenti tra di loro, l'acquisizione di immobili e quote di aziende in tutto il mondo, ma in modo particolare negli Stati Uniti d'America.

Questo grande paese arabo è retto da una monarchia dinastica che domina in maniera assoluta sulla vita politica, sociale ed economica e non ha né una costituzione, rappresentata dal Corano e da disposizioni applicative molto restrittive dello stesso,  né un parlamento, mentre sono ammesse elezioni locali, la religione prevalente è quella mussulmana nella variante sunnita, ma con forte presenza di quella wahhabita quasi egemone nelle sfere del potere e con un seguito di quattro milioni di persone, mentre gli sciti, che sono circa un sesto della popolazioni e risiedono in una zona circoscritta del Paese, sono tollerati ma certamente non amati dai wahhabiti, mentre sono vietate le edificazioni di luoghi di culto di altre religioni, mentre esiste un corpo speciale, simile ai pasdaran iraniani incaricato di vegliare sul fatto che le rigide prescrizioni religiose vengano applicate con pene che vanno dalla fustigazione al carcere e, nei casi più gravi alla pubblica decapitazione, insomma una situazione che ricorda molto da vicino quello che accade nelle zone, oggi per fortuna meno ampie di un recente passato, governate dai miliziani dell'ISIS, certamente più feroci e sanguinari, ma anche loro di fede sunnita condita però fa regole molto più rigide di quelle vigenti in altri paesi dove è dominante quella fede e sono proprio queste regole e questo modo di agire che ricordano molto da vicino quelle della variante wahhabita.

Dal punto di vista economico, le grandi acquisizioni all'estero e il dividendo petrolifero non distribuito alla popolazione fanno vivere alla casa reale saudita con minore, ma certamente non assente, preoccupazione il vero e proprio crollo del prezzo del petrolio dai mai più toccati 147 dollari al barile registrati, grazie anche alle manovre speculative delle grandi banche globali, a quei livelli prossimi ai 100 dollari che consentivano ancora ampli margini di profitto ai paesi produttori, ai livelli odierni di poco superiori ai 40 dollari che, a mio parere, sono ancora significativamente sovrastimati rispetto al vero e languente stato della domanda mondiale di greggio, una situazione rispetto alla quale non c'è accordo, ultimo quello tra la Russia di Putin e la casa reale saudita appunto, che possa funzionare, a meno di ridurre in modo drastico l'offerta, cosa che gli altri paesi esportatori, in primis Iran e Venezuela, non hanno la benché minima intenzione di fare, ma in realtà non ne hanno intenzione neanche la stessa Russia e men che meno il regno saudita.

E' in questo quadro di difficoltà economiche, una situazione che ha visto il reddito procapite saudita ridursi di un terzo e aumentare le spinte verso un maggiore impegno dei cittadini sauditi verso quelle attività economiche che normalmente snobbano grazie alla loro rendita di posizione, che è caduta come una mannaia la decisione dei due rami del Congresso statunitense di varare una legge che consente ai cittadini statunitensi di adire ai tribunali americani per intentare causa all'Arabia Saudita per i danni subiti nel corso degli attentati dell'11 settembre del 2001, dirottamenti di aerei compiuti da militanti di Al Qaeda e che furono messi in atto da 19 cittadini sauditi su un totale di 22 dirottatori, così come risultò sin dall'epoca che alcuni degli attentatori venivano finanziati direttamente da altissimi membri della casa reale. In ambienti bene informati si dice che il presidente Obama porrà il veto alla legge, anche se non è certo che spinga a farlo in piena campagna elettorale.

Fin qui, o almeno questo penseranno i miei lettori più smaliziati, in particolare quei circa duecento visitatori statunitensi che quotidianamente visitano il blog, c'è poco di nuovo e, tranne qualche collegamento derivante dal mio status di tenutario del diario di bordo delle varie fasi della Tempesta Perfetta, buona parte delle notizie le potreste trarre da Wikipedia, ma a me servivano come premessa a quello che cercherò di dire di seguito con tutte le cautele del caso, perché quello del vero ruolo del regno saudita, o meglio di una parte di esso, nelle recenti vicende che si stanno susseguendo nello scacchiere mediorientale è un qualcosa  nel quale sovviene soltanto il fiuto dell'analista in assenza della pistola fumante.

Lasciando ai teorici più o meno preparati delle svariate e a volte strampalate tesi del complotto e che vedono un ruolo dei sauditi nell'operato dell'organizzazione allora guidata da Osama Bin Laden e dell'azione più efferata compiuta da quella stessa organizzazione e cioè gli attacchi dell'11 settembre 2001, è interessante capire cosa succede in Irak al termine del conflitto contro il regime di Saddam Hussein, quando gli Stati Uniti d'America decidono due cose: lo scioglimento dell'esercito iracheno, notoriamente a maggioranza sunnita, e l'affidamento della carica di capo del Governo ad un esponente della minoritaria ma molto agguerrita componente scita, mentre, d'altra parte, l'Occidente tutto chiude non uno ma entrambi gli occhi su un regime sostanzialmente laico ma profondamente corrotto esistente in Siria, governato, ma non con la stessa dittatoriale determinazione dal giovane Assad, uno che a vederlo sembra uscito da studi a Cambridge o a Oxford, con una moglie per niente velata e con un esercito più volte sospettato di essere implicato nel traffico di droga proveniente da quell'Afganistan controllato in larga parte da americani e alleati ma che poco o nulla fanno per sdradicare le ampie coltivazioni delle pianta da cui si ricava l'oppio.

Come hanno reagito gli stati arabi a questi che sono stati considerati due errori esiziali dell'allora amministrazione di Bush Jr nella già di per sé ribollente area mediorientale e come hanno reagito alle cosiddette primavere arabe è facile intuirlo, ma quella che è una prova indiretta è fornita dal fatto che un esercito stimato dalla CIA in non più di tremila effettivi è riuscito in poco tempo a conquistare, come un coltello che affonda nel burro, buona parte delle zone sunnite dell'Irak e, incrociandosi con le forze dell'opposizione ad Assad, una parte molto rilevante del territorio siriano, una situazione che solo negli ultimi tempi, grazie all'intervento degli USA e della Russia, sta sensibilmente cambiando, ma fino a che non vi sarà vera consapevolezza delle vere cause di quanto è accaduto in questi anni si rimanderà soltanto il problema.

Non voglio assolutamente dire che dietro il movimento jihadista ci sia questo o quello Stato della regione, ma che la variante molto rigida del sunnismo imperante in Arabia Saudita ma presente in movimenti esistenti in altri paesi arabi è, seppur con qualche sfumatura ancora più radicale, quella che il califfato vuole imporre nei territori che conquista.

sabato 1 ottobre 2016

Quali sono le determinanti per l'esito del voto del 4 dicembre


Mi prudono letteralmente le dita per scrivere la mia interpretazione di quello che è successo ieri nelle borse mondiali nelle quali è quotata direttamente o via ADR l'azione del colosso creditizio globale dai piedi di argilla Deutsche Bank, con un passaggio dal meno nove per cento iniziale sui listini europei ad un incremento finale di oltre il sei per cento, una giravolta propiziata dalle indiscrezione volutamente fatte trapelare dal Dipartimento di Giustizia USA che rendevano noto che la multa da 14 miliardi di dollari comminata a Deutsche sarebbe stata ridotta a "soli" 5,54 miliardi che sono, guarda caso perfettamente contenuti nei fondi per 5,5 miliardi di euro (quindi qualcosina rimane alla banca tedesca per future multe), un beneficio di 8,5 miliardi di dollari che viene giudicata come provvidenziale da analisti e operatori e che rappresenta il primo aiuto di Stato in favore della banca di Francoforte, anche se proveniente da uno Stato straniero.

Nella prossima puntata, oltre che di questo parlerò di un concetto che sembrava superato dal nuovo orientamento espresso da Mario Draghi e apparentemente condiviso dai suoi colleghi di tutto il mondo e, cioè, il superamento, una volta per tutte del too big too fail, che peraltro non era servito a salvare la Lehman Brothers di Dick Fuld, un' entità molto grande nell'investment banking, e con una "piscina di liquidità" nell'ordine di quella di cui si vanta ad ogni pié sospinto l'attuale CEO di Deutsche, ma non così determinante sui mercati interbancari internazionali, né dotata di una rete retail globale per cui Hank Paulson, Bernspan o il presidente George W. Bush si sarebbero sentiti costretti a fare di tutto per evitare il fallimento come fecero per altre importanti entità finanziarie.

Non sarà un week end inoperoso per le maggiori entità che operano sul mercato finanziario, per le banche centrali e per i Governi, in primis quello di Angela Merkel che ha già espresso ieri la sua preoccupazione condita dal solito sciocchezzaio sul ruolo della speculazione, un lavorio che ha come obiettivo quello di stendere una rete di sicurezza attorno a Deutsche e a Commerzbank, un tentativo di salvataggio che tuttavia non potrà avere completo successo, almeno sino a quando le due banche non sveleranno cosa c'è davvero nelle loro attività di investment banking, quelle stesse attività che prima Deutsche e da ieri Commerz hanno promesso di alienare, anche se non capisco bene come questo possa avvenire visto che tutte le altre banche globali di roba del genere ne hanno già in abbondanza!

° ° °

Con la puntata dedicata alla caotica situazione esistente ad oltre tre mesi dal voto che ha visto la candidata sindaco del movimento cinque stelle, Virginia  Raggi, prevalere, come ampiamente previsto sin dal febbraio di questo anno di disgrazia 2016 da tutti i sondaggi, sul temerario candidato del partito democratico, Roberto Giachetti, a cui non è bastato il bel gesto di mettere a rischio, come peraltro prevede la legge, il suo seggio alla Camera dei Deputati nonché il prestigioso incarico di vice presidente della stessa Camera, quindi, scrivendo Why Virginia Raggi is unfit to lead Rome, ho ceduto alla mia passione civile e sociale, mentre la puntata che dedico alle determinanti economiche  e sociali che potrebbero pesare sul responso che verrà dalle urne nella tarda serata del prossimo 4 dicembre mi fa tornare nei miei panni di analista economico, anche perché non vi è nessuno, in Italia come all'estero, che in buona fede non veda come dalla conferma o meno di un quesito referendario confermativo di una legge che ha visto sei voti delle camere e un impegno totale del Governo che ha tirato dritto anche quando, dopo la rottura del patto del Nazareno, un partito come Forza Italia ha rovesciato il tavolo delle riforme, un voto dunque che, in caso di vittoria dei contrari alla riforma costituzionale, porterebbe dritti dritti ad una crisi di Governo dagli esiti estremamente incerti, anche alla luce dell'arcinota indisponibilità del movimento da pochi giorni nuovamente guidato in prima persona da Beppe Grillo al coinvolgimento in qualsivoglia formula di Governo di scopo, di unità nazionale, di emergenza e chi più ne ha ne metta.

Un esito sfavorevole del voto si inserirebbe peraltro pienamente in un'onda lunga che ha visto diverse tappe in un certo numero di paesi europei, e forse non è un caso che il nostro referendum si svolga in concomitanza con la ripetizione del voto per le presidenziali austriache, un voto che vede un esponente dei verdi, vincitore della tornata precedente per un'incollatura, ma la cui elezione  è sta annullata dai giudici costituzionali per sospette irregolarità nel voto espresso per corrispondenza, e che dovrebbe vedere stavolta l'esponente del partito di estrema destra fondato dallo scomparso Haider prevalere più o meno nettamente, ma che segue anche il meno atteso ma molto dirompente risultato del voto sull'uscita della Gran Bretagna dalla Unione europea e nel quale ha giocato un ruolo determinante il partito nazionalista e xenofobo  di Nigel Farage (alleato nel Parlamento europeo con il movimento di Grillo), il voto sul referendum anti frontalieri italiani nel Canton Ticino (e pensare che ho studiato cinque anni alla scuola svizzera di Napoli!), il voto di domani in Ungheria nel referendum sulle quote di migranti che l'UE cerca di imporre al paese magiaro come a tanti paesi membri riottosi su questo argomento che tanto turba le opinioni pubbliche nazionali che pensano che del problema di profughi e migranti economici  debbano farsi carico, in base al vigente Trattato di Lisbona, Italia e Grecia paesi di arrivo di milioni di migranti che, dopo la chiusura a raffica di tante frontiere non sanno più dove andare e non mi dilungo oltre per non tediare il lettore con le decine di esempi di vittorie elettorali e referendarie dei movimenti che, chi più chi meno, si rifanno al crescente verbo del populismo in Europa.

Per dire quali, a mio avviso, sono le frecce sul piano economico e sociale all'arco di Matteo Renzi, devo necessariamente fare un passo indietro alle uniche elezioni a forte valenza politica che si sono svolte da quando lui, nel febbraio del 2014 e dopo un cambio repentino alla guida dell'esecutivo che causò molti mal di pancia nel suo partito e che fu mal visto dalla opinione pubblica, ottenne il primo voto di fiducia da entrambe le camere, incluso quel Senato cui promise che quella sarebbe stata l'ultima legislatura a vedere quel ramo del Parlamento chiamato a quell'adempimento e delineando, seppure a grandi linee, i tratti della riforma costituzionale che aveva già allora in mente, modifica radicale del titolo quinto compreso; ebbene quelle elezioni europee svoltesi sotto i peggiori auspici e con i commentatori che citavano sondaggi realmente effettuati fino al periodo nel quale non è più possibile effettuarli e che vedevano il partito guidato da Beppe Grillo impegnato in un testa a testa probabilmente vittorioso con il partito democratico videro, invece, una netta affermazione del partito guidato da Renzi che arrivò a sfiorare il 41 per cento di voti staccando di venti punti percentuali il movimento cinque stelle fermatosi al 21 per cento, con un arretramento di quattro punti rispetto al risultato delle politiche dell'anno precedente nelle quali si era affermato come primo partito in base ai voti degli elettori nazionali e secondo di non molto considerando anche gli italiani residenti all'estero, un elemento questo da tenere a mente anche in vista della prossima consultazione referendaria e che spiega il forte attivismo della Boschi e di altri esponenti di punta del PD nelle circoscrizioni estere, in particolare in Sud America, non fosse altro che per il fatto che si tratta di poco meno di quattro milioni di voti.

Ma quale fu la chiave di volta di questo risultato che rappresenta un record storico per i democratici? In parte fu l'effetto della luna di miele che normalmente accompagna il rapporto tra l'opinione pubblica e un nuovo Esecutivo, così come non va sottovalutata la capacità comunicativa e l'impatto che alcuni punti del programma ebbero sugli italiani, in particolare su quelli non schierati a priori, ma quella che incise più di tutte fu la concessione degli 80 euro netti in busta paga per dieci milioni di lavoratori dipendenti, misura dileggiata dai più e vista come una mancia transitoria anche se tecnicamente furono effettivamente erogati solo due mesi dopo il voto, una misura che tuttavia persiste tuttora e, Legge di Stabilità permettendo, continuerà  ad esistere anche per il prossimo anno e che la maggior parte dei percettori ha percepito in modo positivo e che ha spinto molti di loro ad abbandonare l'area del non voto per esprimere nelle urne il sostegno all'esponente politico che caparbiamente si era battuto per quella misura, che, anche se non dispongo dei dati disaggregati che sono alla base di una delle più significative revisioni del PIL che recentemente è stata innalzato, con riferimento al 2014, da un -0,3 ad un +0,1 per cento, una revisione di quattro decimali di punto e nella quale la componente consumi potrebbe avere giocato un ruolo significativo.

Da allora tanta acqua è passata sotto i fiumi e altre categorie, soprattutto quelle imprenditoriali e le partite IVA hanno ricevuto attenzioni significative da parte del Governo, attenzioni che proseguono, almeno stando alle indiscrezioni, nella prossima legge di Stabilità assieme a misure in campo previdenziale, oltre a misure di importo rilevante per la messa in sicurezza delle scuole e per affrontare un fenomeno di immigrazione che rischia di diventare stanziale per il nostro Paese e per la Grecia alla luce, come ricordavo di sopra, della chiusura di fatto di tutte le frontiere tra questi due paesi e il resto d'Europa e mentre langue il piano europeo di riallocazione dei richiedenti asilo, mentre per i migranti economici, sulla base delle normative europee, vige la regola un po' brutale del chi ce li ha se li tiene.

Ma quello che più è cambiato rispetto all'impostazione dei primi anni del Governo Renzi consiste nel fatto che da un approccio che vedeva come l'orticaria il rapporto con le Parti Sociali, in particolare con il Sindacato confederale, un approccio che buttava a mare qualsiasi forma di concertazione e che vedeva il Governo assumersi onori ed oneri della politica economica e sociale, ebbene tutto questo è cambiato negli ultimi mesi con una trattativa vera su una riforma parziale delle pensioni e l'estensione della quattordicesima mensilità ai percettori di pensione fino a mille euro, nonché un'innalzamento della No Tax Area per i pensionati portata allo stesso livello di quella riguardante i lavoratori dipendenti (qualcosa di più di 8 mila euro), portando ad un primo accordo e all'impegno alla prosecuzione del confronto anche nei prossimi mesi.

E qui veniamo al capitolo della politica estera del nostro Paese e che dal 2008 ci vedeva più o meno come comparse di una rappresentazione a regia franco-tedesca e nella quale l'euroscettica ed oggi solo scettica Gran Bretagna giocava un ruolo molto più significativo del nostro, una rappresentazione che ha visto il massacro della Grecia nel silenzio non solo dei nostri partner esponenti di paesi a guida conservatrice, ma anche dei paesi a guida di sinistra o di centro sinistra che sono stati in silenzio mentre la Troika riduceva ampi strati della popolazione greca alla povertà, concedendo prestiti che per la quasi totalità servivano solo a ripagare i grandi creditori, Fondo Monetario Internazionale in testa, rappresentando gli errori del passato degli esecutivi ellenici il fumo negli occhi dei bravi elettori tedeschi.

Ebbene, dopo le elezioni europee di due anni fa le cose sono alquanto cambiate e il Governo italiano, anche forte dell'accresciuto peso nel gruppo dei socialisti e dei democratici, ha ottenuto che il nostro ministro degli esteri, Federica Mogherini, diventasse, frustrando le aspirazioni di Massimo D'Alema, l'alto rappresentante della politica estera dell'UE, mentre il nuovo presidente della commissione, Junker, espressione di una grande coalizione, inserisse il capitolo crescita, accanto a quello perdurante dell'austerità, nel suo programma, via un piano di investimenti da 300 miliardi di euro e che recentemente è stato portato a 600, ma, e forse soprattutto, il presidente del Consiglio ha avviato un braccio di ferro con la Germania che chiede agli altri il rispetto delle regole, ma si ostina a non rispettare il vincolo del 6 per cento sull'avanzo commerciale, critica, al momento, non condivisa, o almeno non apertamente, da nessun altro governo europeo.

Mi fermo qui con un accenno a una cosa che è stata sotto gli occhi di tutti gli italiani a partire dalla notte del 24 di agosto, giorno in cui la terra ha tremato violentemente e ha di fatto raso al suolo Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e Peschiera del Tronto, un sisma che ha fatto poco meno di trecento vittime e ha reso necessario uno sforzo collettivo dei vigili del fuoco, della protezione civile, di appartenenti a tutte le forze dell'ordine nonché, the last but not the least, un gran numero di volontari provenienti da ogni parte d'Italia, tra i quali vanno segnalati friuliani e trentini, così come è stata messa in piedi in poche ore una macchina organizzativa coordinata sul campo dal capo della protezione civile, Francesco Curcio, una macchina che ha operato con grande soddisfazione dei sopravvissuti e senza che da nessuna parte politica venissero mosse critiche all'operato di queste donne e di questi uomini realmente meravigliosi. Il Governo ha individuato in tempi brevi un alto esponente del PD come commissario per la ricostruzione e si tratta di una persona che opera essenzialmente attraverso i fatti e sono convinto che tutto ciò ha colpito me e i miei connazionali più di tanti bei discorsi e di tanti bei programmi, un modo di percepire la realtà che dovrebbe diventare quotidiano e normale, anche se so bene che così non sarà.