giovedì 1 maggio 2008

Attenzione a Citigroup!


La decisione presa dai vertici di Citigroup di raddoppiare l’offerta di nuove azioni del gruppo bancario portandola ad un controvalore di 4,5 miliardi di dollari, accompagnati dall’offerta di azioni privilegiate per ulteriori 6 miliardi di dollari, ha sorpreso non poco gli analisti e gli operatori, anche perché, negli ultimi cinque mesi, la richiesta del colosso guidato da Vikram Pandit ha, incluse le due ultime emissioni, “alzato” qualcosa come la bellezza di 40 miliardi di dollari, mentre sono in cantiere vendite alluvionali di assetts per 200 miliardi di dollari.

La penosa scusa offerta dal giovane CEO di origini indiane da poco alla guida di Citi, dopo il siluramento alquanto ignominioso e pressoché in diretta del suo predecessore, Chuck Prince III,brutta quella di un’incredibile volume di richieste da parte dei potenziali acquirenti è di quelle veramente risibili per chiunque abbia qualche contezza dell’attuale stato della domanda di titoli azionari ed obbligazionari da parte degli investitori, ma la verità sta nel fatto che, secondo il parere di molti autorevoli analisti e commentatori, ben altre sarebbero le necessità di nuovi capitali per Citigroup, un fabbisogno che viene stimato in almeno altri 10-15 miliardi di dollari, sempre che non vi siano nuovi disvelamenti relativi a necessità aggiuntive di mega svalutazioni sui titoli della finanza strutturata.

D’altra parte, le svariate decine di miliardi di dollari chieste nelle ultime settimane dalle maggiori banche globali basate al di qua ed al di là dell’Atlantico, richieste spesso effettuate contemporaneamente all’annuncio dei disastri a catena evidenziati dai rispettivi bilanci del primo trimestre di questo orribile 2008, segnalano l’improvvisa scomparsa di quei fondi governativi arabi ed orientali che avevano fatto la parte del leone nelle sottoscrizioni di esosissimi prestiti obbligazionari convertibili, segno inequivocabile del fatto che i loro abili e prudenti gestori ritengono di aver fatto il pieno di rischio bancario statunitense ed europeo, un rischio che, evidentemente, non vale rendimenti che si pongono tra l’11 ed il 14 per cento, multipli da sei a sette volte il prevedibile livello del tasso sui Fed Funds che Bernspan e complici annunceranno verosimilmente stasera.

Avendo, peraltro, già quasi fatto il pieno delle catastrofiche previsioni di perdita per l’intera crisi finanziaria in corso formulate di recente dagli esperti del Fondo monetario Internazionale, inizio proprio a pensare che le stesse previsioni verranno abbondantemente superate nel corso dei prossimi mesi che, ne sono altrettanto certo, non saranno gli ultimi a subire gli alti marosi della tempesta perfetta.

Non si illudano, però, i gestori dei fondi pensione e di investimento, che le stesse previsioni appena citate vedono destinatari di perdite per poco meno di 700 miliardi, in quanto non credo proprio che si possa ragionare in termini di complemento a cento, quanto di una torta che vedrà ineluttabilmente accrescere le sue dimensioni, in proporzioni che nessuno è, al momento, assolutamente in grado di prevedere.

Svaniti i fondi governativi stranieri, evaporata la domanda di titoli della finanza strutturata e a livelli modesti anche quelli di bond dalla struttura tradizionale che più tradizionale non si può, ci mancava solo l’amaro dessert dell’ultima cena offerta dai governatori delle banche centrali e dai ministri economici del G7 in quel maledetto venerdì di metà aprile, proprio nel momento in cui quel traditore di Henry Paulson sibilava perfidamente ai suoi ex colleghi che quella dell’orso di Stearns era l’ultima operazione di salvataggio in terra americana (anche per le concomitanti elezioni del prossimo presidente degli Stati Uniti e di buona parte dei rappresentanti dell’alquanto infuriato popolo di quel grande Paese).

Un discorso, quello di Paulson, condito dal fermo invito a battere cassa nei confronti del mercato e da un severo avvertimento che la deadline di giugno appena indicata dal suo giovane ex dipendente Mario Draghi per dire la verità ma proprio tutta la verità sullo stato dei loro conti al di sotto ed al di sopra della linea di bilancio andava presa maledettamente sul serio, anche perché era sua ferma intenzione di far scattere quei provvedimenti, ovviamente del tutto secretati e riservati ai diretti destinatari, che il Governatore della Banca d’Italia aveva appena finito di illustrare con quel suo tono monocorde e quella faccia così somigliante a quella di un simpatico attore francese ormai scomparso.

Sarà un caso, ma appena usciti da quell’orribile cena, i desolati banchieri hanno iniziato a telefonare dalle limousine ai loro direttori finanziari per dettare le linee di ulteriori emersioni di perdite e a richiedere la preparazione a ritmo di carica dei prospetti obbligatori richiesti per effettuare mega aumenti di capitale, pensando, al contempo, quell’io speriamo che me la cavo reso celebre da un romanzo e dalla sua traposizione cinematografica.

Confesso di avere temuto, dopo la notizia del secondo mini aumento consecutivo del PNL americano (+0,6 annualizzato che, lo ricordo, corrisponde ad una variazione dello 0,15 per cento rispetto al trimestre precedente), un dato che ha visto la crescita più bassa dei consumi degli ultimi cinque anni, il solito calo degli investimenti, l’ennesima sottrazione derivante dalla voragine dei conti commerciali con l’estero, mentre, anche in questo caso per il secondo trimestre consecutivo, l’apporto della spesa governativa è stata del 2 per cento, un’accelerazione che è evidentemente originata dal disperato tentativo, al pari del ristoro fiscale per 165 miliardi di dollari ormai al via, di Bush di non giungere alla fatidica data di novembre in una situazione peggiore di quella che costò il secondo mandato al padre sconfitto clamorosamente dal mantra recitato per mesi dal giovane ed alquanto sconosciuto Bill Clinton: It’s economy, stupid!

L’unica buona notizia nel primo dei tre annunci che riguarderanno la crescita economica americana nel primo trimestre, proviene da un sensibile rallentamento della crescita dei prezzi, sia di quelli veri che dell’invenzione core, peccato che il rallentamento sembra molto più ascrivibile alla trasformazione dei voraci consumatori statunitensi da quelle cicale che sono state per decenni alle formiche che si vedono costretti a diventare.

Non si ferma, nel frattempo, la drammatica accelerazione del processo di downsizing nel settore finanziario e nei suoi dintorni, con operazioni di riduzione nell’ordine delle migliaia di dipendenti per volta, un processo che, come ricordavo ieri, sta investendo sempre di più le isole britanniche, l’extracomunitaria Svizzera ed inizia a minacciare con sempre maggiore convinzione i livelli occupazionali europei ed asiatici.

I parziali arretramenti delle due valute forti nei confronti del dollaro e la repentina flessione del prezzo del petrolio vanno, purtroppo presi per quello che sono in realtà: una classica fase di accumulazione in vista di ulteriori balzi in avanti.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente sul sito Free Lance International Press www.flipnews.org