venerdì 20 gennaio 2017

L'amara lezione della Tempesta Perfetta (prima parte)


Ho comunicato nei giorni scorsi ai lettori del Diario della crisi finanziaria che non proseguiranno le pubblicazioni delle altre parti de "L'amara lezione della Tempesta Perfetta", in quanto le due pubblicate sul blog e le successive andranno a finire in un libro che cercherà di far comprendere quali sono i riferimenti pratici e quelli teorici che hanno ispirato sin dall'autunno del 2007 la redazione di questo libro di bordo della flotta delle varie entità finanziarie più o meno globali sommerse dagli alti marosi della Tempesta Perfetta che da allora si è manifestata sino ai giorni nostri.

E' per me un piacere ripubblicare oggi la puntata del 23 ottobre e domani quella del 29 dello stesso mese di quest'anno di disgrazia 2016. Buona lettura a tutte e a tutti!

* * *

Stiano tranquilli i miei lettori perché non ho intenzione di partire da Adamo ed Eva e dal loro paradiso perduto, anche se, a volerla cercare, un'attinenza con quanto è accaduto sui mercati finanziari in questi nove anni e quasi tre mesi, la si potrebbe pure trovare, ma io vorrei partire da quelli che erano i capisaldi della mia relazione svolta nell'ambito di una conferenza sulla crisi finanziaria e le sue ricadute sociali che ha avuto luogo al Residence Ripetta di Roma nel marzo del 2008, a presidente Barack Obama da pochissimi mesi insediato alla Casa Bianca, e mentre gli alfieri statunitensi del liberismo neoconservatore battevano rovinosamente in ritirata e lo stesso presidente della Federal Reserve Bernspan, al secolo Benjamin Bernanke, rotti i rapporti con quel mondo repubblicano che ne aveva fatto un'icona e con il potentissimo e da poco ex Segretario di Stato al Tesoro, Hank Paulson (che era giunto nel giugno 2006 a quel prestigioso ma ben poco remunerato incarico dritto dritto dalla posizione di Chairman e Chief Executive Officer della potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs, un uomo in missione speciale, volta a salvare la "sua" e possibilmente anche le altre banche globali dal disastro che esse stesse avevano contribuito a determinare e che aveva rinunciato per questo a prebende annuali oscillanti intorno ai 100 milioni di dollari in cambio di 200 mila dollari circa), si era trasformato di nuovo e in un battibaleno in quel keynesiano convinto che era stato  quando ancora passeggiava con i suoi studenti del corso sulle crisi finanziarie a Princeton.

Da quel 19 marzo del 2008,  sono trascorsi più o meno otto anni, gli stessi del doppio mandato di un Obama che per la sua intelligente gestione degli effetti della crisi finanziaria passerà alla Storia (e avrebbe meritato un Nobel per l'Economia molto più di quanto abbia meritato, a inizio del primo mandato, quello per la Pace), ed  erano trascorsi appena sette mesi da quel 9 agosto del 2007, giorno nel quale venne drammaticamente alla luce quella verità di cui gli addetti ai lavori parlavano da qualche tempo e, cioè, che le banche di ogni ordine e dimensione dell'intero pianeta avevano smesso di fidarsi l'una dell'altra.

Il che in soldoni, vuol dire semplicemente che avevano smesso di prestarsi denaro l'un l'altra, una situazione mai verificatasi in quella misura e con quelle modalità dalla fine del secondo conflitto mondiale e che costrinse le banche centrali dei principali paesi industrializzati a fare da filtro tra le banche da loro stesse sorvegliate, nonché a inondare letteralmente i mercati interbancari dell'intero orbe terraqueo di liquidità in dimensioni nettamente superiori a quanto era accaduto dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 e, limitatamente agli Stati Uniti d'America, di molto superiori alle iniezioni di liquidità effettuate in occasione del crollo verticale dei listini azionari a Wall Street, con particolare riferimento ai titoli tecnologici quotati in quel NASDAQ che crollò in poche sedute, nei primissimi anni Duemila, dai 5 mila punti ai 2.500 da cui era partito molti anni prima.

Nessuno conosce realmente la tempistica e le giravolte rispetto alle strategie annunciate che caratterizzano le scelte di investimento di George Soros, il multimiliardario nato in Ungheria nel 1930  in una famiglia di religione ebraica con il vero nome di Gyorgy Schwartz e giunto negli anni dell'immediato dopoguerra prima in Gran Bretagna e poi negli Stati Uniti d'America, esule volontario dal proprio Paese e poi naturalizzato americano, ma, stando alle sue più recenti dichiarazioni, la sua principale scommessa, dopo quelle vinte il 16 settembre 1992 (meglio noto come Martedì Nero) contro la lira italiana e la sterlina britannica, è quella di puntare ad un crollo dello Standard and Poor's 500, forse l'indice meno soggetto a brusche variazioni tra quelli esistenti all over the world, ed io da allora tengo d'occhio quotidianamente questo benedetto indice e vedo solo che ha smesso di crescere, ma di cadute verticali che potrebbe far guadagnare una delle mie due stelle polari nella Tempesta Perfetta (l'altra è rappresentato dal Leone di Omaha, al secolo Warren Buffett) nemmeno l'ombra, anche se aspetterei il periodo a cavallo delle elezioni presidenziali statunitensi del prossimo 8 novembre per valutare se ha visto giusto o meno!

Come dicevo sopra, sono trascorsi otto anni circa prima che rileggessi per la prima volta le quattordici pagine della mia relazione a quel convegno e questo è accaduto nei giorni scorsi, anche se, nei giorni immediatamente successivi all'intervento, avevo visto il video che credo sia ancora disponibile in rete sul sito della FLIP, realizzato da un operatore free lance della FLIP stessa che si era offerto gratuitamente di riprendere il mio intervento, mentre non fece altrettanto per gli altri e molto più famosi relatori forse per solidarietà tra free lance, e lo feci, mancando allora il volumetto stampato che uscì solo qualche tempo più tardi, per capire meglio che cosa avessi detto in un intervento durato una ventina di minuti e svolto completamente a braccio (il testo ora è presente in  "Finanziarizzazione dell'economia e crisi dei mercati: quali ricadute sociali?" edito dalla UIL e che riporta, oltre al mio, anche gli interventi del professori Luigi Spaventa, Paolo Leon ed Elsa Fornero), anche perché avevo sperimentato più volte lo stesso fenomeno quando tenevo le relazioni  settimanali sulle previsioni sui cambi e i tassi di interesse nella Divisione finanza della mia banca.

Ebbene, rileggendo il testo, ho scoperto che ero partito da una visione critica della famosissima conferenza di Bretton Woods del 1944, nella quale, dopo uno scontro epocale vinse il ministro del Tesoro USA White (le cui simpatie per la Germania nazista vennero a galla solo alcuni anni dopo e quando Keynes era ormai morto) e fu sconfitta la proposta della Clearing Union di John Maynard Keynes, un sistema, quindi che introduceva surrettiziamente un regime di cambi fissivinse cioè il sistema valutario basato sulla convertibilità in oro del dollaro a 35 dollari per oncia.

Si introdusse così un sistema che fissava, quindi, una situazione nella quale il dollaro non poteva svalutare rispetto alla parità aurea, un qualcosa di assolutamente assurdo in assenza di continui, o almeno periodici, aggiustamenti volti a modificare la suddetta parità in funzione degli avanzi o disavanzi delle bilance commerciali registrati nel tempo dagli altri paesi e che franò rovinosamente a ferragosto del 1971, quando il presidente statunitense Richard Nixon, dopo una provocatoria richiesta del presidente francese De Gaulle di ottenere l'equivalente in oro di un miliardo di dollari, dichiarò, a mercati rigorosamente chiusi, che gli Stati Uniti d'America avevano scherzato e che da quel momento in poi non avrebbero più soddisfatto le richieste delle altre nazioni di trasformare in oro le quantità di dollari statunitensi in loro possesso, decisione che aprì una fase di estrema incertezza e volatilità nel mercato dei cambi, aggravata dalle due decisioni assunte dall'OPEC nel 1973 e nel 1979 di contingentare in modo radicale la produzione di greggio adducendo a motivazione la chiusura di Israele rispetto alle richieste del popolo palestinese, una bugia davvero spudorata ma alla quale l'opinione pubblica mondiale credette ad occhi chiusi, situazione cui si diede risposta con sistemi alquanto farlocchi che giocarono un ruolo non indifferente nello scoppio della gigantesca bolla speculativa sui mercati azionari statunitensi del 1987.

Ma perché decisi di partire da una scelta risalente a sessantaquattro anni prima e per di più spazzata via dagli inevitabili avvenimenti verificatisi trentasette anni prima di quell'intervento? Perché la proposta del mio Mentore, spiritualmente parlando, John Maynard Keynes, nell'analisi della Tempesta Perfetta conteneva degli elementi (Bancor e Clearing Union) che avrebbero impedito quel sorgere dei due deficit gemelli (quello federale e quello commerciale, guarda un po' pareggiato dai costanti afflussi di capitale verso l'area del dollaro, allora ancor di pià riserva valutaria di quanto lo sia ora e ancora pressoché incontrastata valuta di scambio, né avrebbe favorito l'insorgere di quella che il compianto economista Marcello De Cecco ebbe a definire la "fabbrica del formaggio verde" (colore, almeno allora, delle banconote statunitensi) e che consentì, semplicemente stampando moneta, di finanziare la ripresa delle distrutte economie europee (a quelle dell'Est Europa ci pensava l'URSS che di problemi valutari ne aveva ancora di meno degli USA) e di campare per oltre un quarto di secolo acquistando a buffo dal resto del mondo, fino a che De Gaulle gridò che il re era nudo e il castello di carta crollò su stesso.

Ma cosa accadde dopo che quella costruzione artificiosa costruzione valutaria ebbe a franare bruscamente? Non tedierò il lettore con l'illustrazione dei diversi sistemi escogitati dagli esperti per conto dei Governi, in particolare nell'ambito dell'Unione europea, allora carente di una moneta unica che vedrà la luce solo quando, nel maggio del 1998, furono fissate le parità fisse e irrevocabili tra le valute dei dodici paesi che diedero vita ad un euro che poi divenne moneta circolante solo due anni e mezzo dopo, sistemi talmente poco credibili da consentire guadagni enormi alla speculazione internazionale quando riuscì, nella tempesta valutaria, a infrangere, il già ricordato Martedì Nero del 16 settembre 1992, costringendo la Banca d'Italia a bruciare 48 miliardi di dollari di riserve valutarie e la Bank Of England a pagare un prezzo altrettanto stratosferico, un prezzo che non evitò alle due "lire" svalutazioni istantanee di rilevantissima entità.

Per chi fosse, invece, interessato anche alle tecnicalità, suggerisco, oltre a tutto quello che si può trovare sui motori di ricerca digitando crisi valutarie o sistemi sanitari, un mio articolo sul numero 5 di Minerva bancaria del settembre-ottobre 1993 (ad un anno data dall'uscita di lira e sterlina dallo SME) dal titolo "Accordi di cambio e speculazione: spunti per un nuovo approccio", un articolo che mi salvò da una situazione terrificante e mi consentì di diventare l'economista di sala di quella parte della Direzione Finanza della mia banca che si occupava appunto di cambi, tassi di interesse e derivati, una pubblicazione che fu favorita dal fatto che caporedattore della rivista era allora un mio ex collega dell'Ufficio Studi.

Questa è solo la prima di una serie di puntate sull'approccio teorico che ho seguito nell'analizzare un fenomeno complesso e molto interrelato come era e, purtroppo, ancora è la Tempesta Perfetta, una serie di puntate che sveleranno al lettore anche il metodo da me seguito in questo sforzo di analisi e che mi ha consentito di svolgere, del tutto pro bono, un'attività di controinformazione che sembra essere stata apprezzata dalle oltre 220 mila persone che hanno visitato il blog provenendo da oltre cento Paesi, puntate che, almeno di norma, appariranno di domenica restando in piena vista anche il lunedì successivo. (Continua)

Nessun commento: