martedì 16 settembre 2008

Ora tocca ad AIG e Washington Mutual!


Dopo tre giorni di meeting ininterrotti presso la Federal Reserve di New York, prevale lo sconforto tra le decine di partecipanti, che hanno finito per vedere del tutto frustrati i loro sforzi per tentare fino all’ultimo di far quadrare il cerchio e trovare una soluzione che impedisse il ricorso di Lehman Brothers alla protezione prevista dal capitolo 11 della legge fallimentare statunitense, quello previsto nel caso di vera e propria bancarotta, un esito che, seppur sempre più inevitabile man mano che passavano inesorabili le ore ed i potenziali compratori svanivano letteralmente come neve al sole.

Assente Bernspan, la scena al di fuori dei saloni ultra affollati da trenta banchieri, esponenti della Fed, della Sec, del Tesoro, è stata occupata dal Maestro e predecessore dell’attuale numero uno della Fed, Alan Greenspan, che non ha trovato di meglio che recitare il ruolo di Candide, asserendo ai quattro venti che era venuta l’ora delle scelte difficili per le autorità monetaria e che tali scelte avrebbero prodotto ulteriori sconquassi nell’ormai esausto mercato finanziario statunitense, così come in quello globale, quasi che tutto quanto sta tragicamente avvenendo non sia il risultato alquanto ineluttabile delle sue mancate scelte nel lunghissimo periodo in cui ha tenuto il timone del della banca centrale statunitense, scelte che avrebbero dovuto avere come stella polare la necessità di punire l’azzardo morale che già era visibile in tanti passaggi cruciali, mentre furono sempre improntate al principio della difesa ad oltranza dell’establishment finanziario, una condotta che gli valse la fiducia di ben quattro presidenti degli Stati Uniti d’America e la calda e sentita riconoscenza dei potenti di Wall Street.

Devo ammettere che almeno una delle affermazioni del valente clarinettista ed ex previsore per una banca di investimenti di Wall Street mi trova del tutto consenziente ed è quella nella quale sostiene che una crisi come questa capita una sola volta in un secolo, lasciando intuire che la tempesta perfetta in corso è oramai paragonabile a quel crollo verticale dell’ottobre del 1929 che determinò la più lunga e profonda recessione della storia degli USA, un accostamento che, seppure nella forma implicita e criptica caratteristica del personaggio, è stato una sorta di tabù in questi lunghissimi tredici mesi.

Non avrei proprio voluto vedere le scene dei disperati dipendenti di Lehman che abbandonano mestamente il quartier generale della banca, con le mani impegnate a reggere una o più scatole di cartone, con dipinto sul volto un misto di stupore, di delusione, ma mai di rabbia per quello che stava accadendo, ma quello che più mi ha colpito è stata la frase mormorata a mezza bocca da uno di loro che sembrava accennare ai più che prevedibili disastri prossimi venturi, quasi non gli bastassero quelli che lo riguardavano in prima persona.

Ma quello che ha fatto più male al regista assoluto della lunga ed infruttuosa, almeno per quanto riguarda l’obiettivo di salvare il soldato Fuld, l’ineffabile ministro del Tesoro USA, Henry paulson, sono state le motivazioni addotte dai rappresentanti della britannica Barclays per il loro repentino abbandono del tavolo, in quanto gli stessi avrebbero sostenuto che non esistevano garanzie a sufficienza circa l’inesistenza di grandi perdite sapientemente occultate tra le ampie pieghe dei bilanci della quarta e storica banca di investimenti statunitense, parole che sono suonate come un’aperta offesa alle sensibili orecchie di Henry, che, peraltro, non ha avuto la possibilità di reagire da par suo per il semplicissimo fatto che i precedenti verificatisi in questi mesi non depongono a favore della chiarezza e trasparenza dei bilanci delle banche statunitensi di ogni ordine, specie e grado!

Un accenno quasi profetico alla nuova riunione che stava per iniziare e che stavolta ha ad oggetto la sorte di AIG, la più grande compagnia di assicurazioni degli Stati Uniti d’America, un colosso dai piedi improvvisamente diventati d’argilla a causa del coinvolgimento della compagnia nel disastro della finanza strutturata e mentre un tremebondo George W. Bush appariva in televisione per informare i suoi connazionali che il Governo si sta adoperando per minimizzare i danni derivanti dal meltdown finanziario in corso.

Mentre restiamo tutti in attesa delle decisioni che verranno prese per AIG, non si ha traccia di riunioni per vedere se vi sia qualcuno disposto a fare qualcosa per Washington Mutual, la più grande cassa di risparmio statunitense se non del mondo intero e mentre non si sa nulla dell’effettivo stato di salute delle due Investment Banks superstiti, Morgan Stanley e la potente e molto preveggente Goldman Sachs.

Per un salvataggio che non riesce, ve ne è sempre uno che va a buon fine, anche se va dato atto a John Thain di averlo reso possibile grazie ad un’opera di pulizia dei conti di Merrill Lynch che ha consentito alla stessa di essere acquisita da Bank of America, seppure ad un terzo del valore che il mercato le conferiva appena un anno fa, anche se gli uomini al vertice della grande banca americana impiegheranno alcune settimane per sapere se, nonostante gli sforzi immani dell’ex Goldman ed ex numero uno del New York Stock Exchange, non siano rimasti in pancia a Merrill troppi di quelli che lo stesso Thain ha definito titoli tossici.

D’altra parte, Bank of America ha da mesi un bel daffare per rendere gestibile l’integrazione delle attività della defunta Countrywide, un'altra numero uno nel suo settore che era, guarda caso, quello del mortgage, una primazia che era in larga parte dovuta all’attivismo del suo non proprio irreprensibile numero uno, Angelo P. Mozilo, e che l’aveva portata a volumi che non avevano pari rispetto a quelli delle altre entità coinvolte in questo tipo di attività, ottanta delle quali hanno fatto, sin dall’estate del 2007 e pressoché simultaneamente, ricorso alla protezione della legge fallimentare statunitense, lasciando nelle peste le grandi banche che ebbero allora amaramente modo di scoprire che le clausole contrattuali che impegnavano queste società al riacquisto dei mutui loro ceduti erano divenute improvvisamente inefficaci, quasi fossero state scritte con dell’inchiostro simpatico.

Qualcuno si è stupito per il repentino, ulteriore crollo del prezzo del greggio verificatosi ieri a new York, con un primo test della soglia dei 90 dollari, ma mi sia consentito di ricordare che nelle previsioni pubblicate nella puntata del 31 dicembre dello scorso anno avevo scritto che il greggio avrebbe finito per quotare 75 dollari al barile, mentre, per quanto riguarda i cambi, l’euro sarebbe giunto a 1,70 dollari, mentre la valuta statunitense non sarebbe riuscita a rimanere al di sopra dei 90-95 yen, anche se devo dire che sulle quotazioni del greggio sta pesando la possibilità di un divieto per legge imposto ai fondi pensione ad operare in derivati sulle materie prime.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.